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Full text of "Guida illustrata del Casentino"

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GUIDA ILLUSTRATA DEL CASENTIKO 





o 


BENI 


GUIDA ILLUSTRATA 

DEL 

CASENTINO 

E tue parole fien le nostre scorte. 
Dante, Purg., XVI. 


3 a Edizione 



FIEENZE 

E. BEMPOEAD & FIGLIO 


MILANO 

ROMA 

PISA 

Via C. Alberto, 34 

Via delle Muratte, 27-29 

Sottoborgo 


EDITOEI 

NAPOLI 

Largo Monteoliveto 


TOPINO, S. Lattes & C. — GENOVA, Edoardo Spiqttx 
BOLOGNA, Ditta Nicola Zanichelli 





















ALLA MAESTÀ 

DELLA REGINA MARGHERITA 
DELLE MEMORIE DI DANTE 
DEI MONUMENTI GLORIOSI D’ITALIA 
E DELLE ARDUITÀ ALPINE 
INVESTIGATELE AMOROSA 
QUESTE PAGINE 

CHE PARLANO DEL DIVINO POETA 
DELLA STORIA DEL CASENTINO 
E DELLE SUE NATURALI BELLEZZE 
OSA OFFERIRE DEVOTAMENTE 
L’AUTORE 


S. M. la Regina degnavasi, con benevolo gradimento, di 
consentire che questo libro venisse intitolato al Suo Nome, 
e quindi si compiaceva di riceverne un esemplare speciale 
dalle mani dello stesso Autore. 










PREFAZIONE 


Alcuni amici benevoli sogliono dirmi clie il Ca¬ 
sentino Elio scoperto io, avendone per il primo 
rivelate le bellezze naturali ed artistiche. (1) In ve¬ 
rità, senza pretendere al vanto di novello Colombo 
del mio paese, pur mi compiaccio di avere colla 
mia Guida contribuito a far conoscere e amare 
questa regione meglio che prima non fosse, quando 
del Casentino sol conoscevasi il panno omonimo (2) 
ed il famoso prosciutto. È però da avvertire, che 
non ancora erasi fra noi manifestato cotanto quel 
sentimento d’investigazione storica e quel risveglio 


(1) Gazzetta (VItalia, 14-15 agosto 1885, n. 297. 

(2) Il Panno “ Casentino ,, a Parigi — Giornale II Telegrafo, 
28 febbraio 1890. 




























— Vili — 


speculativo e scientifico, che spingono lo studioso 
alla ricerca del vero e del bello nei più lontani 
recessi, per ricercare tra i ruderi dei monumenti, 
nelle viscere della terra e fra la polvere degli ar¬ 
chi vii il verbo arcano che squarci il velo del pas¬ 
sato, e che ci dica le vicende dei popoli che più 
non sono. Ora l’essere l’Italia culla e palestra di 
tante civiltà sovrapposte, e perciò campo fecondo 
di ricerche e di studii, ha fatto sì che da ogni 
parte del mondo dotti stranieri vi accorrano, come 
in devoto pellegrinaggio, onde sovente ne avviene 
(ed è vergogna e disdoro) eh’ essi sappiano delle 
cose nostre meglio e più presto di noi. (1) 

Ad evitare che ciò potesse dirsi del Casentino, 
mi diedi cura di studiarlo e descriverlo in varie 
pubblicazioni che poi, riunite, completate e ordi¬ 
nate valsero a formare la prima ed unica Guida 
del Casentino, mentre i precedenti scritti su questa 
classica terra s’ aggiravano principalmente sui ri' 
nomati cenobii di Camaldoli, della Terna e di Yal- 
lombrosa, perchè a quei tempi un’ escursione nel 
Casentino si limitava alla cosiddetta visita dei luo¬ 
ghi santi, considerati principalmente dal lato reli- 


_ (!) Diceva Niccolò Tommasko {Bellezza e Civiltà): Ba¬ 
diamo che gli stranieri, così nella espressione delle italiane 
bellezze, come nella conoscenza delle italiane menìoi’ie non 
addivengano più italiani di noi ! 





— IX — 


gioso, senza fermarsi a descriverne le peregrine 
bellezze della natura e dell’ arte. 

Oltredichè nei molti libri che bo letti, nei quali 
incidentalmente od ex professo si parla del Casen¬ 
tino, bo rilevato frequenti errori cbe poi furono, 
peeorum ritu, fedelmente copiati dai successivi scrit¬ 
tori, per quella certa influenza, dirò così, sugge¬ 
stiva, per la quale, senza procedere a personali ve¬ 
rifiche, si suole prendere e dare per oro colato 
tutto quello cbe si stampa, quasiché ciò fosse 
prova bastevole di verità. 

Del resto, una vera e propria Guida è un libro 
sui generis, ove dev 7 essere acconciamente compreso 
ogni argomento riguardante il passato ed il pre¬ 
sente di una regione e di un poj>olo, spargendovi sa¬ 
pientemente, ma parcamente, erudizione e cultura, 
scegliendo l 7 utile e trascurando il superfluo, affin¬ 
chè il libro riesca a tutti istruttivo e piacevole 
per il fatto di contenere un po’ di tutto e nulla di 
troppo, ed essere (quel cbe più conta) praticamente 
utile e buono. 

Ma come un tal libro non dev 7 essere campo di 
discussioni accademiche, così neppure dev 7 essere 
un arido e monotono elenco d 7 itinerarii, di distanze 
e di nomi ; mentre a temperare l 7 aridità di tali 
indicazioni pur necessarie, è di mestieri alternarle 
con riflessioni opportune, con narrazioni ricrea- 


tive, con leggende originali e con aneddoti piace¬ 
voli, e qualche volta anche col far conoscere le 
proprie impressioni dal vero in uno stile che può 
parere entusiastico e poetico, e che forse non andrà 
a genio ai puritani della letteratura ed ai catoni 
della critica storica, ma che gli uomini di cuore, 
pe’ quali scrivo, sapranno certo comprendere. 

Per questa stessa ragione, nel corso delle descri¬ 
zioni mi è piaciuto di fare alcune brevi pause e di¬ 
gressioni, parendomi che l’andar sempre per la stessa 
via senza mai soffermarsi e voltarsi indietro debba 
procurare stanchezza e noia. La censura agli lio- 
mines unius libri è ormai antica, dice Isidoro Del 
Lungo, ma anche i libri de uno homine, che pi¬ 
gliano troppo alla lettera il proprio soggetto, non 
sono, invero, la cosa più geniale del mondo. (1) 

Questo, che può dirsi P ideale d’una buona 
Guida, cercai di conseguire nelle precedenti edi¬ 
zioni del mio libro sul Casentino, e spero di avere 
fatto anche meglio in questa 3 a edizione, alla quale, 
mutatis Mutandis e toltone il troppo e il vano, mi 
sono studiato d’ aggiungere largo corredo d’impor¬ 
tanti notizie di vario genere, che la cortesia di 
dotti amici (che da queste pagine vivamente rin- 


(1) Isidoro Del Lungo, Dante nei tempi di Dante. Bolo¬ 
gna, Zanichelli, 1888. 






grazio) e le pazienti ricerche nelle biblioteche e ne¬ 
gli archivii, mi ha dato modo d 7 offrire all 7 odierno 
lettore. 

Per ciò eh 7 io feci ebbi lode della quale non per 
me ma per il mio paese mi compiaccio e mi onoro. 
Solo mi dolse e mi duole (e il modo ancor m’ of¬ 
fende) che, dopo aver tanto faticato nella ricerca 
d 7 inedite e preziose notizie, alcuni scrittorelli e 
scrittorelle di cose casentinesi abbiano con incre¬ 
dibile disinvoltura saccheggiato il mio libro (sic 
vos non vobis....) senza neppure farmi 1 7 onore di 
citarlo, oppur fingendo d 7 ignorarne l 7 esistenza, per 
quel sentimento di mal celata invidia, che è ta¬ 
cita confessione d 7 incapacità. (1) 

In questa 3 a edizione, che in certe parti può 
dirsi quasi rifatta di pianta, ho cercato, a diffe¬ 
renza delle altre edizioni, di estendermi alquanto 
nella descrizione delle cose d 7 arte, che fino ad oggi 
poteano dirsi ignorate dal pubblico, mentre il pre¬ 
sente risveglio di governo e di popolo per la con¬ 
servazione ed aumento del patrimonio artistico 


(1) L’Agostini invece nella sua piccola Guida di Camaldoli 
(Firenze 1893) così gentilmente scriveva : « Parlare di una 
località qualunque del Casentino dopoché V avv. Carlo Beni 
ne ha tanto magistralmente dipinto e tratteggiato V insieme 
nella sua Guida, deve sembrare soverchia fidanza o addirittura 
presunzione nelle proprie forze. » 



XII 


della nazione, ne rende utile ed opportuna la co¬ 
noscenza, limitando questa alle sole opere prege¬ 
voli onde non mi sia fatto rimprovero d’aver con¬ 
fuso, come dice il vangelo, il grano col loglio. 

Parimente mi è sembrato opportuno il consa¬ 
crare qualche pagina di più al culto delle memorie 
dantesche nel Casentino, perchè oggimai tutte le 
terre d’Italia menano vanto d’ avere ospitato il 
divino Poeta, il quale, come dice ¥ Ampère, è un 
ammirabile cicerone per chi vuole visitare l’Italia, 
come P Italia, è un bel commento a Dante Ali¬ 
ghieri. (1) 

Finalmemte invece di parlare solo incidental¬ 
mente di Yallombrosa, come feci nelle precedenti 
edizioni della mia Guida, ho voluto parlarne in un 
capitolo a parte perchè, in grazia alla vicinanza e 
alle recenti più facili comunicazioni, può dirsi quasi 
la porta del Casentino, e perchè inoltre nei vecchi 
libri che trattano dei luoghi santi casentinesi 1 v’ è 
inclusa anche la Yallombrosa, (2) la quale, del resto, 
nei tempi antichi faceva parte pur essa del Casen¬ 
tino. (3) 


(1) G. G. Ampère, Un viaggio Dantesco. Traduzione di 
E. Della Latta. Firenze, Succ. Le Monnier, 1870. 

(2) Bandixi, Odeporico del Casentino. M. S., Yol. Vili. 

(3) Lettera del conte Roberto di Batti folle a Francesco 
Petrarca. 





— XIII — 


Così spiegata la ragione del libro, che oggi 
presento al lettore, dichiaro e intendo d 7 avergli 
dato con questo un buon amico ed un fedele com¬ 
pagno. Forse nel descrivere le cose degne di nota 
e le sublimi creazioni della natura (1) e dell 7 arte, 
il mio dire sarà córto, perchè la voce della natura 
e il sentimento dell 7 arte sono linguaggio che mal 
si puote significare per nerba ; onde a me giova con¬ 
cludere parafrasando il Poeta : 

Chi vuol veder guantungue può natura 
E il del fra noi, venga a veder.... 


(1) « L 7 istantaneo passaggio dai selvaggi orrori della na¬ 
tura alpestre e dai rigori della vita monastica a ciò che 
la natura e la vita d 7 Italia hanno di più fervido, di più leg¬ 
giadro, di più dolce, è uno degl 7 incanti che ognuno prova 
recandosi nel Casentino. » — Ampère, loc. cit. 










PARTE GENERALE 







Ctà primitive 


Multa retro rerum jacet, atque ambagibus savi 
Obtergitur densa caligine uiersa vetnstas. 

Silio Italico, Vili, 44. 

Non v’ha paese di cui l’oscuro passato non sollevi 
problemi interessantissimi e dove non siano tracce del 
tempo in cui l’uomo viveva in uno stato prossimo alla 
barbarie o moveva i primi passi nella via della civiltà. 
Ma queste tracce non si trovano che straordinariamente 
e soltanto in forma incompleta e frammentaria; onde 
le ricerche intorno al periodo preistorico sono circondate 
da molte difficoltà, e costituiscono per l’etnologo un ar¬ 
duo problema. 

Sarebbe, invero, opera difficile quella di spingersi nel 
bujo dei primi secoli per argomentare quali fossero al¬ 
lora le condizioni degli abitanti del Casentino; ina è 
un fatto che la civiltà ebbe origine sui monti, ove le 
caverne offrirono ai primi abitatori un naturale ricetto. 
E certamente tutto induce a credere che questa regione 
ove erano allora tre solenni oggetti di culto primitivo, 
cioè la foresta, il monte e la sorgente dell’Arno, fosse 
a que’ tempi più popolata di quello che oggi non sia. 

Poco dunque possiamo dire dell’ età della pietra nel 
Casentino, perchè non sono stati fatti per anco in tal 


1 


































2 — 


materia studii particolari. Tuttavia non pochi avanzi 
della civiltà primitiva furono qua e là raccolti e questi 
per la maggior parte si trovano nel Museo di Arezzo, 
nella privata collezione del sig. Ing. Frunghini di quella 
città e alcuni presso di noi coll’indicazione del luoghi 
ove furono rinvenuti. Certamente si potrebbero deter¬ 
minare le diverse stazioni, ossia i punti dove le primi¬ 
tive tribù si raccolsero, il che spesso accadeva nei seni 
dei monti più fertili e ricchi di acque, come sono ap¬ 
punto quelli del Casentino, le cui caverne possono essere 
state nei tempi più remoti abitate. Del resto, gli oggetti 
di pietra del Casentino, appartenenti tanto al periodo 
paleolitico quanto al neolitico, non sono dissimili da 
quelli del rimanente d’Italia, sia per la materia, sia per 
la lavorazione, sia per la forma. Generalmente trovasi 
adoperata la selce bianca, bigia e rossastra nelle frecce 
e il diaspro o diorite nelle scuri, (1) salvo tutt’ al più 
qualche differenza nella qualità della selce, e ciò a se¬ 
conda delle cave naturali della materia prima e della 
facilità di comunicazioni e commerci fra i popoli di 
quei tempi. Soltanto può dirsi, che i numerosi stru¬ 
menti, utensili (asce, coltelli, rasoi) le monete (aes rude) 
e specialmente le molte e perfezionate armi in pietra e 
i numerosi frammenti, schegge e scaglie trovate in Ca¬ 
sentino, fanno ritenere che questa regione fosse antica¬ 
mente, come si è detto, assai popolata, che gli abitatori 
di essa fossero intelligenti e bellicosi e che quivi e da 
sè stessi fabbricassero le proprie armi e i proprii stru- 


(1) I nostri contadini chiamano queste frecce col nome di saette e le 
credono fulmini caduti dal cielo, prendendo per pietre comuni le scuri 
e gli altri utensili. Le frecce poi portano al collo come amuleti, oppure 
le nascondono in qualche buco del focolare come preservataci contro i 
fulmini, tenendole hen chiuse e legate perchè non abbiano, com’ essi 
credono, a tornarsene in cielo donde son venute ! 













— 3 — 


menti. Infatti in varii luoghi furono trovati nuclei di 
selce e stazioni litiche, e sparsi ovunque istrumenti e armi 
di pietra tanto sulla cima dei monti (1) quanto nei ba¬ 
cini dell’Arno (Romena e Baciano). Si ricorda pure come 
appartenente a quelle remote età il ritrovamento in 
Campagna, presso la Falterona, di un sepolcreto descritto 
dal Gamurrini (fide Siemoni), ove era un uomo disteso 
dentro una fossa con a lato varie armi di pietra e ac¬ 
canto alla mano destra un corno di capriolo (antilope 
capreolus), forse distintivo di un capo di tribù. 

Altro non possiamo aggiungere riguardo a questa età 
in Casentino, perchè studii speciali, come già dicemmo, 
mancano ancora intorno a quelle ultime testimonianze 
di una umanità scomparsa da tanti secoli. 

Molto importante nel Casentino è il periodo etrusco . 

Non vi è nazione, come dice il Pignotti, (2) che vanti 
una splendida antichità al pari di quella etnisca o to¬ 
scana, nè ve ne ha forse altra, la cui origine sia più in¬ 
certa ed oscura. 

La civiltà degli etruschi risale ai tempi i più remoti, 
precede tutte le nazioni d’ Europa ed emula gli stessi 
egiziani. Anche gli antichi storici d’Italia e di Grecia 
pare non abbiano sospettata nè l’alta antichità nè l’im¬ 
portanza di una civiltà come l’etrusca, la quale fioriva 


(1) Nel 1883 trovai una bellissima punta di freccia di selce rossa 
proprio sulla vetta della Palterona. Molte belle punte, coltelli, raschiatoi 
ecc., furono parimente raccolti in Casentino da Alessandro Gentili di Ba¬ 
ciano, il quale amò contribuire con doni di selci anche all’ arricchimento 
del Museo antropologico ed etnografico di Roma. Altre selci furono rac¬ 
colte dal sig. Lupino Lupini di Subbiano, dal sig. Luigi Arcangeli della 
Nussa e dal sig. Marco Leoni del Campacelo. L’amico mio cav. dott. E- 
milio Marcucci donò al Museo Civico di Genova una punta di ematite 
rossa, rarissima, trovata presso Camenza (Bibbiena), e stata illustrata dal 
Prof. Arturo Issel negli Annali di detto Museo. 

(2) Lorenzo Pignotti, Storia della Toscana. Capolago, 1849. 




— 4 — 


già ed imperava nelle armi, nella politica, nella scienza 
e nell’ arte, quando appena principiava la greca e poi la 
romana. (1) Onde il (Jicciaporci moveasi a sdegno in vedere 
gli etruschi malmenati dalla moderna grecomania che 
V Italia e la Toscana umilia e deprime, ponendo i greci 
al disopra degli etruschi per origine e civiltà. (2) 

Certi letterati poi ragionando di Roma, fanno le vi¬ 
ste d’ignorare la civiltà etnisca: e così nel medio evo 
quello che alcuni credono imitazione di cose romane, è 
spesso continuazione inconsapevole d’istituzioni etnische. 

Dionigi d’Aliccirnasso (3) ritiene che gli etruschi fos¬ 
sero un popolo originario d’Italia, ed il Micali è d’ opi¬ 
nione che la prima e forse l’originaria stanza di essi 
(tribù alpestre) debba ricercarsi in un tratto più ristretto, 
e principalmente nelle alture che dalla Falterona pie¬ 
gano per una continuata catena alla valle mugellana. (4) 
Gli abitanti del Caséntino nel periodo etrusco erano 
contermini dei Liguri e probabilmente dei Magellani, 
come rilevasi da Polibio. Dell’ arte e dei costumi loro 
poco si sa per la scarsità dei ritrovamenti fatti e per la 
poca attenzione postavi da chi li diresse. Se nonché tanto 
il ritrovamento collettivo presso la Falterona, quanto 
altri sparsi qua e là dimostrano abbastanza come la ci¬ 
viltà etnisca estendevasi fino a queste alte montagne da 
tempi molto remoti, quantunque sia probabile che gli 
abitanti conservassero in gran parte la primitiva rozzezza $ ' 
e ciò desumesi dal fatto di non essere stata trovata, per 
quanto sappiamo, negli antichi sepolcri etruschi alcuna 
iscrizione, segno evidente della mancanza di luoghi po- 


(1) Ferdinando Borsari, Etnologia Italica. Napoli-Lomlra, 1891. 

(2) Antonio Cicciaporci, Lettere. Firenze, 1816. 

(3) Lib. I. 30. 

(4) Giuseppe Micali, Storia degli antichi popoli italiani. Firenze, 1832. 
Tom. I, pag. 106. 














5 — 


poiosi e importanti, e delle poche relazioni commerciali 
di quelle genti col resto dell’ Etruria. Però essendo 
Arezzo una delle più potenti Lucumonie e centro impor¬ 
tantissimo di civiltà etnisca, come resulta dalla storia (1) 
e dai ritrovamenti di oggetti etruschi, (2) anche il pros¬ 
simo Casentino doveva naturalmente risentire e giovarsi 
della vicinanza; ond’ è a credere che lo sviluppo, per 
non dire 1’ origine, della cultura casentinese debba ri¬ 
ferirsi agli etruschi della Lucumonia aretina, i quali, ri¬ 
cevendo nei respettivi fondi i proprii pastori o servi 
glebee, vi formarono rustiche ville che, col volger degli 
anni aumentandosi, dettero origine ai più vetusti castelli 
e terre del Casentino. 

Certo è che nello svolgimento delle diverse fasi del- 
1’ arte di un popolo si può ravvisare lo sviluppo e il 
carattere della sua civiltà, l’impronta dei periodi storici 
e degli eventi pei quali è passata la vita di esso. Ora 


(1) Ad Arezzo esistevano nel tempo antico officine d’ arte ceramica 
rinomatissime, ove la figulina etnisca ebbe il suo più grande splendore 
dal terzo a tutto il primo secolo avanti Cristo. E il Lanzi (Dei vasi di¬ 
pinti, pag. 23-24), giustamente dice die i vasi dipinti dell’ agro aretino 
sono i migliori die ci abbia dato 1’ Etruria (Giuseppe Micali, Monumenti 
inediti a illustrazione della storia degli antichi popoli italici, Eirenze 1844). 
Ed il Villani ( Croniche ) dice che i vasi rossi aretini erano così belli, da 
parere impossibile che fossero cosa umana. 

(2) Anco recentemente, per iniziativa e cura di quel sapientissimo di 
cose etnische che è il Comm. Gian Francesco Gamurrini, sono state sca¬ 
vate a spese del Governo circa tremila esemplari di figuline etnische della 
famosa fabbrica di Marco Perennio, con vasi bellissimi dipinti e a rilievo 
con varie forme dello stesso Marco Perennio, scoperte nell’ orto dema¬ 
niale di Santa Maria in Gradi in Arezzo. Dei quali oggetti si è arricchito 
il Museo di quella città, che per il numero e la bellezza degli oggetti stessi, 
rappresentanti le varie epoche etnische, e per il dono cospicuo fattogli 
con rara generosità dal detto signor Gamurrini di una preziosa suppellet¬ 
tile di vasi etruschi, è senza dubbio il primo e il più importante Museo 
che di tal genere esista. 






— 6 — 


in Casentino non si trovano die raramente vasi dipinti, 
mentre al contrario sono frequenti quelli rozzi, di color 
naturale e neri appartenenti alla maniera primitiva e 
alla più antica dell’arte del vasajo in Etruria. 

I sepolcri nascosti entro i tumuli di Certomondo 
(Poppi), di Sarna, di Bibbiena e di Talla sebbene a primo 
aspetto sembrino potersi riferire a tempo molto remoto, 
in fatto però non è così, perché i vasi che di lì furono 
tolti con figure che gii archeologi chiamano di stile lo¬ 
cale cadente, non segnano un’età anteriore al terzo se¬ 
colo avanti Cristo. Quelli poi rinvenuti presso il castello 
di Bomena e contenenti vasi lucidi, neri e rossi, appar¬ 
tengono a tempo meno remoto e precisamente al primo 
o secondo secolo avanti Cristo : mentre quelli recen¬ 
temente trovati presso Talla, e dei quali in seguito par¬ 
leremo, appartengono al secolo quarto avanti Cristo. 
Finalmente è degno di particolare menzione il famoso 
quinipondio del Museo di Firenze, la grande stipe votiva 
del laghetto delle Ciliegeto (1) presso la Falterona, e 
della quale ci occuperemo più diffusamente a suo tempo, 
lo scarabeo di Bibbiena descritto dal Gamurrini e il ri¬ 
trovamento a Campigna di una statuetta di bronzo, rap¬ 
presentante un guerriero con elmo a grande cresta, og¬ 
getto preziosissimo perchè sta a indicare qual fosse la 
foggia speciale di armatura nella regione casentinese. 
Parimente è da ricordarsi, come rarissima scoperta, una 
statuetta femminile in bronzo, con scarpe a lunga punta 
ritorta e con cappello eoniforme tutto punteggiato, (2) il 


(1) L’illustre Cavedoni trova molta analogia tra il laghetto delle Oiliegeta 
e quello di Afaca, a somiglianza del quale dovette il primo essere fre¬ 
quentato per molti secoli, come si desume dalla varietà dello stile delle 
statuette votive che vi furono trovate. (Èullettino di corrispondenza archeo¬ 
logica, anno 1845). 

(2) Questa statuetta da me donata all’ amico prof. 'comm. E. H. Gì- 









— 7 - 


che fa conoscere la maniera di vestire speciale delle 
donne, non però molto dissimile da quella che da altri 
monumenti etruschi si rileva. 

Del periodo romano nel Casentino abbiamo prove 
evidenti nelle monete d’ oro di Foca, trovate a Faltona 
e Lierna, in quelle di bronzo di Nerone, trovate a Ca- 
stelfocognano, e di Tito-Vespasiano (seduto sopra un carro 
tirato da quattro elefanti) trovata a Poggio d’Acona, in 
quelle di Valentiniano, Teodosio ed Onorio, rinvenute 
nel sepolcreto di Talla (Sec. IV), ed in altre molte che 
ometto per brevità. Altra prova importante del periodo 
romano l’abbiamo nello scavo eseguito presso Tulliano 
(Rassina) nel 1797, dove fu trovato un sepolcreto romano 
con urne, olle ed anfore in terra cotta e con una pietra 
rettangolare, in cui era scolpito a caratteri romani una 
iscrizione (1) dalia quale gli archeologi argomentarono 
l’esistenza in quel luogo di una famiglia magnatizia ro¬ 
mana. (2) Altre prove se ne hanno nel sepolcreto con 
urne, patere e monete romane, scoperto presso la Fonte- 
Farneta (Bibbiena) nel 1798; nei fondamenti trovati 
presso ValluGciole e Castel Castagnajo (Stia), di antichi 
edifìzi destinati al culto; nel ritrovamento di monete 
romane in Faltevona, narrato da Fante Aligli io i nel 
Convito, (3) e in altri simili ritrovamenti che per amore 
di brevità tralasciamo. 

Dei primi tempi del Cristianesimo abbiamo documenti 
speciali nelle antichissime abbazie di Strami, di Frata¬ 
glia, di Santa Trinità, di Camprena, di Selvamonda, di 

0 7 7 


glioli, fu da questo ceduta all’ illustre scienziato svizzero signor Forel di 
Ginevra, ed ora trovasi nel museo archeologico di quella città. 

(1) Attilio Zuccagni-Orlandini, Atlante geografico , fisico, storico 

del Granducato di Toscana. Firenze, 1832. 

(2) D. H. L. Testimi Victorini — L. Testimus Valerianus et L. 

Testimus Verus — Fratri durissimo. 

(3) Dante Alighieri, Il Convito, IV, 11. 






San Salvadore a Capo d’Arno, di Tega e di Pietrafìtta, 
e nelle antiche Pievi di Buiano, di Romena, di Stia, di 
Montemignaio, di Vado (Castel San Niccolò) e di altre 
di cui non restano nè ruderi nè nome. 

Il periodo Longobardo è chiaramente segnato dai 
molti nomi d’origine longobarda e dal dominio delle 
varie famiglie longobarde (come i Cattaui, gli libertini 
e forse i Gnidi), che ebbero nel Casentino concessioni 
imperiali. 

Intanto ci auguriamo che, indipendentemente da un 
certo risveglio più speculativo che scientifico, s’accresca 
e si moltiplichi il numero di coloro che si dedicano con 
ardore disinteressato alle cose d’arte e di antichità, e 
si faccia più vivo l’amore per gli scavi, affinchè si riesca 
a carpire alle viscere della terra il verbo che renda la 
vita al popolo etrusco e romano, al modo stesso che la 
traduzione di poche parole egizie bastò all’Europa per 
rompere il velo che nascondeva la storia dei Faraoni e 
per far parlare agli obelischi un linguaggio morto da 
tanti secoli ! 

Ex monumentis testes excitamus ! (1) 

« Noi abbiamo, scrive il ricordato Gamurrini, l’om¬ 
bra del passato che grado a grado ci sfugge, e che colla 
pazienza e coll’ ingegno dobbiamo richiamare dall’ oblìo, 
come si favoleggia di Orfeo che col canto potè trarre 
Euridice dalle tenebre dell’Èrebo. Ne succederà al di¬ 
letto condegna,lode e si provvederà al decoro nazionale 
cotanto offeso che gli stranieri vengano a fare le sco¬ 
perte in casa nostra nella geologia, nella paleontologia, 
nelle antichità, nell’ arte e nella storia ! » (2) 


(1) Cicerone, De finibus. 

(2) Gian Francesco Gamurrini, Discorso inaugurale, per VAccademia 
della “ Nuova Fenice. ” Orvieto, 1889. 











— 9 — 


Notizie storiche 


.Quest’ è tal punto 

Clie più savio di te già fece errante. 

Dante, Purg., c. XXV. 

L’origine storica del Casentino si perde nella notte 
de’ tempi. La prima memoria si trova in un diploma 
attribuito a Carlo Magno e risale al 774. (1) Innanzi a 
questo tempo tutto è ipotesi e congettura ; sicché coloro 
che tentarono di scrivere la storia antica di questa re¬ 
gione hanno dovuto abbandonare le loro investigazioni 
e rinunziare all’impresa col doloroso fateor di non sa¬ 
pere sciogliere il nodo. Colui pertanto che si mettesse in 
animo di scrivere una storia del Casentino secondo le 
leggi cronologiche, e fornita di necessarie allegazioni, 
imprenderebbe opera nonché malagevole, impossibile. 
Infatti, che potrebbe narrarsi del Casentino prima del 
secolo Vili, se innanzi a quel tempo non è venuto fatto 
agli studiosi di trovare pur nominata questa provincia ? 
E a che servirebbero le poche, incerte e slegate notizie 
che di alcuni secoli avanti e dopo il mille potrebbero a 
gran fatica raccogliersi nell’oceano immenso del Mura¬ 
tori, nei poderosi volumi degli Annali Gamaldolensi, nel 
mare magno delle cronache del Villani e de\V Ammirato 
e in quelle attribuite al Malispini e al Compagni , nella 
immensa scoria di Annio da Viterbo ed in tanti altri au¬ 
tori antichi e moderni, che non si stanno qui a nominare 
per non fare un’inutile litania 1 ? 

Lasciate dunque in disparte le favole che, per in ge¬ 


li) Muratori, Antichità italiane. Voi. XIII, di ss. 07, pag. 670. 







— IO — 

imita o vaghezza del meraviglioso, alcuni pretesero darci 
ad intendere per storia vera del Casentino, noi, stimando 
stultus labor ineptiarum, quello pur anco di fermarci a 
discuterle, accenniamo soltanto come nel medio evo 
questa provincia seguisse con varia vicenda le sorti del 
resto della Toscana ; e ci limiteremo a parlare dei Conti 
Guidi ed a tracciarne ora brevemente la storia, eh’è 
pur la storia in qne’ tempi del Casentino j anzi può dirsi 
che la famiglia dei Gnidi trovasi mescolata ai principali 
avvenimenti della Toscana e della Romagna dal X al 
XV secolo } tale e tanta era la sua potenza, (1) riservan¬ 
doci di trattare particolarmente dei singoli individui di 
quella celebre famiglia ogniqualvolta la storia delle va¬ 
rie terre e castelli del Casentino, ov’ ebbero essi signo¬ 
ria, ne offrirà più acconcia ed opportuna occasione. 

Molti sono gli scrittori i quali o espressamente o per 
incidenza hanno trattato o scritto della nobilissima e 
potentissima famiglia dei Conti Guidi, che fu padrona 
di una gran parte della Romagna, del Casentino, del 
V al damo superiore e inferiore, del Mugello e di molte 
altre terre e castella jmste in varie parti della Toscana. 

Sotto gl’imperatori germanici, scrive il Cantini, fu¬ 
rono introdotti in Toscana e in altre parti d’Italia i conti 
rurali, così detti per avere essi il governo non di una 
città, ma di una terra o castello, i quali ebbero dagli 
Augusti non solamente il titolo, ma anche l’autorità dei 
Conti della città. Perciò anticamente ed anche prima del 
secolo XI si trovano i Conti di Toxa fra il Casentino e 
il Valdarno superiore, e i Conti Guidi in Casentino. Ri¬ 
guardo ai quali vi sono forti congetture per credere che 
i loro possessi alpini, nei quali esercitavano tutta 1’ au¬ 
torità, non derivassero da concessioni imperiali del X se- 


(1) Luigi Passerini, Famiglie celebri italiane. Milano, 1865. 











— 11 — 


colo, ma che fossero già ad essi attenenti fino dal 
tempo romano, e che, appunto per farli rispettare dalle 
città vicine, allora risorte di forza, li raccomandassero 
all’ Imperatore con riconoscerli da quello come una spe¬ 
cie di feudo oblato. (1) 

Altri, fra i quali il Lami, (2) il Gamurrini (3) e il 
Passerini (4) ritengono che i Conti Guidi fossero d’ori¬ 
gine longobarda, discendente da alcuno di quei signori 
trovati qui da Carlo Magno dopo la disfatta di Desiderio 
re dei Longobardi j e che perciò vivessero secondo la 
legge longobarda (5) juxta legem Longobar dorimi, come 
dicono gli Animalisti Camaldolensi (6). Altri, come se 
V Italia fosse un paese incapace di produrre alcun albero 
d’ indigena nobiltà, andarono mendicando il primo ram¬ 
pollo di tal famiglia al di la delle Alpi. 


(1) Lokenzo Cantini, Legislazione toscana. Voi. I, Firenze, 1S00. 

(2) Novelle letterarie fiorentine. 

(3) Historia delle famiglie illustri toscane. 

(4) Loc. cit. 

(5) Nelle Novelle letterarie fiorentine del 1763, n. 9, cap. 1 , ci a e 
dal Bandini nel suo Odeporico del Casentino, si dà conto di una lettera 
del dott. Coltellini all’avvocato Baldasseroni, colla quale s’illustra una 
antica cartapecora inedita del 1288, die contiene un istrirniente antico 
dotale appartenente a Firenze, e stampato a Lucca (Rocchi) nel 1763 
Nominandosi in esso il morgincap, viene esattamente spiegato il sili¬ 
cato di questa voce germanica per donazione mattutina, cioè dono fatto 
dal marito alla sposa dopo la prima notte di matrimonio. Dai longobardi 
passò fra noi il morgincap, ed anche cessato il dominio di quei popoli, vi 
si mantenne, e negli antichi formularii se ne trova menzione. E si cita 
anche una carta fiorentina del 1389, da cui resulta che da quel tempo si 
durava in Firenze ad usare ed osservare la legge dei longobardi unita¬ 
mente agli statuti e ordinamenti del Comune di Firenze. Re Lucrando 
aveva decretato che il morgincap non dovesse oltrepassare un quarto del 
valore degli averi dello sposo. Poi si principiò a dare il morgincap avanti 
le nozze perchè spesso accadeva che, dopo la consumazione del matrimonio, 
i mariti non davano piti il dono oppure lo riducevano a vane speranze. 

(6) Annali Camaldolensi , ILI. 58, 1093 anno. 





— 12 — 

Dal quale errore, in cui caddero il Sansovino, VAm¬ 
mirato, il Villani, il Malispini e altri molti, derivò il 
racconto fantastico che la famiglia dei Guidi fosse ve¬ 
nuta dalla Germania in Italia con Ottone I, intorno al 
948, e che il feudo del Casentino lor pervenisse come 
dote concessa da Ottone IV alla buona Gualdrada dei 
Ravignarli, (1) che sposò il Conte Guido detto il Vecchio. (2) 
E questo falso principio assegnato alla famiglia dei Guidi 
tu cagione che la storia di loro si è piena di tante im¬ 
probabilità e di errori sì grossolani, che troppa pena 
sarebbe e tempo perduto riferirli nonché confutarli. Pa¬ 
rimente in vammi laboraverunt quelli che pretesero fare 
un esatto e completo albero genealogico della famiglia 
dei Gnidi, la quale, come dice il Bassermann, ha ancora 
bisogno d’assetto e d’accertamento. (3) 

Il Tolosano, cronista faentino del secolo XIII e poi 
il Jiossi, (4) storico ravennate accreditatissimo, sono i soli 
che, a giudizio dei più competenti, (5) offrono dati baste- 
\ oli per poter fissare con fondamento al cominciare del 
secolo IX e nella persona di Tegrimo conte Palatino di 


(1) Si racconta clic questa bellissima fanciulla offerta indecentemente 
dal padre ai baci di Ottone IV imperatore, rispondesse in sua presenza 
die uomo vivente non la bacerebbe che non fosse sito marito ; e che questa 
franca e pudica risposta tanto piacesse al monarca eli’ei volle farla sposa 

a Guido, assegnandole per dote la maggior parte delle terre e castelli del 
Casentino. 


V) Erano i Ravignani ond’è disceso 

Il Conte Guido, e qualunque del nome 
Dell’ alto Tlellincione ha poscia preso. 

Dante, Paradiso, c. XVI. 

(3) Bassermann, Orme di Dante in Italia, traduzione di Emilio Gorra 
Bologna, Zanichelli, 1902. 

(4) Girolamo Rossi, Hist. Ravenn., lib. IV, ad ann. 904, 967, 997. 

(5) A. M. Bandini, Odeporico del Casentino. MS. nella BibliotecaMa- 
riicelhaua d! Firenze. - Luigi Passerini, Storia della famiglia dei Conti 
Guidi. Milano 1865. 














— 13 - 


Toscana, chiamato anche semplicemente Guido, già 
grande e potente signore, il primo stipite dei Conti 
Guidi, senza pregiudicare il pregio, onde possono infal¬ 
libilmente gloriarsi, di una assai più remota antichità. 

Fissatisi i Guidi a Ravenna, ne furono poi cacciati 
per i delitti commessi da uno di lor famiglia, spinto da 
sfrenata lussuria : e tutti furono uccisi tranne un fan¬ 
ciullo chiamato Guido, soprannominato Bevisangue, per¬ 
la crudele vendetta ciré fece poi sui Ravennati. 

Le notizie più remote della famiglia dei Guidi, risal¬ 
gono a Tegrimo, conte Palatino di Toscana, dignità di 
gran conto, perchè soltanto con quel titolo erano am¬ 
messi a dimorare nel palazzo imperiale. 

Narrano pertanto di lui questi storici che circa 1’ anno 
923 viveva con grande magnificenza e splendore nel suo 
castello di Modigliana la bella Contessa Bugiarada figlia 
di Martino duca di Ravenna. Il detto conte Tegrimo o 
Guido, giovane per nobiltà, ricchezze e dignità distintis¬ 


simo 


aspirando alla mano di lei, ùnse, sotto pretesto di 
caccia, di condursi casualmente fin presso al castello di 
Modigliana; e, avendo uccisa una cerva, domandò di 
farne dono alla beila e nobile castellana. Piacque alla 
donna V atto cortese, e riuscito egli colle sue maniere a 
cattivarsi la benevolenza di lei, potè ben presto torsela 
in moglie, e così farsi signore di Modigliana e allargare 
successivamente il proprio dominio e quello de suoi di¬ 
scendenti, che si estendeva anche nel Casentino, ove 
fissarono le loro sedi principali nei castelli di Poppi, di 
Pomena, di Por ciano, di Battifolle, eli Palagio, eli Ur¬ 
liceli, di Borgo alla Collina, di Bagginopoli e di Lierna. 

Questo fu il principio della potenza dei Guidi, la 
quale poi grandemente si accrebbe, costituendo un poten¬ 
tissimo stato che comprendeva gran parte dell Emilia 
e della Romagna, il Mugello, gran parte del contado di 
Prato e eli Pistoia, le più importanti terre e castella 





del Val damo inferiore e superiore, e tutto il Casentino. 
Ebbero poi i Guidi le più alte cariche civili, militari ed 
ecclesiastiche (1) in Arezzo, Firenze, Siena, Ravenna, 
Forlì, Faenza e Bologna. Questa potente famiglia non 
aveva allora rivali nella Toscana ; e, come dice il De 
Navenne , (2) tutto porta a credere che per la loro gran¬ 
dezza avrebbero potuto, al pari d’altre famiglie feudali, 
costituire un principato autonomo e indipendente, se a 
tempo opportuno avessero rinunziato ad essere gover¬ 
nati dalla legge longobarda che stabiliva la divisione 
ereditaria per capi. 

Nei due secoli che precedettero e susseguirono il 
mille, e specialmente nel secolo XIII allorché tutto il 
Casentino fu assolutamente eretto in provincia feudale 
sotto la signoria dei Conti Guidi, vennero essi in straor¬ 
dinaria grandezza e potenza. Anco in Firenze, ove pos¬ 
sedevano case con torre, (3) godevano antica e tradizio¬ 
nale riverenza, (4) tanto da esservi spesso chiamati (come 
vedremo in seguito) a reggerne il governo, nel quale me¬ 
ritarono lode grandissima, sia per la prodezza loro nelle 
armi, sia per la saggezza dimostrata nelle faccende civili. 


(1) G-uido da Battifolle fa nominato da Re Roberto di Napoli suo Vi¬ 
cario in Firenze ; Alessandro da Romena fu fatto capitano generale dei 
fuorusciti Fiorentini, Guido Novello fu eletto da Manfredi a Potestà di 
Firenze e Guido Boccatorta fu Vescovo di Arezzo. 

(2) De Navenne, Entro le Tibre et V Arno. Paris, 1903. 

(3) Le case dei Conti Guidi erano allora di fianco al Palazzo Strozzi, 
come rilevasi da una pianta di Firenze antica, comunicatami dall’ amico 
mio dott. Emilio Marcucci, l’originale della quale trovasi nel Museo di 
Berlino. Sopra un’arme dei Guidi, die lianno avuto varie imprese, ve- 
desi scritta questa leggenda : 

Chi ha la buona, fama e poi la perde, 

Bacquistare la può, ma non sì verde. 

(4) Isidoro Del Lungo, Dino Compagni e la sua Cronica. Firenze. 
Succ. Le Monnier, 1879. 






















— 15 — 

Tanta loro potenza principiò a dare sospetto alla Re¬ 
pubblica fiorentina, die per forza d’armi o per trattati 
incominciò a spogliare or questo or quello dei Gnidi; e 
tanto era il timore di tal potenza die, ad evitare 1’ an¬ 
niento di lor prosapia, la stessa Repubblica proibì, sotto 
minaccia di gravissime pene, ai cittadini di Firenze 
l’imparentarsi coi Guidi. (1) 

Ma in seguito la loro potenza andò declinando, per¬ 
ché, regolandosi essi, come lio detto, secondo la legge 
longobarda, dividevano i beni per capi e non per stirpi ; 
il che fu causa di notevole indebolimento, mentre dal- 
1’ altro lato i nascenti Comuni ne trassero motivo per 
accrescere i loro territorii. 

Fra i principali componenti di questa famiglia emerge 
grandiosa la figura di Guido Guerra, (2) quantunque nel- 
1’ oscurità che avvolge il tempo in cui visse, poche notizie 
sicure si abbiano di lui e della sua vita politica. Si sa 
che fece molte pie e generose donazioni, e dai molti ca¬ 
stelli dai quali furono datate, si rileva avere egli pos¬ 
seduto numerosi e ricchissimi feudi e di aver tutta nelle 
sue mani concentrata la signoria di Pistoia. Onde Ot¬ 
tone di Frisinga (3) lo chiama il più ricco signore della 
Toscana. La quale somma potenza ci dà ragione del 
perchè i monaci Camaldolensi, aneli’ essi molto potenti, 
richiesero nondimeno (1068) la sua protezione. Fu pure 
eletto in Firenze Vicario Reale della Toscana coll’ inca¬ 
rico speciale di ridurre a parte guelfa il reggimento 


(1) Passerini, loo. oit. 

(2) Nipote fu della buona Gualdrada, 

Guido Guerra ebbe nome, ed in sua vita 
Fece col senno assai e colla spada. 

Dante, Inferno, c. XVI. 


(3). De reb. gest., II, 33. 





16 — 


della cosa pubblica. I Guelfi di Lucca lo vollero a loro 
Potestà, e poi la massa dei Guelfi Toscani lo elesse a 
vita capitano generale. Se deve prestarsi fede alla tra¬ 
dizione, egli accompagnò Luigi IX di Francia in Pale¬ 
stina nella crociata del 1250, dalla quale narra la leg¬ 
genda avere egli portato seco alcune gocce del latte 
della Madonna! Se qui fosse luogo di religiosi commenti, 
dice il Litta, (1) vorrei osservare quanto la vera fede 
soffra dallo spaccio di tali fandonie. Filippo Villani, 
nei suoi ritratti storici dice di lui essere stato uomo di 
grande anima, pensatore profondo e agognatore di cose 
grandi, gagliardo e bellicoso, nei fatti d’arme prontis¬ 
simo, audace sprezzatoli d’ogni pericolo e nei casi dubbii 
e improvvisi pronto a riparare ciò che pareva perduto. 

Parlando di Poppi, diremo allora del celebre conte 
Simone da Battifolle e della parte importante eli’ egli 
ebbe nelle cose di Stato in Firenze. 

Anche nelle lettere ebbero i Guidi cultori non co¬ 
muni. Dirò a suo tempo di Roberto da Battifolle e della 
sua corrispondenza epistolare col Petrarca, Ma intanto 
giova ricordare Guido Novello di Federigo Novello di 
Guido Novello (2) morto nel 1322, che fu grande amico 
di Cino da Pistoia, al quale dedicò una canzone in lode 
di Arrigo VII, che è la 19 a dell’edizione del Ciampi. 

È pur meritevole di particolare menzione Ricciardo 
di Pietro nipote di Guglielmo detto Spadalunga , che fu 
poeta pregevole, e certamente non ultimo fra quelli del 
suo tempo. Lasciando la via battuta dai più volgari ri¬ 
matori che lo avevano preceduto, fu dei primi ad en¬ 
trare nella scuola del Petrarca, di cui fu seguace singo¬ 
larissimo, adoperando sottili artiffeii di stile bello e leg¬ 
giadro. 


(1) Litta, Famiglie celebri italiane. Milano, 18G7. 

(2) Litta, Famiglie celebri italiane. Milano, 1867. 










— 17 — 

Fu poi onorevolissima per la famiglia dei Guidi la 
ospitalità più volte e nobilmente accordata nei loro ca¬ 
stelli del Casentino al grande Alighieri, mentre esule ed 
infelice traeva ramingo la vita in cerca di un tetto 
ospitale. (1) 

Però, come vedremo, l’animo dell’Alighieri non fu 
dalla riconoscenza impedito dal dire la verità nella Di¬ 
vina Commedia quando si trattò di rimproverare la cat¬ 
tiva condotta di taluno dei Conti Guidi. 

Per oltre quattro secoli tennero i Guidi la signorìa • 
del Casentino, finché nel 1440 colla espulsione del conte 
Francesco (quando, come vedremo, insieme al castello 
di Poppi passò tutto il resto del Casentino sotto il do¬ 
minio della Repubblica fiorentina) ebbe fine la gran¬ 
dezza nella quale eransi per tanto tempo mantenuti in 
Toscana. Gli altri, se alcuno ve ne rimase, erano a sì 
piccola sostanza ridotti, che poco più si potea di loro 
tener conto che di privatissimi gentiluomini. 

Però il leone non cadde senza mandare un ruggito ! 
e Firenze in specie dovè porre in campo tutta la sua 
forza per sottomettere l’ultimo tra i dinasti del Casen¬ 
tino ; onde dei Conti Guidi ben disse il Montini: 

Dopo un corso di secoli non langue 
La fama illustre e ’l generoso istinto 
All’armi ereditario e alle contese, 

Vago di gloria e di sovrane imprese. (2) 

I molti e grandiosi castelli e le superbe mura che 
ancora torreggiano nel Casentino, fermando ad ogni passo 


(1) Luigi Passerini, loc. cit. 

(2) Innocenzo Montini, Contrasto di preminenza fra tre paesi della 
Toscana, che sono il Valdarno, il Mugello e il Casentino. — Canto di un 
insigne accademico innominato (Firenze 1761), nel quale l’autore con molto 
ingegno e grazia fa prevalere i meriti del Casentino eli’egli chiama “ l’o- 
nor dell’Alpi e delle muse albergo. ” 


2 






— 18 



p attenzione del viaggiatore, e che, come (licer a il h an¬ 
nulla, aspettano il loro Giacosa, (1) sono pur essi testi¬ 
moni parlanti della magnificenza e del potere dei conti 
Gnidi, e si conserveranno tuttavia per molto tempo quali 
simulacri delle famiglie onde furono culla e come altret¬ 
tante pagine indelebili di storia ove sta scritto: gran¬ 
dezza e rovine ! E se il tempo non avesse distrutte tante 
cose e gli uomini non ne avessero tante dimenticate, ba¬ 
sterebbe correre ivi di valle in valle, di collina in col¬ 
lina, passare dalle sorgenti di un torrente a quelle del¬ 
l’Arno, e vi troveremmo monumenti parlanti tutt’ ora 
di molte generazioni e di tanti eroi; e la Toscana sa¬ 
rebbe illustrata in tutta la sua storia cominciando dal- 
l’origine delle principali famiglie romane (se non vo¬ 
gliamo dire etnische) fino all’invasione dei barbari, e 
dal dominio feudale fino alla distruzione delle piccole 
repubbliche colle quali si estinsero le gare dei privati, 
più che pubblici, partiti, e fu dato un termine a tante 
guerre municipali. 

Fra quelle mura turrite si svolsero per molti secoli 
le vicende di quei fieri castellani ai quali la pace 
non era altro che preparazione di nuove guerre op- 
pur d’audaci intraprese, alternantesi fra le glorie di 
Simone da Battifolle e le vergogne di Guido e d’Ales¬ 
sandro da Romena, istigatori del falsario di Brescia. E 
quando tanti monumenti distrutti evocano un passato 
di grandi colpe e di grandi virtù, d’originali e paurose 
leggende, sentiamo vivo il desiderio di tutto investigare 
e conoscere, quasiché ogni avanzo dei caduti edifizii 
possa rivelarci la storia di quei popoli nella fatale vi¬ 
cenda dell’amore e dell’odio, del riso e del pianto. 

Una pagina importantissima della storia del Casen- 


(1) Giornale il Fanfulla, 29 giugno, 1882, n. 174. 


















— 19 


tino è quella che si riferisce allo stabilimento delle Con¬ 
gregazioni monastiche, alla fondazione dei vari Asili 
eremitici e all’opera benefica di quella pacifica e valo¬ 
rosa milizia, le cui imprese civili furono, come dice il 
Giacchi, (1) molto più utili delle battaglie napoleoniche ; 
perchè guidata da viva fede e da ferrea volontà, seppe 
combattere la più ardua delle battaglie, quella cioè 
contro la tirannide e l’ignoranza, e cooperare inerme, 
povera e sola contro la prepotenza dei grandi, conser¬ 
vando nel quieto asilo del chiostro le ultime scintille 
della morente libertà e gli ultimi avanzi della scienza av¬ 
vilita. E quando sotto il dominio dei barbari le arti e 
le lettere si riguardavano come cose volgari e indegne 
di un guerriero e di un nobile, gli Ordini monastici sep¬ 
pero conservare quel poco di letteratura eh’ era rimasta 
in Italia. (2) 

Quel tempo memorando in cui il mondo antico si 
disfaceva e fermentavano i germi del mondo nuovo, 
tempi di dolori, di lotte, di disperazioni e mine nella 
storia dei popoli, può dirsi l’età dell’ oro del Mona¬ 
chiSmo. 

Poi il monaco addiviene cenobita, si segrega dal 
mondo che vive diversamente, e si associa con altri che 
vivranno come lui. Si forma in tal modo come una so¬ 
cietà a parte, ma è aneli’ essa una società che s’incivi¬ 
lisce, e così, fra gli altri, 1’ Ordine di San Benedetto di¬ 
venta una forza ed una parte della società Medioevale. (3) 

San Benedetto, vero cavaliere del lavoro de’ suoi tempi, 
il quale, senza bisogno di predicarne, come oggi, ai 
quattro venti il diritto, se n’era fatto egli stesso un 
religioso dovere. 


(1) II Casentino e i Casentinesi. Empoli, 1874. 

(2) Lorenzo Pignotti, Storia della Toscana. Capolago, 1843. 

(3) Giuseppe Civinini, Le conversazioni del Giovedì. Pistoia, 1885. 







— 20 


Se si volesse, aggiunge a questo proposito il Bevetti, 
aver riguardo ai servigi clie i monaci del secolo XI e 
XII resero alla società col frenare la cupidigia dei ba¬ 
roni e degli altri signori feudali, e ai benefizi die i fon¬ 
datori e propagatori di ordini monastici hanno reso al¬ 
l’agricoltura, alle lettere, alle scienze, alle arti, di cui 
furono quasi gli unici cultori e depositarli, non si po¬ 
trebbe senza evidente ingiustizia e malignità non accor¬ 
dare a quelli Asili monastici un posto distinto in una 
opera storico-geografica. (1) 

« Una profonda oscurità, scrive il Gannirrini, domina 
i secoli di mezzo fino al sorgere del Comune : soltanto 
nel secolo X e XI si spande dai monasteri una luce 
tranquilla e. celeste che si riflette ancora nelle chiese, 
nei chiostri, e nei codici : sono i seguaci di San Benedetto 
che si pongono nella immensa e sanguinosa via come 
angeli custodi alla già morta civiltà latina, e divengono 
i precursori della nuova, col vangelo e colla operosità e 
santità della vita. Ed ecco che le ceneri ancor calde 
accumulate dai barbari si commuovono o s’accendono 
d’un’ anra di libertà ; ecco il Comune che spiega il 
vessillo del popolo: ecco la primavera d’Italia ! timido 
brilla il genio italiano come l’aurora ; salutiamo il giorno 
della nostra gloria. » (2) 

Quando presso le rive dell’ Arno casentinese quasi 
ogni altura munivasi di castelli e di ròcche, uomini forti 
per fede e generosi per pietà singolare, fondavano tra 
le gole dei monti celebri asili eremitici. E mentre in 
basso infuriavano le passioni e le lotte, e non s’udiva 
che il rumore delle armi, in alto la meditazione, la pre¬ 


fi) Emanuele Repetti, Dizionario geografico fisico e storico della 
Toscana. Firenze, 1841. 

(2) Gian-Francesco Gamurrini, Discorso inaugurale dei lavori del- 
l’Accademia “ La nuova Fenice. ” Orvieto, 1889. 








- 21 - 


glnera e il lavoro erano dolce ministero di concordia e di 
pace e fondamento di conforti e speranze. Dante Ali¬ 
ghieri ha conosciuto quei tempi ; ed anche 1 ni, contra¬ 
stato dai dolori della vita, cercò riposo nella quiete del 
chiostro di Fonte Avellana, di cui abbiamo la meravi¬ 
gliosa descrizione nel canto XXI del Paradiso ; e, come 
dice il De Xavenne, col suo divino poema ha celebrato 
ad un tempo gli uomini di guerra ed i santi del Casen¬ 
tino. (1) 

Dirò a suo tempo nel corso di questo libro ciò che 
più attiene alla storia delle istituzioni monastiche nel 
Casentino, considerate in sè stesse e nei loro rapporti 
colla società, spoglio di quel pregiudizio onde taluni ri¬ 
tengono incompatibile in un grande spirito la coesistenza 
della cultura e della fede, riguardando questa come un 
peso morto del passato e come triste retaggio di una 
razza inferiore. Io, invece, penso essere dovere di giu¬ 
stizia sociale il dare a Cesare ciò che è di Cesare, senza 
curarsi gran fatto se la moda del giorno porti a condan¬ 
nare al silenzio le opere di civiltà, solo perchè le mede¬ 
sime furono concepite da un umile fraticello e si parti¬ 
rono dal chiostro di un monastero. 

Sarà piccolezza d’ anima presso non pochi moderni il 
dire oggi così, ma noi, piuttosto d’ essere grandi con 
loro, amiamo essere piccoli con Dante, Colombo, Gali¬ 
leo, Vico e Michelangiolo Buonarroti il quale, dopo aver 
lavorato sulle opere che lo hanno reso immortale, an¬ 
dava col Vasari a pregare nelle chiese di Firenze, (2) ed 
esser piccoli anche con Giosuè Carducci il quale affer¬ 
mava esser ancor lecito a buona repubblica non vergo¬ 
gnarsi di Dio, eli’ è la più alta visione a cui si levino 


(1) De Ravenne, op. cit. 

(2) Mauro Ricci, Luigi Rosselli. Firenze, 1868. 




i popoli nella forza di lor gioventù, sole delle menti 
sublimi e dei cuori ardenti, trionfatore celebrato da 
Dante col più alto dei canti umani, che solca come 
fiume di luce la barbarie e la rompe. (1) 

Nella prima metà del NY secolo il Casentino passò, 
come si è detto, in potere della Repubblica fiorentina, 
e, quando questa alla sua volta perdè la propria libertà, 
divenne esso pure siguoria de’ Medici, per essere poi, 
come il resto della Toscana, soggettato al Governo della 
Casa d’Absburgo-Lorena. (2) 

Al tempo della dominazione francese in Italia, il Ca¬ 
sentino fu incluso aneli’ esso nel Dipartimento dell’Arno 
con dipendenza dalla Prefettura di Arezzo, alla cui pro¬ 
vincia anche oggi appartiene. 

Nel corso di questa narrazione oltre le notizie sto¬ 
riche che ci resultano da autentici documenti, andremo 
a mano a mano raccogliendo anche le varie tradizioni e 
leggende relative ai luoghi descritti, e che di gente in 
gente e d’ uno in altro sangue (3) giunsero fino a noi. 

I puritani della scuola positiva pongono all’ Indice 
tutto ciò che non cade sotto i sensi e fanno il viso ar¬ 
cigno allorquando vedono la tradizione e la leggenda 
seguire ingegnosamente la scienza e la storia nelle loro 
laboriose investigazioni. 

Noi invece, crediamo col Renan che la leggenda, gui¬ 
dando lo studioso attraverso le tenebre del passato, ab¬ 
bia in certi casi rifatta la storia come questa avrebbe 
dovuto essere scritta. Vi ha infatti un grande avvenire 
nella religione del passato, ed è certamente cosa inte- 


(1) G-iosuè Carducci, La libertà perpetua di San Marino. Bologna, 
Zanichelli, 1894. 

(2) Attilio Zuccagnt-Orlandin r , Atlante geografico, storico e fisico 
della Toscana. 

(3) Dante, Inferno, c. VII. 








23 - 


ressantissima raccogliere dalla viva voce, come da al¬ 
trettanti manoscritti, le tradizioni e i racconti popolari 
die si collegano alle montagne, alle foreste, alle rovine 
dei vecchi castelli, appunto perchè nessuna storia li ri¬ 
ferisce, nessuna iscrizione li ricorda, nessun itinerario 
li segna. Questi racconti che i figli ebbero dai loro pa¬ 
dri e questi da’ loro avi vanno pur troppo disparendo, 
perchè ogni giorno il sorriso incredulo del viaggiatore, 
spirito forte e spregiudicato, arresta sulle loro labbra 
queste leggende semplici e schiette, che fioriscono come 
le rose delle Alpi presso le rive dei torrenti e al piede 
dei monti. Perchè del resto, spogliare i luoghi della poe¬ 
sia de’ ricordi, la più intima e cara di tutte le poesie? 
Anche le cose reali dopo cinquanta, cento, mille anni 
non Saranno forse nient’ altro che tradizioni. Nei rac¬ 
conti, nelle leggende, nelle tradizioni, scrive il Lioy, 
riluce quella meravigliosa corrispondenza che è il patri¬ 
monio comune di tutta la stirpe ariana, e che sulle lab¬ 
bra delle nonne che addormentano i bambini, fa talora 
rivivere simboli e miti degli antichissimi avi. (1) 

Che cosa è, infatti, la storia, se non la leggenda pas¬ 
sata al grado di tradizione e da questa allo scritto? Gio¬ 
vanni Bovio diceva che la storia prima d’ essere libro 
fu pietra, e che 1’ anima della nazione prima di farsi 
pensiero di dotti fu sentimento di popolo. Perciò la leg¬ 
genda precede sempre la storia, ed ogni avanzo di an¬ 
tico monumento nasconde ed evoca in noi pensieri, af¬ 
fetti e ricordi di un passato che si vorrebbe compieta- 
mente conoscere. Sotto questo piccolo mondo esterno, 
che oggi tanto si agita, altro e più grande se ne na¬ 
sconde tra i ruderi delle pietre scolpite e scritte. L’ a- 
ratro ha mescolato la polvere de’ nostri antenati colla 


(1) Paolo Lioy, In Montagna. Bologna, Zanichelli, 1880. 






— 24 — 


terra che ci nutrisce, ed lia col solco profondo dissep¬ 
pellito documenti preziosi a testimonio di tempi lontani 
e di civiltà distrutte, alle quali sopravvive l’opera 
eterna e immutabile della natura. 

La storia può essere talvolta un lavoro artificioso 
che, passando per l’anima di chi la scrive, porti le 
tracce delle passioni personali ; onde avviene, come di¬ 
ceva il Malispini, che nello storico sia sospettabile il 
guelfo. 

Lasciamo dunque al lettore la libertà di apprezzare 
e scegliere, come più e meglio gli piace, il racconto po¬ 
sitivo e nudo conservato dalla penna dello storico e le 
tradizioni e leggende ritrovate dalla curiosità investiga- 
trice dello studioso; al quale, nel rimovere con paziente 
e assiduo lavoro la polvere dei tempi passati, accade 
sovente di scoprire tesori preziosissimi, di cui tanti 
altri, passandovi, neppure immaginarono V esistenza. 











Denominazione, topografia e confini 


.È valle 

Ben chiusa intorno per quant’ acqua pende, 
Aperta sol d’ onde per ampio calle 
Arno colla Soliggine discende, 

E, rivoltate a Rassina le spalle, 

Verso Arezzo s’avvia. 

Montini, Contrasto di preminenza, loc. cit. 

Dice il Pignotti, nella sua storia della Toscana, die 
parecchi, scrivendo dell’origine storica del Casentino e 
dell’etimologia del suo nome, pare abbiati fatto come 
la donna di Dante che, 

. traendo la rócca alla chioma, 

Favoleggiava colla sita famiglia. (1) 

Sembra infatti di leggere una novella per divertire 
i fanciulli, scorrendo i libri che trattano di questo dif¬ 
fìcile argomento, nel quale si è tanto lavorato d’immagi¬ 
nazione e di fantasia da cadere addirittura nel ridicolo. (2) 
Ed il più bello si è, che gli altri venuti dopo, senza nem¬ 
meno darsi la pena d’ appurare le cose e di passarle pel 
vaglio d’una sana critica o della semplice logica, han 


(1) Dante, Paradiso, c. XV. 

(2) Alcuni hanno fatto derivare il nome di Casentino dalla rinomanza 
de’ suoi abitanti nel fare il cacio ( caseum ), tantoché Giulio Cesare se lo 
faceva portare a Roma ! — Altri ne trovò l’etimologia scomponendo il 
nome: Case in tino, per la posizione dei villaggi posti come in fondo ad 
un chiuso circolare o meglio ellittico delle montagne casentinesi : dal che 
ebbe origine l’altra infondata ipotesi del Clausentinum (da luogo chiuso ), 
parola inventata di sana pianta per comodo del narratore. 










— 26 — 


ricopiato a parola gli errori dei primi, precisamente co¬ 
me le pecore che ciò che V uria fa, e 1’ altre fanno. (1) 

Innanzi tutto si è creduto essere il Casentino la Terra 
Passumena, che dicesi ricordata da Stradone, scam¬ 
biando nientemeno la parola Trasimeno con quella di 
Passumena, trovata scritta in qualche vecchio testo greco 
erroneamente tradotto. 

Infatti il testo greco vero diceva irpa>? Applico y 
0oaavpsva Xlprj, cioè il lago Trasimeno presso Arezzo, si 
vede bene essere stato cambiato in modo ridicolo, come 
dice l’Amati, l’acqua in terra, e il vero lago Trasimeno 
nella terra Passumena, che non è mai esistita. (2) 

Tutti poi sanno quanto si sia sbizzarrito il Mannueei (3) 
(sulla testimonianza di qualche erudito del secolo XYI, 
voglioso di tradurre in latino un vocabolo che dovette 
sembrargli volgare) nel far derivare il nome di Glusen- 
tinum dal castello di Chiusi presso la Verna, da lui 
creduto il famoso Clusium novum ricordato da Annio da 
Viterbo in relazione al famoso passaggio di Annibaie. 
Ma tuttociò è pura fantasia, prima di tutto per la ra¬ 
gione logica che il nome del territorio precede sempre 
quello della città che vi esiste : eppoi perchè nelle carte 
le più antiche, dove questa regione trovasi ricordata, il 
Casentino è sempre chiamato Casentinum, Valle Casen¬ 
tina o addirittura Casentino ! 

Anche lasciando da parte il famoso Diploma di Carlo 
Magno a favore della Badia di Nonantola, stampato dal 
Muratori (4), e la cui autenticità è posta in dubbio, vi 
sono le pergamene autentiche pubblicate dal Lami (5) 


(1) Geografi lib. V. 

(2) Pasquale Amati, Sopra il passaggio di Annibale per V appennino. 
Bologna, 1776. 

(3) Giuseppe Mannucci, Le glorie del Clusentino. Firenze 1687. 

(4) Antiquitates Italicae Mediiaevi, V. 647 

(5) Monum. JSccles. Florent. , p. 44. 















sotto la data dell’ aprile 1024, quelle degli Annali Camal- 
dolensi, (1) ristampate da Schiaparchi e Baldasseroni nel 
Regesto di Camaldoli, (2) noncliè altre elle il Soldani 
inserì nella 1Ustoria Passinianensis, nelle quali tutte 
(tra il secolo X e il XIII) si trova sempre il nome di 
Casentinum e Casentino. (3) E ciò che sembra più decisivo 
si è che anche Cristoforo Landino nelle sue Dispute 
Camaldolensi (4) scrive: agnini nostrum Casentinatem. 
Ed anche lo storico Vitale, che scriveva nel secolo XVII, 
dice: la valle casentina era un tempo popolatissima, 
ecc. ecc. (5) Le quali testimonianze bastano per provare 
che Casentinum è il vero nome antico, e che Clausen - 
tinum non è che parto della fantasia fabbricatrice di 
madornali spropositi. 

Altri finalmente pensarono (ed è opinione attendibile) 
che il Casentino potesse essere il paese dei Casuentil¬ 
lani ricordati da Plinio, (6) derivati dall’antica Casuen- 
timi, città posta al nord di Narni, da dove gli umbri 
casuentillani (o casuentini) si siano mossi e quindi sta¬ 
biliti fra gli antichissimi liguri della contrada situata 
presso le fonti dell’Arno. Ed a conferma di tale opinione, 
si cita VAtlas Antiquus dello Sprinter Menke (7), dove 
alla tavola XX ( Italiae regiones ), gli abitanti del ter¬ 
ritorio casentinese e di parte dell’ alto Mugello sono ap¬ 
punto indicati col nome di Casuentillani. Nel che con¬ 
corda l’Enciclopedia del Paulys, ove si leggono le pa- 


(1) I. App. 188 — anno 1008. 

(2) T. I. pag. 8, doc. 12, 114 e 280. 

(8) De curte Orgia (Orgi) in Casentino, e aduni in loco Casentino. 

(4) Christ. Landini, Quaest. Camald., Col. 3 e 4. 

(5) Salvatore Vitale, Il monte Serafico della Terna. Firenze, 1G28. 

(6) Disi. nat. libr. III. cap. 14. 

(7) S. M. Gotae, smnptibus Justus Perthes, 18G5. 





- 28 


role Gasuentini e Casentinum (1) che allora sembra si 
estendesse fino a Londa, nelle cui vicinanze il Gamurrini 
ritiene esistesse un tempo l’antica Gasnentum, capoluogo 
dei popoli Gasuentini , che, avrebbero dato il nome a 
questa regione. 

Concludiamo dicendo essere molto difficile determi¬ 
nare la vera etimologia del nome di Casentino: e quando 
i nomi non hanno significato palese nella lingua vivente 
è segno eh’essi risalgono ad un’altra perduta. Onde sem¬ 
bra ozioso l’affaticarsi in indagini il cui resultato altro 
poi non sarebbe che tempo perso ed inutile spargi¬ 
mento d’inchiostro. 

Piuttosto giova notare come i confini del Casentino 
subissero col volgere de’ tempi e col mutare delle vi¬ 
cende politiche variazioni importanti : senza di che non. 
si potrebbero intendere certi antichi documenti del se¬ 
colo XIII, XIV e XV, nei quali trovansi posti nel Ca¬ 
sentino luoghi che oggi non ne fanno più parte, e vice¬ 
versa esclusi (in comitatu aretino) altri che al presente 
vi sono compresi. Infatti Corella in Mugello era nel 
1483 chiamato Villa agri Gasentinatis , (2) mentrechè 
Dante fa terminare il Casentino presso il torrente Ar- 
cliiano. (3) Ond’è a ritenersi che allora i confini del 
Casentino si limitassero alla giurisdizione ecclesiastica 
della diocesi di Fiesole, mentre oggi il confine del Vai- 
damo Casentinese ( Valles Arni Superioris (4) ) sono prin- 


(1) Paulys. Ileal Encyclopddies der Classischen altertumsivìssenchatf 
urne bearbeiting mitwirkung zahlreicher von Georg. Vissowa. Stuttgart. 
Verlag, 1899. 

( 2 ) Necrologie del Monastero di S. Maria Novella di Firenze. 

’G . appiè del Casentino 

Ti aversa un’acqua ch’ha nome V Archiano. 

Dante, Purg., c. V. 

( 4 ) I capitoli del Comune di Firenze. Inventario e Regesto. 








— 29 — 


cipalmente determinati dalla sua configurazione topo¬ 
grafica. 

Il Casentino, che giace nella parte orientale della 
Toscana, è il primo e il più elevato bacino del fiume 
Arno dalla Falterona sino a Monte Giovi, dove si apre 
il secondo e più ampio bacino. 

La figura del Casentino, è come quella di un vasto 
anfiteatro cinto e coronato da alte montagne che scen¬ 
dono dalla catena centrale dell’Appennino e che lo di¬ 
vidono a ponente (ovest) dal Valdarno, a maestro (nord- 
ovest), a tramontana (nord) dalla Val di Sieve, a greco 
(nord-est) dalla Romagna Toscana, e a levante (est) dalla 
Valle Tiberina, restando aperto dal solo lato di mezzo¬ 
giorno (sud) per lasciar libero il corso al fiume Arno 
che si getta orgoglioso nell’adiacente piano di Arezzo. 

Agostino Miglio chiama il Casentino vaga e bella 
terra circondata dal petto e dalle braccia dall’ appen- 
nino, che si chiudono alla Montanina, e divise in due 
dall’Arno. (1) 

Questo fiume, che scorre pel Casentino lungo il suo 
maggior diametro da nord a sud, lo divide in due parti 
quasi uguali fra loro, onde potrebbe naturalmente distin¬ 
guersi in orientale ed occidentale. 

Dalla Falterona, che è il punto più elevato e cen¬ 
trale della montuosa catena, si stacca a destra una va¬ 
sta propagine che, dirigendosi ad ostro-libeccio (sud- 
sud-ovest) e deprimendosi presso il villaggio della Con¬ 
suma, forma il maestoso dorso del Pratomagno, dove si 
rialza in montagna di larga base a sproni lunghissimi, 
che curvandosi quasi ellitticamente a grado a grado e 
declinando per mezzo delle ultime diramazioni dei con- 


(1) Agostino Miglio, Descrizione del sacro monte della Verna . Fi¬ 
renze, 15G8. 





— 30 


trafforti che scendono dalVAlpe di Santa Trinila, s’ade¬ 
gua al piano della campagna aretina. 

A scirocco-levante (est-sud-est) dalla Falterona si di¬ 
stendono per qualche tratto i vertici dell’Appennino dal 
monte Falco alla giogaia di Scali, finché un’altra pro¬ 
pagine se ne distacca dalla quale si formano le Alpi di 
Serra, di Camaldoli, della Verna e di Catenaja. 

Finalmente le due estremità delle suddette propa¬ 
ghi i, dopo essersi ellitticamente incurvate, a guisa delle 
branche d’uno scorpione, per formare la pianura ba¬ 
gnata dall’Arno, si ravvicinano tanto fra loro, da com¬ 
pier quasi la curva mediante la gola del monte che, per 
il colle della Montanina (1) (posto sulla riva destra del¬ 
l’Arno presso il Borgo di Santa Mania), si serra in guisa 
da chiudere, insieme cogli opposti sproni di Monte Fo¬ 
resto, il primo bacino superiore del reai fiume. Il quale, 
ricevute in tal punto, come ultimo tributo, le acque del 
torrente Salutio a destra, e a sinistra quelle del fosso 
JBrella, lascia il Casentino che quivi resta diviso dalla 
pianura di Arezzo. 

Ma riferendosi alla delimitazione sopra indicata e de¬ 
scritta in corrispondenza anco alla presente circoscrizione 
territoriale amministrativa, la lunghezza del Casentino, 
ossia l’asse maggiore dell’ellisse, sarebbe di chilometri 
39 dalla Falterona a Santa Marna, e la sua larghezza, 
cioè l’asse minore, di chilometri 32'circa dal Pratoma¬ 
gno all’Alpe di Bagno ; misurando così una superficie 
di circa 800 chilometri quadri. 


(1) Geograficamente potrebbe il confine prolungarsi anclie sotto Ca- 
stelnuovo, come fece lo Zuccagni-Orlandmi nel suo Dizionario Geografico 
della Toscana. 










Fiumi e torrenti 


L’Arno stesso qui nasce e qui risquote 
Di Staggia, Archiano e di Leggina 1’ onde 
E del Solano altero, e tanto cresce 
Quivi, clie grande e in superalo! n’esce. 

Montini, loc. cit. 

L 'Arno, (1) il principe dei toschi il unii, nasce sul 
versante occidentale della Falterona presso la cima del 
monte, e traversa il Casentino da maestro (nord-ovest) a 
scirocco (sud-est) nel suo maggior diametro, bagnando 
a destra e a sinistra ridenti valli e ben coltivate colline 
la cui variata e pittoresca amenità s’alterna con grata 
vicenda ai verdeggianti boschi di castagni e di querci e 
al verde cupo delle maestose foreste di abeti e di faggi. 

In sul finire del periodo glaciale il Tevere era co¬ 
stituito da due rami di circa 150 chilometri di lunghezza 
«piasi paralleli, che si congiungevano a Orvieto; cioè 
uno press’a poco col percorso attuale del Tevere e l’al¬ 
tro che, nascente dal monte Falterona, percorreva il Ca¬ 
sentino fino ad Arezzo, la Valdichiana e il Trasimeno 
da cui per le valli della Tresa, del Chiarii e della Paglia 
si congiungeva sopra Orvieto al primo ramo. Ma nel 
volger dei secoli, allo sbocco del Casentino, il fiume 
scendente dalla Falterona cambiò direzione. Prese la 
gola attualmente chiamata di Giovi , e divenne il tratto 

o 


(1) Arno sembra essere voce etnisca, come almeno pensarono Giovanni 
Lami ( Odepor. fior., 1741) ed il marchese Scipione Maffei. L’antica locu¬ 
zione Samum del testo latino usata da Dante in varie epistole (ad Ar¬ 
rigo VII e a Moroello Malaspina) e nell’ opera De vulvari eloquio (cap. 6, 
pag. 151), nonché dal Boccaccio nell’Amato (pag. 6) fu poi convertita 






— 32 — 

più alto dell’Arno, cessando di scorrere verso la Valle 
della Chiana (1) che un tempo andava nel Tevere. (2) 

Ma successivamente col trascorrer del tempo le sor¬ 
genti de’ due fiumi si allontanarono, ed ora il Tevere 
nasce ben 48 chilometri distante dall’Arno. 

Ciò nondimeno « alcuni trattati di geografia, nota giu¬ 
stamente Olindo Guerrini, approvati, lodati, e adottati 
nelle scuole, fanno nascere l’Arno e il Tevere dallo stesso 
monte, uno di qua e l’altro di là colla fraterna armonia 
di due gemelli. Non è giovato che Dante, buon conosci¬ 
tore dell’Appennino, mettesse fra il Tevere e l’Arno il 
crudo sasso della Verna che tanto dalla Falterona, ove 
nasce l’Arno, quanto dal monte Fumaiolo, dove nasce 
il Tevere, si vede azzurra e sfumata nella profondità 
dell’orizzonte. Non giovarono le parecchie diecine di 
miglia che sono tra le due sorgenti e le interposte cime di 
Camaldoli, dell’Alpe di Serra e del Bastione per convin¬ 
cere i geografi che si copiano a vicenda. Nulla è giovato ; 
e il Tevere continua a nascere per gli scolari sempre in¬ 
sieme coll’Arno e dallo stesso monte della Falterona, » (3) 
come del resto nasceva secondo le croniche di Giovanni 
Villani e il Dittamondo di Fazio degli Uberti, per il 
(piale: el Tever surge in Falterona (lib. III). 

Dalla Falterona scende l’Arno nella piccola valle di 
Bocca-Pecorina, ove subito gli si uniscono a sinistra le 
acque dei fossi del V Amacelo e delle Ciliegeta, e a piè 
della valle riceve a destra 1’ acqua del torrente Gravina 


volgarmente in Arno, lasciata la $ iniziale, come praticò scrivere Dante 
stesso in varie sue opere e in molti luoghi della Divina Commedia (Ales¬ 
sandro Torri, Delle prose e poesie liriche di Dante. Livorno, 1843). — 
In testo si trova scritto : Arnae Caput (Capo d’Arno). 

(1) Bertarelli, Touring Club italiano, 1908, Fase. 5. 

(-) Cavurrini, Arezzo considerata nel suo aspetto strategico. Arezzo, 
1907. 

(3) Olindo Guerrini, Brandelli , Eoma. 1883. 











33 


: 0 *' 


die nasce nei poggi di Caspriano. Quivi nella località 
chiamata Mulino di Buccino si trova il primo ponte 
sull’Arno, che molto lunge accoglie dalla stessa parte 
le acque del Vincerla e quindi della Sega, lasciando a 
destra Castel Castagnaio, e poco di poi bagna alla si¬ 
nistra una piccola propagine del monte ove risiede Santa 
Maria delle Grazie. A questo punto e in luogo detto le 
Mulina, ove in antico esisteva un ponte (1) e dove un 
altro è stato di recente costruito, riceve a destra il tor¬ 
rente Bimaggio e dall’ opposto lato il fosso di Genica; 
e proseguendo lascia a sinistra il castello di Porciano, 
e poco dopo traversa la Terra di Stia, postagli a sini¬ 
stra, e dove trova il terzo ponte in pietra. All’estre¬ 
mità di questo paese riceve in sè le acque del grosso 
torrente Staggia, che nasce dai fianchi orientali del Gio- 
garello, e che alla sua volta si alimenta delle acque del 
torrente Oja. (2) Alla distanza di circa un chilometro 
da Stia accoglie Arno dal sinistro lato le acque del pic¬ 
colo fosso a Quercia, e corre poi rasente alla Terra di 
Pratovecchio, posta essa pure alla sinistra riva, ove in¬ 
contra il quarto ponte : e un po’ più oltre presso il can¬ 
tiere dell’Amministrazione della foresta casentinese spet¬ 
tante alla Casa d’Absburgo-Lorena, sbocca in Arno il 
torrente Fiumicello, che viene dal Casalino e da Asqua. 


(1) Questo ponte, del quale, secondo il citato Hwozzi, esistevano nel 
1766 gli ar r anzi, serviva per la strada maestra, ora da gran tempo abban¬ 
donata, die dal Casentino conduceva per la Consuma a Firenze, parten¬ 
dosi di fianco alla chiesa di Stia, accosto al campanile, oggi vicolo di San 
Francesco. 

(2) Questi due torrenti furono un tempo con un decreto mediceo ban¬ 
diti per la pesca delle trote ond’erano abbondantissimi (Tramontani, loc. 
cit.): oggi invece ne è a tutti permessa non solo la pesca, ma anche la 
distruzione, dappoiché nessuno si cura di provvedere al rispetto delle 
leggi poste a tutela della conservazione dei pesci, che potrebbero fornire 
al popolo un alimento gratuito e nutriente. 






— 34 


Seguitando Arno il suo corso, che qui cessa di essere 
torrenziale, discende a bagnare le radici del colle sopra 
cui è posto il Castello di Romena, e poco sotto lascia 
alla destra il Borgo alla Collina di dove comincia la 
pianura di Campaldino, presso alla quale e trova il 
quinto ponte per cui si accede alle comunità di Castel 
San Niccolò e di Montemignaio. Entra quivi nell’Arno a 
destra il grosso torrente Solano ricchissimo d’acque, ohe 
ha origine dai gioghi del Pratomagno, e poco più sotto 
presso a Strami il torrente Boriile, poi il fosso di Ilo le¬ 
sine e quindi presso Poppi il torrentello Bora. Di fronte 
a questa nobile Terra, sulla quale emerge il merlato 
palazzo dei Conti Guidi, trovasi il sesto ponte onde s’in¬ 
titola 1’ adiacente frazione comunale di Ponte a Poppi. 
Procedendo oltre, accoglie Arno a sinistra il torrente 
Sova; e dopo due chilometri circa a destra il torrente 
Teggina, e quasi in faccia a sinistra VArchiano rubo sto, 
ove è il settimo ponte costruito recentemente e detto 
il ponte di Toppoli. Dall’ imboccatura dell’Archiano 
scende l’Amo a bagnare le radici del colle sul quale è 
posta Bibbiena, per andar poi ad incontrare il piccolo 
torrente Vessa, e dopo due chilometri circa, e sempre 
dal sinistro lato, vi scarica le sue acque rovinose il 
grosso torrente Corsalone. (1) Dopo di che corre l’Arno 
alla volta di Rassina, ove prima di giungere riceve le 
acque del torrente omonimo che scende dai gioghi del 
monte Calvano; e passato poi sotto l’antico ponte di 
Rassina, che è 1’ ottavo, e lasciata a destra la Pieve a So- 
cana, va a ricevere dalla stessa parte le acque del tor¬ 
rente Soliggine che sgorga dai monti di Faltona. Non 
molto lungi, e a piè del colle della Montanina, ove 


(1) Quasi di fronte era un antico ponte romano detto il Pontaccio, del 
quale esistevano non molto indietro gli avanzi degli archi, oggi vandali¬ 
camente distrutti. 













pure in antico era un ponte (1) e dove oggi è la villa 
amenissima dei signori Cherici, si confondono con quelle 
dell’Arno a destra le acque del torrente Salutio ; a si¬ 
nistra quelle del fosso Pretta, e finalmente poco più 
oltre a destra quelle del torrente Zenna, il corso del 
quale segna in quel punto l’estremo limite del Casen¬ 
tino. Di qui il reai fiume entra nella pianura di Arezzo 
inoltrandosi verso quella città dalla quale rivolgesi poi 
bruscamente in contrario senso per una direzione quasi 
parallela a quella del suo primo corso. (2) 

Pare cbe anticamente l’Arno fosse, anclie in questo 
suo primo bacino, in certo qual modo navigabile come 
ne fanno fede gii scrittori antichi: ed anco più recen¬ 
temente, cioè al tempo del Tramontani vissuto nel 1780, 
serviva questo fiume a trasportare in tempo di piene il 
legname delle foreste casentinesi, raccolto e insieme col¬ 
legato a guisa di zattere o foderi: (3) a ricordo e con¬ 
ferma del qual fatto esiste un ponte sull’Arno (il terzo 
sopra indicato) che chiamasi tuttora il ponte del foderino. 
Certo allorquando il Casentino era una regione princi¬ 
palmente o, a dir meglio, quasi totalmentè boschiva, 
eravi pure maggior ricchezza di acque, diminuita oggi 
per effetto del diboscamento. Nella vita del Padre Igna¬ 
zio Danti perugino e frate domenicano del secolo XYI, 
scritta dal Padre V. Marchese dei PP. si legge quanto 
appresso : « Sulla montagna della Consuma, che e situata 
nel Casentino, e che è una continuazione dell’Appen¬ 
nino, esiste verso la parte di Pratovecchio una* spa¬ 
ziosa valle, nella quale si avevano a raccogliere le acque 


(1) Morozzi, loc. cit. 

(2) Le diligenti operazioni trigonometriche eseguite dall’ insigne mate¬ 
matico e astronomo P. Giovanni Inghirami possono servire di aiuto per 
avere notizie esatte sulla livellazione dell’Arno nei suoi varii bacini, 

(3) Tramontani, loc, cit. 




36 — 


eli tutti quei monti per formare un lago, dal quale forse 
si dovevano partire i due canali, cioè quello per intro¬ 
dursi nell’Adriatico, e l’altro per scendere nell’Arno e 
venire nel mar toscano, e forse colla formazione di un 
altro lago nella sommità dell’Appennino toscano. Questi 
due canali non potevano essere navigabili senza molti 
sostegni e cateratte e artificiali ricettacoli, dove si do¬ 
vessero abbassare e alzare le acque. Questa operazione, 
se fosse stata eseguita, avrebbe facilitato ai Toscani, 
per l’abbreviamento del viaggio, il commercio del Le¬ 
vante, e la Toscana sarebbe addivenuta il magazzino 
delle merci orientali, e Firenze farebbe nel mondo una 
comparsa non meno luminosa di quella die fanno le 
città più commercianti d’ Europa. » (1) 

Questi sono i principali corsi d’ acqua che alla lor 
volta ricevono il tributo di altri minori e dei 

ruscelletti clic da’ verdi colli 
Del Gasentin discendon giuso in Arno 
Facendo i lor canali freddi e molli; (2) 

ruscelletti i quali se valsero, come dice il Tommaseo a 
ispirare e consolare il grande Poeta esule nel Casentino, 
non gli avranno certamente colla lor freschezza alleviata 
la sete della patria. (3) E forse a sfogo di questa sete e 
per aver motivo d’inveire contro le città della Toscana 
bagnate dall’Arno, prese l’iroso poeta a descriverne il 
corso con questa famosa invettiva (Purgatorio, canto 
XIV) che il Del Lungo qualifica spietata corografia mo¬ 
rale della Toscana. (4) 


(1) Memorie dei più insigni pittori, scultori e architetti domenicani. Bo¬ 
logna, 1879. 

(2) Dante, Inferno, c. XXX. 

(3) Xiccolò Iommasèo, Commento alla Divina Commedia. Milano, 
1869. 

(4) Isidoro Del Lungo, Dell’esilio di Dante. Firenze, 1881. 









Per messa Toscana si spasia 
Un fìumicel che nasce in Palter ona. 
P cento miglia di corso noi sosia. 


Tra brutti porci ( 1 ) più degni di galle 
Che cV altro cibo fatto in uman uso 
Dirissa, prima il suo povero calle. 

Dotoli ( 2 ) trova poi, venendo giuso, 

^Ringhiosi più che non chiede lor possa, 

P da lor disdegnosa torce il muso. 

Passi caggendo, e quanto ella più ingrossa, 
Tanto più trova di can farsi lupi (3) 

La maladetta e sventurata fossa. 

Discesa poi per li pelaghi cupi, 

Trova le volpi (4) sì piene di froda, 

Che non temono ingegno che le occupi. 

Dice il Bassermann die questi pochi versi sono uno 
dei passi più celebrati della Divina Commedia, e come 
la città natale di Dante così anche il fiume sul quale 
essa sorge, occupa gran parte della rappresentazione del 
Poeta 5 e qui come là si trovano in contrasto fra loro 
1 ’ amore del toscano al suo paese ed il rancore dell’ uomo 
politico verso i suoi concittadini. (5) 

Quando poi al determinare a chi Dante intendesse 
di alludere colla ingiuriosa espressione di brutti porci, 
pare ormai accolta e accettata 1 ’ opinione che P Alighieri 
volesse riferirla non ai soli Conti Guidi di Porciano 
(come anche tal nome vale a giustificare P idea) ma a 


(1) I Casentinesi. 

(2) Gli Aretini. 

(3) I Fiorentini. 

(4) I Pisani. 

(5) Bassermann, op . cit . 







— 38 — 


tutti i Conti Guidi del Casentino, venuti in odio al Poeta 
per la tradita fede ad Arrigo VII. 

La quale più lata interpretazione corrisponde per¬ 
fettamente all’ idea di Dante, di dividere l’Arno in varii 
tratti dei quali il primo die scorre tra brutti porci con¬ 
lina appunto col secondo tratto die è quello dei botoli 
ringhiosi di Arezzo. 

Quanto poi al cibarsi di galle (o ghiande) il Basser- 
mann, ignaro delle condizioni economiche degli antichi 
casentinesi che vivevano agiatamente co’ loro prodotti 
agrarii e pastorizi, crede sul serio che quella gente si 
cibasse di ghiande ! Ed aggiunge che Dante può avere 
fatto uso di tale immagine per dimostrare l’indigenza 
dei casentinesi ! e finalmente conclude che con tale in¬ 
terpretazione anche il povero calle troverebbe una spie¬ 
gazione naturale e spontanea! (1) 

Noi salutiamo con piacere quelli stranieri che, inve¬ 
stigando la nostra storia e le nostre glorie monumentali 
ed artistiche, ce le fanno in tal modo doppiamente ap¬ 
prezzare attraverso il prisma dell’altrui giudizio. Marni 
tal giudizio dev’ essere il resultato di studi serii e pro¬ 
fondi di tutto ciò che attiene al passato ed al presente 
di un popolo, e soprattutto alla sua lingua eh’ è fonte 
d’ogni ricerca. Altrimenti si cade (coni’è caduto il Bas- 
sermann nella descrizione dantesca del primo corso del¬ 
l’Arno) nell’errore di prendere le parole galle e povero 
nel loro significato letterale comune senza accorgersi che 
l’Alighieri le usò nel solo senso figurativo, giacché il 
più semplice contadino sa che per povertà del corso di 
un fiume deve intendersi unicamente la scarsità delle 
sue acque. 

Dovrò in seguito fare in proposito altri rilievi con- 


(1) Basserman, op . cit . 







- 39 — 


simili per dimostrare come talvolta questi dotti stranieri, 
invasi dalla manìa di novità e di scoperte in un campo 
die credono inesplorato, sogliono rigettare come inutile 
scoria fatti appoggiati a secolari e vive tradizioni, per 
poi rivendere per oro colato certe novelle fantastiche 
udite narrare da qualche guida chiacchierona e ignorante, 
e che da noi furono già da gran tempo condannate al 
cestino. 

Tornando all’Arno, vedremo in seguito come frequen¬ 
temente sia stato l’Arno ricordato e celebrato dall’Ali¬ 
ghieri. Così sulle rive del bel fiume (1) inalzò i più sublimi 
suoi canti l’italica musa, ed ivi pur risuonarono i versi 
più gentili e affettuosi fra quanti seppero mai cantare 
coloro che 

Mime d’amore usar dolci e leggiadre. 

Come pure sulle rive dell’Arno mosse, per dir così, 
i primi suoi passi e poco di poi giganteggiò la nostra 
favella: e la prosa italiana, che apparve di poi tanto 
piena, maestosa e potente negli storici e negli oratori; 
che uscì disinvolta, scorrevole e gaja dalla penna dei 
novellieri e de’ comici, e arguta e mordace da quella 
de’ nostri satirici, fu già fin dal suo nascere nutrita e 
amorosamente allevata sulle sponde di questo storico 
fiume. Ond’è che l’Arno può dirsi il simbolo in cui si 
compendiano i fasti più splendidi delle nostre gloiie 
artistiche, scientifiche e letterarie. 

Chiudo questo capitolo con alcuni versi di Gabriele 
jyAnnunzio, che dalla sua dimora allo storico e mae¬ 
stoso Castello di Romena, ispiravasi a celebrare le bel¬ 
lezze naturali del Casentino, e specialmente il fiume che 
lo attraversa : 


(1) Dante, Inferno, c. XXIII. 






— 40 — 


Ancora ei grida all’Arno: 
in te mia speme è sola, 
soccorri presto che la ninfa vola. 


Givi loderà ..... 
i rivi freddi e molli 
del Casentino giù pe’ verdi colli ? 

Strepiti freschi in sassi 
politi, argille chiare, 
argini d’ eri)a, file 
di piopqii alti, vivai 
di salci giovanetti, 
cupe conche pescose, 
ombre che il quadrel d’oro 
fiede, ambigui meandri, 
or chi di voi si gode 
e tempra nel cuor suo la vostra lode ? 

Questa è la foce; e quanto 
paese l’acqua corre 
che non godiamo immoti ! 

Le valli sono cave 
come la man che beve; 
i monti gonfii come 
mammella non premuta. 

Il gregge passa il guado. 

Il mulino rintrona. 

Solingo è un fonte nella Falterona. 

Cade la sera. Nasce 
la luna dalla Nenia 
cruda> roseo nimbo 
di tal eh’ espande pace 
senza parola dire. 

Pace hanno tutti i gioghi : 
si fa più dolce il lungo 
dorso di Pratomagno, 







— 41 — 


come se blandimento 

d’ amica man V induca a sopor lento. 

Su i pianori selvosi 
ardon le carbonaie, 
solenni fuochi in vista. 

L’Arno luce fra i pioppi. 

Stormire grande ad ogni 
soffio, vince il corale 
ploro de’ flauti alati 
che la gramigna asconde. 

E non s’ode altra voce. 

Dai monti l’acqua corre a questa foce. (1) 


Stato delle foreste 


Cadoii recise dai taglienti ferri 
Le sacre palme, e i frassini selvaggi, 

I funebri cipressi, i pini e i cerri, 

L’ elei frondose, gli alti abeti e i faggi, 

Che mille volte rinnovar le chiome, 

E mille volte ad ogni incontro immote, 

L’ire de’ venti han rintuzzate e dome. 

Tasso, Gerusalemme liberata, c. III. 

Nei secoli anteriori agli Etruschi il Casentino era una 
selva selvaggia e una continua foresta di abeti e di faggi 
nelle alture, di querci e di castagni nelle colline, e di 
piante palustri nella pianura ove l’Arno vagava senza 
ritegno. 


(1) Gabriele D’Annunzio, Laudi del cielo, del mare, della terra e 
degli eroi. Libro III. (Alcione) I tributarli. Milano, 1908. 















Al tempo poi de’ Romani apparisce questa regione 
divisa in quei latifondi che perderono l’Italia, confidati 
alle braccia dei servi glebce e sparsi qua e là de’ loro 
miseri tugurii e capanne. 

Però anche in tempi meno remoti dovevano essere 
molto èstese e folte le foreste del Casentino, dappoiché 
le troviamo allora abitate da orsi e da lupi (1) in tal 
numero da richiedere contro di essi pubblici provvedi¬ 
menti. (2) 

Ma in breve volger di tempo la scena cangiò d’aspetto. 
Nel piano, nel colle, nel monte, il progresso dell’ agri¬ 
coltura e delle industrie e un mal regolato sistema di 
pastorizia dichiararono, in nome della civiltà, guerra 
aperta ai boschi, attaccandoli col ferro e col fuoco senza 
misericordia: onde nel corso di pochi anni si videro in 
prima abbattersi molti boschi nella zona inferiore della 
querce e del castagno, e quindi diradarsi le maestose 
foreste di abeti e di faggi, che, lottando coi secoli, de¬ 
coravano e difendevano la corona de’ nostri monti. Nè 
i boschi cedui di faggio che rivestono le alte pendici 
ebbero fin qui, per la sconsigliata avidità e leggerezza 
de’ proprietarii, un trattamento migliore; e aneli’oggi la 


(1) Nella rubrica degli Statuti di Montefatucchio (comunità di Chiusi) 
del 1465, si trova assegnato un premio a chi uccidesse orsi e lupi e li pi¬ 
gliasse piccoli e grandi entro il distretto di Corezzo, Montefatucchio, e 
Castellare. Del resto, le denominazioni di Tana all’ orso, Mandria d’ orso 
e simili, rimaste ancora a vaili luoghi de’ noétri monti, provano aneli’ esse 
l’esistenza un tempo di quelli animali. 

(2) Cosimo I, granduca di Toscana, ordinò, nel 1550, una cacciata e de¬ 
cretò premi a chi uccidesse i molti lupi che infestavano i dintorni di Fi¬ 
renze, i quali dovevano allora essere incolti e selvosi, perchè a 7 miglia 
dalla città facevano strage di bestiami e di pastori. (Francesco Inchi¬ 
nami. Storia della Toscana. Firenze, 1843). 

Vedremo in seguito che quando il conte Orlando di Chiusi donò a Sai) 
Francesco il monte della Verna, fece accompagnare i suoi frati da vaili 
armigeri per difenderli dalle fiere che infestavano quel luogo. 










— 43 — 


zappa, il fuoco e il pascolo vanno pur troppo conti¬ 
nuando la loro opera devastatrice. E procedendo di que¬ 
sto passo non sarà molto lontano il giorno nel quale i 
nostri monti, ridotti a guisa di nudi scheletri, offriranno 
il doloroso spettacolo di aride piaggie non più capaci 
di vermi genere di coltivazione j e di quelle potrà dirsi : 

Una montagna v’ è che già fu lieta 
D’acqua e dì fronde . . . ; 

Ora è deserta come cosa vieta. (1) 

Gli stranieri ci hanno spesse volte rimproverate le 
rovine de’ nostri antichi monumenti dell’ arte, e noi cer¬ 
chiamo alla meglio di discolparci ; ma se ci accusassero di 
aver distrutti quelli altri grandiosi monumenti della na¬ 
tura che sono le foreste, sarebbe a noi ben diffìcile il 
giustificarsi. 

Per fortuna, di fronte a tale stato di cose, abbiamo 
da notare, riguardo al Casentino, due fatti che hanno 
giovato efficacemente alla causa del rimboscamento, non 
soltanto col creare e impiantare boschi ove questi non 
erano, ma anche col limitare i danni del contrario si¬ 
stema e col servire agli altri d’ utile esempio : e questi 
furono primieramente lo stabilirsi dell’Amministrazione 
forestale Casentinese nei vasti possessi (ettari seimila 
circa) dell’Opera di Santa Maria del Fiore (2) della città 


(1) Dante, Inferno, e. XIV. 

(2) Le spese del ricco, osservava il Quanti in tal proposito, sempre 
aveano allora qualche cosa di popolare ; e questo era uno tra’ motivi della 
superiorità dell’Italia sulle altre nazioni. E di popolo erano i magistrati 
della Repubblica di Firenze, che per dotare in perpetuo l’opera conser¬ 
vatrice di tali monumenti (Santa Maria del Fiore) donavano le selve del 
Casentino in nome del Comune-, selve che, amministrate dal secolo XIV 
fino ai primi di questo, hanno lasciato una storia propria in una serie di 
documenti sulla cultura delle abetine e sul commercio de’legnami in To¬ 
scana (Cesare Guasti, Santa Maria del Fiore. Firenze, 1887). 






— 44 — 


di Firenze, condotti a livello dalla Casa d’Asburgo-Lo- 
rena, e l’efficace impulso dato al rimboscamento dal com¬ 
pianto Ispettore Carlo Simeoni, cui la provincia casen- 
tinese deve il rinnovamento razionale d’una gran parte 
delle sue foreste, e la silvicultura consigli teorici e pra¬ 
tici di gran conto : (1) in secondo luogo la fondazione 
nell’alto dei nostri monti dei Monasteri e degli Asili 
Eremitici, ai quali, come vedremo, devesi principalmente 
il fatto della esistenza e della conservazione delle nostre 
migliori foreste, continuata dall’Amministrazione fore¬ 
stale dello Stato. 

Anticamente si provvide alla conservazione delle fo¬ 
reste sottoponendole all’immediata protezione e custodia 
della divinità. E fu sapiente consiglio (fuit et sapientia 
quondam) allora quando non si poteva ottenere l’intento 
per altra via. Oggi in pieno meriggio di civiltà si crede 
far molto coi Comitati, coi discorsi e colle pubblicazioni 
sull’importanza del rimboscamento in Italia, col cam- 
picello e colle feste degli alberi: cose tutte bellissime, ma 


(1) Fino da quando il Castagnola fu Ministro all’Agricoltura, si ventilò 
l idea di far comprare allo Stato la Foresta casentinese per riunirla a 
quella d! CamaMoii, e formare in tal modo il più bel possesso forestale 



1 j -ri ^ r w pv^jovooo rvircomi.v■ 

d Italia. Corsero allora trattative colla Casa di Lorena, ben disposta alla 
a endita, le quali toccarono il punto culminante sotto il Ministro Miceli, 
coadiuvato efficacemente dal Comm. Nicola Miraglia e dal Comm. Giovali 
Callo Siemom, ed appoggiato dal Ministro degli Esteri, conte di Robilant, 

_ 01 ° * ieeli, le trattative continuarono attivamente coi Ministri Ba- 
razzuob e Guicciardini, ed eransi quasi concretate per mezzo di Crispi, 
grande amico del barone De Bruck, ambasciatore Austro-Ungarico, tan¬ 
toché non mancava che firmare il compromesso, quando avvenne il gran 

( 1 sa.srm rii Alimi « u ..j. j ® 


coi Ministri Ba- 







perché gli stridii di cultura forestale non si riducano a 
vani risuonamenti di voci e a gemiti inutili di torcili, è 
necessario trarli alla realtà della pratica e sottoporli alla 
prova dell’ esperienza. 

Invece, in mezzo a tante erudite polemiche, non si è 
veduto ancora sorgere un bene inteso sistema forestale 
diretto ad arrestare efficacemente lo sconsigliato e con¬ 
tinuo diboscamento e ad impedire che il principio di 
libertà divenga spesso causa e strumento di distruzione. 
Si sono, invero, accettate le premesse, ma non si è avuto 
il coraggio di scendere alle conseguenze : si è ricono¬ 
sciuto essere l’impianto e la conservazione delle foreste 
opera di pubblica utilità, e poi questa, che dovrebbe 
essere legge suprema per 1’ alto scopo cui tende, si è 
fatta spesso arrestare dinanzi a pochi e male intesi inte¬ 
ressi particolari : diciamo male intesi, perchè nel disso¬ 
damento delle pendici montane, spogliate di piante per 
l’abuso del ferro e del fuoco ( arroncamento) e denudate 
di terra per il continuo dilavamento delle acque, accade 
spesso che al magro raccolto d’uno o di due anni tenga 
dietro 1’ assoluta e perpetua sterilità del fondo. Così, men¬ 
tre si predica per la conservazione dei boschi, al tempo 
stesso se ne lascia continuare la distruzione : dum Homae 

consulitur, Saguntum expugnatur ! 

\ 

E ben vero che il Governo, i Club Alpini, alcuni 
Corpi morali e non pochi privati hanno fatto d’ogni lor 
possa, or col consiglio, or coll’ opera, per riparare al 
danno e promuovere il rimboscamento. E certamente le 
sagge disposizioni prese in proposito hanno recato buon 
frutto, perchè già da varii anni non solo le condizioni 
dei boschi vincolati sono migliorate, ma oltre a ciò anche 
varii intelligenti proprietarii di fondi alpestri nel Casen¬ 
tino e nei confini di esso intrapresero e intraprendono 
importantissime opere di rimboscamento. 

E molto più ancora potrebbe farsi se maggiormente 



si diffondessero quei principii di civile progresso e di 
sociabilità, senza de’ quali anco le migliori leggi riescono 
difficilmente a dare in pratica buoni resultatile se nella 
niente de’ proprietarii di terreni, specialmente di monta¬ 
gna, entrasse la persuasione che il loro vero interesse 
sta nel buon uso e nella conservazione dei boschi e nel 
cacciarne il bestiame brado (pascolante libero senza cu¬ 
stodia) particolarmente caprino, che ha, per dirlo coi 
nostri contadini, il dente velenoso, e che dei boschi è il 
più feroce nemico. 

Al punto dunque in cui sono oggi le cose, vano sa¬ 
rebbe sperare potersi rimediare al danno colle parole 
soltanto e cogli incoraggiamenti, che sono messi morali 
utilissimi per gli uomini di buona volontà ed informati 
a sentimenti di civile progresso, ma che riescono inef¬ 
ficaci per gl’ignoranti, per gli apatici e pei recalcitranti. 
A movere i quali occorre non il consiglio, ma la parola 
imperativa della legge, e di una legge la quale, ricono¬ 
sciuta essere la conservazione delle foreste uno dei prin¬ 
cipali bisogni della società umana, e quindi uno de’ primi 
doveri del Governo, agisca di conseguenza. E siccome 
anche il diritto di proprietà è inviolabile e sacro, così 
occorre che una nuova legge forestale, ispirandosi al 
principio della pubblica utilità, provveda con un ben 
inteso sistema economico e finanziario ad impedire il 
diboscamento delle zone montane mediante 1’ espro¬ 
priazione di esse. I mezzi termini non sono più compati¬ 
bili di fronte all’urgenza di provvedere alla salvezza 
forestale d’Italia, e ormai è assioma che salus publica 
suprema lex est ! 

Queste opinioni nostre, già espresse in varie occasio¬ 
ni, non ci stancheremo mai di ripetere 

Mentre che ’l danno e la vergogna dura. 

Ben sappiamo di non dir cose nuove, ma in argomento 







di sì grande importanza conviensi anco tollerare le ri¬ 
petizioni olie 7 in certi casi, sono tra le figure rettoriclie 
la più utile ed efficace. 

Nè sembri strano die a noi Casentinesi piaccia ri¬ 
guardare con quasi religione affettuosa le piante secolari 
die ci circondano. Esse sono la ricchezza e il decoro di 
questi monti da noi tante volte iiercorsi fin da’ primi 
anni della giovinezza; e ad esse si collegano quei cari 
e lontani ricordi nei quali stanno le nostre impressioni 
iniziatrici così vive e profonde, che tutto ciò che vien 
dopo le rinnova senza mai superarle. Spesse volte ab- 
biam veduto con un certo sentimento di ammirazione 
alcuni di que’ superbi giganti della vegetazione ergere 
maestosamente, come il biblico cedro del Libano, il loro 
capo fino alle nubi, quasi a farsi riconoscere e salutare 
re e signori della foresta : passammo di poi per quel 
luogo ma i vecchi giganti erano stati abbattuti e più 
non vi erano ; transivi, et ecce non erat ! Sicché allor¬ 
quando ci avviene di veder la scure del tagliatore al¬ 
zarsi contro taluna di quelle nobili piante, vorremmo, 
come Armida, correre ed interporci gridando : 

Ah ! non sarà mai ver che tu mi faccia 

Oltraggio tal che V arhor mio recida. (1) 

Fu già detto che la civiltà nel primo suo svolgimento 
ingoiando migliaia di foreste, senza pensare a sostituirle, 
ne è stata causa precipua di distruzione ; ma che poi, 
giunta a maturità, di nuovo le crea e le coltiva. Augu¬ 
riamoci che ciò sia vero, e che la nostra civiltà, simile 
alla favolosa lancia d’Achille, al tempo stesso ferisca e 
risani ! 


(1) Tasso, La Gerusalemme Liberata , c. XVIII. 






Agricoltura e prodotti 


« Egli è il Casentino molto ameno, et 
fruttiferò paese, abbondante di grano, 
di vino e d’altre cose necessarie per 
1’ uso de'mortali ; et vi sono molte con¬ 
trade et castella piene di popolo. » 
Leandro Alberti, Descrizione di 
tutta l’Italia. Vinegia, 1553. 

La vegetazione del territorio casentinese è general¬ 
mente florida secondo la varia cultura dei terreni, la 
posizione dei luoghi e la diversità de’climi. 

Fertile ed ubertosa, quantunque molto ristretta, è la 
pianura incoronata da colline ricche di bei vigneti che 
palesano l’industria e la cura solerte dei coltivatori. Di 
sopra ai colli si distendono praterie e pascoli che ali¬ 
mentano numerosi bestiami, ricchezza naturale del no¬ 
stro paese. In questa zona s’alternano boschi di querce, 
di cerro e di castagno, e tuttora sugli alti gioghi e per 
le piaggie adiacenti possono ammirarsi antiche e mae¬ 
stose foreste di abete e di faggio, alle quali il ferro mi¬ 
cidiale non ha ancora recato l’ultimo danno. 

Tutta la parte inferiore della valle ha la coltivazione 
campestre comune al rimanente della Toscana, ma è ri¬ 
nomata per l’eccellenza de’ suoi prodotti. La vite si col¬ 
tiva con buoni resultati, (1) anco a considerevoli altezze, 
e in alcune posizioni privilegiate prospera anche l’olivo, 
e per tutto il gelso, la cui coltivazione in rispetto al- 


(1) In una lettera scritta dal Magnifico Lorenzo de’Medici a messer 
ìero Alamanni ambasciatore a Lorna nel 1491, si rammenta il vino del 
asentino die, come cosa prelibata, solea mandarsi in regalo : “ivi,, Tre 














— 49 — 

1 ’ allevamento dei bacili da seta, costituisce una delle 
prime fonti di guadagno per questa provincia. 

Per ottenere tali prodotti nella maggior quantità e 
nella migliore qualità possibili è d’uopo che l’agricol¬ 
tura venga esercitata con intelligenza ed amore; il che 
fortunatamente si verifica nel Casentino, dove suol trarsi 
ogni maggior profitto dal terreno, e in special modo dai 
campi messi al lavoro. 

Nei rapporti poi tra il proprietario del fondo e il la¬ 
voratore di esso, il sistema adottato in Casentino è quello 
della mezzadrìa o mezzerìa. Il lavoro assiduo, intelli¬ 
gente e fecondo in ogni cultura non si verifica mai dove 
1 ’ utilità che produce non sia equamente retribuita, dap¬ 
poiché la molla dell’interesse è la gran forza motrice 
d’ ogni umana intrapresa. Cointeressando pertanto il la¬ 
voro agli utili ricavati dal suo concorso col capitale si 
ottiene l’intento dell’abbondante produzione, vale a dire 
della comune e vera ricchezza. Ora questo lavoro coin¬ 
teressato nell’ agricoltura è appunto il podere dato a 
mezzerìa. (1) 

Antica, inevitabile e passionata è la contesa tra chi 
lavora e chi gode del lavoro. Ora la mezzerìa, segnata- 
mente in Toscana, è un trovato semplice e giusto non 
disputabile e pieno di sapienza, il quale risolve comple¬ 
tamente il più intricato e difficile dei problemi econo¬ 
mici, e toglie ogni antagonismo tra capitale e lavoro. 
Può anzi chiamarsi una forma di beneficenza, perchè la 
condizione del colono toscano è di gran lunga migliore 


,, dì sono vi mandai due, some di vino di quelle due sorte del Casentino, 
,, et dovranno essere costì presto, perchè questi tempi sono a proposito et 
,, freschi; desidero che si conduchino in modo che rieschino come sono qui 
,, alla botte, che parecchi anni fa non ci furono i migliori. ” — A. M. 
Bandini, Odeporico, loc. cit. 

(1) Comucci, Della emigrazione e del pauperismo. San Sepolcro, 1885. 


4 






— 50 — 

A 

di quella del proprietario del fondo nella sua non invi¬ 
diabile qualità di socio capitalista. La mezzerìa nobilita 
il lavoro facendo del contadino un lavoratore libero, 
socio e partecipe del prodotto, e autorizzandolo a racco¬ 
glierlo per il .primo ed a tenerlo in custodia. Ed ora 
die la città esercita sulle campagne maggior potere as¬ 
sorbente, e l’eccessivo aumento di paga di alcuni me¬ 
stieri invita in modo irresistibile gli uomini della terra 
a darsi ad altro lavoro, tutto ciò contribuisce ad aumen¬ 
tare 1’ agitazione colonica, quantunque il buon contadino , 
come diceva l’agronomo Jacopo Bicci, non abbandona 
mai il suo podere. Così la mezzerìa resta sempre la mi¬ 
glior forma del patto colonico ; onde resulta maggiore la 
malafede di certi gridatori di false teorie socialistiche, 
die van tacciando di sfruttatori i padroni, mentre invece, 
tutto calcolato, la mezzerìa può quasi dirsi un socialismo 
a rovescio! 

Fortunatamente nel Casentino non sono ancora alli¬ 
gnati che in minima proporzione i possessori forestieri 
i quali, secondo il Bandini , condannano le più fertili 
province ad essere meschino ricovero di un popolo di 
schiavi. (1) Il Casentino è dei Casentinesi; e facciamo voti 
che questo suo privilegio passi inoffeso alle future ge¬ 
nerazioni. Qui anche i grossi possidenti, quasi tutti in¬ 
digeni, yivono per così dire, in mezzo alla classe lavo¬ 
ratrice (2) e sono ormai persuasi che il proprietario, il 
quale impiega il suo danaro in utili miglioramenti ed 
il suo tempo a correggere anche un semplice vizio di 


(1) Bandini, Odeporico del Casentino, loc. cit. 

(2) Alcuni purtroppo stanno in ozio, i quali potrebbero darsi utilmente 
a dirigere la cultura de’ propri fondi e costituire quella casta nobilissima 
dei gentiluomini di campagna, come li chiamava il Iticasoli. Invece ve ne 
ha taluno cui spesso il tesoro del tempo è incarco e noia, contentandosi 
ebe altri di esso dica, quasi con una certa invidia : felice lui che e ricco ! 
almeno non ha bisogno di lavorare, 7 iè di studiare! 














— 51 — 


coltivazione, può fare al proprio paese tanto bene, quanto 
coloro che seggono nelle aule legislative, oppur combat¬ 
tono sui campi di battaglia. Ed è certissimo che, sotto 
l’influenza benefica del nostro cielo e la feconda com¬ 
posizione de’ nostri terreni, non v’ è impresa agricola la 
quale possa fallire. Nel Casentino, regione essenzial¬ 
mente agricola e pastorizia, la terra, magna parens fru- 
gnum, è base naturale della vita. 

La proprietà fondiaria nel Casentino è molto frazio¬ 
nata, specialmente in certe Comunità e luoghi di mon¬ 
tagna. Questo frazionamento, che in alcuni punti è vera¬ 
mente straordinario, (1) dà luogo a un gran numero di 
cosiddetti piccoli possidenti, i quali nella gran lotta eco¬ 
nomica per l’esistenza e di fronte al grave peso dell’im¬ 
posta fondiaria, sono pur troppo destinati a sparire. In¬ 
vece il loro numero dovrebbe aumentare, perchè un 
possidente anche piccolo, è sempre un elemento d’ordine, 
e perchè molti collettivisti, per rispettare la proprietà 
privata, non aspettano altro che di averne aneli’ essi una 
parte. (2) Così l’ideale economico sarebbe quello di con¬ 
vertire anche i lavoratori in altrettanti piccoli possi¬ 
denti, come già avvenne in Toscana per opera delle 
celebri riforme Leopoldine. 

Questi piccoli possidenti formano una classe speciale 
che potrebbe chiamarsi dei mezzi-poveri, ma poveri, del 
resto, che non sono a carico di nessuno e che vivono 
come possono pur di restare col titolo di possidenti ! In 
loro non è usurpazione, nè colpa di manomorta, nè idea 


(1) A tal proposito, e per modum recreationis, ci piace riferire l’ar¬ 
guta risposta data da uno di Castel San Mccolò a un tale ciie il richie¬ 
deva per lettera qual patrimonio possedesse una certa persona: 

Possiede quattro zolle e una ginestra 
E piscia fuor del sico dalla finestra. 

(2) Cablo Beni, La beneficenza nella provincia d’Arezzo. Arezzo, 1905. 






— 52 — 


di parassitismo: vivono traendo la vita dove nessuno 
la cercherebbe e dove nessun altro saprebbe trovarla. 
Il loro possesso sarà, se vogliamo, un pezzo di scoglio 
dove a forza di piccone hanno piantata la vite e a forza 
di braccia trasportata la terra; ma tuttavia è sempre 
una proprietà immobiliare che aggiunge dignità a chi 
la possiede. Abbiamo veduto talvolta queste api indu¬ 
striose dell’ agricoltura lottare per molti anni con incre¬ 
dibile tenacità contro una natura ribelle senza mai ar¬ 
rendersi, nè darsi per vinti dinanzi allo scarso frutto 
de’ loro lunghi sudori, e nemmeno di fronte alla perdita 
totale di esso ! E quando ad essi viene a mancare il pane 
per l’intera annata, abbandonano nell’inverno le loro 
casupole, scendono al piano, si umiliano a lavori mer- 
cenarii, e così, strappata alla meglio la sussistenza e as¬ 
sicurati i mezzi per conservare il censo paterno, se ne 
ritornano contenti e fiduciosi al nido delle loro pene, 
delle loro speranze, e del loro amore, senza avere abban¬ 
donato la famiglia, nè disertata la patria. 


Carattere, usi e costumi degli abitanti 


Essi son per natura d’ un ingegno 
Tanto sottil, che in ciò eh’ a far si danno 
Passan degli altri le più volte il segno. 
Ubkrti, Dittamondo , c. III. (1) 

« Gli abitanti del Casentino ne’ volti, negli atti e 
ne’costumi tengono del toscano insieme e del romagnolo: 


(1) Veramente l’liberti si riferisce a tutta la regione aretina, come 
Mielielangiolo, ragionando col Vasari, dicevagli: Giorgio, s’io lxo nulla di 



















53 


semplici e schietti, non sono senza grazia mai: ruvidi 
a prima vista, sono poi, quando li provi, trattabili e 
larghi di cuore. » (1) « Sotto alle ruvide lane delle loro 
vesti semplici e monde, comecché per lo più ineleganti, 
palpita un cuore non sordo alle voci della gioja, del- 
V amicizia, dell’amore e neppure a quelle della gelosia, 
dell’ira, della vendetta. » (2) Sono poi di carattere franco 
ed aperto, fieri e rispettosi ad un tempo e fedeli fino 
allo scrupolo alle antiche tradizioni e alle avite costu¬ 
manze. 

E quanto gli abitanti della valle differiscono dai mon¬ 
tagnoli! Nelle abitudini di questi si riscontra un non 
so che d’ antico che ricorda vagamente le scene patriar¬ 
cali, e fra essi pure s’incontrano spesso tipi caratteri¬ 
stici e singolari per virile venustà, e nella cui fìsono- 
mia può leggersi la svegliatezza della mente j insomma, 
come direbbe il nostro illustre amico Mantegazza, belle 
teste fisiologiche , la riproduzione delle quali sarebbe sog¬ 
getto di studio iconografico importantissimo. 

Sembra in realtà che la natura abbia non soltanto 
fisicamente ma anco moralmente segnata quasi una li¬ 
nea di separazione fra il piano e il monte, oltrepassata 
la quale tutto cangia d’aspetto, carattere, usi, costumi 
ed espressioni di sentimenti: in alto la forza, in basso 
1 ’ astuzia ; in alto cuore aperto, generosi impulsi e fede 
sincera ; in basso ipocrisia e calcolo ed un continuo stu¬ 
dio e accordo d’interessi materiali. Chi si è trovato per 
la montagna, costretto talvolta a riparare, imperversando 
la bufera, sotto il povero tetto di lastre di una casa da 
contadini, quando sull’ imbrunire la famigliola, sbrigate 


buono nell’ ingegno, egli è venuto dal nascere nella sottilità dell’ aria del vo - 
stro paese d’Arezzo. — Vasari, Vite, toni. V, 5,... 

(1) A. L. Brogialdi, loc. cit. 

(2) A. Bartolini, Cecchino e Nunzia. Firenze, 1872. 





54 — 


le faccende domestiche, si riunisce presso al focolare 
intorno al vecchio nonno, avrà notato quell’ aria di be¬ 
nessere, di curiosità discreta, di franco riserbo che di¬ 
stingue il montanaro vivace e intelligente dal contadino 
torpido, ottuso e malaticcio della pianura j e mentre po¬ 
trà narrare scene veramente degne di pennello fiam¬ 
mingo, dirà anche come que’ montanari siano ospitali, 
non per vana esteriorità, ma per verace sentimento del 
cuore, e come spontaneamente e senza orgoglio compiano 
talvolta i più difficili doveri e le più belle virtù. Nel 
montanaro, dice poeticamente il Itioy, il sentimento 
della dignità è così elevato come è sincero il sentimento 
religioso : la semplicità de’ costumi loro è pari alla lim¬ 
pidezza del cielo. (1) Se, per esempio, taluno di essi ri¬ 
ceve una cortesia, tosto desidera di ricambiarla e, qua¬ 
lora non venisse accettata, gli si farebbe, com’essi di¬ 
cono, un torto: lo che è ad un tempo pensiero gentile 
e sentimento di nobile fierezza. 

La situazione stessa del Casentino, chiuso, coni’ è, 
tra contrafiorti appenninici, e le sue scarse e difficili 
comunicazioni, valsero a mantenerlo per lungo tempo in 
uno stato di relativo isolamento, e a conservargli quel- 
l’aurea semplicità che tanto piace e conforta. 

Ma ad oscurare il sereno orizzonte di questa rusti¬ 
cana felicità, s’inalza talvolta la nube della sventura, 
fatale conseguenza della forse non necessaria, emigra¬ 
zione nelle basse e malsane pianure della Maremma to¬ 
scana. E cosa che stringe il cuore il vedere ogni anno 
non pochi de’ nostri montanari, mossi più spesso da avi¬ 
dità di guadagno che da vero bisogno, lasciare ogni cosa 
diletta più caramente, pieni di speranza e di vita, per 
poi tornarsene dopo qualche mese pallidi e macilenti col 


(1) P. Lioy, loc. cit. 











— 55 — 


germe in seno che lentamente li divora e li uccide! Il 
Fucini in prosa (Le veglie di Feri) e il Sestini in poesia 
hanno descritto in modo classico e commovente questo 
doloroso e triste episodio della vita del montagnolo il 
quale 

Eitorna ai colli e colla famiglinola 
Spera il frutto goder di sua fatica, 

Ma gonfio e smorto, dall’asciutta gola 
Mentre esala l’accolta aria nemica, 

Muore!... e piange la moglie sbigottita 
Sul pan eli’ è presso di sì cara vita ! (1) 

E disgraziatamente questa emigrazione avviene non 
solo temporaneamente e da provincia a provincia, ma, 
quello eh’è peggio, si estende, e numerosa, anche al¬ 
l’estero, facilitata dal Governo che in essa vede una 
valvola di sicurezza contro le facili esplosioni delle classi 
operaie senza lavoro. Così si tolgono annualmente al¬ 
l’Italia migliaia e migliaia dei più forti lavoratori de¬ 
stinati ad essere infeudati alla mercè di avidi specula¬ 
tori. (2) 

Ora, siffatta emigrazione influisce moltissimo a can¬ 
giare gradatamente gli usi e i costumi della montagna 
col toglier loro parte di quell’antica veste di patiiai- 
cale semplicità e moralità, che a poco a poco, purtroppo, 
va disparendo : perchè non sempre i nostri montagnoli 
tornano a’ loro casolari colle stesse idee di semplice e 
quieto vivere onde ne sono partiti, ne, come prima, 
sono praticanti la religione degli avi, ossequiosi delle 
Autorità, morigerati ed onesti. 


(1) Sestini, La Pia de’ Tolomei. 

(2) Chi raccogliesse insieme, dice il Comucci citato, tutte le umilia¬ 
zioni e tutti i dolori dei disgraziati emigranti nell’America e nella Fran¬ 
cia, compilerebbe un libro strepitosamente istruttivo quanto e più di quello 
celebre intitolato La (Japanna dello Zio Tom ! 









— 56 — 


I nostri Casentinesi cV un tempo vivevano alla buona, 
si vestivano di lana delle proprie pecore, filata dalle 
loro donne al canto del fuoco nelle lunghe sere del verno, 
e tessute in casa; ed erano belli a vedersi nel loro gra¬ 
zioso e caratteristico costume dei calzoni corti, delle 
calze turchine, del corpetto rosso-scarlatto e del cappello 
peloso, rinforzato e a larga tesa. 

Semplicità nelle abitudini domestiche, nel mangiare, 
nel vestire, in tutto. (1) L’illuminazione del paese era 
affidata alla luna, e i funzionari della pubblica forza, 
che si faceano vedere di tanto in tanto, pareano desti¬ 
nati, più che a impedire i delitti, a proteggere la virtù. 
La politica allora non esisteva, o pochi almeno se ne 
occupavano, ma a tempo avanzato e senza darle quasi ve¬ 
runa importanza. 

Oggi, quanto al vestire, il costume originario di quei 
tempi non più portato integralmente da alcuno, si 
può vedere soltanto sul palcoscenico o nelle tele de’ pit¬ 
tori; e i calzoni corti, ultimo avanzo che ne rimane, 
saranno in breve ancor essi oggetti d’archeologica cu¬ 
riosità. Oggi il telajo meccanico ha trionfato del telajo 
domestico: ognuno tende a voler parere più di quello 
che è, a scimmiottare i signori ed a vestire alla stessa 


(1) Un esempio della modestia e semplicità del vivere toscano anche 
in tempi non molto remoti ed in persone della più alta condizione sociale, 
l’lio trovato in nna lettera del ministro Fossombroni, del 1799, quando 
il re Carlo Felice, dopo la reazione, venuto dalla Sardegna in Firenze 
volle recarsi in Arezzo per venerare la Madonna del Conforto, patrona 
di quella città. In tale circostanza il Fossombroni (che aveva offerta al 
Principe l’ospitalità della sua casa in Arezzo) scriveva a suo padre che 
«Ver la grande occasione facesse ripulire un vecchio lume all’inglese; che, 
quanto al trattamento, non se ne dasse pensiero, e che per il burro avrebbe 
pensato egli stesso a portarlo da Firenze. » Tempi beati di vita semplice e 
calma, e quanto diversi da questi di lussi asiatici e strepitosi progressi ! 
Ma allora, come argutamente diceva il senatore Pelosini, le casse dello Stato 
erano piene, e sulle scale dei tribunali nasceva l’erba! 










- 57 - 


loro maniera ; tantoché si vedono contadini con eleganti 
stivaletti di pelle lustra, e contadine con sottane inami¬ 
date, e con vestiti ornati di trine, raso e d’altre cose 
di lusso ! 

Una volta il vino del paese, le castagne arrostite 
(bruciate ) e le ciambelle tenevano luogo del caffè, della 
bottiglia straniera e dei pasticcini; si faceva a meno 
del sigaro e i fumatori eran segnati a dito come gente 
discola e scapestrata. Oggi, invece, la scena della vita 
civile casentinese è molto cangiata ; e siffatto cangia¬ 
mento, per effetto delle maggiori e più facili comunica¬ 
zioni (die sempre tendono a uniformare i costumi) si è 
anche più presto operato negli abitanti della pianura, i 
quali già leggono avidamente le gazzette, assaporano la 
araba bevanda, giuocano al lotto e fumano come turchi, 
giudicando i non fumatori (compreso lo scrivente) quali 
anomalie dell’ homo sapiens e rarità della specie ! 

Fra i molti usi originali e caratteristici che tuttavia 
rimangono in Casentino, ricordiamo, per amore di bre¬ 
vità, soltanto i seguenti che sono proprii specialmente 
della classe agricola. 

Nelle nascite allorché si porta al battesimo il neo¬ 
nato suole coprirsi con panno o drappo rosso se maschio, 
e Manco se è femmina. E a celebrar degnamente il gran¬ 
de avvenimento della paternità viene imbandito sotto 
gli auspicii della puerpera un lauto banchetto, chiamato 
cicalio, al quale sono invitati il compare, la comare, i 
parenti e gli amici. 

Sogliono poi i giovinotti recarsi, per lo più nelle 
prime ore della notte, sotto le finestre della bella a can¬ 
tarle quei cosiddetti rispetti o canzoni popolari, nei quali 
sono, secondo le circostanze, espressi l’amore, l’odio, il 
dolore e il disprezzo per la fanciulla che spesse volte 
al rustico trovatore risponde con altri opportuni rispetti. 

Quando una ragazza ha rifiutato un giovane aspirante 







58 - 


alla mano di lei per scegliersi altro sposo, allora il ri¬ 
vale fortunato suole spargere lupini (lupmus albus) dalla 
casa del paraninfo a quella dell’infelice rejetto. Ma di 
quest’ uso strano, clie chiamasi la lupinata, non ci fu 
dato ancora conoscere l’origine, nè il significato simbo¬ 
lico che v’ è racchiuso. 

Per il giorno dei Santi (primo novembre) è costume 
che i giovanotti mangino la cosiddetta carbonata (carne 
di majale arrostita) in casa della fidanzata ; e, per signi¬ 
ficare eh’essi debbono andar provvisti di molta roba, 
tanto da averne piene le mani, si dice che sono obbli¬ 
gati di battere alla porta colle ginocchia. 

Anche in occasione di matrimonii si osservano spe¬ 
ciali costumanze. Gli sposi, andando alla chiesa, sono 
seguiti da un lungo stuolo (cortèo) di parenti e di amici, 
il quale, quanto è più numeroso, tanto più vale a di¬ 
mostrare l’importanza economica delle due famiglie. Ri¬ 
petute salve di mortaretti o spari d’armi da fuoco accom¬ 
pagnano la cerimonia nuziale; e al ritorno gli uomini 
gettano a piene mani confetti (ove lo zucchero è debol¬ 
mente rappresentato) lungo la via, con grande sollazzo 
dei monelli pe’ quali è questa una vera cuccagna. Nella 
sera poi ha luogo il consueto banchetto, cui general¬ 
mente tiene dietro un ballo, nel quale, framezzo al 
classico e paesano trescone e alla manfrina, si sono oggi 
proditoriamente intruse la mazurka e la polka. Nel 
giorno poi delle nozze la suocera presenta alla nuora 
(che per la prima volta pone il piede nella casa mari¬ 
tale) un lume a mano e una rócca da filare ; e ciò per 
simboleggiare che i primi doveri della madre di famiglia 
debbono essere la vigilanza e il lavoro (domo mansit, la- 
nam facit ), come in antico la moglie di Collatino. 

Usa pur sempre fra noi in occasione della festa della 
Befana (Epifania) fare le così dette scampanate, nelle 
quali è preso di mira il gentil sesso. Sono vere turbe di 








- 59 - 


monelli armati di trombe, di corni, di campanacci, di 
tamburelli, di lastre metalliche e di mille altri indefini¬ 
bili ma rumorosi strumenti formanti insieme una musica 
veramente d’inferno, colla quale accompagnano le di¬ 
sgraziate donne che in quelle sere pericolose s’avven¬ 
turano a uscir di casa o a traversare la via. 

Una consimile dimostrazione anche più rumorosa e 
personale si suol fare, come nota di biasimo, sotto le 
finestre del vedovo o della vedova che, rotta fede al ce¬ 
nere del defunto coniuge, convolarono lietamente ad al¬ 
tre nozze. Ma talora accade che le vittime di questa 
poco benevola dimostrazione mal soffrendo quella nota 
di censura loro pubblicamente inflitta, prendano a rea¬ 
gire, e allora la scampanata finisce, per lo più, come la 
veglia di Pulcinella, in bastonate o anche peggio ! 

Nel mese di maggio v’ è ancora 1’ uso del così detto 
cantar maggio. Si formano varie comitive di uomini e 
di donne con vestiarii e abbigliamenti strani e grotte¬ 
schi e con grandi cappelli di paglia ornati di fiori ; e le 
comitive di maggiore importanza hanno qualche stru¬ 
mento musicale più o meno primitivo e spesso in as¬ 
soluta opposizione alla scoperta di Guido Monaco. Cosi 
armate ed equipaggiate se ne vanno anche nei luoghi 
lontani a cantar maggio; e queste cantilene, che hanno 
tutte press’ a poco lo stesso ritmo e lo stesso argomento, 
sono per lo più frasi cerimoniose espresse in modo ge¬ 
nerico per poterle comodamente adattare alla qualità e 
ai meriti delle varie persone in onore delle quali è fatta 
la maggiolata. E i canterini e le canterine vengono ge¬ 
neralmente ricompensati dal padrone di casa con larga 
copia di pietanze e di vino, che vale ad eccitare la vena 
poetica dei dimostranti e ad infondere al loro stomaco 
novella forza e vigore. 

Ricordiamo finalmente un’ altra costumanza là quale 
ha, per noi, un significato squisitamente espressivo, or 










60 - 


duro, or gentile : vogliamo parlare delle cosiddette se¬ 
renate, molto diverse da quelle ricordate dal Giusti: 

Quando di notte per la via maestra 
Il duo teco vociando e la romanza 
Prendea diletto a richiamar la ganza 

A lla finestra. (1) 

La serenata casentinese, die si fa nelle ore notturne 
dell’ultimo giorno del mese di maggio, lia invece nella 
sua semplicità un alto significato, quasi diremmo, mo¬ 
rale e di censura, di cui si costituiscono esecutori i più 
galanti e baldi giovani del paese. Si tratta di portare con 
segni materiali un giudizio pubblico sulla condotta delle 
varie ragazze che occupano il primo posto nel cuore dei 
più valorosi campioni del sesso forte. Se la ragazza ha te¬ 
nuto un contegno poco conveniente e dicevole, facendo, in 
altre parole, la civetta, in tal caso vengono trasportati e 
posti dinanzi alla casa di lei, trogoli da maiali, spini, sassi, 
spazzatura, scope vecchie ed altre cose che il tacere è 
hello. Se al contrario la ragazza non ha con la sua con¬ 
dotta dato nulla a ridire, ed ha tenuto il suo posto di 
buona e onesta fanciulla, allora il tratto di via posta 
dinanzi alla sua abitazione si trasforma, come per in¬ 
canto, in un vago e ben adorno giardino tutto ripieno 
di fiori campestri, e dove neppure mancano le ajuole, 
l’erbe e talvolta le piante d’alto fusto ! E pare incredi¬ 
bile che in poche ore ed in tempo di notte si possa com¬ 
piere un tanto e sì complicato lavorìo, e per di più 
senza strepito e rumore, poiché altrimenti l’ardua im¬ 
presa correrebbe il rischio di rimanere incompiuta. La¬ 
sciamo poi immaginare, al sorger del sole, le varie e 
contrarie impressioni delle ragazze ch’ebber la dedica di 


(1) G. Giusti, Poesie. Per un reuma dì una cantante. 







— 61 


quella nota simbolica di biasimo o di lode, e lo schia¬ 
mazzo del pubblico e i commenti delle comari di fronte 
a questo nuovo e strano genere di palinodìa! 


Condizioni fisiche, intellettuali e morali 


Spiriti brillan qui sublimi e pronti, 

E fattezze d’acceso e bel colore, 

Sia dall’ aer sottil di poggi e monti 
Lunge dal paludoso atro vapore ; 

O sia de’ fiumi, di ruscelli e fonti 
Dal più purgato cristallino umore; 

O dai cibi leggier cbe nutrir ponno 
Il corpo stanco e lusingare il sonno. 

Montini, loc. cit. 

Andrebbe molto lontano dal vero colui che, giudi¬ 
cando dalle apparenze, immaginasse, anco nella stagione 
invernale, i nostri Casentinesi, e specialmente gli alpi¬ 
giani, rinchiusi e quasi rintanati nelle loro casupole, 
privi d’ogni agio della vita, posti nella piu sconfortante 
solitudine, lottanti faticosamente colla bufera, col freddo 
e colla fame e costretti a menare la vita dell’ orso bian¬ 
co. Invece i nostri montanari, provvisti in generale del 
bisognevole, passano allegramente anco i loro inverni e 
gustano una gioia, meno appariscente forse e artificiosa 
ma però più facile ad ottenersi, più durevole, più salu¬ 
bre. La loro operosità, l’abito alla fatica, l’indurimento 
delle membra all’ inclemenza delle stagioni, la tempe¬ 
ranza ne’ desiderii, la qualità e misura de’ cibi, l’aria 
pura e vitalissima eh’ e’ respirano, la tranquillità dell’ a- 
niino, la moderazione e la continenza ne fanno uomini, 
se non scevri d’una qualche ferocia nelle più forti pas- 





62 — 


sioni, sempre però laboriosi, onesti il più delle volte, 
utili a sè e agli altri, contenti, pacifici, longevi. 

L’agricoltore e il contadino agiato non pellagroso nè 
febbricitante, nota giustamente il Mantegazza, è una 
delle migliori condizioni della vita ; e con molta ragione 
potrebbe allora compiangersi il cittadino die per tutto 
l’anno respira un’aria infetta e polverosa, il cittadino 
anemico, nevrosico cbe poco conosce il sole e pochissimo 
i tonici aromi della terra, le fresche delizie del verde e 
il profumo della vita de’ prati e delle foreste, e che ha 
bisogno del vermouth per acquistare appetito o del clo¬ 
ralio per dormire. Onde s’avrebbe ragione di ripetere 
col Metastasio: 

Non è già del piacere unico albergo 

La cittadina signoril dimora ; 

Han questi monti i lor diletti ancora. 

E ciò con buona pace di Madama De Stael, la quale di¬ 
ceva che la campagna è un pregiudizio come tutti gli altri. 

I Casentinesi sono generalmente, per natura, di sana 
e robusta costituzione fisica. Però anche qui occorre fare 
una certa distinzione fra gli abitanti della campagna e 
quelli de’ paesi, di fronte ai quali si verifica, quantunque 
in proporzioni più ristrette, quello che si osserva para¬ 
gonando i campagnoli cogli abitanti delle grandi città, 
cioè che i primi sono più sani e robusti di quest’ ultimi. 

Malattie endemiche vere e proprie, cioè derivanti da 
speciali condizioni locali, non dominano in Casentino. 
Mancano pure le cause della malaria, del gozzo e del 
cretinismo. L’ uso del granturco (zea mais ) non avaria¬ 
to, (1) ed un sistema d’alimentazione variata e nutriente 
rendono quasi sconosciuta fra noi la pellagra; ed anzi 


(1) È cosa ornai fuor di dubbio; ed anco scientificamente provata, de- 
ii\ are la malattia della pellagra non già dal granturco ifi quanto possa 







— 63 — 


v 1 è qualche medico il quale crede inesatto qualificar 
con tal nome quei casi rarissimi che si osservano in Ca¬ 
sentino. 

Dobbiamo finalmente notare come l’abitudine (e per 
alcuni forse la necessità) di andare a guadagnarsi il pane 
in luoghi miasmatici ed insalubri, sia una delle cause 
che cospirano contro la salute specialmente dei monta¬ 
gnoli: ma questi per fortuna non sono casi frequenti. 

Si può dunque affermare che la nostra popolazione 
gode buona salute, e ciò nonostante che le condizioni 
igieniche lascino molto a desiderare. Però fortunatamente 
1’ aria è saluberrima ; non esistono paludi, nè acque sta¬ 
gnanti, e quelle potabili (salvo poche eccezioni) sono 
buonissime e pure; e la regolare conduttura delle me¬ 
desime dalla sorgente all’ abitato, fa sì che difficilmente 
possano inquinarsi con germi di malattie e farsi veicolo 
della trasmissione di quelle. Per ogni resto, special- 
mente nelle campagne, V igiene pubblica è, come dicem¬ 
mo, assai trascurata (specialmente nelle abitazioni), e 
quella pure domestica-individuale è ancora ben lontana 
dal raggiungere, non diremo quel grado di perfezione, 
e forse di esagerazione, onde vanno meritamente celebri 
alcune popolazioni nordiche (come, per esempio, abbiam 
veduto in Olanda), ma almeno quel tanto che, a parer 
nostro, costituisce un elemento di civile educazione. 


essere alimento insufficiente per la nutrizione, ma sibbene da quell’ entojito 
(cbiamato volgarmente verderame) il quale è una degenerazione fungosa 
parassitaria del granturco avariato per l’influenza degli agenti atmosfe¬ 
rici e specialmente dell’umidità. Io stesso in occasione del mio viaggio 
al Messico nel 1876 lio potuto di ciò avere la riprova nel fatto ormai con¬ 
statato cbe colà, ove la maggior parte degli indigeni {indi) si cibano esclu¬ 
sivamente di granturco ( maiz) ma però perfettamente conservato, non si 
conosce pellagra, mentre una quasi congenere malattia si è riscontrata 
talvolta nei cavalli e nei muli ai quali in certi casi suol darsi a mangiare 
lo stesso maiz avariato. 











Passando ora dalle condizioni fisiche a quelle intel¬ 
lettuali, ci è grato riconoscere come in pochi anni siasi 
fatto un gran passo nella via del miglioramento, spe¬ 
cialmente in rapporto all’ istruzione elementare. Da una 
statistica originale manoscritta, (1) che nel corso di que¬ 
sto lavoro avremo altre volte occasione di ricordare, ri¬ 
leviamo che nel 1809 molti Comuni del Casentino man¬ 
cavano affatto di scuole e di qualunque altro mezzo di 
istruzione e di educazione! Oggi invece non soltanto 
ogni Comune, ma anco le frazioni più importanti hanno 
scuole elementari di grado inferiore o superiore, sem¬ 
plici o miste ; ed in alcuni Capoluoghi esistono scuole 
superiori pubbliche e private, Collegi, Asili infantili ed 
altri Istituti consimili d’educazione e d’istruzione, nei 
quali i Casentinesi, che sono per natura svegli d’intel¬ 
ligenza (2) e d’ingegno pronto ed aperto, (3) possono a 
loro beneplacito istruirsi e dimostrare, come osserva il 
j Repetti, (4) l’impossibilità che quelli stolidi ambascia- 
tori descritti (forse per fantasia) dal novelliere Sac¬ 
chetti, (5) venissero dalla patria dei Landini, dei Do¬ 
visi, dei Tanucci, dei Crudeli ! 

Soltanto nelle lontane parrocchie di montagna l’istru¬ 


ii) Statistica di tutte le Comunità componenti il circondario della Sot¬ 
toprefettura di Arezzo, ordinata dal Prefetto Vulpillat nel 1809 — MS. 
esistente nella Biblioteca di Arezzo. 

(2) Un proverbio li dice caratteristicamente eli scarpe grosse e di cer¬ 
vello fine. 

(3) Giornale II Fanfulla, num. cit. 

(4) Loc. cit. 

(5) Ecco, per chi volesse conoscerla, la famosa novella : « Quando il 
vescovo Guido Tarlati di Pietramala signoreggiava Arezzo, si creò per li 
Comuni del Casentino due ambasciatori per mandare a lui addomandando 
certe cose. Ed essendo fatta loro commessione di quello che avevano a 
narrare, una sera al tardi ebbero il comandamento di essere mossi la 
mattina. Di che tornati la sera a casa, acconciarono loro bisacce e la 
mattina si mossono per andare al loro viaggio imposto. Ed essendo cani- 






65 


zione elementare è alquanto trascurata, non potendo i 
fanciulli, sia per le grandi distanze, sia per la spesso 
cattiva stagione, sia finalmente per dovere aneli’ essi at¬ 
tendere a qualche lavoro agricolo o pastorizio, frequen¬ 
tare le scuole poste nel capoluogo del Comune. E a que¬ 
sto proposito potrebbero i respettivi Parroci rendere 
i più segnalati servigi alla civiltà e alla patria, impar¬ 
tendo l’istruzione elementare gratuita, che per essi è 
anche moralmente obbligatoria secondo la religione di 


minati parecchie miglia, disse 1’ mio all’ altro : hai tu a mente la commes¬ 
sione che ci fu fatta 1 ? Rispose l’altro che non se ne ricordava. Disse 1’al¬ 
tro : oh ! io stava a tua fidanza : e quegli rispose ed io stava alla tua. 

L’uno guata l’altro dicendo: noi abbiamo pur ben fatto! Andati a desi¬ 
nare essendo a mensa fu loro dato di un finissimo vino. Gli ambasciatori, 
a cui piacea più il vino che aver tenuto a mente la commessione, si co¬ 
minciarono a attaccare al vetro e bei e ribei, cionca e ricionca, quando 
ebbono desinato nonché si ricordassero della loro ambasciata, ma e’ non 
sapeano dov’ e si fossino, e andorno a dormire. La mattina di poi giun- 
sono in (presto modo ad Arezzo e andorno dal Vescovo, e nessuno dicea. 

Allora il Vescovo come uomo accorto si rizzò e venne a loro, e piglian¬ 
doli per la mano disse : voi siate i benvenuti, figliuoli miei, che nuove avete 
voi? Alla fine parlò l’uno e disse: Messer lo Vescovo, noi siamo mandati 
ambasciatori dinanzi alla vostra Signoria da quelli vostri servitori di Ca¬ 
sentino, ed eglino che ci mandarono e noi che siamo mandati siamo uo¬ 
mini ' materiali e assai ignoranti, e ci feciono la commessione da sera in 
fretta e come la cosa andasse o e’ non ce la seppono dire o noi ■ non V ab¬ 
biamo saputa intendere ; però vi preghiamo umilmente che gli uomini di 
que’ comuni vi siano raccomandati ; che possino rompere il collo essi che ci 
mandarono e noi che ci siamo venuti ! Il Vescovo saggio accortosi che que¬ 
sti erano due mammalucchi, mise loro la mano sulle spalle e disse: Or 
andate e dite a quelli miei figliuoli che ogni cosa che mi sia possibile nel 
loro bene intendo fare ; e perchè da qui innanzi non si diano spesa in man¬ 
dare a me ambasciatori, qualunque cosa vaglino da me mi scrivano, ed 
io per lèttera risponderò. E così pigliando commiato si partirono. Onde 
tornati dissono che dinanzi al Vescovo aveano fatto così bella arringhiera 
come se 1’ uno fosse stato Tullio e 1’ altro Quintiliano : e furono molto 
commendati, e da ind’ innanzi ebbono molti officii del Comune, chè le più 
volte erano sindachi o massari. » 

Franco Sacchetti, Novelle, (Novella 31). Firenze, 1860. 

fi 


o 




Cristo che disse : cìocete omnes gentes. Imperocché il Par¬ 
roco, specialmente nei luoghi alpestri ove poche sono 
le famiglie e grandi le distanze, si trova in condizioni 
favorevolissime per compiere in pari tempo i laboriosi 
doveri del suo ministero ed essere l’amico sincero della 
buona istruzione e il promotore efficace della umana ci¬ 
viltà; (1) purché, ben inteso, l’insegnamento loro uni¬ 
formino a quei principii d’amor di patria, di libertà e 
di rispetto alle leggi e alle Autorità costituite, che la 
religione cristiana stabilisce ed impone. E ciò in omaggio 
a quel principio d’ eterna e dolce armonia, onde egual¬ 
mente si librano nella bilancia della divina giustizia i più 
sacri doveri del cittadino ed il rispetto della religione, 
anco negli animi forti che a cose patrie s’accendono. 

Ma disgraziatamente, e nonostante i tentativi fatti in 
proposito, non si è potuto ancora (salvo ben poche ec¬ 
cezioni) fare assegnamento su questo mezzo semplice di 
educazione e d’istruzione, e ciò perchè alcuni Parroci 
o non comprendono la nobile e santa missione loro af¬ 
fidata, oppur non sfoggiano troppo in sapere, nè in buona 
volontà. (2) Ci duole assai che la nostra penna debba ri¬ 
petere parole sì dure, ma questa è la verità, e la verità 
d’altro non dee vergognarsi che d’esser taciuta : (3) 
valga essa almeno a servire di lode ai solleciti, e ai ne" 
gliittosi d’incitamento ! 

L’istruzione elementare non è dunque ancora fra noi 
per tutto e per tutti così diffusa o apprezzata come do- 
vrebb’essere ; sicché ad onta di tutte le leggi obbliga¬ 
torie, il gran libro de’ poveri è sempre quello del lavoro 
e della terra da coltivare. 

I nostri buoni antenati, conducendo vita patriarcale, 
e poche e difficili essendo allora le comunicazioni, se la 


'(1-2) A. Bartolini, Un parroco maestro di , civiltà. Prato, 1888. 
(3) Veritas nihil erubescit nisi abscondi. Tacito. 

















passavano come se al di là di questi monti non esistesse 
altro mondo ; e la loro politica, per dirla colla frase ar¬ 
guta del Giacchi, si compendiava tutta quanta nella 
fausta notizia del parto felice di S. A. I. e lì. la Gran¬ 
duchessa ! Oggi invece purtroppo la politica e le gare 
municipali generalmente infieriscono ; ed agitandosi fra 
persone cui la mancanza d’educazione civile rende in¬ 
tolleranti delle opinioni altrui e intransigenti per le 
proprie, distruggono l’amicizia, la concordia, l’unione e 
quella buona armonia eli’è tanta parte (per non dire 
l’unico bene) della vita dei piccoli paesi die un muro ed 
una fossa serra! Giornali non esistevano o i rari rap¬ 
presentanti di questa specie (elevata oggi al grado di 
quarto potere dello Stato) erano privilegio di pochi ni 
quali parea gran ventura quella di potere in tal maniera 
conoscere dal Casentino una volta per settimana i fatti 
avvenuti nel rimanente della Toscana, di cui l’isola di 
Elba era il più lontano confine! L’arrivo del Procaccia, 
che solea disimpegnare anche le funzioni di porta-lettere, 
costituiva un avvenimento, e tutti andavano a lui 

Siccome a messagger che porta olivo 
Tragge la gente per udir novelle. (1) 

Oggi invece tutti i Capolùoghi comunali hanno ufficio 
telegrafico, e la posta porta quotidianamente anche nei 
più lontani casolari di montagna le notizie del giorno 
di tutto il mondo civile e incivile. In quasi tutti i paesi 
giungono, non più rari nantes, ma a guisa di legione, 
giornali d’ogni colore; nè v’ha, può dirsi, operaio che 
non spenda il suo soldo per comprarsi la gazzetta e per 
potere ancor esso prender 1’ ambito posto al gran ban¬ 
chetto politico, leggicchiando giornali, che spesso, come 
ben dice il Mantegasza, si prendono il compito d’irritare 


(1) Dante, Purg., c. II. 









i malcontenti senza istruirli, e di mettere in evidenza 
e misurare le ingiustizie sociali senza mai suggerire il 
mezzo di toglierle, (1) e, come diceva Aurelio Saffi, par¬ 
lando sempre dei loro diritti, senza mai richiamarli 
all’ osservanza dei corrispondenti doveri. Ma meno male 
se tutto finisse qui ! Il peggio sta nelle idee socialistiche, 
che anche quassù son penetrate non solo nelle classi 
lavoratrici ma anche nella gran massa degli spostati del 
piccolo commercio e della piccola possidenza e nei mezzi 
poveri della magra borghesia. È da augurarsi che poi il 
buon senso prevalga, e che quei poveri illusi dall’ ingan- 
nevol miraggio d’eguaglianze impossibili, tornino ad aver 
fiducia in quella generazione di uomini, che mai pensò 
d’adulare nè d’ingannare le plebi per accattarne ignobil¬ 
mente il favore e per sfruttarne la facile credulità ! 

Nelle masse il sentimento nazionale e liberale s’ac¬ 
corda generalmente colla sincerità delle convinzioni re¬ 
ligiose ; e di questa sincera credenza sono per lo più ef¬ 
fetto le pratiche religiose ; pochi gl’ indifferenti : il fa¬ 
natismo rarissimo. Nei montagnoli come negli uomini 
di mare, il sentimento religioso ha maggior grado d’in¬ 
tensità ) e ciò deve molto attribuirsi alla potenza dello 
spettacolo che tanto l’uno che l’altro ha continuamente 
davanti agli occhi, ai pericoli che li circondano e alle 
sublimi voci della natura che si fa intendere sulle mon¬ 
tagne o sul mare. In altri poi il sentimento religioso si 
converte in superstizione la quale è, fra le umane idee, 
la specie più difficile a esser distrutta. 

Nè mancano pur troppo anche fra noi i pregiudizi e 
gli errori popolari , quantunque per avventura più scarsi 
e forse meno grossolani di quelli che s’incontrano tra 
la gente vicina alle grandi città. Delle quali umane 


(1) P. Mantegazza, Testa. Milano, 1888. 










aberrazioni non è tuttavia a trascurarsi lo studio, per¬ 
chè nelle superstizioni di un popolo trovasi una gran 
parte della sua storia, e le religioni e le tradizioni so¬ 
vrappongono come in un grande alveo geologico i loro 
strati, e portano le loro alluvioni, che poi si modificano 
a vicenda, lasciando spesso all’ oscuro le antiche origini 
e la natura vera della roccia che più tardi ci cadrà sotto 
gli occhi. (1) 

E molti sono, davvero, i pregiudizi e le superstizioni 
che qui ancora rimangono a sradicarsi, frutto d’invete¬ 
rate consuetudini e di errori secolari. Per lo che i più 
naturali avvenimenti sogliono attribuirsi al misterioso 
e soprannaturale intervento di qualche occulta potenza ; 
onde derivano le più abominevoli ciurmerie dei cosid¬ 
detti stregoni, delle fattucchiere e dei furbi, che, dan¬ 
dosi l’aria di persone ispirate e dotte de’ segreti della 
natura, riescono abilmente a vivere alle spalle dei gonzi, 
facendo talvolta seria ed illecita concorrenza al prete, 
al medico e al farmacista. 

Vedi le triste che làsciaron l’ago 
La scuola e ’l fuso e fecesi indovine, 

Lecer malìe con eròe e con immago. (2) 

Con tuttociò fortunatamente la statistica criminale 
s’aumenta di ben poche cifre pei delitti commessi nel 
Casentino, dove la corruttela e le pericolose aberrazioni, 
che agitano le moltitudini dei grandi centri sociali non 
giunsero ancora a guastare l’indole naturalmente buona, 
onesta, rispettosa e tranquilla degli abitanti. 

Facciamo voti pertanto che la luce dell’ istruzione 


(1) Sarà argomento di una mia pròssima pubblicazione uno studio speciale 
sui pregiudizi casentinesi, allo scopo precipuo di dimostrare come i me¬ 
desimi non siano in sostanza die eredità ricevuta dai Greci e dai Romani. 

(2) Dante, Inf c. XX. 







70 — 


cui specialmente è affidata la sacrosanta missione di 
diradare le tenebre dell’ umana intelligenza, valga pur 
anco a distruggere questi ultimi avanzi d’una supersti¬ 
ziosa ignoranza, tarlo ingenito e vera pliilloxera vastatrix 
che rode i germi del genio e isterilisce la mente ! 


Lingua e canti popolari 


Péra ,clii danna la gentil favella 
Ond’Arno è lieto. 

Giuseppe Borghi, Risposta a Lamartine. 

Diceva, e dicea bene, il chiarissimo Giovan Battista 
Giuliani, che le lingue parlate sono un’immagine del 
cuore e della fantasia di un popolo, ed aggiungeva che 
nella lingua toscana trovasi buon senso, finezza di udito, 
sentimento del bello, perfezione di natura e spirito di 
poesia. (1) Nelle quali lingue parlate schiette, vive, spe¬ 
dite, franche e briose sta, secondo il Lioy, la prova lam¬ 
pante di quanto le grazie spontanee vincano ogni frase 
dell’ arte. Spesso vi si sentono usare vocaboli e modi 
non ancora battezzati dall’inchiostro, e verbi nuovi che 
1 ialino l’aria d’essere stati trovati lì per lì a risparmio 
di lunghe parole; verbi che in Dante poteano parere li¬ 
cenze, e che invece erano fin d’allora usi del popolo 
padrone della sua lingua, da esso maneggiata a modo 
suo, senza paura dei grammatici. I quali, come diceva il 
Giusti,- presero a comandare a bacchetta in un tempo 
nel quale il pensiero, l’atto e la parola piegavano sotto 


(1) G. B. Giuliani, Del vivente linguaggio della Toscana. Firenze, 1 SO." 
e Le delizie del parlare toscano. Firenze, 1880. 


















l’autorità; imposero leggi e confini alla lingua senza co¬ 
noscerla tutta quanta: chiusi gli orecchi alla voce di chi 
gliela parla schietta e viva, s’abbandonarono a un gran 
scartabellare di scritture per trarne tante filze più o 
meno lunghe quante sono le lettere dell’alfabeto. Poi, 
chiuso il libro, gridarono come Pilato : quel eh’ è scritto 
è scritto, ma gli altri seguitarono a parlar come prima. 
Contro certi modi intesi da tutti si cominciò allora a 
gridare : basso, triviale, disadorno, e apparve la leviga¬ 
tezza, ma l’evidenza, la proprietà, l’efficacia se ne an¬ 
darono. Povera letteratura quanta rachitide ci hai gua¬ 
dagnato nello strettoio di cotesti pedanti che t’infran¬ 
sero il nòcciolo del pensiero, della spontaneità, della 
vita ! (1) Fu detto ad un imperatore eh’ egli poteva dare la 
cittadinanza romana ad un uomo, ma non ad una pa¬ 
rola. Il pubblico colto è quello che può ammetterla o 
rigettarla. Quando tutte le accademie s’uniscano a far 
decreti solenni per l’ammissione di una voce come di 
pura lingua, in vanum laboraverunt se quel giudice su¬ 
premo eh’ è il popolo, non la riconosce per tale. 

Anche Massimo d’Azeglio riconosceva al parlare to¬ 
scano l’alta missione dell’ unità della lingua, (2) e Tom¬ 
maso Grossi, scrivendo al Giusti, auguravasi « di rendere 
comune tanta parte di cotesta beata lingua toscana che ci 
tormentiamo a cercare invano ne 7 libri e ne’ disionarii, che 
sappiamo benissimo che ci dev 7 essere, ma che e tanto dif¬ 
ficile a trovarsi da chi non ha avuto il privilegio di re¬ 
spirare l 7 aura de 7 vostri beati colli. » (3) 

Belle parole uscite dalle più care penne d’Italia e 
non toscane , alle quali come Casentinesi di gran cuore 


(1) P. Lioy, In montagna. Bologna, 1880. 

(2) Lettera di Massimo d’Azeglio a Giuseppe Giusti, 13 novembre 1841. 
Da WEpistolario di G. Giusti. 

(3) Lettera di Tommaso Grossi. Ball’Epistolario di G. Giusti. 

























— 72 — 

pur noi ci associamo, stimando essere anche elemento 
di civiltà il serbare pura ed intatta quella lingua che 
di generazione in generazione ci fu tramandata dai nostri 
padri, senza bisogno di avere ad ogni istante ricorso a 
quel preteso codice della lingua, nel quale trovansi inap¬ 
pellabilmente formulate leggi assolute per le parole, e 
pene severe per le licenze. 

Nè, a dir vero, mancano in Italia scrittori che po¬ 
trebbero farsi maestri di lingua schietta, elegante, e non¬ 
dimeno usata e domestica. Soltanto basterebbe che al¬ 
cuni di loro scendessero un po’ dagli alti scanni ove 
ornai stanno seduti, e non giudicassero bassezza o viltà 
lo starsene in mezzo al popolo e conversare con lui. Chi 
vuol dunque possedere veramente la nostra lingua, bi¬ 
sogna che faccia fondamento de’ suoi studi la lingua par¬ 
lata, confrontandola con quella scritta e rinfrescandone il 
campo coi ruscelli vivi e perenni, che sgorgano dalla 
viva voce del popolo. 

Del resto, come diceva il Giusti, noi Toscani a scri¬ 
vere e a parlare correttamente abbiamo lo stesso me- 
ìito che ha un uomo diritto a non esser gobbo: ma d’al- 
tia parte anche i signori scienziati e filosofi di grido bi¬ 
sognerebbe che curassero un po’più la forma, se non al¬ 
tro per dare una veste più paesana ai loro libri, pen¬ 
sando che lo studio della lingua è studio di pensiero, e 
che pensiero e parola, veri gioielli della mente umana, 
s’aiutano di luce scambievole. (1) 

Ma noi certamente non ci metteremo con sì poca vela 
in questo pelago della filologia letteraria, ove già da gran 
tempo navigò da padrone quel bravo amico nostro che 
fu Antonio I>artolini, di Stia, il quale seppe così bene 
appropriarsi le bellezze vive del parlare toscano, e spe- 


(1) Giusti, Epistolario, Lettera 122, alla marchesa Luisa d’Azeglio. 








— 65 — 


zione elementare è alquanto trascurata, non potendo i 
fanciulli, sia per le grandi distanze, sia per la spesso 
cattiva stagione, sia finalmente per dovere aneli’ essi at¬ 
tendere a qualche lavoro agricolo o pastorizio, frequen¬ 
tare le scuole poste nel capoluogo del Comune. E a que¬ 
sto proposito potrebbero i respettivi Parroci rendere 
i più segnalati servigi alla civiltà e alla patria, impar¬ 
tendo l’istruzione elementare gratuita, che per essi è 
anche moralmente obbligatoria secondo la religione di 


minati parecchie miglia, disse 1’ uno all’ altro : hai tu a mente la commes¬ 
tione che ci fu fatta ? Rispose 1’ altro che non se ne ricordava. Disse 1’ al¬ 
tro: ohi io stava a tua fidanza: e quegli rispose ed io stava alla tua. 
L’uno guata l’altro dicendo: noi abbiamo pur benfatto! Andati a desi¬ 
nare essendo a mensa fu loro dato di un finissimo vino. Gli ambasciatori, 
a cui piacea piti il vino che aver tenuto a mente la commessione, si co¬ 
minciarono a attaccare al vetro e bei e ribei, cionca e ricionca, quando 
ebbono desinato nonché si ricordassero della loro ambasciata, ma e’ non 
sapeano dov’ e si fossino, e andorno a dormire. La mattina di poi giun- 
souo in questo modo ad Arezzo e andorno dal Vescovo, e nessuno dicea. 
Allora il Vescovo come uomo accorto si rizzò e venne a loro, e piglian¬ 
doli per la mano disse : voi siate i benvenuti, figliuoli miei, che nuove avete 
voi? Alla fine parlò l’uno e disse: Messer lo Vescovo , noi siamo mandati 
ambasciatori dinanzi alla vostra Signoria da quelli vostri servitori di Ca¬ 
sentino, ed eglino che ci mandarono e noi che siamo mandati siamo uo¬ 
mini materiali e assai ignoranti, e ci feciono la commessione da sera in 
fretta e come- la cosa andasse o e’ non ce la seppono dire o noi non V ab¬ 
biamo saputa intendere ; però vi preghiamo umilmente che gli uomini di 
que’ comuni vi siano raccomandati ; che possino rompere il collo essi che ci 
mandarono e noi che ci siamo venuti! Il Vescovo saggio accortosi che que¬ 
sti erano due mammalucchi, mise loro la mano sulle spalle e disse: Or 
andate e dite a quelli miei figliuoli che ogni cosa che mi sia possibile nel 
loro bene intendo fare ; e perchè da qui innanzi non si diano spesa in man¬ 
dare a me ambasciatori, qualunque cosa vaglino da me mi scrivano, ed 
io per lettera risponderò. E così pigliando commiato si partirono. Onde 
tornati dissono che dinanzi al Vescovo aveano fatto così bella arringhiera 
come se 1’ uno fosse stato Tullio e 1’ altro Quintiliano : e furono molto 
commendati, e da ind’ innanzi ebbono molti officii del Comune, chè le più 
volte erano sindachi o massari. » 

Esanco Sacchetti, Novelle, (Novella 31). Firenze, 1860. 


5 











Cristo che disse : clocete omnes gentes. Imperocché il Par¬ 
roco, specialmente nei luoghi alpestri ove poche sono 
le famiglie e grandi le distanze, si trova in condizioni 
favorevolissime per compiere in pari tempo i laboriosi 
doveri del suo ministero ed essere l’amico sincero della 
buona istruzione e il promotore efficace della umana ci¬ 
viltà; (1) purché, ben inteso, P insegnamento loro uni¬ 
formino a quei principii d’amor di patria, di libertà e 
di rispetto alle leggi e alle Autorità costituite, che la 
religione cristiana stabilisce ed impone. E ciò in omaggio 
a quel principio d’ eterna e dolce armonia, onde egual¬ 
mente si librano nella bilancia della divina giustizia i più 
sacri doveri del cittadino ed il rispetto della religione, 
anco negli animi forti che a cose patrie s’accendono. 

Ma disgraziatamente, e nonostante i tentativi fatti in 
proposito, non si è potuto ancora (salvo ben poche ec- 
cèzioni) fare assegnamento su questo mezzo semplice di 
educazione e d’istruzione, e ciò perchè alcuni Parroci 
o non comprendono la nobile e santa missione loro af¬ 
fidata, oppur non sfoggiano troppo in sapere, nè in buona 
volontà. (2) Ci duole assai che la nostra penna debba ri¬ 
petere parole sì dure, ma questa è la verità, e la verità 
d’altro non dee vergognarsi che d’esser taciuta : (3) 
valga essa almeno a servire di lode ai solleciti, e ai ne* 
ghittosi d’incitamento ! 

L’istruzione elementare non è dunque ancora fra noi 
per tutto e per tutti così diffusa o apprezzata come do- 
vrebb’essere ; sicché ad onta di tutte le leggi obbliga¬ 
torie, il gran libro de’ poveri è sempre quello del lavoro 
e della terra da coltivare. 

I nostri buoni antenati, conducendo vita patriarcale, 
e poche e diffìcili essendo allora le comunicazioni, se la 


(1-2) A. Bartolini, Un parroco maestro di civiltà. Prato, 1888. 
(3) Veritas nihil erubescit nisi abscondi, Tacito. 












passavano come se al di là di questi monti non esistesse 
altro mondo ; e la loro politica, per dirla colla frase ar¬ 
guta del Giacchi, si compendiava tutta quanta nella 
fàusta notizia del parto felice di S. A. I. e 11. la Gran¬ 
duchessa ! Oggi invece purtroppo la politica e le gare 
municipali generalmente infieriscono 5 ed agitandosi fra 
persone cui la mancanza d’educazione civile rende in¬ 
tolleranti delle opinioni altrui e intransigenti per le 
proprie, distruggono l’amicizia, la concordia, l’unione e 
quella buona armonia eh’è tanta parte (per non dire 
l’unico bene) della vita dei piccoli paesi che un muro cd 
una fossa serra! Giornali non esistevano o i rari rap¬ 
presentanti di questa specie (elevata oggi al grado di 
quarto potere dello Stato) erano privilegio di pochi ai 
quali parea gran ventura quella di potere in tal maniera 
conoscere dal Casentino una volta per settimana i fatti 
avvenuti nel rimanente della Toscana, di cui l’isola di 
Elba era il più lontano confine! L’arrivo del Procaccia, 
che solea disimpegnare anche le funzioni di porta-lettere, 
costituiva un avvenimento, e tutti andavano a lui 

Siccome a messagger che porta olivo 
Tragge la gente per udir novelle. (1) 

Oggi invece tutti i Capoluoghi comunali hanno ufficio 
telegrafico, e la posta porta quotidianamente anche nei 
più lontani casolari di montagna le notizie del giorno 
di tutto il mondo civile e incivile. In quasi tutti i paesi 
giungono, non più rari nantes, ma a guisa di legione, 
giornali d’ogni colore : nè v’ha, può dirsi, operaio che 
non spenda il suo soldo per comprarsi la gazzetta e per 
potere ancor esso prender 1 ’ ambito posto al gran ban¬ 
chetto politico, leggicchiando giornali, che spesso, come 
ben dice il Mantegazza, si prendono il compito d’irritare 


(1) Dante, Purg., e. II. 










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i malcontenti senza istruirli, e di mettere in evidenza 
e misurare le ingiustizie sociali senza mai suggerire il 
mezzo di toglierle, (1) e, come diceva Aurelio Saffi, par¬ 
lando sempre dei loro diritti, senza mai richiamarli 
all’osservanza dei corrispondenti doveri. Ma meno male 
se tutto finisse qui ! Il peggio sta nelle idee socialistiche, 
che anche quassù son penetrate non solo nelle classi 
lavoratrici ma anche nella gran massa degli spostati del 
piccolo commercio e della piccola possidenza e nei mezzi 
poveri della magra borghesia. È da augurarsi che poi il 
buon senso prevalga, e che quei poveri illusi dall’ingan- 
nevol miraggio d’eguaglianze impossibili, tornino ad aver 
fiducia in quella generazione di uomini, che mai pensò 
d’adulare nè d’ingannare le plebi per accattarne ignobil¬ 
mente il favore e per sfruttarne la facile credulità ! 

Nelle masse il sentimento nazionale e liberale s’ac¬ 
corda generalmente colla sincerità delle convinzioni re¬ 
ligiose ; e di questa sincera credenza sono per lo più ef¬ 
fetto le pratiche religiose ; pochi gl’indifferenti; il fa¬ 
natismo rarissimo. Nei montagnoli come negli uomini 
di mare, il sentimento religioso ha maggior grado d’in¬ 
tensità; e ciò deve molto attribuirsi alla potenza dello 
spettàcolo che tanto l’uno che l’altro ha continuamente 
davanti agli occhi, ai pericoli che li circondano e alle 
sublimi voci della natura che si fa intendere sulle mon¬ 
tagne o sul mare. In altri poi il sentimento religioso si 
converte in superstizione la quale è, fra le umane idee, 
la specie più difficile a esser distrutta. 

Nè mancano pur troppo anche fra noi i pregiudizi e 
gli errori popolari, quantunque per avventura più scarsi 
e forse meno grossolani di quelli che s’incontrano tra 
la gente vicina alle grandi città. Delle quali umane 


(1) P. Mantegazza, Testa, Milano, 1888. 

















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aberrazioni non è tuttavia a trascurarsi lo studio, per¬ 
chè nelle superstizioni di un popolo trovasi una gran 
parte della sua storia, e le religioni e le tradizioni so¬ 
vrappongono come in un grande alveo geologico i loro 
strati, e portano le loro alluvioni, che poi si modificano 
a vicenda, lasciando spesso all’ oscuro le antiche origini 
e la natura vera della roccia che più tardi ci cadrà sotto 
gli occhi. (1) 

E molti sono, davvero, i pregiudizi e le superstizioni 
che qui ancora rimangono a sradicarsi, frutto d’invete¬ 
rate consuetudini e di errori secolari. Per lo che i più 
naturali avvenimenti sogliono attribuirsi al misterioso 
e soprannaturale intervento di qualche occulta potenza -, 
onde derivano le più abominevoli ciurmerie dei cosid¬ 
detti stregoni, delle fattucchiere e dei furbi, che, dan¬ 
dosi l’aria di persone ispirate e dotte de’ segreti della 
natura, riescono abilmente a vivere alle spalle dei gonzi, 
facendo talvolta seria ed illecita concorrenza al prete, 
al medico e al farmacista. 

Vedi le triste che lasciaron l’ago 
La scuola e ’l fuso e fecesi indovine, 

Lecer malìe con erbe e con immago. (2) 

Con tuttociò fortunatamente la statistica criminale 
s’aumenta di ben poche cifre pei delitti commessi nel 
Casentino, dove la corruttela e le pericolose aberrazioni, 
che agitano le moltitudini dei grandi centri sociali non 
giunsero ancora a guastare l’indole naturalmente buona, 
onesta, rispettosa e tranquilla degli abitanti. 

Facciamo voti pertanto che la luce dell’ istruzione 


(1) Sarà argomento di una mia prossima pubblicazione uno studio speciale 
sui pregiudizi casentinesi, allo scopo precipuo di dimostrare come i me¬ 
desimi non siano in sostanza die eredità ricevuta dai Greci e dai Romani. 

(2) Dante, Inf., c. XX. 








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cui specialmente è affidata la sacrosanta missione di 
diradare le tenebre dell’ umana intelligenza, valga pur 
anco a distruggere questi ultimi avanzi d’una supersti¬ 
ziosa ign oranza, tarlo ingenito e vera philloxera vasta f i ix 
cbe rode i germi del genio e isterilisce la mente ! 


Lingua e canti popolari 


Péra dii danna la gentil favella 
Ond’Arno è lieto. 

Giuseppe Borghi, Risposta a Lamartine. 

Diceva, e dicea bene, il chiarissimo Giovati Battista 
Giuliani, die le lingue parlate sono un’immagine del 
cuore e della fantasia di un popolo, ed aggiungeva che 
nella lingua toscana trovasi buon senso, finezza di udito, 
sentimento del bello, perfezione di natura e spirito di 
poesia. (1) Nelle quali lingue parlate schiette, vive, spe¬ 
dite, franche e briose sta, secondo il Bioy, la prova lam¬ 
pante di quanto le grazie spontanee vincano ogni frase 
dell’ arte. Spesso vi si sentono usare vocaboli e modi 
non ancora battezzati dall’ inchiostro, e verbi nuovi che 
hanno 1’ aria d’ essere stati trovati lì per lì a risparmio 
di lunghe parole; verbi che in Dante poteano parere li¬ 
cenze, e che invece erano fin d’allora usi del popolo 
padrone della sua lingua, da esso maneggiata a modo 
suo, senza paura dei grammatici. I quali, come diceva il 
Giusti , presero a comandare a bacchetta in un tempo 
nel quale il pensiero, l’atto e la parola piegavano sotto 


(1) G. B. Giuliani, Del vivente linguaggio della Toscana. Firenze, 186f) 
— e Le dclizie del parlare toscano. Firenze, 1880. 











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l’autoritàj imposero leggi e confini alla lingua senza co¬ 
noscerla tutta quanta : chiusi gli orecchi alla voce di chi 
gliela parla schietta e viva, s’abbandonarono a nn gran 
scartabellare di scritture per trarne tante filze più o 
meno lunghe quante sono le lettere dell’alfabeto. Poi, 
chiuso il libro, gridarono come Pilato : quel eh’ è scritto 
è scritto, ma gli altri seguitarono a parlar come prima. 
Contro certi modi intesi da tutti si cominciò allora a 
gridare: basso, triviale, disadorno, e apparve la leviga¬ 
tezza, ma l’evidenza, la proprietà, l’efficacia se ne an¬ 
darono. Povera letteratura quanta rachitide ci hai gua¬ 
dagnato nello strettoio di cotesti pedanti che t’infran¬ 
sero il nòcciolo del pensiero, della spontaneità, della 
vita ! (1) Fu detto ad un imperatore eh’ egli poteva dare la 
cittadinanza romana ad un uomo, ma non ad una pa¬ 
rola. Il pubblico colto è quello che può ammetterla o 
rigettarla. Quando tutte le accademie s’uniscano a far 
decreti solenni per l’ammissione di una voce come di 
pura lingua, in vanum laboraverunt se quel giudice su¬ 
premo eh’ è il popolo, non la riconosce per tale. 

Anche Massimo d’Azeglio riconosceva al parlare to¬ 
scano l’alta missione dell’ unità della lingua, (2) e Tom¬ 
maso Grossi, scrivendo al Giusti, auguravasi « di rendere 
comune tanta parte di cotesta beata lingua toscana che ci 
tormentiamo a cercare invano ne’ libri e ne’ dizionarii, che 
sappiamo benissimo che ci dev’ essere, ma che è tanto dif¬ 
ficile a trovarsi da chi non ha avuto il privilegio di re¬ 
spirare V aura de’ vostri beati colli. » (3) 

Belle parole uscite dalle più care penne d’Italia e 
non toscane, alle quali come Casentinesi di gran cuore 


(1) P. Lioy, In montagna. Bologna, 1880. 

(2) Lettera di Massimo d’Azeglio a Giuseppe Giusti, 13 novembre 1841. 
Dall ’Epistolario di G. Giusti. 

(3) Lettera di Tommaso Grossi. Dall' Epistolario di G. Giusti, 



























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pur noi ci associamo, stimando essere anclie elemento 
di civiltà il serbare pura ed intatta quella lingua che 
di generazione in generazione ci fu tramandata dai nostri 
padri, senza bisogno di avere ad ogni istante ricorso a 
quel preteso codice della lingua, nel quale trovansi inap¬ 
pellabilmente formulate leggi assolute per le parole, e 
pene severe per le licenze. 

Nè, a dir vero, mancano in Italia scrittori che po¬ 
trebbero farsi maestri di lingua schietta, elegante, e non¬ 
dimeno usata e domestica. Soltanto basterebbe che al¬ 
cuni di loro scendessero un po’ dagli alti scanni ove 
ornai stanno seduti, e non giudicassero bassezza o viltà 
lo starsene in mezfco al popolo e conversare con lui. Chi 
vuol dunque possedere veramente la nostra lingua, bi¬ 
sogna che faccia fondamento de’ suoi studi la lingua par¬ 
lata, confrontandola con quella scritta e rinfrescandone il 
campo coi ruscelli vivi e perenni, che sgorgano dalla 
viva voce del popolo. 

Del lesto, come diceva il Giusti , noi Toscani a scri¬ 
vere e a parlare correttamente abbiamo lo stesso me¬ 
nto che ha un uomo diritto a non esser gobbo: ma d’al¬ 
tra parte anche i signori scienziati e filosofi di grido bi¬ 
sognerebbe che curassero un po’più la forma, se non al¬ 
tro per dare una veste più paesana ai loro libri, pen¬ 
sando che lo studio della lingua è studio di pensiero, e 
che pensiero e parola, veri gioielli della mente umana, 
s aiutano di luce scambievole. (1) 

Ma noi certamente non ci metteremo con sì poca vela 
m questo pelago della filologia letteraria , ove già da gran 
enrpo navigò da padrone quel bravo amico nostro che 
u ntonio Bartolini, di Stia, il quale seppe così bene 
appropriarsi le bellezze vive del parlare toscano, e spe¬ 


li) Giusti, Epistolario, Lettera 122, 


alla marchesa Luisa cl’Azeglio. 








— 73 - 


ciaìmente le vigorose locuzioni del dire casentmese, 
prese bell’ e fatte sulle labbra del popolo. Quindi ci 
piace rinviare colui die è amante di simili stridii a leg¬ 
gere e ad assimilarsi le bellissime cose diligentemente 
raccolte nei suoi libri, (1) dai quali chiaro apparisce 
quanto il parlare casentinese sia ricco di vive imma¬ 
gini, di maschia, suonante e corretta pronunzia, di pro¬ 
prietà e purezza di voci, di bellezza ed efficacia di 
maniere ; vere gemme sparse qua e là a larga mano 
e tanto maggiormente pregevoli inquanto riguardano 
più da vicino lo stile e l’indole del popolo. (2) 


(1) Cecchino e Nunzia. Firenze, 1872. Un esposto e una figliastra. Fi¬ 
renze, 1874. La battaglia di Campaldino. Firenze, 1876. La Falterona. 
Firenze, 1879. Scritterelli sparsi. Firenze, 1882. Gl’ Italiani all espugna¬ 
zione di Tunisi. Firenze, 1886. TTn parroco maestro di civiltà. Prato, 1888. 
Gli Epigrammi di Marco-Valerio Marziale, tradotti in lingua italiana. Fi¬ 
renze, 1890. 

(2) Non sarà discaro al lettore il conoscere alcune di queste frasi e 
modi di dire casentinesi, veri fiori di lingua da noi raccolti e sorpresi, di¬ 
reni così, nel parlar familiare dei contadini delle nostre montagne: 

« Stare al pan degli altri. » — Vivere al servizio altrui. 

« La tua parola sarebbe corta. » - Per significare cbe quanto po¬ 


tesse dirsi sarebbe insufficente. 


« Neppure a chiederlo a lingua. » - Nel senso di alcuno che lia ot¬ 


tenuto senza domandare pih di quel¬ 
lo eh’ egli stesso avrebbe potuto de¬ 
siderare. 


« Vestire di grosso e vivere di 
sottile. » 


— Si dice di uno che in realtà non 
è quello che sembra all’ apparenza. 


« Arriva prima all’ osso che alla 
pelle. » 


— Suol dirsi, per esempio, di una 
ingiuria atroce o di una parola che 
punga sul vivo, per esprimere la su¬ 
bitanea e dolorosa impressione. 


« 


Avere il cuore nello zucchero. » 


_ Per esprimere una contentezza 

dolcissima. 


« L’ acqua che ho da bere non 
me la intorbido. » 


— Cioè che è d’ uopo sapersi te¬ 
ner care e non disgustare le persone 
delle quali possiamo aver bisogno. 








74 — 


Se dovessimo qui riportare tutti i giudizii dei lette¬ 
rati italiaui sugli scritti del Bartolini, come già facemmo 


« Avere il miele sulle labbra e il 
rasoio a cintola. » 

« Il mio carattere è di parola e 
non di penna. » 

« Non rimanere altro che gli oc¬ 
chi per piangere. » 

« S’adira la lingua coi denti! » 

« Negare il pasto col boccone in 
bocca. » 

« Parlare per trascorso di lin¬ 
gua. » 

« Fare fango della parola. » 

« L’indugio prende vizio e fab¬ 
brica imbrogli. » 

« Non m’ ha morso cane eh’ io 
non abbia avuto del suo pelo. » 

« Piangere a vite tagliata. » 

« 11 grano è della zappa. » 

« Essere roba di sangue. » 

« Trista è quella vigna che si 
vendemmia una volta sola. » 


« Mangiare il pane pentito. » ecc. 
ecc. ecc. 

« Ho perso i denti ma non la 
lingua. >> 

« Prendere a sdegno una cosa. » 


— Cioè fare da amico e poi tra¬ 
dire. 

— Per dire che una promessa fat¬ 
ta dee mantenersi per sentimento di 
dignità personale e non per potervi 
essere obbligato giudicialmente. 

— Per esprimere il colmo della 
desolazione e della miseria. 

— Per significare che anco nelle 
più intime relazioni possono nascere 
dissapori e inimicizie. 

— Per denotare il massimo del¬ 
l’egoismo e della crudeltà. 

— Cioè senza attribuire impor¬ 
tanza a ciò che si dice. 

— Equivale al rimangiarsi la pa¬ 
rola data, ossia non mantenerla. 


— Per dire che nessuna offesa è 
rimasta invendicata. 

— Cioè dirottamente (immagine 
tolta dalla vite che dopo la potatura 
continuamente geme). 

— Per dire che chi ha lavorato il 
terreno deve anche averne il frutto. 

— Cioè beni di famiglia. 

— Si usa dire allusivamente a co¬ 
lui che per 1’ esorbitanza di una do¬ 
manda o del prezzo di un oggetto, 
disgusta le persone in maniera che 
mai più per altre occorrenze ricor¬ 
reranno a lui. 

— Pentirsi di una cosa con ri¬ 
morso che si ripete di continuo co¬ 
me il bisogno del pane quotidiano. 

— Cioè : sono ancora in grado di 
difendermi. 

— Aversene a male. 










— 75 - 


nella biografia (1) del compianto nostro amico, alla quale 
rimandiamo lo studioso lettore, dovremmo riempire molte 
pagine. Vogliamo però ricordare il giudizio di quell’ insigne 
letterato e filologo che fu Mciuto Hicci, il cui solo nome 
è nna lode, e che così scriveva al Bartolini nostro il 
23 giugno 1874: « Chiamare l’Italia al banchetto della 
lingua casentinese, è opera bella e dico anche morale, 
perchè nella parola v’ è un tesoro di moralità. Lei può 
adempiere l’incarico con invidiabile maestrìa, ed ha 
gusto squisito per discernere i diamanti dai cidi di bic¬ 
chiere. » 

E quanto più si risale il corso dell’Arno, quanto piu 
ci avviciniamo alla montagna, tanto più frequentemente 
s’odono proferire con somma proprietà e leggiadrìa pa¬ 


ri 


ole sceltissime, fiori di lingua viva, vocaboli dei clas 


« Il sangue non è acqua. » 

« Prender pugna per alcuno.. » 

« Rompere le cavezze. » 

« Aver sete con alcuno. » 

« Tu sei come una stadera ar- 


— Avere carattere e coraggio. 

_ Prendere le difese di alcuno. 

— Abbandonare ogni riguardo. 

— Avere odio e rancore. 

— Non sei capace di prendere 


rugginita. » 

« Attaccarsi agli zòccoli scom- 


alcuna risoluzione. 

— Stare attaccato alle piò pie- 


pagliati. » 

« 11 grano è sulla falce. » 

« In quel campo ci muore il pane. » 
« Pare un passo avanti e uno in¬ 


cole cose. 


— È a maturazione. 

— È coltivato male. 

— Mostrarsi indeciso 


dietro. » 

« Mangiarsi la paglia sotto i pie 1 


turi vantaggi. 


— Togliersi ogni speranza di fu 


di. » 

« Mettersi in ginocchio sulle spi 


orifizio. 



ne, per alcuno. » 


— Subito, lì per lì, sul momento. 


« Intra fine fatta » (frase comple¬ 


tamente latina). 

« Non fidarsi neppure della sua 


_ Non aver fiducia di alcuno. 


ombra. » 


Di Antonio Bartolini, un anno dopo la sua 


(1) Avv. Cablo Beni, Di 
morte. Arezzo, 1906. 






















— 76 


sici e frasi veramente dantesche: onde può dirsi che le 
popolazioni de’ nostri monti sono le vestali dell’italiana 
favella. Ciò del resto è naturale, imperocché « se un 
popolo, per sua buona fortuna, fosse stato immune da 
invasioni straniere, nè la forza o l’esempio avessero 
ox^erato in guisa da introdurvi usi e modi diversi da quelli 
onde si governava dapprima, si vedrebbe un tal popolo 
serbare gli antichi costumi, si udrebbe usare quel pa¬ 
trio linguaggio che di padre in tiglio per lunghe gene¬ 
razioni gli fu tramandato. Sì bella sorte non è toccata 
disgraziatamente all’Italia. » (1) 

Tuttavia il Casentino, posto in un angolo della To¬ 
scana circondato da monti, ond’ è meno agevole il pe¬ 
netrarvi, ebbe più rare occasioni di aver che fare coi 
corruttori stranieri, e anche con quelli fra i nostri, che 
per necessario commercio o per istolta vaghezza di no¬ 
vità, aveano già adulterata 1’ antica favella. Quassù, per 
esempio, come dice il Giusti, dell’invasione francese non 
arrivarono che il nome e le imposizioni ; e come vi si 
trovano le giubbe di cinquant’anni fa, così vi si trova 
tale e quale il linguaggio. (2) Perciò nella nostra pro¬ 
vincia, e più specialmente vicino alle nostre mon¬ 
tagne, suona schietta ancora ed efficace la vera lingua 
italiana. 

Di ciò reca buona testimonianza Cesare Canta, il quale 
così scrive : « Insomma voleva (il Manzoni) la sempli¬ 
cità e V unità ; ma i mezzi a cui s’appigliò furono essi 
i migliori 1 Sarebbe bisognato non domandare al terzo 
o al quarto se una voce fosse fiorentina, se viva.... 
bensì mettersi per mesi ed anni nella montagna di Pi- 
stoja o nel Casentino e, come l’aria, respirare a pieno 


(1) A. Bartolini, Un parroco maestro di civiltà, pag. 214 

(2) G. Giusti, Epistolario. Firenze, 1850. 










77 — 


petto quelle squisitezze e assimilarsele. » (1) Il Carloni 
poi dichiarava doversi, a merito dei casentinesi, notare 
che essi parlano la lingua del Boccaccio in modo parti¬ 
colare e corretto assai inù che in altre regioni toscane, 
giacché anche le persone del volgo usano frasi ben ap¬ 
propriate, belle, robuste, eleganti e colorite. (2) 

Ma testimonianza molto più autorevole ne reca pure 
Nicolò Tommaseo il quale il dì del Rosario 1872 scriveva 
al j Bartolini nostro una lettera intorno al suo racconto 
Cecchino e Nunzia, e fra le altre cose gli diceva: « Si 
attenga a quel che dice e a quel che può intendere il 
popolo della felice sua terra, ella che fa prova sovente 
di sapere sceglierne i modi migliori e ben collocarli, 
fuggendo l’affettazione della trivialità troppo ambita da 
certi toscani oggidì. » 

Finalmente il chiarissimo Gian Battista Giuliani, ri¬ 
portando il dialogo avuto con un carbonajo casentinese, 
e la descrizione fattagli dalla gran Sega di Camaldoli da 
un legnaiuolo di Stia, ne trae argomento per ammirare 
le forme di dire, gli agevoli costrutti e le figurate espres¬ 
sioni, dove si pare il sagace istinto del bello, la gio¬ 
conda fantasia e la mitezza de’ costumi toscani. (3) 

« Allorquando, conclude Gino Capponi, la lingua e 
le idee francesi predominarono, e quando gli eccita¬ 
menti nuovi destarono gli animi degli italiani a cercare, 
almeno in fatto di lingua, l’unione vietata, la Toscana 
sofferse rimproveri dalle altre provinole quasi ella fosse 
gelosa ma inutile custoditrice di quel tesoro che aveva 
in casa senza adoprarlo. Più grave è fatto il debito no¬ 
stro ora in tempi di sorti mutate, di sorti maggiori, ma 


(1) Cesare Cantù, Alessandro Manzoni, Reminiscenze, voi. I, pag. 259. 
Milano, 1882. 

(2) Giuseppe Carloni, Dall’Arno al Tebro. Perugia, 1890. 

(i) G. B. Giuliani, Sul vivente linguaggio della Toscana. Firenze, 1865. 












- 78 


più difficili ) e s’io dovessi, quanto alle future condi¬ 
zioni della lingua fare un pronostico, direi senz’ altro : 
la lingua in Italia sarà quello che sapranno essere gli 
Italiani. » (1) 

Crediamo ora far cosa grata al lettore ponendogli 
sott’ occliio, in tema di lingua casentinese, alcuni canti 
popolari amorosi, chiamati rispetti, presi dalla bocca 
stessa de’ nostri contadini, alcuni de’ quali ne sono spesso 
gli autori e anco gl’ improvvisatori talvolta. E qui li ri¬ 
portiamo nella loro integrità letterale, per non togliere 
ad essi la vivezza e naturalezza delle immagini e 1’ ori¬ 
ginalità de’ concetti. 

« Questi canti popolari, diceva Giuseppe Giusti, sono 
fiori non di stufa, ma naturali e spontanei. Felice la 
terra che li produce ! Io senz’ andare a lambiccarmi il 
cervello con tante prediche inutili, vorrei che la rivo¬ 
luzione si facesse coi rispetti e col panno di Casenti¬ 
no. » (2) I canti popolari nei quali traluce l’amore 1’ o- 
dio, le passioni e il sentimento del bene, sono pur essi 
studio di stile e d’idea, nè bisogna ritoccarli, come 
tanno, al dire del Tommaseo, certi ciabattini della 
letteratura, che invece d’abbellire, sciupano tutto, vi¬ 
gore, grazia, evidenza. 

A sentir la mia voce io spero, o bella, 

Io spero ben che labbia a rallegrare; 

Mando invece di me la mia favella, 

Perchè gli è tardi e mi conviene andare; 

Non Vadirar perchè non sia venu to, 

S’io non posso venir mando un saluto; 

S’io non posso venir mando un sospiro, 

Ti dò la buona notte ,e mi ritiro. 


U) Gino Capponi, Storia della Repubblica Fiorentina. Firenze, 1875. 
(2) G. Giusti, Epistolario. Lettera 53, a Silvio Giannini. Firenze, 1859. 












— 79 — 


Era di maggio, e ben me ne ricordo, 
Quando ei cominciammo a ben volere ; 
Erari fiorite le rose delVorto, 

E le ciliegie doventavan nere, 

Le doventavan nere in sulla rama, 
Allor ti vidi e fosti la mia dama; 
Passò l’estate e già casca la foglia.... 
Pi far teco all’amor non ho più voglia. 

0 ragazzina da’ biondi capelli, 

Tu rn’lia fatto di guest’innamorar e; 
Come la seta son lucidi e belli, 
Sembrano fili d’oro naturale, 

Sembrano fili d’oro e seta torta, 

Belli son gue’ capelli e chi li porta. 

L’amor de’forestieri dura un anno, 
Perchè la dama al su’ paese l’hanno; 
L’amor de’ forestieri dura un mese, 
Perchè la dama l’anno al su’paese; 
L’amor de’ forestieri dura un giorno, 
Perchè la dama l’han nel su’ contorno. 


O ragazzina ch’alzate la mira, 

'Non vorre’ che vo’ aveste a dar di fuor a 
E sarà l’interesse che vi tira, 

Ma un signore di voi non s’innamora; 
Perchè non vi troviate a gualche guaio 
Gli è meglio che torniate a un pecoraio. 

M’è stato detto e m’è stato avvisato 
Ch’io non ci passi più da guesto luogo; 
Ci vo’passar se ci fosse un armato 
E alla finestra una fiamma di fuoco; 

































— 80 — 


/Sempre ci vo’passar per questa via, 
Per far dispetto a chi ci ha gelosìa; 

/Sempre ci vo’passar per questi campi, 
E citi ci ha gelosìa si faccia avanti ! 

Mi meraviglio colla vostra mamma 
(Jlie non v’ha fatto bellezza nessuna, 

Il corpo grande quant’una capanna, 

E gli occhi verosimili alla luna, 
la bocca grande quant’una paniera, 

E il naso fatto a marchio di stadera. 

A Poma s’è scoperto una fontana 
Che butta un’acqua saporita e bona, 

E tutti gli ammalati li risana, 

Ma io che l’ho bevuta non mi giova ; 
Io l’ho bevuta e la prova l’ho fatta, 
Alle fiamme d’amor non giova l’acqua; 
Io l’ho bevuta e l’ho fatta la prova, 
Alle fiamme d’amor l’acqua non giova. 

Se tu sapessi il bene ch’io ti voglio, 
A casa mia non ci verresti mai; 
Quando ci vieni tu rompessi il collo, 
Salvo la compagnia, se tu ce Vliai. 


E quand’i’ canto non pensate a bene, 
P canto dalla rabbia che mi viene; 

E quando canto a bene non pensate, 

P canto dalla rabbia che mi fate. 

Quel dì che ti portorno a battezzare 
Il prete riscontrasti per la via; 
le fascie che t’avevano a fasciare 
Eran tessute di malinconia: 








— 73 - 


cialmènte le vigorose locuzioni del dire caseiitinese, 
prese bell’ e fatte sulle labbra del popolo. Quindi ci 
piace rinviare colui che è amante di simili studii a leg¬ 
gere e ad assimilarsi le bellissime cose diligentemente 
raccolte nei suoi libri, (1) dai quali chiaro apparisce 
quanto il parlare easentinese sia ricco di vive imma¬ 
gini, di maschia, suonante 6 corretta pronunzia, di pro¬ 
prietà e purezza di voci, di bellezza ed efficacia di 
maniere ; vere gemme sparse qua e là a larga mano 
e tanto maggiormente pregevoli inquanto riguardano 
più da vicino lo stile e l’indole del popolo. (2) 


(1) Cecchino e Nunzia. Firenze, 1872. Un esposto e una figliastra. Fi¬ 
renze, 1874. La battaglia di Campaldino. Firenze, 1876. La Falterona. 
Firenze, 1879. Scritterelli sparsi. Firenze, 1882. Gl’ Italiani all’ espugna¬ 
zione di Tunisi. Firenze, 1886. Un parroco maestro di civiltà. Prato, 1888. 
Gli Epigrammi di Marco- Valerio Marziale, tradotti in lingua italiana. Fi¬ 
renze, 1890. 

(2) Non sarà discaro al lettore il conoscere alcune di queste frasi e 
modi di dire casentinesi, veri fiori di lingua da noi raccolti e sorpresi, di¬ 
reni così, nel parlar familiare dei contadini delle nostre montagne: 


« Stare al pan degli altri. » 

« La tua parola sarebbe corta. » 

« Neppure a chiederlo a lingua. » 


« Vestire di grosso e vivere di 
sottile. » 

« Arriva prima all’ osso che alla 
pelle. » 

« Avere il cuore nello zucchero. » 

« L’acqua che ho da bere non 
me la intorbido. » 


— Vivere al servizio altrui. 

— Per significare che quanto po¬ 
tesse dirsi sarebbe insufficente. 

— Nel senso di alcuno che ha ot¬ 
tenuto senza domandare più di quel¬ 
lo eh’ egli stesso avrebbe potuto de¬ 
siderare. 

— Si dice di uno che in realtà non 
è quello che sembra all’ apparenza. 

— Suol dirsi, per esempio, di una 
ingiuria atroce o di una parola che 
punga sul vivo, per esprimere la su¬ 
bitanea e dolorosa impressione. 

— Per esprimere una contentezza 
dolcissima. 

— Cioè che è d’uopo -sapersi te¬ 
ner care e non disgustare le persone 
delle quali possiamo aver bisogno. 






























— 74 — 


Se dovessimo qui riportare tutti i giudizii dei lette¬ 
rati italiani sugli scritti del Bartolini 7 come già facemmo 


« Avere il miele sulle labbra e il 
rasoio a cintola. » 

« Il mio carattere è di parola e 
non di penna. » 

« Non rimanere altro che gli oc¬ 
chi per piangere. » 

« S’ adira la lingua coi denti ! » 

« Negare il pasto col boccone in 
bocca. » 

« Parlare per trascorso di lin¬ 
gua. » 

« Fare fango della parola. » 

« L’indugio prende vizio e fab¬ 
brica imbrogli. » 

« Non m’ ba morso cane eh’ io 
non abbia avuto del suo pelo. » 

« Piangere a vite tagliata. » 

« Il grano è della zappa. » 

« Essere roba di sangue. » 

« Trista è quella vigna che si 
vendemmia una volta sola. » 


« Mangiare il pane pentito. » ecc. 
ecc. ecc. 

« Ho perso i denti ma non la 
lingua. » 

« Prendere a sdegno una cosa. » 


— Cioè fare da amico e poi tra¬ 
dire. 

— Per dire che una promessa fat¬ 
ta dee mantenersi per sentimento di 
dignità personale e non per potervi 
essere obbligato giudicialmente. 

— Per esprimere il colmo della 
desolazione e della miseria. 

— Per significare che anco nelle 
più intime relazioni possono nascere 
dissapori e inimicizie. 

— Per denotare il massimo del- 
l’egoismo e della crudeltà. 

— Cioè senza attribuire impor¬ 
tanza a ciò che si dice. 

— Equivale al rimangiarsi la pa¬ 
rola data, ossia non mantenerla. 


— Per dire che nessuna offesa è 
rimasta invendicata. 

— Cioè dirottamente (immagine 
tolta dalla vite che dopo la potatura 
continuamente geme). 

— Per dire che- chi ha lavorato il 
terreno deve anche averne il frutto. 

— Cioè beni di famiglia. 

— Si usa dire allusivamente a co¬ 
lui che per 1’ esorbitanza di una do¬ 
manda o del prezzo di un oggetto, 
disgusta le persone in maniera che 
mai più per altre occorrenze ricor¬ 
reranno a lui. 

— Pentirsi di una cosa con ri¬ 
morso che si ripete di continuo co¬ 
nre il bisogno del pane quotidiano. 

— Cioè: sono ancora in grado di 
difendermi. 

— Aversene a male. 







— 75 — 


nella biografìa (1) del compianto nostro amico, alla quale 
rimandiamo lo studioso lettore, dovremmo riempire molte 
pagine. Vogliamo però ricordare il giudizio di quell’ insigne 
letterato e filologo che fu Mauro Ricci, il cui solo nome 
è una lode, e che così scriveva al Bartolini nostro il 
23 giugno 1874: « Chiamare l’Italia al banchetto della 
lingua casentinese, è opera bella e dico anche morale, 
perchè nella parola v’ è un tesoro di moralità. Lei può 
adempiere l’incarico con invidiabile maestrìa, ed ha 
gusto squisito per discernere i diamanti dai culi di bic¬ 
chiere. » 

E quanto più si risale il corso deli’Arno, quanto più 
ci avviciniamo alla montagna, tanto più frequentemente 
s’ odono proferire con somma proprietà e leggiadrìa pa¬ 
role sceltissime, fiori di lingua viva, vocaboli dei clas- 


« Il sangue non è acqua. » 

« Prender pugna per alcuno. » 

« Rompere le cavezze. » 

« Aver sete con alcuno. » 

« Tu sei come una stadera ar¬ 
rugginita. » 

« Attaccarsi agli zòccoli scom¬ 
pagnati. » 

« Il grano è sulla falce. » 

« In quel campo ci muore il pane. » 
« Pare un passo avanti e uno in¬ 
dietro. » 

« Mangiarsi la paglia sotto i pie¬ 
di. » 

« Mettersi in ginoccliio sulle spi¬ 
ne, per alcuno. » 

« Intra fine fatta » (frase comple¬ 
tamente latina). 

« Aon fidarsi neppure della sua 
ombra. » 


— Avere carattere e coraggio. 

— Prendere le difese di alcuno. 
— Abbandonare ogni riguardo. 

— Avere odio e rancore. 

— Aon sei capace di prendere 
alcuna risoluzione. 

— Stare attaccato alle più pic¬ 
cole cose. 

— È a maturazione. 

— È coltivato male. 

— Mostrarsi indeciso. 


— Togliersi ogni speranza di fu¬ 
turi vantaggi. 

— Essere pronto a qualunque sa¬ 
crifizio. 

— Subito, lì per lì, sul momento. 
— Aon aver fiducia di alcuno. 


(1) Avv. Carlo Beni, Di Antonio Bartolini, un anno dopo la una 
morte, Arezzo, 1906. 





















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sici e frasi veramente dantesche : onde pno dirsi che le 
popolazioni de’ nostri monti sono le vestali dell’italiana 
favella. Ciò del resto è naturale, imperocché « se nn 
popolo, per sua buona fortuna, fosse stato immune da 
invasioni straniere, nè la forza o l’esempio avessero 
operato in guisa da introdurvi usi e modi diversi da quelli 
onde si governava dapprima, si vedrebbe un tal popolo 
serbare gli antichi costumi, si udrebbe usare quel pa¬ 
trio linguaggio che di padre in figlio per lunghe gene¬ 
razioni gli fu tramandato. Sì bella sorte non è toccata 
disgraziatamente all’ Italia. » (1) 

Tuttavia il Casentino, posto in un angolo della To¬ 
scana circondato da monti, onci’ è meno agevole il pe¬ 
netrarvi, ebbe più rare occasioni di aver che fare coi 
corruttori stranieri, e anche con quelli fra i nostri, che 
per necessario commercio o per istolta vaghezza di no¬ 
vità, aveano già adulterata 1’ antica favella. Quassù, per 
esempio, come dice il Giusti, dell’ invasione francese non 
arrivarono che il nome e le imposizioni ; e come vi si 
trovano le giubbe di cinquantanni fa, così vi si trova 
tale e quale il linguaggio. (2) Perciò nella nostra pro¬ 
vincia, e più specialmente vicino alle nostre mon¬ 
tagne, suona schietta ancora ed efficace la vera lingua 
italiana. 

Di ciò reca buona testimonianza Cesare Canta, il quale 
così scrive : « Insomma voleva (il Manzoni ) la sempli¬ 
cità e 1’ unità j ma i mezzi a cui s’ appigliò furono essi 
i migliori? Sarebbe bisognato non domandare al terzo 
o al quarto se una voce fosse fiorentina, se viva.... 
bensì mettersi per mesi ed anni nella montagna di Pi- 
sfoja o nel Casentino e, come l’aria, respirare a pieno 


(1) A. Bautoi.ini, Un parroco maestro\ di civiltà, pag. 214. 

(2) G. Giusti, Epistolario. Firenze, 1859. 










77 - 


petto quelle squisitezze e assimilarsele. >> (1) Il Caricai 
poi dichiarava doversi, a merito dei casentinesi, notare 
elie essi parlano la lingua del Boccaccio in modo parti¬ 
colare e corretto assai più che in altre regioni toscane, 
giacché anche le persone del volgo usano frasi ben ap¬ 
propriate, belle, robuste, eleganti e colorite. (2) 

Ma testimonianza molto più autorevole ne reca pure 
Nicolò Tommaseo il quale il dì del Tosarlo 1872 scriveva 
al Èartolini nostro una lettera intorno al suo racconto 
Cecchino e Nunzia, e fra le altre cose gli diceva: « Si 
attenga a quel che dice e a quel che può intendere il 
popolo della felice sua terra, ella che fa prova sovente 
di sapere sceglierne i modi migliori e ben collocarli, 
fuggendo l’ affettazione della trivialità troppo ambita da 
certi toscani oggidì. » 

Finalmente il chiarissimo Gian Tattista Giuliani, ri¬ 
portando il dialogo avuto con un carbonado casentinese, 
e la descrizione fattagli dalla gran Sega di Camaldoli da 
un legnaiuolo di Stia, ne trae argomento per ammirare, 
le forme di dire, gli agevoli costrutti e le figurate espres¬ 
sioni, dove si pare il sagace istinto del bello, la gio¬ 
conda fantasia e la mitezza de’ costumi toscani. (3) 

« Allorquando, conclude Gino Capponi, la lingua e 
le idee francesi predominarono, e quando gli eccita¬ 
menti nuovi destarono gli animi degli italiani a cercare, 
almeno in fatto di lingua, l’unione vietata, la Toscana 
sofferse rimproveri dalle altre provincie quasi ella tosse 
gelosa ma inutile custoditrice di quel tesoro che aveva 
in casa senza adoprarlo. Più grave è fatto il debito no¬ 
stro ora in tempi di sorti mutate, di sorti maggioii, ma 


(1) Cesare Cantò, Alessandro Manzoni, Reminiscenze, voi. I, pag. 25J. 
Milano, 18-82. 

(2) Giuseppe Carloni, Dall’Arno al Tebro. Perugia, 1890. 

(3) G. B. Giuliani, Siti vivente linguaggio della Toscana. Firenze, 1805. 














- 78 - 

più difficili; e s’io dovessi, quanto alle future condi¬ 
zioni della lingua fare un pronostico, direi senz’ altro : 
la lingua in Italia sarà quello che sapranno essere gli 
Italiani. » (1) 

Crediamo ora far cosa grata al lettore ponendogli 
sott’ occhio, in tema di lingua casentinese, alcuni canti 
popolari amorosi, chiamati rispetti, presi dalla bocca 
stessa de’ nostri contadini, alcuni de’ quali ne sono spesso 
gli autori e anco gl’ improvvisatori talvolta. E qui li ri¬ 
portiamo nella loro integrità letterale, per non togliere 
ad essi la vivezza e naturalezza delle immagini e 1’ ori¬ 
ginalità de’concetti. 

« Questi canti popolari, diceva Giuseppe Giusti, sono 
fiori non di stufa, ma naturali e spontanei. Felice la 
terra che li produce ! Io senz’ andare a lambiccarmi il 
cervello con tante prediche inutili, vorrei che la rivo¬ 
luzione si facesse coi rispetti e col panno di Casenti¬ 
no. » (2) I canti popolari nei quali traluce l’amore 1’ o- 
dio, le passioni e il sentimento del bene, sono pur essi 
studio di stile e d’idea, nè bisogna ritoccarli, come 
fanno, al dire del Tommaseo, certi ciabattini della 
letteratura, che invece d’abbellire, sciupano tutto, vi¬ 
gore, grazia, evidenza. 

A sentir la mia voce io spero, o bella, 

10 spero ben che t’abbia a rallegrare; 

Mando invece di me la mia favella, 

Perchè gli è tardi e mi conviene andare; 

Non t’adirar perchè non sia venuto, 

8’io non posso venir mando un saluto; 

S’io non posso venir mando un sospiro, 

11 do la buona notte e ini ritiro. 


i . 

a) Gino Capponi, Storia della Repubblica Fiorentina. Firenze, 1875. 
(2) G. Giusti, Epistolario. Lettera 53, a Silvio Giannini. Firenze, 1859. 









— 79 


Era di maggio, e ben me ne ricordo, 
Quando ci cominciammo a ben volere ; 
Erari fiorite le rose dell 7 orto, 

E le ciliegie doventavan nere, 

Le doventavan nere in sulla rama, 
Allor ti vidi e fosti la mia dama ; 
Passò Vestate e già casca la foglia:... 
Di far teco all’amor non ho più voglia. 

0 ragazzina da’ biondi capelli, 

Tu m’ha fatto di quest’innamorare; 
Come la seta son lucidi e belli, 
Sembrano fili d’oro naturale, 

Sembrano fili d’oro e seta torta, 

Belli son que’ capelli e chi li porta. 

L’amor de’ forestieri dura un anno, 
Perchè la dama al su’ paese l’hanno; 
L’amor de’forestieri dura un mese, 
Perchè la dama l’anno al su’ paese ; 
L’amor de’ forestieri dura un giorno, 
Perchè la dama l’han nel su’ contorno. 


O ragazzina ch’alzate la mira, 

Non vorre’ che vo’ aveste a dar di fuor a 
E sarà l’interesse che vi tira, 
il [a un signore di voi non s’innamora; 
Perchè non vi troviate a qualche guaio 
Gli è meglio che torniate a un pecoraio. 

M’è stato detto e m’è stato avvisato 
Ch’io non ci passi più da questo luogo; 
Ci vo’ passar se ci fosse un armato 
E alla finestra una fiamma di fuoco; 




































80 — 


Sempre ci vo’passar per questa via, 
Per far dispetto a chi ci ha gelosìa; 
Sempre ci vo’passar per questi campi, 
E chi ci ha gelosìa si faccia avanti ! 

Mi meraviglio colla vostra mamma 
Che non v’ha fatto bellezza nessuna, 

Il corpo grande quant’una capanna, 

E gli occhi verosimili alla luna, 

La bocca grande quant’una paniera, 

E il naso fatto a marchio di stadera. 

A Poma s’è scoperto una fontana 
Che butta un’acqua saporita e bona, 

E tutti gli ammalati li risana, 

Ma io che l’ho bevuta non ini giova ; 
lo l’ho bevuta e la prova Vho fatta, 
Alle fiamme d’amor non giova l’acqua; 

10 l’ho bevuta e l’ho fatta la prova, 
Alle fiamme d’amor l’acqua non giova. 

Se tu sapessi il bene ch’io ti voglio, 
A casa mia non ci verresti mai; 
Quando ci vieni tu rompessi il collo, 
Salvo la compagnia, se tu ce l’hai. 

E quandi’ canto non pensate a bene 
P canto dalla rabbia che mi viene; 

E quando canto a bene non pensate, 

1’ canto dalla rabbia che mi fiate. 

Quel dà che ti portorno a battezzare 

11 prete riscontrasti per la via; 

Le fascio che t’avevano a fasciare 
Eran tessute di malinconia: 















81 - 


La culla che t’aveva da cullare 
Era legno venuto di Turchia; 

10 benedico le fasce e la culla 

E chi ti battezzò, bella, fanciulla. 

O ragazzina tu m’ha’ barattato 
Neppur s’i’fossi un cavallo stornello, 

Ma chi baratta la giunta ha cercato, 

E tu, carina, tu ha’ tirato a quello: 

Non guadagnò mai tanto ogni mercante, 
Quanto guadagni a barattar l’amante; 
Non guadagnò mai ogni pittore, 

Quanto guadagni a barattar l’amore. 

Vattene a letto, tu possa dormire, 

11 letto ti sia fatto di viole, 

E le lenzuola di broccato fine, 

Ija coltrice di penne di pavone. 

E quando la mattina vi levate 
Il sole a’monti vo’fate apparire; 

E quando vi vestite e vi spogliate 
L’angiol del cielo vi viene a servire. 

Giovanottin che semini fra’ sassi 
Non lo sperar d’aver buona raccolta; 

E tu abbadi a venir dietro a me’ passi, 
Tu sai che ci se’ stato un’altra volta.... 

Se il vostro babbo vuol empir la tasca, 
Io lo consiglio a metter su osterìa; 

E non avrà bisogno della f rasca 
Se la figliola alla finestra stia. 

Bella, bellina chi t’ha fatto gli occhi, 
Chi te l’ha fatti tanto innamorati; 

Di sotto terra caveresti i morti, 


0 


















— 82 — 


Dal letto caveresti gli ammalati; 

Di sotto terra caveresti noi, 

Mi son levato il cor per darlo a voi. 


Quando, o cara, da te sono lontano, 
Par che la vita mia mi venga meno; 
Quando mi guardi e mi stringi la mano, 
Parte dagli occhi tuoi dolce veleno ; 

Pe’ tuoi belli occhi chi piange e chi ride, 
La tua beilessa tutti li conquide; 

Pe’ tuoi belli occhi chi ride e chi piange, 
La tua beliessa tutti li compiange ; 

Ed io che vivo per i tuoi belli occhi, 
Vorrei morir d’amore a’ tuoi ginocchi. 

0 rondinella che voli pel mare 
Fermati un poco e ascolta mie parole: 
Dammi una penna dalle tue bell’ale 
Per scrivere una lettera al mio amore; 

E quando l’avrò scritta e fatta bella, 

Ti renderò la penna, o rondinella; 

E quando l’civrò scritta e fatta bianca, 

Ti renderò la penna che ti manca; 

E quando l’avrò scritta e fatta d’oro, 
lo renderò la penna al tuo bel volo! 

Credevi, o bella, colle tue parole 
D’un drago e cl’un leon farne un agnello 
Tu ti credevi d’aver fermo il sole, 

E d’aver messo il mar dentro un vasello; 
Tu credevi cl’avermi alla catena, 

M’avevi per un filo a mala pena; 

Tu credevi d’avermi incatenato, 

M’avevi per un filo e . s’è spossato! 







Cose d’Arte 


« Il grado di civiltà di un popolo è in ragione 
diretta col suo amore per le opere d’ arte. » 

Roberto d’ Azeglio, Studi storici sull’ arte del 
disegno. Firenze, 1861. 

Diremo a suo tempo delle opere d’arte casentinesi 
man mano che anderemo descrivendo i luoghi ov’ esse si 
trovano ; ma intanto affinchè questo libro riesca utile e 
dilettevole a un tempo, crediamo opportuno premettere 
alcune osservazioni intorno alla conservazione (o me¬ 
glio distruzione) delle opere artistiche in Casentino, 
di molte delle quali, se trattasi di monumenti, può 
dirsi, ehu, quam mutatus ab ilio ! e se di oggetti mo¬ 
bili : transivi , et ecce non erat ! Così dando il grido 
d’allarme è sperabile che indocti discanta et ament me- 
minisse periti. 

Quando nelle storie antiche ci accade di leggere le 
distruzioni commesse dai cosiddetti barbari sui monu¬ 
menti d’Egitto, di Grecia e di Roma, non par possibile 
che tanto scempio siasi potuto continuare sotto il go¬ 
verno di Stati reputati civili ! Ma invece,' mentre il bar¬ 
baro Teodorico decretava essere aumento di gloria ai 
monarchi la conservazione delle antichità, (1) la Roma 
civile del secolo XIY distruggeva i monumenti romani 
e le statue greche per costruire nuovi edifìzii privati e 
per farne calce e denaro. (2) Onde il Petrarca, scrivendo 
a Cola di Rienzo, rimproverava acerbamente quegl’ Ita¬ 
liani che coll’ ariete e col martello aveano fatto più 
danno che non avesse recato Cartagine col ferro e col 


(1) Cassidoro, Opere, lib. II, ep. XXXIX. 

(2) Nov. Maior, tit. IV. 
















— 84 — 


fuoco. E a questo stesso proposito Poggio Bracciolini 
diceva : « quello die suole cliiamarsi il rozzo e ignorante 
Medioevo ci ha dato assai più monumenti ed opere 
d’arte, che il rinomato rinascimento ci abbia poi con¬ 
servato. Se sopra era passata la bufera devastatrice dei 
barbari non vi era ancora cessata la signoria dei Bar¬ 
berini. » (1) 

Anche la nostra vecchia Toscana, così spesso ed a 
torto dimenticata, mentre le sue leggi furono e sono 
anche al presente veri monumenti di sapienza civile, 
aveva molti e utilissimi provvedimenti per conservare 
le opere d’arte ed impedirne l’alienazione e la perdita. (2) 

Invece, come diceva il Pelosini, certi dotti e civili 
nostri padroni hanno disperso in dieci anni più cose 
d’arte che non ne abbia accumulata la vecchia Italia da 
un secolo ! Ed aggiungeva : le Chiese ed i Monasteri, ve¬ 
nuti alla mercè del Demanio, gridano vendetta al cospetto 
dell’ arte e della civiltà. (3) 

Ora un tal danno è derivato e ancor deriva in gran 
parte dall’ ignoranza e non curanza delle opere d’ arte; 


(1) Euinarum urbis Eomae descriptio. 

(2) Lettera del granduca Ferdinando II de’Medici a Francesco Eoa- 
(lineili : 

« Avendo noi conosciuto con particolare soddisfazione la premura 
grande ciré voi avete sempre avuto d’ impegnarvi in cose di nostro gusto 
e servizio, et essendo restati molto appagati dalla Relazione fatta da voi 
di Hostra Commissione del passato contagio, vogliamo che facciate un 
diligente e sincero ragguaglio di tutte le cose più belle e di tutti i luo¬ 
ghi più notabili di Fiorenza, ma però con vostro comodo : ed acciocché 
questo riesca, comandiamo in virtù di questa che vi varrà per patente, a 
tutti li nostri sudditi che vi diano quelle notizie e facilità che vi bi¬ 
sognano, e che da voi saranno loro domandate; ed il Signore Iddio fa¬ 
vorisca questa ed ogni altra vostra virtuosa azione. » 

Dalla villa del Poggio, 30 novembre 1635. 

Il Granduca di Toscana. 

(3) n. F. Pelosini, Scritti letterari. Firenze, Barbèra, 1884. 







ambedue improvvide e dannose tanto nell’opera del 
Governo, quanto nel sentimento del popolo. Se è vero 
non essere necessario il conoscere di belle arti per ben 
reggere uno Stato, è pur vero doversi da dii governa 
sapere almeno in quale altissimo conto fossero esse te¬ 
nute presso ogni popolo e casta, tantoché i grandi arte¬ 
fici come i grandi dominatori imposero ai secoli il proprio 
nome. L’uomo di Stato non può dunque astrarre dal 
dovere, che la civiltà gl’ impone, di riconoscere nelle 
arti belle altrettante forze vive dell’ equilibrio governa¬ 
tivo, e deve quindi dar loro posto onorifico e degno 
nella gerarchia degli agenti che producono la prosperità 
e la gloria d’ una nazione. (1) 

La quale deplorata ignoranza è tanto più deplorabile 
in uno stato, come l’Italia, dove il pennello e lo scal¬ 
pello furono e sono guidati dal fervore senza pari, che 
deriva dalla contemplazione della natura per la duplice 
reazione della fantasia sul senso e di questo su quella. 

« Sulla regione poi che risponde al nome di Casentino, 
la natura ha sparso i suoi doni con prodiga mano, of¬ 
frendo inoltre agli amatori d’ arte e di storia una sor¬ 
gente inesauribile di sensazioni dolci e profonde. E ciò 
che più costituisce l’incanto segreto delle opere d’ arte 
che in Casentino si ammirano, è che esse non hanno mai 
abbandonato il luogo dove 1’ artista volle che fossero. 
È qui pertanto eh’ io vorrei condurre il viaggiatore preso 
dal desiderio dell’ incognito e del misterioso. » (2) 

Ma, pur troppo, anche nel Casentino le opere egregie 
monumentali ed artistiche sono in gran parte deperite 
o distrutte, e quelle mobili, già le più belle, spariscono 


(1) Volfango Goethe, preoccupato della frequente ignoranza artistica di 
molti uomini dotti che hanno voce autorevole nei grandi affari di Stato, 
soleva dire: V uomo discorre troppo e disegna poco. 

(2) F. De Ravenne, op. cit. 










- 86 - 


e, come dice Angiolo Orvieto, tendono n scomparire mano 
a mano die la civiltà progredisce. (1) 

Il clie è particolarmente a deplorarsi per gli oggetti 
del culto, esistenti nelle Chiese, dove, se andiamo di 
questo passo, non resterà fra poco neppure la piletta 
dell’ acqua santa ! (2) 

Ed è doloroso, ma doveroso, dir subito che la causa- 
dei danno sta principalmente negli ordinamenti gover¬ 
nativi, e, venendo al concreto, nella mancanza di rego¬ 
lari inventarii. Quelli che servono oggi per le verifiche 
e stati di consistenza degli arredi sacri e degli altri og¬ 
getti del culto nelle chiese, e per la consegna dei me¬ 
desimi da un parroco all’ altro, furono e sono compilati 
in modo sì primitivo ed ingenuo da far sorridere di 
compassione, se invece non si trattasse di cose serie e 
della più alta importanza ! Così è che preziose reliquie 
delle passate generazioni e oggetti artistici di sommo pre¬ 
gio e valore, che gli stranieri beii a ragione c’ invidiano, 
vengono affidati a preti privi d’ ogni cultura (3) ed 
ignoranti d’ ogni studio e criterio d’ arte e di storia (e 
non è colpa loro), mentre il ministero sacerdotale dovreb- 
b’ essere apostolato e missione di civiltà e di custodia 
gelosa di tutto ciò che la pietà e la fede degli avi no¬ 
stri vollero affidato alle chiese come ad asili inviolabili 
e sacri. (4) 


(1) Giornale II Marzocco , 8 marzo 1908. 

(2) Un antiquario sincero così diceva : « Se non ci fossero le chiese, Ohe 
alimentano il nostro commercio, si potrebbe chiudere bottega! » 

(3) Anche l’Imperatore di Germania ebbe a dire che in generale i preti 
italiani sono poco colti (Giornale La Tribuna, 27 marzo 1908, X. 87). 

(4) Per dare un’ idea del come tali inventarii sono compilati dirò per 
esempio, che le robbie, gli affreschi ed ogni altro quadro d’ altare in tela 
o in tavola, siano pure di sommo pregio artistico, si descrivono in modo 
generico senza alcun elemento d’ identificazione, così: un quadro rappre¬ 
sentante la Vergine col Bambino. Ond’ è che un parroco che voglia far 




















— 87 - 


Gli antichi calici polilobati, ricchi di ceselli e di smalti, 
i vaghi turribuli foggiati a guisa di tempietto gotico, le 
belle croci processionali dorate di stile bizantino, le trine 
rare trapunte su càmici di finissimo bisso, e tanti altri 
arredi sacri," che appunto per la loro antichità furono 
resi inservibili per l’esercizio quotidiano del culto ? 
mentre conservano ed anzi acquistano sempre maggior 
pregio artistico ed archeologico, vengono in occasione 
delle visite pastorali interdetti dal Vescovo, il che in 
sostanza significa dichiarare l’oggetto interdetto come 
res nullius, o per dir meglio proprietà assoluta del Par¬ 
roco. Il quale dopo di avere adempiuto all’ obbligo della 
sostituzione, può vendere liberamente l’oggetto di pregio 
e prendere molti quattrini, mentre con pochi soldi può 
ricomprare 1’ oggetto mancante. E di tale ignoranza ar¬ 
tistica (e in qualche caso mancanza di buona fede) pro¬ 
fitta e si arricchisce lo scaltro antiquario che gira per 
le campagne in cerca di disonesti e di gonzi, quaerens 
quem devoret. 

Da una specie d’inchiesta fatta da me rivolgendomi 
ai Parroci delle chiese casentinesi per sapere se le opere 
d’ arte descritte nei cataloghi governativi esistessèro 
ancora, è resultato che, mentre in generale i quadri d’al¬ 
tare materialmente figurano come esistenti sebbene re¬ 
mossi, deperiti pel tempo e danneggiati dall’ uomo, 
invece la maggior parte degli oggetti mobili, pregevoli 
per antichità e valore artistico, ha preso il volo per non 
tornare mai più ! 


quattrini a prò suo o della Chiesa, vende alla chetichella il quadro di 
pregio, e lo sostituisce con un altro di quelli che nelle botteghe dei rigat¬ 
tieri si comprano per poche lire. E così, quando si torna a fare alti a 
consegna in base al precedente inventario, e si trova nella chiesa invece 
del quadro di pregio che fu venduto, un altro quadro qualunque da (in 
que lire, rappresentante la Vergine col Bambino, il parroco è in perfetta 
regola, nè il Subeconomo od altri possono fare eccezioni ! 


































— 88 — 



Occorre dunque provvedere, e cV urgenza, per evitare 
almeno die il danno si faccia maggiore; ed è perciò ne¬ 
cessario procedere al regolare inventario di tutte le opere 
d’ arte esistenti nelle chiese, affidandone la custodia e 
la conservazione al parroco od al vicario che, come 
depositarli sono tenuti a tutti gli obblighi civili e penali, 
stabiliti dalle leggi yigenti in generale, e da quelle sulle 
opere d 7 arte in particolare. 

So che dal Governo si è già deciso il catalogo gene¬ 
rale delle opere d 7 arte, ma la questione finanziaria contro 
la quale vanno spesso ad infrangersi le migliori inten¬ 
zioni e le più belle energie, farà sì che il provvedimento 
anderà alle calende greche o per lo meno procederà con 
passo di tartaruga, mentre di fronte al pericolo del ri¬ 
tardo occorrerebbe, se fosse possibile, una legge di cate¬ 
naccio, onde, dum Eomae consulitur, gli oggetti d’arte 
non vadano irremissibilmente perduti. Così, per una 
misera questione di migliaia di lire, si continua a lasciare 
indifesa tanta parte del nostro patrimonio artistico che, 
anche considerata nel suo correspettivo in danaro, ha 
un valore inestimabile. E sono poi tante gemme che 
vengono tolte dalla corona regale del nostro genio che 
incontrastato ha dominio su tutto il mondo civile, per 
allicciare i musei d 7 Europa e di America, dove fra poco, 
se dura il brutto sistema, dovremo andare per ammirare 
le nostre migliori opere d 7 arte. È vero che queste por¬ 
tano all 7 estero la luce dell 7 arte italiana, e che il genio 
che le ha create non si compra coi dollari, (1) ma è 
anche vero che con siffatta teoria sentimentale e poetica 
il patrimonio artistico, sparso dovunque in Italia, sarebbe 
presto ridotto a quello rinchiuso nei Musei pubblici. 

E poiché ormai siamo entrati nell 7 argomento, che a 


(1) Quartini opera, non artes 


emuntur , Cicerone, De offic., lib, I. 









— 89 — 


noi sembra di capitale importanza, sentiamo il dovere di 
denunziare alle persone civili un altro sconcio gravis¬ 
simo o meglio offesa all’ estetica ed al buon gusto nel- 
p arte. Vogliamo parlare di ciò clie vedesi in quasi tutte 
le chiese dove le tavole, i trittici e i quadri d’ altare, 
die rappresentano in pari tempo la storia dell’ arte e 
quella dell’edilìzio religioso, cui furono destinate, si 
trovano completamente o in gran parte coperte e nascoste 
dietro volgari oleografie, o goffi tabernacoli di Madonne 
addolorate, vestite alla moda del giorno, che impediscono 
di ammirare l’immagine sacra e l’opera d’ arte prege¬ 
vole, cui si rivolsero le preci di tante generazioni. 

In Italia dove, a testimonianza dell’ autore delle Sen¬ 
sazioni, « ogni chiesa è un museo, le Madonne dei Pompei, 
i Cuori di Gesù, le Madonne addolorate, e gli altri santi 
di moda sono una vera invasione barbarica del volgare ca- 
melote ecclesiastico nell’austero e puro asilo dell’arte. » (1) 

Non ci fermiamo a parlare delle robbie verniciate a 
olio, dei fondi d’ oro rifatti colla porporina, delle corone 
e dei vóti imbullettati sulle tavole del quattrocento, dei 
gl’ infami restauri eseguiti (per misura d’ economia) da 
qualche sicario del pennello e di altre simili profanazioni 
quorum infinitus est numerus, perchè l’argomento tenta¬ 
tore ci porterebbe tropp’ oltre i limiti concessi alla na¬ 
tura del nostro lavoro. 

Dalla semplicità dei sepolcri delle catacombe la reli¬ 
gione e l’arte salirono al supremo fastigio delle basiliche , 
e quella eh’ era memoria d’ affettuosa venerazione si con¬ 
fuse dai semplici cogli oggetti del culto. Se i Padri della 
Chiesa vedessero oggi i templi ridotti a sale o platee, e 
dagli altari pendere immagini dove la materia non è 
neppure santificata dalla bellezza, rinnoverebbero forse 


(1) P. Bourgrt, Voyageuses. Paris. 

































— 90 - 

gli antichi editti (1) vietanti le pitture nelle chiese, e 
si farebbero subito iconoclasti ! 

È vero che alle disposizioni ed alle circolari della 
Minerva , emanate a tutela delle opere d’ arte, s’ è di 
recente associata (quanto alle Chiese), la voce- autore¬ 
vole del Vaticano, il quale ha per tal fine emanato dispo¬ 
sizioni di pratica utilità e di facile intelligenza, da servire 
anche per le Chiese di campagna « dove il clero versa 
in ben tristi condizioni morali e materiali di fronte al 
compito della conservazione e custodia delle opere d’arte. 
E a tale scopo, si dice, è necessario ed urgente che nel- 
l’istruzione scolastica del clero giovane, questo sia prepa¬ 
rato il meglio possibile ad essere un idoneo custode di 
monumenti e documenti che, come parroco, gli verranno 
affidati. Con che un altro scopo si otterrà, quello cioè di 
dare al clero coll’ istruzione artistica il buon gusto del- 
l’arte, e con questo il sacro orrore per quelle profana¬ 
zioni artistiche, le quali, dal coprire un bel tempio con 
delle consunte pezze rosse, colla scusa di pararlo a festa, 
vanno alla diffusione di quadri e di statue, vere profa¬ 
nazioni non solo dell’ arte sacra, ma anche del vero ed 
alto sentimento religioso. Diminuiranno allora le nuove 
chiese fatte come un interno di omnibus o di tranvai, le 
figure di oleografìe da locande rurali, le statue che non 
rispettano neppure le proporzioni degli occhi e della 
bocca, gli utensili da altare, che paiono quelli di certe 
camere da affittarsi a buon prezzo ! Allora lo zelo della 
Casa del Signore sarà aiutato dal senso artistico, poiché 
dal Clero la Chiesa ha il diritto di sperare non solo un 
apostolato di religione all’ altezza della sua missione 
avuta da Dio, ma anche un apostolato di civiltà gene¬ 
rale in cui non sono ultime la storia e V arte. Così attra- 


(1) Canoni del Concilio Tridentino. 















- 91 


verso tante difficoltà d’ogni genere il nostro Clero deve 
fare e farà ogni sforzo per conservare la gloriosa tradi¬ 
zione die la patria di Niccolò V, di Leone X, di Mura¬ 
tori e di Mai gli lia tramandata. » (1) 

Non si può davvero dire meglio e più di così, nè con 
maggiore autorità e competenza, ma con tuttociò rite¬ 
niamo die anche tal voce potente sia come quella di 
colui che grida nel deserto ! Infatti è già più d’un anno 
che quel messaggio solenne fu pubblicato, e ad ogni 
parroco pure ne fu data una copia, ma intanto nulla 
è cambiato, e tutto trovasi nello stato quo ante , colle 
stesse brutture e deturpazioni, che giustamente gli stra¬ 
nieri ci rimproverano come vergogna italiana. (2) 

Fortunatamente si è in questi giorni costituita nel 
Casentino una brigata di Amici dei monumenti , ai quali 
viene affidata la vigilanza e la difesa delle opere d’ arte, 
fatte forti dall’ amore istintivo per le cose belle. Poiché 
le leggi senza il costume (eh’ è V abito dei pensieri ele¬ 
vati e dei sentimenti gentili) a nulla valgono, e, come 
ben diceva l’onorevole Rosadi, nessuna sanzione riusci¬ 
rebbe efficace senza 1’ affetto vigile e la cura pronta dei 

cittadini. (3) 


(1) Per il clero custode di monumenti e di documenti , appunti pratici. 

Roma, Tipografìa Vaticana, 1907. . . 

(21 Se questi miei giudizi potessero sembrare a taluno alquanto severi, 

me ne dorrebbe davvero, sebbene anche quelli del Vaticano non siano 
troppo lusinghieri. In ogni modo non ne avrei pentimento, perche boia 
coscienza d’ aver compiuto un dovere di buon cittadino, amico si di Pla¬ 
tone, ma molto più amico della verità. Del resto io non ho fatto che par¬ 
lare in genere, quantunque ben potessi citare fatti specifici quaeque ip.se 

miserrima vidi ! 

(3) Giornale II Marzocco, 12 aprile 1908, N. 15. 





























— 92 — 

Divisione amministrativa 
e popolazione. 


Secondo VAmmirato, il Casentino comprendeva anti¬ 
camente più di duecento Terre e Castelli ; e Salvatore Vitale 
(loc. cit.) dice che la valle casentina era un tempo popo¬ 
latissima, con castella più di trecento. Comunque sia, è 
certo che i dorsi de’ nostri monti furono un tempo molto 
più popolati di quello che al presente c’immaginiamo- 
dappoiché anco in tempi assai più vicini a noi alcuni 
luoghi, oggi deserti affatto o ridotti a meschini casolari 
colonici, erano allora talmente abitati da formare un 
Comune. (1) 

La necessita di difendersi dagli assalti e dai ladro- 
neggi, che continuamente avvenivano fra le Terre e i 
villaggi rivali, indusse i primi abitanti di questa regione 
a cercarsi un asilo sicuro nei luoghi meno accessibili e 
piu dalla natura muniti. Allora le Terre e i villavfifi si 
cinsero di mura e sorsero sui nostri monti que’ nume- 
iosì castelli le cui rovine or s’incontrano ad ogni passo, 
e per le quali il ricordato Montini esclamava: 

Come qui (2) mai non vidi alcun paese, 

Ove rovine sian così frequenti 
Di casseri e di rócche al suol distese 
Di lunga età dai rugginosi denti: 


(1) Così, art esempio, Montemezzano, presso Stia, elei quale non restano 
oggi che pochi ruderi dell’ antico e forte castello. (Vedi i Capitoli del 
Comune di Firenze. Inventario e Regesto, reg. IX, doc. 110). E lo stesso 
può dirsi di moltissime altre terre e castella ricordate come importanti 
negli Annali Gamaldolensi e nei suddetti Capitoli, e delle quali oggi il 
solo nome rimane. 

(2) Cioè nel Casentino. 

























Cacìder gli stemmi aviti e V alte imprese, 

D’ architettura militar portenti ; 

F in ogni bosco, in ogni prato e campo 
jy antica maestà rifulge un lampo ! 

Oggi sulle rovine delle antiche e grandiose costru¬ 
zioni che il tempo edace e la mano dell’ uomo distrus¬ 
sero, sorgono fiorenti Terre, ove una numerosa popola¬ 
zione, non più a prezzo di sangue, ma colle sante armi 
del lavoro, procede a conquistare la terra promessa del 
proprio benessere materiale, intellettuale e morale. 

Il Casentino, facente parte della Provincia di Arezzo, 
si compone di undici Comunità, dipendenti rispettiva¬ 
mente dai Mandamenti di Poppi e di Bibbiena. Appar¬ 
tengono amministrativamente al Mandamento di Poppi 
le Comunità di Poppi, di Stia, di Pratovecchio, di Castel 
San Niccolò (Strada) e di Montemignajo ; e a quello di Bib¬ 
biena, le Comunità di Bibbiena, di Ortignano-Raggiolo, 
di Chiusi, di Citi ti guano, di Castel Foco gncmo (Rassina) 
e di Palla. 

Dividendo poi geograficamente il Casentino in supe¬ 
riore, medio e inferiore, può dirsi appartenere alla prima 
regione i Comuni di Stia, di Pratovecchio, di Castel San 
Niccolò e di Montemignajo; alla seconda i Comuni di 
Poppi, di Bibbiena, d’ Ortignano-Raggiolo e di Chiusi ; 
ed alla terza i Comuni di Cliitignano, di Castel Foco- 
gnano e di Talla. 

Si suole finalmente, nel comune linguaggio ma però 
sempre in senso geografico, dividere il Casentino in alto 
e in basso o, come meglio potrebbe dirsi, in settentrionale 
e meridionale, comprendendosi nel primo la parte più 
vicina alla Falterona, e quindi press’ a poco i territorii 
dei Comuni del Mandamento di Poppi; e nel secondo la 
parte più vicina ad Arezzo, e così i Comuni del Manda¬ 
mento di Bibbiena. L’ alto Casentino, per ragione geogra- 



























— 94 — 

fica e di comodità, ha sempre avuto i principali suoi 
interessi commerciali e rapporti (tranne quegli ammini¬ 
strativi) colla città di Firenze 5 mentre per la stessa 
ragione le varie relazioni del basso Casentino furono pre¬ 
cipuamente mantenute colla città di Arezzo. Ma dopo 
1 ’ apertura della strada ferrata Arezzo-Stia, che ha creato 
un nuovo ambiente economico in Casentino, siffatta elivi¬ 
sione, nel senso geo grafico-commerciale sopra indicato, può 
dirsi oggi quasi del tutto sparita, o almeno ridotta a tale 
da tenersene ornai poco conto. 

Trattando separatamente di ciascun Comune, ne indi¬ 
cheremo a suo tempo il numero degli abitanti. Frattanto 
crediamo utile presentare al lettore con dati officiali il 
movimento della popolazione casentinese nel periodo tra¬ 
scorso fra il 1810 e 1901, e precisamente in que’ due 
tempi : 

Anno 1810 — abitanti N. 28,108 (1) 

» 1901 — » » 47,804 (2) 

E poi un fatto certo (quantunque non abbiamo po¬ 
tuto averne notizie esatte) che dall’ ultimo censimento 
del 1901 ad oggi, cioè nel periodo di quasi sette anni, 
la popolazione casentinese si è straordinariamente accre¬ 
sciuta. E se P aumento della popolazione deve economi¬ 
camente considerarsi come un criterio e una prova di 
benessere materiale, siamo lietissimi di poter constatare 
questo buon resultato per il Casentino, dove, a quanto 
pare e per fortuna il crescite et multiplicamini della ge¬ 
nesi biblica non ha trovato ostacoli nelle invadenti dot¬ 
trine maltliusiane. 


(1) Censimento ordinato dal Governo francese. 

(2) Censimento ordinato dal Governo italiano. 



























Dimore estive 


Hse latelir;» dulces et jam, si credis, amenae 
Incolumem.prsestant septembribus lioris. 

Hokat., Epist., XVI. 

A questo punto per far conoscere il Casentino sotto 
tutti i suoi varii rapporti e caratteri generali, altro non 
resta clie a considerarlo come dimora estiva , aggiungendo 
alcune osservazioni le quali valgono a meglio e più 
completamente esplicare tale argomento. 

I felici della terra, dopo essersi nell’ inverno scaldati 
al sole di Cannes, di Madera e del Cairo, vengono a 
cercare sui monti rifugio e difesa contro gli ardori estivi. 
Per tal modo se il littorale è e sarà sempre il gran giar¬ 
dino cV inverno dell’ Europa, anclie le montagne elle lo 
dominano sono e saranno il gran giardino d’ estate fin¬ 
tantoché P aria pura, salubre e benefica che vi si respira 
verrà considerata come uno de’ più grandi rimedii della 
medicina e della morale. (1) 

Senza la montagna che invia alla città un tributo 
continuo di membra forti e robuste, sarebbero quelle 
in meno d’ un secolo spopolate. Le città sono grandi 
macchine che distruggono e consumano ciò che il campo 
produce ; sono stufe calde dove uomini e donne dan fiori 
e frutti precoci, ma a scapito della vita; sono grandi 
frantoi dove tutte le umane energie s’ appianano al ca¬ 
lore di un continuo eccitamento; dove mode, pregiudizii 
e vanità consumano la parte migliore dell’ umana bel¬ 


li) Je suis surpris que les bains de l’air salutaire et bienfaisant des 
montagnes ne soient pas un des grands remèdes de la médecine et de la 
morale (J. J. Kousseau). 









— 96 


lezza, la parte più fresca e vergine degli umani entu¬ 
siasmi. Guai a dii non può tuffarsi ogni anno, almeno 
per poche settimane, nella grande piscina confortatrice 
della campagna! (1) 

Inebriamoci dunque tutti una volta all’ anno del pro¬ 
fumo delle fragole e delle viole; bagnamo i nostri piedi 
nel diamante dei torrenti ; aspiriamo l’aria imbalsamata 
della rèsina dei pini e dall’ amaro delle genziane; folleg¬ 
giamo fra le corolle variopinte d’un prato alpino; in¬ 
cantiamo i nostri occhi colle mille e una bellezza della 
roccia sgretolata, del sasso muscoso, della vetta che bacia 
la nube vaporosa, della nebbia che scherza collo sme¬ 
raldo del ghiacciajo, dell’incanto divino de’ colori del 
cielo trasparente e della terra smaltata di fiori. (2) 

E quanta festa di amori ! Che incessante irruzione di 
evoluzioni, di nascite, di giovani vite ! È la festa della 
maternità, il prato che sposa, la foresta che ama, le 
acque che si popolano. Sono eserciti di fiori che si fecon¬ 
dano, avendo per pronubi le correnti d’ acqua, 1’ aria, 
gl’ insetti. Ogni soffio di vento e ogni volo di farfalla 
doventano solennità di connubii, ed ogni insetto accorre 
a farsi messaggero di maternità. Succedono scambi d’ali¬ 
menti e di fecondazione: i fiori dànno il miele, gl’insetti 
portano il pòlline ; nei fiori delle ninfee si fermano pic¬ 
coli scarafaggi come in sale profumate, recando di casa 
in casa i filtri fecondi ; le api, le englosse, le antofore 
sprofondandosi nei lunghi tubi delle campanule, dei nar¬ 
cisi, delle genziane, tra le labbra aperte delle orchidee, 
delle salvie, delle linarie, tra i velluti dalle viole, tra i 
padiglioni delle fumarie, delle ginestre, delle antillidi e 
delle coronille, caricandosi il dorso di polveri feconda- 


(1) Mantegazza, Estasi umane , loc, cit. 

(2) Mantegazza, Igiene dei climi. Milano, 1879. 



























— 97 


tri ci, portano inconsapevolmente la loro misteriosa in¬ 
fluenza in queste nozze di fiori. (1) 

Diceva Niccolò Tommaseo : « Per dii ha P animo buono 
e gentile e innamorato del vero e del bello, ogni più 
piccola cosa è piacere e gioia sempre novella. Un colore, 
una forma, un suono, un fiorellino di siepe, un filo d’erba 
che si specchia nell’ onda, un velo di nebbia che s’adagia 
sulla montagna, un ruscello che brilla ai raggi del sole, 
tutto è bellezza, e dalla fonte stessa delle lacrime sorge 
un diletto che fa dimenticare i triboli della vita. » (2) 
Se vi ha cosa che la fantasia la più fervida non basti 
ad immaginare, è l’impressione che lasciano le gite al¬ 
pestri e gli spettacoli della natura. Sono di quelle im¬ 
pressioni ritempratrici e profonde che, come inesauribili 
miniere di ricchezze, restano nell’ anima, e ad ogni 
istante della vita, fra le noie d’ogni giorno, tra gli scon¬ 
forti stessi della vecchiaia ripullulano nella memoria, 
sempre splendide di nuovi tesori! (3) 

Questa pagina di poesia della natura, che offriamo 
al lettore come un fiore profumato del sentimento, è un 
invito generale fatto a riposare il corpo e lo spirito sui 
bei monti d’Italia, fra i quali questi del Casentino non 
sono al certo immeritevoli d’ esser compresi. 

Nel 1880 l’illustre Alessandro Herzen narrandoci in 
una lettera le impressioni di una sua gita fatta nel Ca¬ 
sentino, diceva: « La nostra escursione in Casentino si 
è compiuta splendidamente. Ija bellezza dei luoghi vera¬ 
mente incantevoli, la gentilezza e la cordiale ospitalità 
delle persone, tutto insomma è riuscito in maniera da la¬ 
sciarci uno di quei ricordi che non si perdono mai. Il 
tratto dalla Falterona a Camaldoli e da Camaldoli alla 


(1) P. Lioy, In Montagna. Bologna, 1880. 

(2) Bellezze e civiltà, loc. cit. 

(3) P. Lioy, loc. cit. 


7 


-— rrrr. 













— 98 — 


Verna è quello che specialmente ci ha colpiti per le natu¬ 
rali bellezze che ad ogni passo s’incontrano . Nulla si può 
desiderare di più ameno e di più grandioso ad un tempo ; 
per la qual cosa non mi stanco mai di ripetere a tutti che 
bisogna esser matti per andare in Svizzera o altrove, 
(piando abbiamo il Casentino a due passi e in casa nostra ! » 

« Nel Casentino nulla manca di ciò die rallegra la 
vita, di ciò onde abbisogna V animo nostro quando va in 
cerca di quiete e di riposo, e quando vuole col ricordo 
del passato obliare il presente. Questa provincia è tutta 
bagnata dall’Arno e da’ suoi tributarii. A tutto questo 
giardino fanno lontana corona all’ intorno i monti di 
Pratomagno, di Falterona, di Camaldoli e di Catenaia ; e 
così il Casentino, completo a sè stesso per la natura, per 
l’arte e per tutto ciò che abbisogna a un vivere contento 
e civile, non può non essere un soggiorno delizioso e 
gradito, e dal forestiero più ricercato di quello che al 
presente non sia. Ma al Casentino non solo la natura e 
l’agricoltura sono ragione di ornamento. Oh ! quante 
sensazioni si provano traversando i paesi, i borghi, i vil¬ 
laggi, che seminati e sparsi per tutto sono, direi quasi, 
1 ’ animazione della natura, come 1’ acqua ne rappresenta 
la vita ! » (1) 

« Allo scienziato, al letterato, all’ artista ed anche 
a colui, che, sebbene sfornito di cultura intellettuale, è 
atto nondimeno a intendere e sentire le bellezze della 
natura, riescirà gradevole 1’ aspetto del paese ove Arno 
si svolge uscito appena dalla sua rupe nativa. La Verna, 
VAlpe di Catenaia, il Pratomagno colle sue diramazioni ; 
i castelli feudali qua resistenti pertinacemente all’opera 
di distruzione esercitata dal tempo, là in parte cadenti 


(1) P. Liveeani. Dal giornale La Nazione di Firenze, del 26 settembre 
1873, n. 269. 










— 99 — 


e quasi affatto diroccati ; le vaglie sue terre situate o 
sopra ameni colli o lungo il corso dell’Arno ; le mae¬ 
stose boscaglie e le annose selve di castagni ; le alte col¬ 
line verdeggianti per ubertosi e salubri pascoli j le più 
basse rivestite simmetricamente di viti e di frutti, fanno 
molto varia e quindi gradevole all’occhio quella storica 
regione. Non v’ha castello che non rammenti qualche 
fatto storico : non v’ ha paese che non abbia dato i na¬ 
tali ad uomini illustri j non v’ ha angolo di terra che 
non palesi la diligenza dei coltivatori ; non v’ha, sto per 
dire, corso d’ acqua da cui non faccia suo prò l’indu¬ 
stria casentinese. 

« Io prego pertanto gli alpinisti di rivolgere la loro 
attenzione al Casentino, una delle più alpestri regioni 
della Toscana, ove troveranno ad un tempo agiata di¬ 
mora, pura, salubre e temperata atmosfera, accoglienze 
non manierate e leziose, ma sincere e cordiali ; antichi 
castelli feudali da potervi gli archeologi fantasticare so¬ 
pra a lor senno, memorie storiche ridestate quasi ad 
ogni palmo di suolo, ed una lingua nella quale il va¬ 
lente filologo trova ancor vive e verdi le voci e locuzioni 
dantesche, e che forse sopra di ogni altra serba tuttavia 
la semplicità, la schiettezza, 1’ efficacia e l’amabile sprez¬ 
zatura, dirò così, del trecento. » (1) 

« Un’ escursione in Casentino durante l’estate è 
una delle più belle che possano farsi per l’Appennino 
centrale. Amene le parti inferiori sparse di castelli tor- 
reggianti sopra luoghi 'famosi ; ■ alte e selvaggie le gio- 
gane con larghe vedute sopra un oceano di accatastate 
montagne, limitate ai due mari o ai vapori che occu¬ 
pano l’orizzonte lontano. Recessi di solitarii, convertiti 
in ospitali conventi, e abbazie celebri nei fasti della pietà, 
dell’arte, della poesia e della scienza. Natura ricca 


(1) A. Bartolini, La Falterona. Firenze, 1879. 











100 — 


di piante e di animali: tutto sorride, commove, con¬ 
forta! » (1) 

E il citato De Ravenne, scrive: 

« Fra i viaggiatori clic, venuti da lontano, hanno 
percorso l’antica Etrnria (oggi Toscana) quanti le hanno 
domandato le montagne severe, le foreste profonde, le 
cascate, le solitudini ? Eppure tali spettacoli possono 
vedersi a poche miglia dalla città di Firenze, e quasi 
alla porte di Arezzo, cioè nel Casentino . » 

Ed invero, pensando alle bellezze naturali, non di¬ 
ciamo del solo Casentino ma di tutta Italia, vien fatto 
di domandare a noi stessi il perchè non se ne tragga 
profitto, come fanno gli Svizzeri del loro paese, collo 
stesso sistema e intendimento onde suole sfruttarsi un 
campo o esercitarsi un opificio. Eppure, senza posse¬ 
dere tutti quanti i pregi delle regioni svizzere, tuttavia 
molte parti d’Italia possono aspirare ai successi della 
Svizzera e della Germania. 

In ogni modo, la minore bellezza dei luoghi non ba¬ 
sta di per sè sola a spiegare la grande differenza che 
passa tra l’Italia e la Svizzera, la quale, come afferma 
M. Ivan Voti Tschudi, (2) è visitata annualmente da più 
di un milione di persone che danno alimento a moltissi¬ 
me attività locali, a commerci, a industrie _ svariate, e 
contribuiscono non poco a ingentilire i costumi e far 
progredire la cultura nazionale. Può dirsi che il movi¬ 
mento turistico ha veramente trasformato in pochi anni 
la Svizzera, dove valli un tempo deserte sono oggi di¬ 
venute centri di allegri ritrovi, e i poveri montanari che 
le abitavano sono al presente facoltosi campagnoli por¬ 
tati al viver civile. 

Nel 1855, anche il gran giornale inglese il Times, do¬ 


li) A. Targioni-Tozzetti, Un’escursione in Casentino. 
(2) Le Monde des Alpes. 





— 101 — 

mandava a’ suoi lettori il perchè gii alpinisti inglesi tra¬ 
scurassero tanti bei luoghi della superba Albione per 
andare a percorrere continenti lontani. Un autore ben 
conosciuto, il signor Alberto Smith, non tardò molto a 
rispondere, e il fece col pubblicare un libro nel quale 
francamente diceva doversi il fatto lamentato attribuire 
alla tenuta degli alberghi che in quel tempo non erari 
molto buoni in Inghilterra, mentre se ne trovavano buo¬ 
nissimi sul continente. (1) Ecco la chiave dell’enigma, 
ed ecco la nota per noi alquanto dolorosa. 

Se la Svizzera è stata finora il convegno gradito e 
privilegiato dei forestieri, deve per la massima parte 
questo favore ai suoi numerosi e comodi alberghi. Già 
da molto tempo si è costituita a Ginevra una grande 
società di albergatori, la quale ha numerosi stabilimenti 
nella Svizzera e nella Savoia : e così è che nelle città, 
nelle montagne, in ogni luogo ove una cascata d’acqua, 
un bel punto di vista, una curiosità naturale attira la 
gente, voi trovate buoni e comodi alberghi. 

Da noi invece la classe intraprendente e denarosa non 
ha mai preso finora in seria considerazione questo spe¬ 
ciale problema economico, nè pensò mai di dirigere la 
mente e i capitali a questa che pur sarebbe una vera 
industria nazionale, apportatrice di benessere materiale 
e morale : e se pure qualche cosa si è fatto, ciò avvenne 
per iniziative particolari isolate, senza piani predisposti 
o in guisa tale da rendere problematico e diffìcile il 
successo. 

Prima di questi ultimi tempi, osserva giustamente il 
Mantegazza, pareva che i nostri signori ignorassero af¬ 
fatto la geografia dell’ Italia, perchè non sapeano andare 
a passar l’estate altro che nell’ Engadina o in Savoia, 


(1) E. H. Budd*en, Osservazioni e consigli pratici agli albergatovi delle 
valli italiane. Firenze, 1875. 




























— 102 — 


quasiché non esistessero al mondo altri luoghi. (1) E 
come la Toscana nostra tiene il primo posto in Italia 
per numero di acque minerali, contandone quasi trecento, 
così può dirsi non essere inferiore alle altre provinole, 
neppure considerata come stazione climatica e dimora 
estiva. Ma ben poco si è fatto e si fa per sfruttare ra¬ 
zionalmente tante risorse naturali, che per secoli e secoli 
restarono dimenticate e infeconde per difetto di quel 
complesso di pubblicità e di agi materiali, indispensa¬ 
bili a chi vuol profittare (e sono molti i bisognosi) del 
benefìzio di ritemprare le membra nelle onde salubri, e 
respirare l’aria vivificante delle montagne. 

E ben vero che da qualche anno la propaganda fatta 
più specialmente dalla Sezione fiorentina del Club Al¬ 
pino Italiano in favore delle dimore estive dell’Appen¬ 
nino toscano, la pubblicazione di varie Guide, la stampa 
periodica nostrana e straniera, specialmente l’inglese, 
valsero efficacemente a diffondere la conoscenza dell’Ap¬ 
pennino toscano, incoraggiando ad aprire comodi alber¬ 
ghi, raccomandando quelli già aperti e deplorando che, 
mentre la natura per parte sua ha tutto provvisto, 
1 ’ uomo, invece, dal canto proprio non faccia il resto. 
Ond’è che oggi finalmente anche il colto pubblico ita¬ 
liano cerca con predilezione le sue ricreazioni estive nei 
luoghi alpestri della propria penisola. (2) 

Per ciò die riguarda il Casentino molti anni indie¬ 
tro e prima che si determinasse in suo favore quella 
corrente di simpatia che lo ha portato ad essere un sog¬ 
giorno estivo ricercatissimo, tanto da chi desidera tro¬ 
vare sui monti tutte le comodità della vita, quanto da 


(1) Mantegazza, Igiene dei climi. 

(2) Das gebildete Publicum Italiens scine sonnnerlicbe Erholung mit 
Vorliebe in den Gebirsgegenden aneli jenen seiner Halbinsel suebt (Deul- 
scher und Oesterreichiscer A Ipen- Yerein. Frankfurt al., dee. 1881). 
























— 103 — 


dii si contenta di minori altezze e di più modesto e sem¬ 
plice vivere, i pochi sedicenti alberghi che vi esistevano 
erano press’ a poco simili a quelli descritti dal Dumas, 
colla solita ironia francese, nei quali, egli dice, il viag¬ 
giatore si scaldava in estate al sole , e nell’ inverno al 

o 

Vesuvio. (1) 

I nostri, piuttosto che alberghi, erano locanducce 
spesso anche poco decenti, ad eccezione di alcuna posta 
nei principali paesi. E forse tutto ciò deve attribuirsi 
al fatto che, a que’ tempi, lo scopo quasi unico del viag¬ 
giatore nel Casentino essendo la visita dei cosiddetti 
luoghi santi, il servizio dei forestieri veniva fatto assai 
bene dai monaci e dai frati della Vallombrosa, di Ca- 
maldoli e della Verna. 

Oggi però è d’ uopo riconoscere che le condizioni de¬ 
gli alberghi sono assai migliorate; ma ancora, pur 
troppo, e’ è che ire ! e di fronte alle poche onorevoli ec¬ 
cezioni, che a tempo e luogo nomineremo, rimane sem¬ 
pre la regola di cui vogliamo occuparci. È vero che il 
pretendere il lusso e le ricercatezze degli alberghi della 
Germania e della Svizzera, nei quali anche a 3000 e a 4000 
metri di altezza si trovano tutte le comodità della vita, sa¬ 
rebbe troppa esigenza; ma, d’altra parte, bisogna pur 
convenire che anche un albergo di provincia non può di¬ 
siceli sarsi, nò esimersi da certi speciali servizi, da certe 
cose anco di semplice apparenza, comode e gradevoli; 
perchè anche 1’ occhio vuole la sua parte, e perchè il 
forestiero rimane spesso sedotto più dalla vista di una 
tovaglia pulita, che dall’ odore di una buona pietanza ; 
ricevendo una favorevole impressione dalle parole, dalle 
maniere cortesi e da quell’ aura d’ ordine, di proprietà, 
di nettezza e di premurosa attenzione, che costano poco 


(1) A. Dumas, Impressions de voyage- en Suisse. Paris, 1838. 
































— 104 


o nulla e fruttano molto, per la ragione die spesso i 
viaggiatori giudicano dei costumi di un paese dalle im¬ 
pressioni che han ricevuto all’ albergo. In Germania e 
in Svizzera 1’ albergatore è quasi 1’ amico del viaggiatore: 
da noi, invece, come del resto succede anco in altri luo¬ 
ghi, alcuni albergatori appena salutano il forestiero, o 
lo guardano con sospetto, o lo trattano con noncuranza : 
e, considerandolo come un uccello di passo e un animale 
da pelare, pongono tutto il loro studio nella compila¬ 
zione del conto! Onde avviene che spesso il forestiero, 
partendo, abbia, come gli apostoli, a scuotere contro 
l’albergo e l’albergatore, in segno di maledizione, la 
polvere de’ suoi calzari. 

Del resto, s’ha un bel dire che in campagna bisogna 
adattarsi. Le persone di civil condizione (come general¬ 
mente sono i villeggianti e i turisti) assuefatte alle co¬ 
modità della vita cittadina, è ben difficile che, per mu¬ 
tata dimora, vogliano rinunziarvi. 

Altra obiezione, che ci siamo sentiti fare molte volte 
da certi albergatori un po’ primitivi, è quella della man¬ 
canza dei forestieri, onde suol dirsi essere inutile pro¬ 
curare i comodi desiderati. Prima di tutto v’è grande 
esagerazione per credere che ci voglia molto denaro per 
rendere conveniente un albergo di montagna, ove le co¬ 
modità richieste non escludono mai la semplicità della 
costruzione e dell’ ammobiliamento } eppoi tale obiezione 
è un vero e proprio circolo vizioso, mentre, perchè la 
gente si muova per andare in cerca di comodi alberghi, 
è necessario che essi siano già degni di questo onorifico 
appellativo. E chi non è persuaso legga e rilegga quel- 
l’aureo libro, piccolo di mole ma grande di utilità, scritto 
dal JBudden (1) per gli albergatori italiani, ai quali egli 


(1) Pv. H. Budden, loc. cit. 



























— 105 — 


assegna mia parte principalissima nel ministero del nuo¬ 
vo culto delle montagne. Sarebbe bene, dice l’illustre 
Stopparli, (1) die vi fossero molti albergatori e osti alla 
Budden, e die nei loro cuori (diciamo noi) fossero im¬ 
presse, come nobile divisa, queste parole ebe il Talbert (2) 
racconta essere state scritte sull’insegna di un albergo 
svizzero : 

Non lucro solimi sed borio jmblico. 

Ciò die abbiamo scritto intorno ad alcuni albergatori 
casentinesi deve intendersi, come dicevano i curiali del 
trecento, ad purum et sanum intellectum, cioè non per 
recare discredito al loro rispettabilissimo cèto, ma al 
contrario per procurare, mediante buoni e amichevoli 
consigli, vantaggio materiale ad essi e decoro al nostro 
paese : onde il forestiero, giunto in Casentino, possa con 
compiacenza ripetere il biblico elogio : Bonum est nos 
liìc esse : Me vnanebimus optime ! 


(1) Ab. A. Stoppasti, Il Bel paese. Milano, 1881. 

(2) E. Talbert, Les Alpes. Paris, 1880. 


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PARTE SPECIALE 

















Strade d’accesso e itinerarii 


Guarda com’ entri. 

Dante, Inferno , c. V. 

Anticamente il Casentino era traversato da vaiie 
strade romane, clie poi facevano capo alle vie Cassia, 

Claudia, Emilia e Flaminia. 

Una, cliiamata Abaversa si partiva da Arezzo, tra¬ 
versava 1’ Arno a Sabbiano (ove si vedono ancora le 
fondazioni dell’ antico ponte), quindi dirigevasi lungo 
il torrente Capraia (Talla) verso la Badia di Santa Trinità, 
di dove saliva all’altipiano di Pratomagno, e, traversato 
questo per la sua lunghezza, sboccava al varco di Men- 
zano e poi a Reggello, ricongiungendosi colla vra Cassra 
e forse alla stazione ( mansio) di Aquula , segnata negli 
antichi itinerarii. La stessa via Abaversa, staccandosi da 
Talla e scendendo verso Bassirra e di Ir risalendo a Ruo- 
sina, Sarna, Dama, Verna, Biforco e Valle Santa, faceva 
capo in Romagna. 

Altra antica strada, diramazione della via Claudia, e 
ciré prendeva il nonre di Clusentina e più oltre di ha- 
pinia (dal fiume Sapis, oggi Sàvio), partendo arrch essa 
da Arezzo, passava per Subbiano (incus duodecimus), per 
Chiusi, per le alpi della Verna, jrer Valle Santa e per 
Compito (ove furono trovati avanzi di costruzioni e di 



































— 110 — 


sepolcri), di dove poi di rigo vasi verso Bagno di Romagna, 
e, toccando poi Meldola e Galeata si univa a circa due 
miglia da Forlì, colla via Emilia. 

Queste vie si chiamavano, per la loro ampiezza ed 
importanza, magistrae, il che spiega il significato del 
nome maestro dato a molti borghi della Toscana, per 
cui passavano tali strade maestre. 

Negli Annali Camaldolensi si trovano pure ricordate 
(sebbene alcuni nomi d’ allora non corrispondano a quelli 
presenti) varie strade Romane consolari , che univano il 
Casentino alla Romagna ed alla Valle Tiberina. (1) E il 
vecchio Carlo Siemoni, ci raccontava di aver trovato 
un buon tratto di via antica romana, selciata con pietre 
poligonali e cuneate presso la vetta sopra V Eremo di 
Camaldoli, in luogo detto Sodo alle Calle vicino al Giogo 
Seccheta, che volgevasi da un lato verso Galeata sul ramo 
del Bidente, detto fosso della Lama, e pare che dall’altro 
lato si congiungesse a Pratovecchio. Il che troverebbe 
conferma nel passaggio di Papa Pasquale II, apud Carnai- 
doli redeuntem de Lombardia. (2) 

Nell’ Odeporico poi del Bandini, in una descrizione 
del Sacro Eremo di Camaldoli, (3) si trova ricordata 
un’ altra via antica che è proprio il passaggio sopra 


(1) Nominatini totum heremun a rivo qui vocatur Teli-ito et sicut cur- 
rit Via Romana et jugum quod divìdi 1 inter Komaniam et Tusciam (Ann. 
Cam. App. 120 anno 1047); et sicut curri! major usque ad prato Negisi 
et radium usque ad terram Rubiolam (Terrossola) — Ibid. 334, anno 1065. 

Et deinde ascendit versus septentrionem ad vian Romanam, qua per- 
\enitui ad montem Cotozzi, et de Cotozzo dirigitur ad locum dietimi Gio- 
chiciolo , et de dicto loco ad jugum alpiiun, quod dividit inter Tusciam et 
Romandiolam, sive in ter jura Camaldoli et dominium de Vaibona, et in- 
cluditur intra jura Camalduli pratum quod dicitur Piano del Soglio (Ann. 
Cam. V. 50 — anno 1350). 

(2) Arcb. Capit. 

(3) Elor. 1795 — apud Moiicbe. 


















Ili — 


indicato. (1) E il rivo Tellito d’allora, è oggi il fosso di 
Carnai doli. 

Finalmente una via antica romana die univa il Ca¬ 
sentino con la Gallia dei Boi, era quella della Consuma. 
Quelle poi che oggi si chiamano dogana, erano le anti¬ 
che vie che ora sarebbero le scorciatoie delle nuove, e 
per le quali sogliono passare i greggi che emigrano. 

Dopo la caduta dell’ impero romano ed il dominio dei 
barbari, pare che le belle e ardite strade romane, per 
le quali passarono per tanti anni gli eserciti conquista- 
tori, fossero lasciate in un completo abbandono, tantoché 
nel periodo medioevale non troviamo in Casentino che 
qualche tratto di via mulattiera, più o meno larga, *ma 
sempre selciata, come ne esistono ancora specialmente 
nelle parti montuose per accedere alle lontane parrocchie, 
e così fatte per evitare nelle pendenze i danni derivanti 
dalle pioggie, dalle nevi e dai geli. 

Prima del 1817, nel qual tempo fu compiuta la strada 
provinciale da Firenze in Casentino, fatta costruire dal 
Granduca Leopoldo I tino al villaggio della Consuma, 
rara appariva in questi luoghi la traccia del forestiero, 
e le relazioni con Firenze si mantenevano per una pes¬ 
sima via mulattiera che nell’ inverno, a causa delle co¬ 
piose nevi, si rendeva spesso impraticabile. 

Allora il Casentino era, per mancanza di comunica¬ 
zioni e di comodità, pochissimo conosciuto, e coloro che 
si accingevano all’ ardua impresa di viaggiarvi erano più 
che altro mossi dall’ idea religiosa di visitare, quasi pel- 
legrinando, i celebri Santuarii di Vallombrosa, di Camal- 
cloli e della Verna. 

Oggi il viaggiatore e il touriste, diretti in Casentino, 


(1) Alcune ili queste notizie mi furono cortesemente date dal mio ca¬ 
rissimo amico ed insigne archeologo Gian Francesco Gamurrini di Arezzo, 
al quale, con grato animo, faccio i dovuti ringraziamenti. 








112 — 


hanno a loro scelta e a seconda dei varii gusti, tutto il 
catalogo della viabilità dal sentiero di montagna tino 
alla strada ferrata. Abbiamo detto secondo i varii gusti 
perchè ci sono anco tra i viaggiatori varie categorie. 
Alcuni, seguendo il consiglio pratico di Topffer, di por¬ 
tare tutto con sè, cioè la propria valigia per non dipen¬ 
dere dalle vetture e le proprie gambe per non dipen¬ 
dere dai vetturini, se ne vanno a piedi, o, come suol 
dirsi, col cavallo eli San Francesco. Altri, preferendo le 
comodità e la velocità del viaggiare in ferrovia, giudi¬ 
cano essere pazienza e abnegazione da frate certosino 
quella di rassegnarsi a entrare nelle vetture pubbliche 
o diligenze che sono, come diceva il Dumas, una bellis¬ 
sima invenzione per i commessi viaggiatori e per i por - 
tamantelli. (1) Vi sono invece di quelli che dinanzi al- 
l’incanto di un viaggio in vettura, a cavallo o a piedi, 
dinanzi alle grate sorprese della via, alla felicità di respi¬ 
rare 1’ aria delle montagne, di veder balzare le cascate 
e i torrenti, di conquistare una veduta che compensi 
tutte le fatiche, di godere un riposo ben guadagnato, 
non vogliono renunziare a tutti questi piaceri per andare 
a confinarsi per molte ore in fondo a un vagone ferro¬ 
viario, ove talvolta non respiriamo che il fumo, condan¬ 
nati alle tenebre anche di giorno ; e ciò per l’unica 
soddisfazione di viaggiare per arrivar presto, come l’in¬ 
glese di Venie, che fa in 80 giorni il giro del mondo ; 
trovandoci poi a viaggio finito colle medesime impres¬ 
sioni che nella stessa percorrenza ha riportato il nostro 
baule. V’ ha finalmente la categoria degli eclettici i quali, 
tenendo il giusto mezzo, fanno, a seconda de’ casi, il 
comodo loro senza programmi stabiliti e senza avere 
preferenze assolute sull’ uno o 1’ altro sistema di loco¬ 
mozione. 


(1) A. Dumas, Impressions de voyage en Suisse. 




























































Vallombrosa — Chiesa Parrocchiale: S. Giovanni Gualberto (Raffaellino del Garbo). 















Olii viene in Casentino da Firenze può prendere la 
via provinciale della Consuma. 

Chi viene dalla parte di Arezzo trova la strada pro¬ 
vinciale aretina clie 7 risalendo a sinistra il corso del- 
1’ Arno, traversa il Casentino in tutta la sua maggiore 
lunghezza. Trova pure ad Arezzo la ferrovia casentinese 
che, seguendo press’ a poco lo stesso andamento della 
via provinciale, conduce, in men di due ore, fin quasi 
all* estremo limite del Casentino. 

Chi viene dalla Valle Tiberina può tenere la strada 
malagevolmente rotabile, che dalla Pieve San Stefano , per 
Montatone e per Compito, passando per la Verna, conduce 
a Bibbiena. 

Chi si muove dalla Pomagna toscana (Valle del Savio) 
ha a sua disposizione la bella strada provinciale tosco¬ 
romagnola, che da San Piero e da Bagno e quindi per 
l’Appennino di Mandrioli e la Badia a Frataglia, fa capo 
a Soci, e di lì alla stazione ferroviaria di Bibbiena. 

Per chi si dirige in Casentino dalla Pomagna alta 
(valli del Bidente e del Babbi) la via più diretta è quella 
che da Forlì va sino a Meldola {tranvai), poi a Civi- 
tella, Goleata e Santa Sofia (carrozzabile), ove, divenuta 
mulattiera, per la Berleta, Corniolo e Campigna, con¬ 
duce a Stia. 

Per chi si parte dal Mugello e dalla Val di Sieve due 
sono le strade, P una rotabile fino a l/onda, e di lì mu¬ 
lattiera fino a Stia, la quale staccandosi dalla nazionale 
forlivese presso al villaggio di Contèa, (Comune di Dico- 
mano), passa per Tonda e quindi per Cajano ; e traver¬ 
sando il monte di Caspriano fa capo a Stia; l’altra 
carrozzabile che, staccandosi pur essa dalla nazionale 
forlivese in luogo detto i Fossi presso la Pufina (Co¬ 
mune di Pelago) e traversando il Pomino, si congiunge 
presso Borselli alla ricordata via provinciale della Con¬ 
suma. 


















— 114 


Finalmente dalla parte del Valdarno abbiamo il bene¬ 
fìzio della nuova strada rotabile Sestinese, die dalla via dei 
Sette-Ponti passando per San Giustino, giunge fin a Palla. 

Vi sono poi dal Valdarno in Casentino varii passaggi, 
detti varchi, die veramente non meritano d’ essere chia¬ 
mati vie mulattiere se non nel senso della facilità di 
far rompere il collo a quell’ ibrido genere di cavalcature, 
dal quale presero il nome ; essi sono : 

1° il varco di Vallombrosa che, traversando il Prato- 
magno presso il Monte Secchieta nel punto chiamato la 
Croce Vecchia, conduce a Montemignajo e di lì a Castel 
San Niccolò ; 

2° il varco di Beggello che, traversando esso pure il 
Pratomagno più a mezzogiorno, passa per il villaggio 
di San Pancrazio a Cetica, e quindi fa capo a Castel 
San Niccolò ; 

3° il varco di Loro che, traversando aneli’ esso il 
Pratomagno sempre più a mezzogiorno, conduce per Gar- 
liano a Castel San Niccolò. 

Tralasciando la particolareggiata descrizione di tutti 
questi itinerarii, la quale ci condurrebbe troppo lontano 
dal nostro assunto, ci limiteremo a descrivere 1’ itine¬ 
rario per la Consuma, come quello che più frequente¬ 
mente suole tenersi, e anco perché ci pare atto di cortese 
ospitalità 1’ andare incontro a colui che viene dalla gen¬ 
tile Fiorenza alla quale ci legano tante memorie storiche, 
tanti rapporti d’ interesse, tanti vincoli di simpatia. 

Ma prima d’ entrare addirittura nel Casentino, dob¬ 
biamo fermarci a descrivere la Vallombrosa che, come 
già dicemmo, è di esso quasi complemento e corona; 
dappoiché chi visita la Vallombrosa non manca mai di 
recarsi nel Casentino, come egualmente i villeggianti di 
questa regione non sogliono lasciarla senza aver prima 
ammirato la Vallombrosa. 




























Vallombrosa 


Guidando Bradamante a Vallombrosa 
Così fu nominata una Badia 
Bieca e bella non men che religiosa 
E cortese a chiunque vi venia. 

Ariosto, Orlando Furioso. 

Dice 1’ Ampère che « Vallombrosa , detta in principio 
Acquabella, deve parte della sua celebrità all’ armonia 
del suo bel nome ed alla splendida comparazione (1) ispi¬ 
rata a Milton dalle naturali amenità del luogo, inferiori 
però a quelle dei vicini monasteri di Camaldoli e della 
Verna. » (2) 

Fin al 1892 la via migliore per andare a Vallombrosa 
era quella che, staccandosi dalla Casentinese a destra 
presso il Poggiolino, passa per Pelago e di lì a Paterno , 
di dove poi, traversando una bella foresta di abeti, con¬ 
duce a Vallombrosa, posta in una insenatura del gruppo 
di Pratomagno. Ma il Conte Telfener (3) ideò e condusse 


(1) Thick as autumnal leaves that strew thè brookes 
In Vallombrosa, where thè Etrurian shades, 

High over-arch ’d imboiver. 

(J. Milton, The paradise lost, hook I. Lonclon, 1818). 
così tradotto in poesia italiana: 

. . . Qual sotto gli alti 

Archi de’ boschi opachi in Vallombrosa 
S’ ammassano e ricoprono i soggetti 
Bivi in autunno le cadute foglie. 

(2) G. G. Ampère, Il viaggio Dantesco. Firenze, Le Monnier, 1870. 

(3) I cosiddetti cervelli equilibrati tacciarono allora il Telfener (per 
tale impresa) di poeta e di visionario, e poi di peggio, per essersi finan¬ 
ziariamente rovinato, invece d’ essergli grati per questo suo atto di vero 












a termine l’arduo disegno di una ferrovia collegata a 
Sant’Ellero colla linea Firenze-Roma, e che è chiamata 
la Ferrovia del Saltino, dal nome del punto culminante 
ov’ essa fa capo. 

Ma la vera celebrità di Vallombrosa sta nella storia 
della sua fondazione come monastero e nell’ opera uma¬ 
nitaria religiosa e civile dei monaci che F abitarono. 

Giovan Gualberto dei Visdomini, antica, nobile e glo¬ 
riosa famiglia Fiorentina, nacque nel 985; ed il fatto 
principale della sua vita (onde, può dirsi, ebbe origine 
l’Ordine Yallombrosano), è l’aver egli perdonato all’uc¬ 
cisore di suo fratello; e questa fu la prima favilla della 
sua vocazione per la vita eremitica. 

Stette alcun tempo nel Monastero di San Miniato 
in Firenze, di dove poi si condusse all’ Eremo di Ca- 
maldoli per visitarvi San Romualdo, dietro i consigli 
del quale concepì l’idea di fondare 1’ Ordine Vallombro- 
sano, e ne determinò le prime costituzioni o regole mo¬ 
nastiche. (1) 

Ciò accadde nel 1015 ; ma la vera e propria fondazione 
può stabilirsi nel 1040, quando San Giovan Gualberto fu 
eletto abate del Monastero. Il quale (ma non però quanto 
quello di Camaldoli) ebbe cospicue donazioni, immunità 
e privilegi, dei quali troviamo dettagliate descrizioni nelle 
cronache del tempo e negli archivi del Monastero. 

Troviamo infatti che il Conte Guido Guerra e la Con¬ 
tessa Ermellina, dei Guidi di Casentino, donarono il Monte 
Taborra (Seccliietto) a Giovan Gualberto, abate de Aqua 
bella e a’ suoi monaci (anno 1068), ricevendone laune- 
childo di un nappo d’ argento, e sottopose alla sua regola 


e raro altruismo ; giacché a lui soltanto si deve se Vallombrosa può oggi 
godere di tale benefizio, che ne ha fatta una stazione climatica di primo 
ordine. 

(1) Bandini, Odeporico del Casentino. Voi. Vili. 





















— 117 - 


il Monastero di San Fedele a Strumi presso Poppi. E dopo 
* la morte del santo donò ai suoi monaci tutta la bella e 
vastosa pineta die circondava da ogni parte il Mona¬ 
stero, e più un vasto castagneto. (1081) (1) Nel 1100 la 
contessa Matilde prese sotto la sua protezione il Mona¬ 
stero di Vallombrosa, donandogli villaggi, case e terre 
poste dal torrente Vicano fino al giogo delle Alpi. (2) E 
Corrado Marchese di Toscana, prese la difesa del Mona¬ 
stero di Yallombrosa. (8) 

Sembra però che nel medesimo si trascurassero qualche 
volta le cose spirituali per occuparsi di politica. Narra 
infatti il Malispini che « nel mese di settembre 1258 il 
popolo di Firenze fece pigliare P Abate di Vallombrosa 
(il quale era gentiluomo di Signoria de’ Beccherà di 
Pavia), essendogli apposto che, a petizione dei Ghibellini 
usciti di Firenze, trattato avesse tradimento. E quello 
per martirio gli facea confessare, e scelleratamente nella 
piazza di Sant’Apollinare a grido di popolo gli fecero ta¬ 
gliare la testa, non guardando a sua dignità nè a ordin 
sacro. Per la qual cosa il Comune di Firenze fu dal Papa 
scomunicato. » (4) 

Vi sono poi nella storia dei monaci Yallombrosani, 
alcuni periodi di rilassamento nella regola monastica, e 
forse ad uno di que’ periodi deve riferirsi la visita fatta 
a Yallombrosa dal celebre Ambrogio Traversavi nel 1432, 
per ordine di Paj>a Eugenio IV. (5) 

Tra i cosiddetti fondatori dell’ ordine, va ricordato il 
Beato Michele Flammini, da cui deriva la nobile famiglia 


(1) Passerini, op. cit. 

(2) Bandini, Odeporico, voi. III. 

(3) Bandini, Ibid. 

(4) Bicordano Malispini, Storia fiorentina, voi, II. cap. 130. Li¬ 
vorno, 1830. 

(5) Annali Oamaldolensi, VII, 61. 
























— 118 — 


Gloretti-Flammini, di Stia, proprietaria del Castello di 
Romena ili Casentino. (1) 

Abbiamò detto che Yallombrosa venne presto in gran 
fama per la virtù e sapienza dei suoi Monaci. Ora aggiun¬ 
giamo die i medesimi furono insigni anche per meriti arti¬ 
stici, letterarii e scentifìci, noncliè per la cultura dei fondi. 

Disgraziatamente non esistono più i ricchi archivi, le 
biblioteche, i manoscritti, e le pergamene, in cui i mo¬ 
naci narravano le storie del tempo, i fatti memorabili e 
le tradizioni, e lavoravano a copiare classici, a commen¬ 
tarli e a tradurli. Sono in gran parte periti i celebrati ed 
artistici libri corali ed antifonarii, ornati di miniature 
di peregrino valore, nel che si dimostrò in particolar 
modo eccellente il Monaco Iacopo da Siena, i cui lavori 
si ammirano a Firenze, a Pisa ed a Siena. (2) 

E quei Monaci erano tanto versati nelle lingue ebraica, 
greca e latina, che sostenevano pubblicamente dispute 
filosofiche e teologiche in quelle lingue, coni’ è tradizione 
facessero davanti ai delegati di Carlo V, le cui solda¬ 
tesche saccheggiarono Yallombrosa distruggendo e bru¬ 
ciando documenti e manoscritti in gran numero. (3) 

Ma maggior danno ebbe a subire il Monastero di 
Yallombrosa al tempo della Rivoluzione Francese (1808) 
per la quale, in nome della famosa eguaglianza e frater¬ 
nità, fu devastato e saccheggiato quel venerando ceno¬ 
bio, espulsi i monaci, rubate le cose preziose e le opere 
d’arte (4) e profanate con ogni sorta di nefandezze la 
chiesa e le abitazioni. 


(1) G. M. Brocchi, Vita del Beato Michele JPlammini. Firenze, 1871. 

(2-o) D. B. Domenichini, Guida Storica di Vallombrosa. Udine, 1903. 

(4) Il Vasari nella Vita di Andrea Del Sarto dice ciré egli fece a Val¬ 
lombrosa una tavola con 4 bellissime figure rappresentanti San Giovanni 
Batista, San Michele Arcangelo, San Giovan Gualberto e San Bernardo, 
e che fu posta in un altare ov’ era un’ immagine della Vergine, opera ri¬ 
tenuta di Giotto, e sotto la quale Andrea dipinse molte cose. 








— 119 — 


La. soppressione del 1866 tolse ai monaci ciò die re¬ 
stava d’ opere d’ arte, di manoscritti e di libri, portan¬ 
doli a Firenze, e convertì il Monastero in Istituto fore¬ 
stale quale anclie oggi si vede. 

La chiesa, sempre ufiziata, non- contiene all’ esterno 
nulla di Notabile tranne il suo campanile del 1200. Varie 
iscrizioni attestano la storia della fondazione della Badia 
e ricordano le visite di Granduchi, di Principi e di 
Regnanti. 

L’ interno lia perduto il carattere della sua classica 
semplicità, ed un barocco antipatico regna per tutto. 

Nella cappella di San Paolo è una bella tavola rappre¬ 
sentante San Giovali Gualberto seduto in trono in mezzo 
a varii santi, vestito con piviale e portante colla mano 
destra la croce e colla sinistra il libro della regola ere¬ 
mitica. Il Vasari attribuisce quest’ opera del 1500 a Raf- 
faellino del Garbo, che fu alunno del Ghirlandaio. 

Nell’altare a destra è una tela del Verraccini ed in 
quello a sinistra una del Pagliesclii. Nella vòlta si ve¬ 
dono varii affreschi del Fabbrini. Nella cappella di San 
Giovali Gualberto è una tela del Franchi, assai buona, 
ed un affresco del Gherardini. 

Dietro 1’ altare è un tabernacolo di marmo ove si ve¬ 
nera come reliquia un braccio del santo fondatore, chiuso 
in uno stupendo reliquario d’ argento dorato, cesellato e 
smaltato fatto a guisa di tempietto esagonale, lavoro ar¬ 
tistico del 1500 di Paolo Soliani, orafo fiorentino. Nelle 
facce anteriori del tamburo si vedono sei vignette poli¬ 
crome, bellissime, rappresentanti fatti della vita di San 
Giovali Gualberto. 

Il Coro del Secolo XVI, ha alcuni intarsii ed intagli 
molto belli, e nella Sagrestia o Cappella di San Bernardo 
esiste una tela del Sabcitclli, rappresentante quel santo. (1) 


(1) Domenichini, op. cit. 
































— 120 — 

Il resto ha poco valore e non è il caso di farne la de¬ 
scrizione, nè v’ è più la tavola descritta dal Cavalca¬ 
sene, rappresentante San Francesco d’Assisi che riceve 
le stimmate, e attribuita a Lorenzo Monaco. (1) 

Il grandioso fabbricato di questo ex Monastero mu- 
. nito della sua bella torre del 1575, è addirittura impo¬ 
nente, e risalta ancor più sul fondo verde-cupo della 
foresta, che da ogni parte lo circonda. 

Però migliore assai, per rispetto alla situazione, è il 
cosiddetto Par adisino, antico Romitorio dei Yallombro- 
sani ed oggi chalet succursale dell’Albergo della Fore¬ 
sta. Per un sentiero scabroso, e per un giro di spetta¬ 
coli accompagnati dal rumoreggiare del torrente Vi- 
cano, si giunge al baluardo del Paradisino posto come 
un nido d’aquila sulla cima di uno scoglio quasi a picco. 
Di lassù, specialmente verso il tramonto del sole, si 
gode una veduta, veramente paradisiaca, della sotto¬ 
stante valle dell’Arno e della città di Firenze. 

L’Istituto forestale contiene un museo tecnologico, 
un gabinetto di chimica e fìsica, una biblioteca di topo¬ 
grafìa, di matematica e di botanica ed importanti colle¬ 
zioni di storia naturale. Sono pure importantissimi e 
rinomati i vivai, i piantonai e gli arboreti amorosamente 
curati dall’ Amministrazione forestale. 

La felice ubicazione di Yallombrosa posta quasi alle 
porte di Firenze e, relativamente non lontana da Roma, 
ne fanno un soggiorno ricercato e gradito specialmente 
per chi deve, per causa d’affari, interrompere di tanto in 
tanto gli ozii di quella deliziosa dimora estiva. 

Per tutte queste ragioni gli alberghi e i villini e i 
chdlets si sono moltiplicati, e mi limiterò a citare i prin¬ 
cipali che sono, a Yallombrosa, quelli della Foresta, del 


(1) Cavalcaseli^ e Crowe, Storia della Pittura in Italia, dal sec. II 
a sec. XII, pag. 345. Firenze, Succ. Le Monnier, 1897. 










121 — 


Paradisino, e del Villino Medici, e al Saltino il Grand 
Hotel, Croce di Savoia, Milton, Acquabella, Saltino, e Bel¬ 
vedere, e filialmente quello tranquillo e simpatico del 
Lago sulla via die conduce alla Consuma. 

A Vallombrosa vanno congiunti, per dovere di ricono¬ 
scente memoria, i nomi di Adolfo Béranger, di Nicola 
Miraglia, di Giuseppe Telfener, di Guido Baccelli e di 
Bruno CMmirri, i quali col consiglio e coll’ opera si resero 
benemeriti di questo ameno soggiorno che verrà presto 
a cura dello Stato arricchito di un grande Stabilimento 
idroterapico di prim’ ordine, secondo i più moderni pre¬ 
cetti dell’ arte medica e dell’ igiene. 

Così a Vallombrosa nulla mancherà che possa richie¬ 
dersi non solo da chi, essendo sano vuol mantenersi in 
salute, ma anche di quelli che, avendola perduta, vogliono 
riacquistarla. 

Amenissimi poi sono i dintorni di Vallombrosa e 
belle e varie le passeggiate e le escursioni alpestri, che 
vi si possono fare come, ad esempio, alla Croce rossa, a 
Métato, alla Crocina vecchia, al Lago, alla Consuma, al 
Secchieta, al Pratomagno e a Montemignaio nel Casen¬ 
tino ; e tuttociò senza parlare delle piccole passeggiate 
nell’interno della foresta ove si trovano comodi viali, 
fra cui il viale Olga bellissimo, nei quali anche in pieno 
meriggio il sole non penetra, e dove un’ aura fresca e 
balsamica apre e purifica i polmoni attossicati dal calore 
miasmatico nelle grandi città. È forse a questi solitarii 
recessi che rivolgeva VAcerbi il suo pensiero con questi 
versi dolcissimi : 

Salve, loco ospitale ove posai 
Le stanche membra e V affannoso petto. 

Nel tuo silenzio mistico trovai 
Una pace serena e un santo affetto. 

Con questo saluto partiamo da Vallombrosa, per en- 











— 122 


trare nel Casentino, dove la via lunga ne sospinge. Ma, 
prima di chiudere questo capitolo, ci piace di fare al 
lettore questa domanda che già facemmo a noi stessi: 
Perchè Dante Alighieri, che ha tante volte ricordati i 
monasteri di Camaldoli e della Verna, glorificandone i 
celebri fondatori, non ha mai fatta menzione di Vallom- 
brosa nè di San Giovan Gualberto ? 

Ai dantisti l’ardua sentenza ! 


Da Firenze a Stia per la Consuma. 


LUOGHI 

STRADE 

Distanza 

(metri) 

TEMPO 

Da Firenze a Pontassieve . . . 

Ferrata 

17. 000 

Minuti 40 

Da Pontassieve a Diacceto . . 

Carrozzabile 

6. 500 

j In vettura 

Da Diacceto a Borselli. 

» 

4. 000 

ore 4, a 

Da Borselli alla Consuma . . . 

» 

6. 500 

piedi o- 

Dalla Consuma alla Casaccia . 

» 

5. 000 ' 

re 7 cir¬ 
ca. 

Dalla Casaccia a Stia. 

» 

9. 000 


Totale 

. . . Xiloli!. 

48. 000 



Itinerario. 

Partendo da Firenze, dopo 40 minuti circa di strada 
ferrata si giunge al Pontassieve , antico castello edificato 
dai Fiorentini nel 1363, oggi vasta terra e, per molte 

































— 123 — 


industrie, fiorente. Traversata la Sieve sopra un bel ponte 
recentemente costruito, passato il (piale si trova un 
indicatore che segna a destra la via del Casentino, 
proseguendo diritto per un chilometro si giunge ad 
un bivio dove una volta un indicatore stradale (che oggi 
più non esiste) segnava a destra la via per il Valdarno, 
ed a sinistra quella pel Casentino. 

Dal Pontassieve a Diacceto, la via è sempre fiancheg¬ 
giata da belle coltivazioni di viti e di olivi : a destra si 
vedono le ubertose e amene colline di Campenti, di Sel¬ 
vapiana, ecc., e più oltre Paterno antica villa e fattoria 
dei Monaci Yallombrosani: a sinistra l’antico castello 
di Nipozzano noto per V eccellente prodotto delle sue vi¬ 
gne e per la memoria del compianto Marchese Vittorio 
Albizzi, nobile esempio d’ intelligente operosità a chi in 
vergognoso ozio va consumando il censo e il nome de¬ 
gli avi } dappoiché nobiltà vera e grande è quella che, 
seminando nei campi di battaglia e nell’arringo delle 
civili intraprese, ha poi il diritto di raccogliere nella 
storia. 

Diacceto, già piccolo castello, feudo de’ Conti Guidi 
e patria del celebre Jacopo detto da Diacceto, poi Com¬ 
menda dell’ Ordine dei Cavalieri di Malta, è oggi un 
gruppo di poche case con osteria nella quale si può 
alla meglio mangiare e dormire. Di qui si vede a destra 
il villaggio di Pelago, nel cui castello l’anno 1248, la 
notte della Purificazione, si rifugiarono i Guelfi superati 
in Firenze dai Ghibellini. 

Sopra Diacceto vanno grado a grado sparendo l’olivo 
e la vite, e la regione comincia a farsi montana e oftrire 
bei punti di vista dai fertili piani del Valdarno alle u- 
bertose colline del Chianti, dal maestoso corso dell’Arno 
alle magnifiche foreste e praterie, le quali a guisa d’un 
gran giardino inglese, circondano il monastero di Val¬ 
iombrosa. 

























124 — 


A quattro chilometri da Diacceto s’incontra un gruppo 
di poche case chiamato Borselli, antica Commenda degli 
Arcivescovi fiorentini, che fu posteriormente unita al 
monastero degli Angioli di Firenze. Vi è oggi una ri¬ 
vendita di sale e tabacco, una stazione de’ RR. Carabi¬ 
nieri, e un’ osteria o locanda e varie case di villeggiatura. 
Sopra Borselli s’incomincia a scorgere la pianura fioren¬ 
tina, parte della Val di Sieve ed i famosi vigneti di Po- 
mino, sparsi di ville e di fattorie. Più in basso a sini¬ 
stra si vede il pittoresco villaggio di Oastelnuovo, posto 
in un’eminenza circondata da boschi. 

Da questo punto, dal quale voltandosi indietro si 
scorge distintamente la città di Firenze e i suoi dintorni, 
comincia la vera montagna quasi del tutto spogliata di 
vegetazione arborea, fatta onorevole eccezione per i pos¬ 
sessi Frescobaldi-Albizzi, Patrizi e De Grolée-Virville, 
che appariscono rivestiti di belle piantagioni di pini, di 
abeti e di faggi. 

Oltrepassato questo luogo, che chiamasi la Castellac¬ 
ela, dopo una breve spianata si presenta allo sguardo 
l’alpestre e caratteristico villaggio della Consuma, si¬ 
tuato in vicinanza alla depressione del monte omonimo, 
e composto un tempo di meschini abituri e di capanne 
di carbonai, perchè il commercio del carbone era quasi 
1’ unico benefizio di quella povera gente. Una volta trae- 
vasi non poco guadagno anche dalla vendita della neve 
conservata in apposite ghiacciaie ma, dopo l’introdu¬ 
zione a mite prezzo del ghiaccio artificiale, l’industria 
della neve è andata a cessare. 

Quando nel 1889 pubblicammo la 2 a edizione di questa 
Guida, 1’ unica più o meno possibile locanda della Con¬ 
suma, era tuttora quella detta della Paimira, donna alla 
buona, ma premurosa ed accorta, la quale d’uno in altro 
sangue discendeva probabilmente da quel buon oste reso 
celebre dall’ aneddoto relativo al famoso Piovano Ar- 








lotto. (1) Ora invece in pochi anni e specialmente dopo 
p apertura della nuova strada Yallombrosa-Consuma, 
questo villaggio ha cambiato totalmente d’aspetto, ed è 
diventato una dimora estiva di una certa importanza e 


(1) Qui trova il suo posto un curioso aneddoto relativo al celebre Pio¬ 
vano Arlotto, così narrato dal Manni nelle sue Veglie piacevoli: « Nel 
tornare il Piovano Arlotto di Casentino, essendo cattivo tempo, alloggiò 
una sera di festa all’osteria della Consuma; ove smontato si andò al 
fuoco, al quale s’ adunarono in un tratto più di trenta contadini eh’ erano 
sparsi per le stanze dell’ osteria a bere e giuocare ; e messisi strettamente 
appresso al Piovano, non poteva il povero vecchio nè asciugarsi, nè scal¬ 
darsi, com’ avea di mestiere, nulla giovando il suo replicato dire. Indi¬ 
gnato il Piovano immaginò in che modo potesse levare quei villani dal 
fuoco. Facendo pertanto vista d’essere impensierito e afflitto, fe’ sì che 
l’oste o altri gli domandasse che cosa mai, contro il suo solito, avesse 
egli che sempre solea star lieto e giocondo. Allora il Piovano, stato al¬ 
quanto sopra di sè, rispose: — A dirvela, m’è accaduto un fatto assai 
spiacevole e strano ; caduti mi sono da questo carnaio (cintura ove so¬ 
lcasi porre il danaro) 40 fiorini di moneta e 28 fiorini larghi (un fiorino 
pari a lire 11. 20). Inarcando il ciglio 1’ oste e interrogandolo del modo 
come gli aveva perduti, soggiunse il Piovano: — Io non sono fuor di 
speranza di ritrovarne dimoiti imperciocché fo i mie’ conti d’ averli per¬ 
duti poco indietro, poiché io mi fermai a bere a Borselli e poi nel ri¬ 
montare a cavallo da qui un mezzo miglio (dov’ era sceso ad orinare) 
sentii il carnaiolo strapparsi ad una bulletta dell’ arcione e i denari mi 
debbono esser caduti da quella strappatura a poco a poco. Essendo mal 
tempo, tengo per fermo, che ninno sia venuto a me dietro. Però ho bi¬ 
sogno di un servizio da te, ed è che domattina allo spuntare del giorno 
tu venga o mandi meco persona di fiducia, che spero di trovarne parec¬ 
chi. - Appena eh’ egli ebbe ciò detto, i contadini senza parere lor fatto, 
sparirono tutti a uno o due per volta pian piano, sicché non ne rimase 
al fuoco veruno ; e, fatto fuori un pissi pissi, con fiaccole e con lanterne 
e capperoni, non curando il mal tempo che forte pioveva, s’avviarono 
alla cerca de’ denari, e il Piovano si potette riscaldare e asciugare e stette 
al fuoco largo e trionfante, e i contadini trovarono i denari in sogno. » 
Siffatta istoria si trova riferita qual novella da Michele Berti nell’Arte 
d’insegnare la lingua francese per mezzo dell’ italiana ; e venne rappreseli- 
tata con pittura in tela da Baldassarre Franceschini per servizio di 
simo II, Granduca di Toscana (Domenico-Maria MAvm, Le veglie piace¬ 
voli, ossivvero notizie de’ più bizzarri e giocondi uomini toscani, Firenze, 1 















specialmente comoda per quelli che, avendo affari quo¬ 
tidiani a Firenze, possono la sera tornarsene in famiglia 
ed al fresco della montagna. Molte case e villini (1) 
sono stati costruiti e v’è pur sempre (ma più che altro 
come ricordo storico) la sullodata locanda della Paimira , 
la cui fama è stata oscurata dalla nuova locanda e trat¬ 
toria di Pietro Consumi, nella quale si è sempre sicuri 
di trovare dell’ eccellente Pomino e del buonissimo pro¬ 
sciutto del Casentino dove 

ogni casal prosciutti affama e gote 
di quelle bestie nominate immonde. (2) 

V’è anche la trattoria di Papi no. 

A breve distanza dal villaggio è il culmine del monte 
Consuma (3) (m. 1047), che segna il confine territoriale 
delle due provincia di Firenze e di Arezzo. Di qui la 
strada scende continuamente, salvo brevi tratti, per 
circa 30 chilometri fino all’Arno, con uno sviluppo di 
circa 600 metri di dislivello, diramandosi poi pe’ varii 
luoghi del Casentino. 


(1) In quello di proprietà Bomboni, leggesi un’ epigrafe da me compo¬ 
sta per incarico del Connine di Montemignaio, e che dice così : « Su que- 
« sto valico alpestre — donde sei secoli prima — le milizie fiorentine • — 
« scesero ai danni d’ Arezzo — nel piano di Campaldino — il 6 novem- 
« bre 1895 — sostò Vittorio Emanuele di Savoia — oggi III Re d’Italia 
« — con patto di Principe e di popolo — affratellata. » (Il resto non è 
roba mia). 

(2) Montini, Contrasto, ecc., loc. cit. 

(3) Dalla Consuma (com’anco da Vali ombrosa) si possono fare bellis¬ 
sime escursioni sulla stupenda giogana del Pratomagno e delPA^e di 
Santa Trinità fino a Palla, attraverso bei prati naturali e vaste faggete. 
Ecco 1 itinerario dalla Consuma alla Croce-Vecchia (dove a destra si scende 
a Vallombrosa), dalla Croce-Vecchia a Galletto o Vado; da Calleto al Oro- 
cione ,■ dal Crocione al Varco di Beggello ; dalla Fonte del Canteo alle Por- 
tacce; dalle Portacce alla Colonna de’ Chinesi, punto il più elevato del 
Pratomagno (M. 1580); di qui a Pozza-nera-, da Pozza-nera a Capraia e 
di lì a Talla. 







— 127 


Oltrepassata di poco la Consuma, si scorgono a de¬ 
stra e in basso le belle torri dell’ antico castello di Mon- 
temignaio, e quindi proseguendo si presentano a sinistra 
in 

un fondo di montagne e d J erme gole, 

case aggruppate, Vige, adre, piccine, (1) 

che costituiscono l’alpestre villaggio del Gualdo (Co¬ 
nnine di Stia). 

Il tratto di via dalla Consuma alla Gasaccia si svolge 
lungo il crine arido di monti, ai cui fianchi appariscono 
estese boscaglie di castagni e di querci. Più oltre il 
paese comincia a cangiare d’ aspetto ed ha minore sel¬ 
vatichezza, essendo in parte coltivato, irrigato da ru¬ 
scelli e sparso di molte case coloniche. Percorsi cinque 
chilometri dalla Consuma, si trova P osteria della Ga¬ 
sacela, frequentata assai dai cacciatori fiorentini in 
tempo venatorio. A sinistra, e poco distante dalla strada 
maestra si vede in mezzo a un caratteristico gruppo di 
olmi e di abeti, situata pittorescamente la chiesa di 
Santa Maria ad altos montes o JBadia di Pietrafitta, 
oggi chiamata semplicemente la Padiola, la cui origine 
risale, secondo il Repetti, al 1054, e dove nel 2 giugno 
1289 accampò P oste fiorentina per andare ai danni degli 
Aretini in Campaldino. Ivi esisteva anticamente (1236) 
un monastero dipendente da quello di Poppiena (2) e 
negli Annali Camaldolensi troviamo che Papa Gregorio 
IX concesse indulgenza alla chiesa di Santa Maria de Petra 
ficta (3) propter frequentia miracuta. (4) Il luogo preciso 
ove i fiorentini fecero il campo e nelle cronache cliia- 


(1) TJ. Tanganelli, Aestiva. Firenze, 1886. 

(2) Bandisti, Odeporico, XI. 

(3) Il G-amurrini ritiene dovere esservi una gran pietra conficcata nel 
suolo, come cippo miliare o terminale, o di sepolcro o di adorazione, 
come ve ne sono in Sardegna, similmente chiamati perdas fitlas. 

(4) Annali Camaldolensi , IV, 38. 









— 128 — 


mato Fonte o Monte al pruno o spino di Pomponi, ricor¬ 
dato anche negli Annali Camaldolensi prope locmn Pom¬ 
poni (III, 23). 

Proseguendo a discendere si scorgono a destra i ca¬ 
solari di Gajano che ha veramente P aspetto di un vil¬ 
laggio svizzero. 

Passata la Casaccia, la veduta si fa sempre più bella, 
e il panorama del Casentino apparisce a poco a poco 
colle sue valli ridenti e colle sue amene colline, sparse 
di pittoreschi villaggi e di turrite castella, cui sovra¬ 
stano intorno i gioghi di alte e continue montagne. 
Quanto più si procede oltre, tanto più si vedono distin¬ 
tamente le particolarità del paesaggio e se ne ammirano 
le belle e regolari coltivazioni ; tantoché sembra di es¬ 
sere trasportati in un cantuccio della Brian za, di cui 
non facilmente si sarebbe immaginata P esistenza dalle 
aride montagne che chiudono il Casentino e danno in¬ 
gresso alla valle. 

Passato poi il punto detto P Ommorto (ossia uomo¬ 
morto), (1) e giunti a Scarpaccia, s’ abbandona la 
strada provinciale e si prende a sinistra il braccio o 
tronco che conduce a Stia e a PratoveccMo. Il paese di 
Stia, chiuso com’ è quasi per ogni parte da poggi, non 
apparisce allo sguardo che quando gli siamo tanto vi¬ 
cini da poterne osservare distintamente la Stazione ferro¬ 
viaria, i vasti fabbricati e i numerosi edifìzi industriali 
che sono lustro e ricchezza di questa prospera terra. 


(1) Questa denominazione si riferisce a un’ antichissima leggenda in¬ 
torno al tragico fine del famigerato Maestro Adamo da Brescia che, indotto 
dai Conti Gnidi di Romena a falsificare i fiorini d’ oro della Repubblica 
fiorentina, e poi scoperto, fu preso e bruciato vivo in detto luogo sulla 
pubblica via. Avremo occasione di trattenerci alquanto sopra tale argomento 
allorquando verremo a descrivere il castello di Romena, e diremo allora 
se e quanto tale leggenda può essere attendibile. 


















































129 


Stia 


M. 450 — Abitanti 3915. 


FRAZIONI COMUNALI 

Distanza 

dal 

Capoluogo 

(metri) 

STRADE 

Porciano. 

1. 800 

Mulattiera 

Santa Maria delle Grazie . 

4. 130 

» 

Gaviserri. 

6. 000 

Parte limi, e parte carr. 

Castel Castagnaio. . . . 

6. 608 

Mulattiera 

Vallucciole. 

7. 000 

» 

Gualdo. 

10. 000 

Mulattiera e carroz. 

Campolombardo .... 

4. 000 

Mulattiera 

Villa. 

7. 434 

» 


Indicazioni utili. 


Alberghi : della Stazione Alpina, condotto da Angiolo 
Martini ; della Falterona, condotto da Giuseppe Fei, ed 
altro di Giusejipe Fani — Yarii caffè — Ufficio postale 
e telegrafico — Due medici condotti — Due levatrici 
(ostetriche) — Farmacia — Mercato settimanale il mar¬ 
tedì — Stanze civiche — Stazione Alpina in casa Beni 
— Guida patentata: Carlo Berti di Porciano, detto Carlo 
di Martino — Cavalcature: Fratelli Biagiolini — Vet¬ 
ture per ogni luogo e diligenza quotidiana per Pontas- 
sieve e viceversa : Berti Pompilio, detto Fallino —- Tariffe : 


9 

























— 130 — 


(a delle guide: L. 5 al giorno oltre il vitto — b) delle 
cavalcature: L. 5 un cavallo e un mulo e L. 3 un so¬ 
maro — c) delle vetture: per Camaldoli ed Eremo con 
una persona L. 15, e con due L. 20 — per Frataglia con 
una persona L. 12, e con due L. 15 — per la Verna 
con una persona L. 25, con due L. 30, e con più, prezzo 
da convenirsi — per Pontassieve e viceversa con una 
persona L. 10, e con due L. 12, e colla diligenza L. 3 
— per Vallombrosa, con una persona L. 10, con due 
o tre L. 20. — Per le vetture in genere può calcolarsi 
in media centesimi quaranta per ogni chilometro e per 
gli alberghi una pensione che varia dalle L. 6 alle 
L. 7 al giorno. (1) 


A piè del monte in cui nasce e zampilla 
L’acqua d’Arno .... 

• •••• • • • 

Gorgon le case di gentil paese. 

Della piazza la silice a pendìo 
Non risona al rumor di passo ozioso ; 

Nè sotto gli archi echeggia il chiacchierìo 
Di vagabondo popolo cencioso. 

Salve, paese, ove di festa ride 
Tra i caseggiati delle bianche vie 
Il buonumore, che nell’alma incide 
Il proficuo lavor delle corsìe. 

Dove il rumor de’ cardi e de’ telai 
La morale del popolo tien desta, 

Dove il pane guadagnati gli operai f 

E V allegria per la prossima festa. 

G. Gatteschi, Il Casentino. Impressioni 
e ricordi. Città di Castello, 1884. 


(1) Questa tariffa delle Guide, cavalcature, vetture (calcolo chilometrico) 
e alberghi può ritenersi approssimativamente eguale per tutto il Casentino : 




































Alla base meridionale della Falterona ove lia prin¬ 
cipio la valle casentinese, presso la confluenza dell’Arno 
e del torrente Staggia, e quasi in mezzo alle feudali 
ròcche di Romena, di Rorciano, di Castel Castagnaio, di 
Palagio, e d’ Urbech, giace la terra di Stia, chiamata 
anticamente Staggia (1) dal nome del torrente omonimi, 
e poi per corruzione di Stata (2) o Stigia, e finalmente 
Stia, che fu capoluogo della contea di Porciano e re¬ 
sidenza dei Conti Guidi di quel ramo. (3) 

Antichissima è P origine di Stia, e certamente ante¬ 
riore al mille, ma la prima notizia sicura della sua esi¬ 
stenza porta la data del 1054, nel quale anno si trova 
registrata negli Annali Camaldolensi una donazione fatta 
dal Conte Guido di Alberto (di Porciano) a Ranieri ret¬ 
tore dell’ eremitaggio di Santa Maria in Apr ugnano, (4) 
con atto stipulato in Plebe Sanctae Marine, sito Stia. (5) 
Il che è confermato dal Repetti, (6) e dal Bandini (7) 
il quale parla della suddetta donazione anta in Casen¬ 
tino, in domo Plebis de Stia, cor am testibus. (8) Il Lami 
poi narra di un atto di vendita, fatto nel 1017 da Gri- 
sulfo, detto Teussone, alla Badia di Strami, nel quale 
il possesso è descritto infra territorio de Plebe Sanctae 
Marine sito Stagia in casale ubi dicitur Campus Domi- 


laoncle, in mancanza d’indicazioni speciali, potrà il viaggiatore riferirsi 
a questa tariffa die chiameremo generale. 

(1) Antonio Benci, Lettere sul Casentino scritte al Prof. A. Angelis. 
Firenze, 1821-22. 

(2-3) Lami, Prefazione alle antichità Toscane. VI. 

(4) L’attuale Sgrugnano in Comune di Pratovecchio. 

(5) Ann. Camald. II — anno 1054. 

(6) Repetti, Dizionario geografico della Toscana. 

(7) Odeporico del Casentino. 

(8) Secondo la legge Ri-pvaria la trasmissione simbolica ( tradizione) del 
possesso dei beni immobili si effettuava tenendo in una mano una zolla 
di terra con alcuni ramoscelli, e nell’ altra un nodoso bastone, e carta e 
calamaio (Bandini, Odep.) 











nicus (1), die è l’attuale Campodonieo. Parimente, per 
tacere d’ altri, troviamo ricordata una donazione fatta 
da Caporozza del fu Ugo di Romena a favore del- 
1’ Eremo di Camaldoli dei diritti ad esso spettanti sulle 
vigne che aveva in territorio Plebis Sanctae Marine de 
Staggia. (2) 

Stia fu capoluogo e mercatale (3) della contea di Por- 
ciano, e residenza dei Conti Gkiidi di quel ramo, die vi 
ebbero signoria. (4) 

Dopo la divisione avvenuta circa il 1220 fra i cinque 
figli di Guido Guerra (YI) e della buona Gualdrada, es¬ 
sendo rimasto assegnato a Tegrimo il castello di Poreiano, 
anche P annesso territorio di Stia divenne proprietà di 
quel Conte. Sembra poi che in tempo non bene deter¬ 
minato, suo figlio Bandino facesse edificare nel 1230 sul 
ciglio di un poggetto sovrastante al torrente Staggia 
(riva sinistra) presso la sua confluenza coll’ Arno, una 
grande e suntuosa abitazione, chiamata per ciò appunto 
e per antonomasia il Palagio , da cui ripete il suo in¬ 
grandimento la presente terra di Stia. Il Mannucci, (5) 
il Morozzi (6) e il Repetti (7) asseriscono che esisteva un 


(1) Lami, Deliciae eruditorum. Parte II, Fust. sicul. L. Bonino, pag. 324. 

(2) Bandini, op. cit. 

(3) Siccome i castelli, posti per necessità di difesa in luoghi alti e poco 
accessibili, riuscivano incomodi ai bisogni degli scambi e dei mercati, per¬ 
ciò questi si facevano nei terreni pianeggianti, sottostanti ai castelli e si¬ 
tuati generalmente presso qualche fiume o torrente. Così (come Stia di 
Poreiano e di Palagio) Pratovecchio fa il mercatale di Romena, Strada di 
Castel San Niccolò, Ponte a Poppi, di Poppi, eco., ecc. 

(4) Scipione Ammirato nella sua Istoria Fiorentina dice, che la Repub¬ 
blica di Firenze, nel 22 dicembre 1343 fece tregua per un anno con questi 
Conti che abitavano Stia. La quale notizia trovasi confermata da Francesco 
Ingbirami nella sua Storia della Toscana. 

(5) Le glorie del Glusentino. 

(6) Op . cit . 

(7) Dizionario geografico della Toscana. 































— 133 — 


altro villaggio presso Palagio, o un po’al di sopra, no¬ 
minato Stia, e die al sorgere della nuova terra si con¬ 
servasse all’ antica lo stesso nome coll’ aggiunto di vecchio 
(Stia vecchia) per distinguerlo dal nuovo Paese, chia¬ 
mato aneli’ esso Stia. 

Esisteva poi un Palagio dativo ch’era la vecchia 
Stia, abitato dai coloni e un Palagio fuori, ch’era il Ca¬ 
stello di Palagio Fiorentino, che poi diè il nome al Co¬ 
mune di Stia. (1) 

Così ebbe origine il ramo dei Conti di Palagio, ai 
quali per molti anni e con varie vicende appartenne 
detta terra fino all’ ultimo di questo ramo, che fu il Conte 
Antonio. (2) 

Iniziò egli il suo governo con un atto di umanità e 
di giustizia, liberando nel 28 marzo 1381 i suoi sudditi di 
Stia e di Palagio da ogni vincolo di servitù e di vassal- 
laggio, dichiarandoli padroni dei beni mobili e immobili 
che possedevano, con facoltà altresì di poterne libera¬ 
mente disporre anche per testamento, ed estendendo poi 
tali franchigie a tutti quelli che fossero venuti ad abi¬ 
tare nel suo territorio. (3) 

Durante la sua età minore ebbe per tutrice la Repub¬ 
blica fiorentina la quale però sembra che non si dipor¬ 
tasse molto amorevolmente verso il pupillo, dappoiché 
in poco tempo lo spogliò di quasi tutto l’antico patri¬ 
monio, lasciandogli il solo Castello di Palagio. (4) 

Troviamo inoltre che nel 1389 il Conte Antonio prese 
condotta sotto le bandiere dei Fiorentini per combattere 


(1) Dizionario geografico della Toscana. 

(2) Questo Conte Antonio nel 1392 fu chiamato in Firenze per prender 
parte' ad un torneo, nel quale egli diresse molto destramente 40 cavalieri 
colla divisa bianca in segno di allegrezza per la pace fatta in Genova tra 
la Repubblica fiorentina e Gian Galeazzo Visconti duca di Milano. (Re¬ 
petti, loc. cit.) 

(3-4) L. Passerini, loc. cit. 








































— 134 — 


contro Gian Galeazzo Visconti di Milano, e die molto 
si distinse pel suo valore. Essendosi poi festeggiata in 
Firenze la pace fatta in Genova, con torneamenti, egli 
fu capo dei giostranti, di’erano vestiti di bianco. (1) 
Nel 1398 troviamo il Conte Antonio di Palagio in¬ 
cluso nella lega fatta dai Fiorentini con Venezia, Bologna 
Padova, Ferrara e Mantova j (2) e successivamente lo 
ritroviamo alleato dei Visconti e cospiratore contro la 
Repubblica fiorentina. Dal die rilevasi quanto egli fosse 
di carattere incerto e mal fermo nelle sue alleanze ed 
in queste malfido. Finalmente poi, cangiata quasi natura, 
si diè a commettere violenze e rapine, onde spesso ne 
fu portato lamento presso la Repubblica di Firenze, ma 
egli, parte coll’ audacia, parte coll’ astuzia, riesci sempre 
a cavarsela per la meglio ; fìncliè in ultimo nel 1402 

avendo egli indotto il Conte Bicciardo di Bagno a pre¬ 

dare il bestiame che nelle terre del Conte Piero di Por- 
ciano teneva la Repubblica stessa, questa, cui parve 
giunta al colmo la misura, inviò tosto e segretamente 

un buon nerbo di soldati, capitanati dal detto Conte 

Piero, i quali vennero al castello di Palagio e vi posero 
assedio. Il Conte Antonio che non se 1’ aspettava, cólto 
all’improvviso e trovandosi con soli dieci soldati a di¬ 
fesa della ròcca, fu costretto, anco per. le minacce dei 
suoi stessi vassali, ad arrendersi e capitolare, e a rifu¬ 
giarsi poi a Città di Castello, dove finì miseramente i suoi 
giorni. (3) 

Ecco come 1’ Ammirato narra quest’ impresa dei Fio¬ 
rentini : 

« Il primo Conte, contro il quale i fiorentini l’armi 


(1) L. Passerini, loc. cit. 

(2) I Capitoli del Comune di Firenze, Inventario e Regesto, XIA — 
80 — 13 aprile 1308. 

(0) Scipione Ammirato, Ist. Fior., libr. XVII. 







— 135 - 


loro voltarono, fu il Conte Antonio di Palagio dei Conti 
Guidi. Costui, benché avendo altre volte offeso la Repub¬ 
blica gli fosse stato perdonato, avea finalmente mosso 
il Conte Riccardo nipote del Conte Guido di Bagno, che 
con 200 cavalli di gente d’ armi e 300 fanti, datigli dal 
Commessario, che il Duca teneva in Bologna, venisse a 
predare molto bestiame dei fiorentini, che si trovava sulle 
terre del Conte Piero di Porciano; per la qual cosa i 
dieci di Balìa dettero 600 uomini a cavallo di buona 
gente, e 1000 fanti al Conte Piero, il quale, passando se¬ 
gretamente in Casentino sulle terre del Conte Antonio, 
p ingiurie sue e quelle della Repubblica vendicasse : 
P impresa fu molto facile, imperocché il Conte Antonio, 
questo non si aspettando, rinchiuso con poca gente dentro 
il castello di Palagio, fu, per minaccia dei medesimi suoi 
fedeli, costretto a convenirsi coi medesimi fiorentini, ce¬ 
dendo loro la terra che per antica successione dei suoi 
maggiori possedea, pure che egli con sua famiglia, e beni 
mobili che in detto castello si trovavano fusse lasciato 
andare libero Ovunque egli volesse ; il che pienamente 
gli fu osservato. 

Ed essendosi sottoposto alla Repubblica il comune di 
Montemezzano colle ville di Lonanno, Papiano, e di Stia 
vecchia, col borgo e luogo di Stia, furono tutte ridotte 
dai Dieci in un comune, il quale vollero si chiamasse 
Comune del Palagio fiorentino, dandogli per arme un 
leone rampante con una bandiera bianca entrovi un 
giglio rosso, la quale tosse tenuta colla branca del leone . 
e per levar P occasione degli scandali, proibirono, che 
il Conte Antonio, nè alcuno dei Conti di Modigliana, o 
degli libertini, vi potessero in maniera alcuna aver giu¬ 
risdizione. » 

Questa capitolazione ebbe luogo il 5 ottobre 1402, 
cioè 38 anni avanti che i Conti Guidi fossero espulsi 
totalmente dal Casentino. 






















— 136 — 


Così ebbe termine la dominazione dei Conti Guidi di 
Palagio, tanto in Stia, quanto negli altri territorii elle 
per antica successione avevano posseduti. E gli abitanti, 
stanchi del governo dei Guidi, e prevenendo di 38 anni 
la loro espulsione da tutto il Casentino, deliberarono vo¬ 
lontariamente di porsi sotto la protezione della Repub¬ 
blica fiorentina. La quale non soltanto di buon grado li 
accolse in accomandigia, (1) ma per di più aggregò e ag¬ 
giunse al Comune di Stia (dandogli il nome di Palagio 
fiorentino) (2) tutte le antiche e recenti pertinenze dei 
Conti Guidi di Palagio, cioè : il Comune di Montemezzano , 
le ville di Lonnano, di Papiano e di Stia-vecchia e il 
Borgo di Stia, concedendo inoltre agli abitanti moltissime 
esenzioni, privilegi e diritti, quali resultano dai capitoli 
stipulati in Firenze nel Palagio dei Priori il 5 ottobre 
1402 fra i X di Balìa e gli Jmomini Communis Montis- 
Mezani, ville Lonani, ville Papiani, ville Stice-veteris et 
Burgi et loci de Stia in partibus Cliasentini. (3) 


(1) Questa parola deriva da recommandisiam che significa raccoman¬ 
dazione. 

(2) Nell’Archivio Comunale di Stia esistono ancora gli statuti di Pa¬ 
lagio fiorentino, che hanno servito di fonte di diritto storico anche alla 
Giurisprudenza. Troviamo infatti citato lo statuto nuovo di Palagio 
fiorentino o di Stia, che deferisce ai figli la dote materna, non come figli 
ma come eredi, e contempla il caso di premorienza della moglie al marito, 
peri oche, sciolto il matrimonio per la morte di esso, nessun diritto compete 
ai figli per domandare la dote della' madre. ( Annali di Giurispr., II - 2 - 292). 

(3) « ivi » Cap. 1 — Che siano et esser debbano un Comune, un Corpo 
et una Università insieme, che si chiami in perpetuo Comune di Palagio 
fiorentino, 

Cap. 4 — Che il detto Comune debba avere in perpetuo per segno 
delle armi e del sigillo unum leonem naturales pili et rampantem in 
campo albo cum una banderuza in brunella campi albi et in illa lilium ru- 
beum, e di queste armi usi nella bandiera e nel sigillo a onore del Co¬ 
mune di Firenze. 

Cap. 5 Che detto Connine (di Stia) possa ordinare è deporre consi- 





















— 137 — 


Quando poi, trovavasi la Repubblica fiorentina nel 
1440 in guerra eoi Visconti di Milano, questi mandarono 


glieri ed altri ufficiali colle opportune autorità sopra li propri negozii e 
bisogne. 

Cap. 6 — Clie possa quante volte vuole fare riformagioni, provvedi¬ 
menti e statuti. 

Cap. 7 — Clie debba essere al governo di quel Comune per il Comune 
di Firenze un notano guelfo. 

Cap. 12 — Clie debbano ricevere il sale e la salina dal Comune di 
Firenze. 

Cap. 14 — Che tutti i nominati in appresso debbano essere assoluti 
dal Comune di Firenze da qualunque bando e condanna, e i X di Balìa 
facciano in modo che l’assoluzione venga concessa pienissima. I nomi 
sono : Bartolo Giovanni chiamato Rampino e Bernardo Martini, di Stia, 
condannati nel giugno 1903 dal Potestà di Firenze al taglio del capo e 
alla confisca dei beni per l’omicidio commesso nella persona di Andrea 
Bartolo di Montereggi, abitante nel Castello di Romena, e di suo figlio 
Bartolo. 

Cap. 17 — Che in favore degli uomini e persone del Comune di Pala¬ 
gio ( Falatii) e della sua corte, dove sono fabbri, calzolai, legnaioli, maestri 
di pietre e di legnami, venditori d’olio, di carni, di cacio ecc., non si deb¬ 
ba per 20 anni pp. ff. obbligare nessuno a prendere le matricole delle arti 
dalla città di Firenze, nè a pagare per P esercizio nessuna gravezza, po¬ 
tendo anche vendere nella città di Firenze scodelle e taglieri (scutellas et 
incisoria) e simili cose che si fabbricano in quel Comune e nella sua corte. 
E lo stesso de’ galigariis e degli esercenti altre arti oltre le ricordate ; nè 
i tessitori e le tessitrici che quivi esercitano, siano tenuti a dare malle¬ 
vadore, o a pagare qualcosa al Comune o alla città di Firenze. 

Cap. 18 — Che gli h no mi ni del Comune (di Stia) debbano in ogni 
tempo fare eserciti e cavallai e per il Comune di Firenze, avuto riguardo 
alla loro possibilità, e dovendo essere sempre trattati benignamente. 

Cap. 27 — Che i suddetti possano in ogni tempo tagliare e ricevere 
gratis qualunque legname nelle Alpi di detta corte per uso delle loro case, 
edifizi ecc., e per fare qualunque lavoro ; e possano portare detti lavori 
dove loro piace ed anche a Firenze, e venderli senza impedimento dal lato 
di nessuna arte. 

Cap. 28 — Che possano mandare a pascere nelle Alpi e nelle pasture 
della corte di quel Comune le loro bestie grosse e minute o siano loro 
proprie o le abbiano in soccidam, nè siano perciò tenuti a pagar nulla. 

Cap. 29 — Che possano eleggersi a Prete e Rettore chi credano essere 
idoneo, salvo l’approvazione dei Priori dell’arti e del Giudice di giustizia 
di Firenze. 

















































138 — 


il famoso capitano di ventura Niccolò Piccinino, a de¬ 
vastare i castelli die la medesima, parte per conquista 
e parte per accomandigia, aveva presi ai Conti Gnidi nel 
Casentino. E così accadde clie insieme con altri, fu in¬ 
cendiato e distrutto col ferro e col fuoco anclie il Ca¬ 
stello di Palagio, (1) come u 7 è prova il ritrovamento 
sotto le sue rovine, di sassi arrossati ed incotti, di 
mattoni afferrettati, di ferri contorti e di legnami car¬ 
bonizzati. 

Dai sopra trascritti capitoli di accomandigia, resulta 
quanto la Repubblica fiorentina tenesse in conto il Co¬ 
mune di Palagio fiorentino, concedendogli immunità e 
privilegii. Ma anco successivamente il Comune di Stia 
ebbe, in ricompensa della sua costante fedeltà, partico¬ 
lari attestati di benevolenza sovrana. E anche Cosimo I 
de 7 Medici, granduca di Toscana, con suo decreto 11 de- 
cembre 1547, nel confermare al Comune di Palagio fio¬ 
rentino (Stia) le esenzioni e i privilegi concessigli dalla 
Repubblica, usa parole di speciale encomio per gli abi¬ 
tanti; le quali sono trascritte nella Cartapecora posta 
alla Rubrica 31 del Libro de’ capitoli ed esenzioni. 

I ruderi dell 7 antico castello di Palagio si vedono 
tuttora : ed è tradizione popolare che al tempo dell 7 ul¬ 
timo Conte esistesse una comunicazione sotterranea a 
traverso il torrente Staggia, fra il Castello (2) e il vicino 


Cap. 30 — Che i detti uomini siano assoluti in perpetuo da un censo 
di L. 38 che erano tenuti a pagare al Conte Antonio per la Pasqua di 
Resurrezione — occasione prandii — o per altra causa. 

Cap. 31 — Che siano parimente liberati a censu et prestatione centum 
taglierorum et centum scutellarum, che erano soliti dare al detto Conte nel 
giorno della Natività di N. S. 

(I Capitoli del Comune di Firenze. Inventario e Regesto — toni. I 
reg. IX, doc. 119). 

(1) Passerini, op. cit. v 

(2) Questa circostanza mi richiama alla mente la narrazione di un fatto 
a ' ' tìnu to circa 80 anni indietro, e che mi è stata ora ripetuta da un testi- 






Borgo di Stia. Il quale fu appunto costruito nel 1402 
dopo l’espulsione del Conte Antonio da Palagio. 


mone oculare. In un giorno di domenica, mentre la famiglia colonica del 
podere chiamato aneli’ oggi Palagio, erasi recata alle funzioni religiose 
nella vicina chiesa di Stia, fu visto uno sconosciuto aggirarsi intorno 
ai ruderi del castello, esaminarli attentamente e prendere sopra di essi e 
sul terreno circostante varie misure; quindi allontanarsi. Nessuno fece 
allora molta attenzione a quella persona, nè ai suoi modi di fare, quan¬ 
tunque un po’ misteriosi, perchè spesso sogliono qua venire forestieri per 
fare sui luoghi ricerche e studii archeologici. Ma qual fu la sorpresa e il 
rammarico di quei contadini, allorquando la mattina seguente si accòr¬ 
sero che in un’ antica muraglia era stata di notte tempo praticata una 
buca e in questa videro una pentola.... vuota! ? Si credè generalmente e 
si crede tuttora che vi esistesse un tesoro scoperto e tolto da quello sco¬ 
nosciuto del quale, per quante ricerche fossero fatte, non venne dato sco¬ 
prire traccia alcuna. Come realmente andasse la cosa non saprei diie, 

Ma questo intesi e ritener mi piacque. 

Volendo lasciare di mia famiglia un ricordo duraturo al paese natio, 
pensai di restituirgli il decoro del suo antico Palagio. Perciò ne feci l’ac¬ 
quisto, e messomi a scavare intorno ai ruderi ed alle fondazioni delle 
mura castellane, trovai dal lato che guarda il torrente Staggia (dove un 
tempo si estendeva 1’ edifizio) un’ interessante suppellettile di vecchi sassi 
squadrati, di pezzi di pietrami ornamentali, varie armi e armature semi 
consunte dal fuoco, altre ferramenta e utensili d’ uso domestico, una no¬ 
tevole quantità frammentaria di ceramiche, ed infine qualche moneta ed 
un sigillo collo stemma dei Guidi. 

Nell’ opera di ricostruzione in cui mi furono di guida le fondazioni 
dei muri perimetrali, ebhi grande aiuto di preziosi consigli direttivi da 
quell’insigne architetto-archeologo che è Giuseppe Oastellucci, il quale 
pose ogni cura perchè tutto riuscisse armonico e hello e riportasse fedel 

niente il carattere e l’impronta del tempo. 

I lavori sono quasi al loro termine, mancando soltanto il rifinire qual¬ 
che decorazione interna, e così fra poco il paese di Stia potrà così riai eie 
il suo Castello, che mentre in un tempo remoto era temuto, e serviva a pro¬ 
teggere e difendere gl’inermi abitatori della sottostante borgata, oggi in 
vece, per i grandi beneficii della civiltà, starà là a rappresentare un ori 
ginale bellezza, grazia e decoro monumentale. 

II Castello di Palagio, ricostruito per amore d’ arte, rimarrà attraverso 
i secoli, più dell’ antico, per la tranquilla pace dèi popoli sorti a liberta, 
un complemento caratteristico del paesaggio, come il vicino Lanificio, po 













































Modernamente il paese di Stia, ornato di comode e 
regolari abitazioni con portici, presenta un aspetto lieto 
e ridente, e vaga e salubre ne è la situazione, trovan¬ 
dosi tutto circondato da amene e ben coltivate colline 
e da vaste selve di castagni e di querci, a cui sovrasta 
a nord nord-est la gran catena dei monti di Fatterona 
e di Scali. 

La chiesa Plebana di Stia, come quelle di Romena/ 
di Vado e di Montemignajo, può dirsi uno dei più an¬ 
tichi edilizi religiosi rimasti nel Casentino. Alcuni (1) la 
credono fatta edificare dai Conti Guidi, altri dalla cele¬ 
bre Contessa Matilde prò remedio animai. (2) Certamente 
la costruzione di essa risale al XII secolo o al più alla 
seconda meta del secolo XI, come rilevasi dallo stile 
e dal carattere dell’edilizio, e più specialmente dalla or¬ 
namentazione di esso. L’architettura romanica di quel 
tempo si presenta colla sua caratteristica rozzezza, ma 
pero con forme ricche e sfoggiate ; gli archi a pieno tondo 
posano sopra grosse colonne di pietra di un sol pezzo, 
delie quali i capitelli, tutti differenti tra loro, portano 
in bassorilievo la più variata riunione di figure strane, 
di ornati fantastici, di simboli mostruosi. 


sto all ombra amica elei ricostruito Castello, resterà sempre fonte ricca e 
perenne di materiale benessere per questo industrioso paese, che ha nel- 

l’industria la sua più fulgida gloria. (Giornale VAppennino, 22 febbraio 
1008, N. 8). 

(1) INGHIRAMI, op. dt. 

G) Di questa grande donna che, come dice il Pignotti, fece tremare 
gl Imperatori e i He d Italia, narra Giovanni Villani nella sua cronica un 
tatto intimo della vita di lei. « Gulfo di Savoia che fu suo sposo, non era 
viripotente, eper scusarsi di tal difetto, l’attribuiva (stile del tempo) a male- 
tìzii nascosti nella camera nuziale. Allora la contessa tolse da quella ogni 
ornamento ed oggetto, eppoi spogliatasi essa completamente e disciolto 
ambe il crine, così disse al suo sposo: Niuna malìa ora 'può esservi ; vieni 
ed usa U nostro congiungimento. Allora Gulfo confessò la verità, e lei gli 
ordinò di partire. Dopo essa si mantenne casta, e si diè a fondare opere 
buone, e fondò chiese (si dice cento !) e monasteri. » 






















— 141 — 


In origine la Chiesa aveva sette arcate delle quali una 
fu distrutta sul lato prospicente la piazza per ingran¬ 
dirla ! In tale occasione furono pure vandalicamente di¬ 
strutti l’abside e i sepolcri dei Conti Guidi, che esiste¬ 
vano nella navata sinistra (entrando) (1) del che, afferma 
il Bandini, si ricordavano i vecchi ; (2) ed egli stesso 
dichiara di aver veduto sopra la porta d’ ingresso un bel¬ 
lissimo e antico bassorilievo, (3) che aneli’ esso pini non 
esiste ! 

Singolari e caratteristiche sono le sculture di questi 
capitelli composti di figure umane e di animali, fanta¬ 
stiche, di fogliami, volute e nodi; il tutto rozzo, ma 
pieno d’ originalità e animazione. Secondo la Noyes que¬ 
sti capitelli sono più belli degli altri esistenti nelle chiese 
sorelle, (4) ed in essi il concetto decorativo è subordinato 
a quello simbolico. Infatti la fauna scultoria entro sem¬ 
pre nel frasario ornamentale ; e 1’ arte bizantina e prin¬ 
cipalmente quella longobarda vi largheggiarono, facen¬ 
dola interprete sottile e profonda di fatti religiosi e di 
leggende sacre. Onde tali figurazioni nelle chiese avreb¬ 
bero il loro significato recondito e misterioso, che il San¬ 
tambrogio fa risalire alle rogazioni, istituzione proces¬ 
sionale che in Francia risalirebbe alla metà del secolo 
Y, per l’esorcismo dei luoghi infestati dalle fiere e dagli 
animali nocivi all’agricoltura. 

Il Pievano Leonardo Buonafede, che fu poi Vescovo 
di Cortona e che, per sentimento di pietà, religione e 
munificenza, eresse chiese e fondò monasteri, (5) arric¬ 
chì durante il suo rettorato (secolo XY) anche la Pieve di 
Stia con varie opere d’arte, fra le quali il bellissimo ci- 


(1-2-3) Odeporico, cit., voi. V e VI. 

(4) The Casentino and its Story hy Ella Noyes. London & Eew- 
York, 1905. 

(5) Bandini, Odeporico cit., voi. VI. 















— 142 — 

borio in terra cotta policroma della Robbia, dei tempi di 
Andrea, (1) esistente nella cappella a sinistra dell’al¬ 
tare maggiore, e lavoro squisito per composizione, ar¬ 
monia e finezza di disegno, portante lo stemma del Buo¬ 
nafede, del quale altro stemma vagamente scolpito ve- 
desi sopra la parte centrale della chiesa. Altro elegante 
stemma in terra della Robbia e dello stesso tempo del 
ciborio trovasi sotto l’altare del Battistero, ove è pur 
degno di nota il bel fonte battesimale di marmo di Car¬ 
rara, del 1526, fatto a forma di coppa ottagonale. De- 
vesi allo stesso Pievano la bella pila di marmo per l’acqua 
benedetta, di forma esagonale, e poggiata sopra un’ ele¬ 
gante colonna a tortiglione con ricco capitello a foglie 
di loto ) scultura ornamentale del secolo XIV con lo 
stemma del parroco mecenate. 

Ma mentre il detto Pievano decorava in tal modo la 
sua chiesa ed onorava sè stesso, gli altri che succedet¬ 
tero fino ai dì nostri, altro non fecero che danneggiarla 
e deturparla, sotterrando col rialzamento del piantilo le 
antiche basi delle colonne, facendo un’ antiestetica balau¬ 
strata, aprendo finestroni di stile e forma impossibili e 
coprendo il classico tetto a cavalli e disegni policromi 
con una vòlta qualunque, sulla quale fu fatta dipingere 
dal primo venuto una Madonna che pare una lavandaia. 
E tutto ciò in una chiesa del mille! 

Inoltre il Mannucei (2) e il Bandini (3) affermano di 
aver veduta in detta Pieve, e precisamente nella Cap¬ 
pella fondata da Antonio G or etti una bella tavola di 
Andrea del Sarto , rappresentante 1 ’ Annunziazione , e di 
tale autore giudicata anche dagli stessi pittori. (4) An- 


(1) Bandini, Odeporico cit., voi. VI. 

(2-4) Le glorie del Cimentino, op. cit. (1687). 
(3) Odeporico cit., voi. VI. 
















clie di questo tesoro d’ arte non ci resta memoria ; e come 
quello siasi potuto involare manet alta mente repostmn ! 

La tavola die oggi si vede nella cappella a destra 
dell’ altare maggiore, rappresentante V Assunzione, è parte 
di un’ancóna a varii scompartimenti nei quali, oltre gli 
apostoli e San Tommaso, die si vedono in basso del qua¬ 
dro, erano effigiati San Pietro, San Bartolommeo, San Gio¬ 
vanni Batista, San Romolo e San Nereo, con altre figure 
nei pilastri esterni, come resulta da un documento esistente 
nell’archivio di questa Pieve. E nella base dell’ancóna 
(così barbaramente scomposta e poi pur troppo dispersa!) 
stava scritto : Hoc opus fecit Fieri Dominus Bartolomeus 
de Campis, olim Plebanus Stiae, cam adjutorio nobilis viri 
Gomitis Nerei de Bordano et popolani dietae plebis, anno 
Domini MCCCCVIII — mensis octobris. Questo dipinto 
a tempera su fondo d’ oro ricorda la maniera del Gaddi. 
Secondo la Noyes il colorito è ricco e caldo, ed lia la vi¬ 
vacità delle prime pitture a miniatura. 

Tutte le figure sono straordinariamente allungate e 
drappeggiate in ampii mantelli a ricche pieghe, esage¬ 
rando un poco la maniera del panneggio proprio a Lo¬ 
renzo Monaco. 

L’ autore del quadro di Stia vien chiamato «Ilmaestro 
dal Bambino Vispo. » È contemporaneo con Lorenzo 
Monaco col quale è collegato anche per le miniature. Il 
suo fare è libero, animato, e mostra già dei riflessi della 
crescente arte della rinascenza. 

La tavola centinata che oggi rimane fu goffamente 
ridipinta a olio, ed è oggi in cattivo stato di conserva¬ 
zione che richiede pronto riparo. 

Altra tavola pregevole, da noi esumata dietro una 
delle solite Madonne di Pompei, vedesi oggi sull’ altare di 
Sant’ Antonio. Essa rappresenta la Vergine col Bambino 
seduto in trono con due angioletti dietro il medesimo ; 
opera d’ignoto Toscano del secolo XIII, ma originale 
















per la maniera del dipinto. Anche questa tavola sembra 
parte di una più grande composizione. 

Nell’Oratorio detto della Madonna del Ponte è un alto- 
ri levio policromo in terra cotta in vetrata della Robbia, 
rappresentante la Vergine col Bambino, con ai lati San 
Rocco e San Sebastiano. Serve da quadro d’ altare, or¬ 
nato con fregio e pilastri di foglie e frutti, e porta nel 
gradino la scritta: Ora prò nobis, sancta Pei Genitrix. 
A. P. MPXXXI. 

Finalmente merita d’essere visitata e ammirata la bel- 
sima robbia di proprietà del Comune di Stia, tutta inve¬ 
trata di bianco, rappresentante la Vergine a mezzo busto 
portante il Bambino Gesù sulle ginocchia. Questa, che 
un tempo trovavasi in un tabernacolo o Maestà , detto 
della Madonna lunga , a metà della strada che da Stia 
conduce a Pratovecchio, fu, dopo la demolizione di quel 
tabernacolo (avvenuta per necessità ferroviarie), traspor¬ 
tata nel palazzo Comunale, ove anche oggi si trova. Sul 
pregio artistico di questo lavoro e sull’ autore del mede¬ 
simo varii sono i giudizii, ma tutti sono concordi nel 
ritenere essere opera pregevolissima e rara. Alcuni, mossi 
soltanto dalla soave espressione dei volti, dalla verità 
anatomica delle forme e dalla mancanza d’ ogni colore 
nelle immagini, furono e sono indotti a credere essere 
opera di Luca. Altri, fra i quali la Cruttwell, (1) ritengono 
che un’ accurata comparazione fra i lavori di Andrea e 
di Giovanni suo figlio debba portare ad attribuirlo alla 
mano di quest’ ultimo, pur essendo una delle più splen¬ 
dide imitazioni dello stile paterno. (2) Dello stesso pa¬ 
rere è la Noyes che dichiara questo quadro robbiano un 


(1) Luca and Andrea Della Robbia and their successors, by Maud Crutt- 
WELL. London & New York, 1902. 

(2) Cruttwell, op. cit. 




































































145 — 


tesoro artistico casentine,se. (1) Invece Marcel Eeymond, 
nel suo trattato pregevole sui Della Robbia, attribuisce 
ad Andrea la robbia del Comune di Stia, che, a suo giudi¬ 
zio, riproduce lo stesso motivo della celebre Vergine di 
Santa Maria Nuova in Firenze, ma in una forma più leg¬ 
gera e con un sentimento réveur che segna un’epoca 
posteriore, quella cioè degli ultimi anni di vita di quel 
grande e geniale artista. Ed aggiunge: si crederebbe di 
vedere una figura di un allievo di Leonardo da Vinci. 
Concludendo diremo che i più autorevoli critici d’ arte 
si trovano concordi nel giudicare quest’opera una delle 
più belle cose d’ Andrea, il che è ormai cosa fuori di dubbio. 

Passando ora dalle cose alle persone, noteremo bre¬ 
vemente i principali uomini illustri che quivi nacquero ; 
opera non estranea all’ indole di questo lavoro, perchè 
il divulgare la vita de’ proprii grandi è, come dice il 
Balbo, dovere di ogni letteratura. (2) 

Cominceremo dal ricordare il Padre Matteo Baccel¬ 
lini stato confessore di Maria de’ Medici Regina di Fran¬ 
cia, e autore rinomatissimo di libri sacri e di un trat¬ 
tato di cose militari. (3) Il libro dovette avere gran pre¬ 
gio quando fu pubblicato : co’ progressi fatti dalla scienza 
militare che tutto l’han rovesciato da cima a fondo, ha 
perduto ogni interesse ; ma è sempre pregevole per la 
storia dell’ arte della milizia, e chiunque voglia trattarne 
bisogna che lo consulti. Dettato in un secolo in cui non 
sapevasi scrivere senza concettuzzi ed iperboli, il libro 


(1) Noyes, op. cit. 

(2) Balbo, Vita di Dante. Torino, Pom.ba, 1839. 

(3) Ecco il titolo : Aforismi politici e militari nei quali si mostra come 
il Principe e la Repubblica si ha da governare colla militia : V arte di creare 
un esercito, d’ armarlo, esercitarlo, alloggiarlo e condurlo alla giornata. il 
modo di creare terre e fortezze, come si ponno espugnare e difendere, nuo¬ 
vamente posti in luce e dedicati al gran Marescial di Polonia. A Paris, 
chez Jean de la Haise, rue S. Jacques, MDCX. 


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dèi Baccellini si legge con piacere, perché lo siile è fa¬ 
cile, piano e non inelegante, privo affatto delle ridico¬ 
lezze del seicento. (1) 

Merita poi speciale menzione Giuseppe Tansini, eccel¬ 
lente poeta e ardito viaggiatore. Fu amico di Federigo 
il Grande, di Yoltaire, di Maupertuis e di altre celebrità, 
e fu letterato insigne nell’Accademia fiorentina degli 
Apatisti. 

Nella pittura troviamo ricordato con molta lode ines¬ 
ser Luca da Stia (2) nelle armi Orbecco da Palagio (3) e 
celebratissimo poi il cosiddetto Braciola o Baraguola, da 
Stia, (4) che fu con Niccolò Strozzi all’ assedio e presa 
di Sestine, dovuta questa principalmente alla bravura 
del valoroso Stiano. È pure a ricordarsi Bernardo Pao- 
lini, che ebbe varii ed importantissimi incarichi politici 
dal Cardinale Spada, legato Pontificio a Bologna, e Luca 
Fantoni, giureconsulto di gran valore. 

Finalmente, per tacere di altri, chiuderemo questo libro 
d’oro delle celebrità stiane col ricordare il nome di Ber¬ 
nardo Tanucci, che è la più bella pagina della storia ca- 
sentinese e al tempo stesso vera gloria italiana. 

Nacque egli nella terra di Stia il 20 febbraio 1698 da 
Giuliano Tanucci e da Lucrezia Tommasi, famiglie am¬ 
bedue per splendore e per antichità ragguardevoli. Non 
una pagina, ma un volume occorrerebbe per narrare la 
vita e le opere di tanto uomo e di sì potente e multi¬ 
forme ingegno, a cui si debbono molte delle più grandi 
riforme civili, onde si vanti l’Italia. Noi ci limiteremo 
pertanto a trascrivere il giudizio di chi meglio il conobbe 


(1) L. Passerini, Lettere ad Antonio Partolini, 11 agosto 1875. 

(2) Un quadro pregevole di questo pittore si trova all’Eremo di Camal- 
doli, nella cella detta della Presentazione. 

(3) B andini, Odeporico cit., voi. I. 

(4) Ammirato, op. cit. 































- 147 — 




e più sicuramente ne scrisse, di quello che potrebbe fare 
la nostra penna. 

« Il voler narrare i fatti dell’importante ufficio di 
consigliere di Reggenza, e i servigi da lui resi al regno 
delle Due Sicilie, sarebbe lo stesso che tessere la storia 
dei 21 anni e più in cui gloriosamente il sostenne. Gran 
letterato, buon padre di famiglia, giusto e imparziale 
Ministro, sarebbe stato nel suo paese anche ottimo cit¬ 
tadino, se le circostanze non lo avessero portato ad espa¬ 
triare, giacche mantenne sempre un carteggio cògli amici 
suoi di Toscana e fecesi un piacere di avere spessissimo 
in bocca la sua Stia e il suo Casentino. Morì nel 29 aprile 
1783, conservando tino all’ ultimo la robustezza dello spi¬ 
rito, la tenacità della memoria e l’amor suo particolare 
per le lettere. » (1) 

« Questi nostri due regni destinati a cangiare d’aspetto 
sotto il governo di due principi virtuosi, hanno ottenuto 
in voi, o Tanucei, un ministro che tutto corrisponde alla 
gran macchina eh’ essi voleano inalzare. Bisogna dire 
che quella forza medesima, la quale attrae e fa gravitare 
gli astri gli uni verso gli altri, agisca ancora sopra le 
anime grandi e faccia sì che esse a vicenda s’attrag¬ 
gano nella loro sfera. » (2) 

« Bernardo Tanucei, fu savio Ministro il cui nome 
onora il secolo e gli annali politici de’ nostri tempi : le 
sue leggi erano guidate dal chiaro lume di civile pru¬ 
denza, e dirette a ricondurre i popoli alla primiera loro 
grandezza e all’ antico splendore. » (3) 


(1) Lastre, Elogio di S. E. il marchese Bernardo Tanucei letterato to¬ 
scano e cittadino fiorentino (estratto dalle Novelle Letterarie fiorentine). 

(2) G-aetano Filangeri, Dedicatoria fatta al Tanucei dell’ opera Rifles¬ 
sioni politiche nell’ ultima legge del Sovrano che riguarda la riforma nel- 
V amministrazione della giustizia. 

(3) Conte Federigo Sclopis, Storia della legislazione italiana. -, 


















— 148 — 


« Rassegnando l’Infante Don Carlo in Perugia tutte 
le forze clie gli obbedivano, era circondato intorno da 
numerosa corte splendida per ricche vesti ed insegne: 
vi si notavano il conte di Santo Stefano, consigliere del- 
V Infante, il principe Corsini nepote al Papa, il conte di 
Carny di sangue regio e cento altri almeno ducili e ba¬ 
roni 5 e fra loro con semplice vestimento e modestia to¬ 
scana Bernardo Tanucci ingrazionitosi a Carlo per l’ec¬ 
cellenza nelle arti sue, nominato Auditore nell’ esercito 
spagnuolo, e negli affari civili del Regno consigliere gra¬ 
dito. Dotato d’ingegno da natura e dagli studii accre¬ 
sciuto ) libero pensatore de’ tempi suoi, e sollevato a 
primo dei Ministri di Carlo, ebbe sempre la massima 
parte nelle faccende del Regno, cosicché io, raccogliendo 
tutto ciò che in materie giurisdizionali fu operato nei 
trent’anni descritti in questo libro, avrò rappresentato 
il senno di un sol uomo, il Tanucci! » (1) 


(1) Colletta, Storia del Bearne di Napoli, toni. I., pag. 55. 

Nell’antica casa Tanucci a Stia leggesi la seguente iscrizione ila me 
dettata e fattavi porre nel 1877 a cura del Municipio : « Qui nacque e 
« abitò — Bernardo Tanucci — ministro e confidente — di Carlo III e 
« Ferdinando IV di Borbone — nel reame di Napoli e Sicilia — politico 
« esperto de’ tempi suoi — governò per 43 anni lo Stato con potenza di 
« principe — ed ebbe nelle cose d’Italia e Spagna voce autorevole — morì 
« lasciando di se — quasi povertà alla famiglia — e molto nome alla 
« storia — MB CCCLXX VII. » 

In un giornale di Napoli, dal quale non lio potuto conoscere il nome, 
trovansi queste parole ciré parmi acconcio trascrivere : « Abbiamo racco¬ 
mandato ai nostri Deputati lo studio dei patrii monumenti: ed infatti 
questi danno un linguaggio più sicuro e più veridico dei comizii e dei 
banchetti elettorali. E a ino’ d’ esempio : che bella lezione ad un deputato 
napoletano se in questi giorni di vacanze parlamentari facesse una gita 
alla chiesa di San Giovanni dei Eiorentini, e leggesse quest’epigrafe posta 
sulla tomba di Bernardo Tanucci , che in 40 anni di governo non impose 
alcuna tassa ! « Hic jacet Bernardus Tanusius Florentinus (?) qui cumper 
« annos plus quam quadraginta hujus regni claves moderasset, vectigal 
« nullum unquam imposuit. F. G. C. » 



























149 — 


Certo è clie l’avere il Tanucci senza aiuti di nascita 
e di ricchezze percorsa sì rapidamente la carriera degli 
onori e della fortuna, è chiara prova che la fama di lui 
non è il bisbiglio di una privata società, non le accla¬ 
mazioni tumultuose di mal accozzata moltitudine, nè il 
rimbalzo delle lodi di una fazione cospirata agli ap¬ 
plausi, ma sibbene il concerto armonico di quelle voci 
die, da diverse parti spontaneamente erompendo, for¬ 
mano insieme il giudizio di quel pubblico illuminato e 
imparziale, che solo ha diritto di sentenziare sul merito 
e prevenire la posterità. Sarebbe quindi dovere di cit¬ 
tadini riconoscenti l’onorare in modo degno la memoria 
di tanto uomo. 

Degli antichi usi e degli originali e caratteristici co¬ 
stumi di questi luoghi poco è rimasto che meriti spe¬ 
ciale ricordo. Non è però molto tempo, poiché se ne ri¬ 
cordano i vecchi, che usava in questo paese un curioso 
spettacolo detto la caccia del toro, quantunque non fosse 
una vera e propria corrida de toros quale costuma in 
Spagna, e quale pure abbiam visto in alcune città del 
Messico. Ma anche senza i famosi espaclas Lagartijo, 
Frascuelo e Mazzantini, tuttavia lo spettacolo doveva 
avere in sè stesso una singolare attrattiva. Si chiude¬ 
vano tutti gli sbocchi della piazza, che faceva da circo, 
collocandovi nel centro una grossa botte capovolta, aperta 
di sopra e ripiena di sassi, sulla quale stava un uomo 
vestito di color rosso a guisa di un banderillero . Il 
toro offeso nella vista da quel colore, irritato dagli urli 
della gente, e provocato dai gesti del torero , gli si 
gettava contro furiosamente, ma quegli, all’ avvicinarsi 
dell’animale, spariva dentro la botte, contro la quale 
andava inutilmente a sfogarsi la rabbia del toro. Fi¬ 
nalmente quando, dopo ripetute prove, l’animale sfinito 
di forze rifiutava di tornare all’ assalto, allora gli si 
lanciavano addosso per afferrarlo due grossi e feroci 























- 150 — 

cani mastini ; e così terminava quello strano e barbaro 
divertimento. (1) 

Venendo ora a parlare delle cose moderne, diremo 
subito cbe ciò che a Stia potrebbe e dovrebbe essere al¬ 
quanto migliore è la tenuta degli Alberghi, i quali la¬ 
sciano qualche cosa a desiderare, specialmente per ciò 
che si riferisce a certe intime e necessarie comodità per¬ 
sonali. Ma speriamo che ciò si comprenda nell’interesse 
stesso degli albergatori i quali vedranno, dopo aver mi¬ 
gliorate le condizioni dei loro esercizi, crescere la fre¬ 
quenza degli avventori, e segnatamente dei villeggianti 
i quali sceglieranno come dimora estiva questo paese, 
anco per l’indole buona e generosa degli abitanti, gaia 
e serena, facile alle cortesie, alle benevolenze e alle ami¬ 
cizie verso il forestiero. (2) Onde avviene che coloro che 
quivi capitano, volentieri vi si trattengono a bever 
l’acqua della fonte di Stia, dal Brogialdi leggiadramente 
chiamata ammaliatrice. (3) 


(1) Sembra ohe anco a Firenze usassero un tempo simili spettacoli e 
forse più barbari. hTel diario fiorentino di Luca Landucci (Firenze, 1883) 
troviamo che nel 25 giugno 1514 si fece in piazza de’ Signori una caccia 
con leoni, orsi, leopardi, tori, bufali, cervi e molte altre fiere. Alla quale 
intervennero molti Cardinali fra cui il Cardinale Bernardo Dovizi di Bib¬ 
biena {Cambi). Fu ogni cosa ben considerata, eccettochè ci ebbe qualcuno 
di poco timor di Dio, e feciono una cosa abominevole .... che molto 
dispiacque alla buona e onesta gente, come dice il diarista, al quale ri¬ 
mando il lettore desideroso di più particolareggiato racconto. 

(2) A. Bartolini, La battaglia di Campaldino. 

(3) S’intende alludere a un antico dettato popolare, per cui suol dirsi 
che quando un forestiero ha girato, anche una sola volta, intorno alla 
fonte, non può più partirsi da Stia, quasi obbligato a rimanervi per la 
magìa delle cortesi maniere e delle oneste e liete accoglienze che vi ri¬ 
ceve. Le quali ebbero propizia occasione di nuovamente manifestarsi in 
occasione della venuta in questo paese dei militari della Divisione di Fi- 
lenze per i tiri di guerra. In tale circostanza composi questo saluto: 
« Agli ospiti suoi Stia non può dare il tesoro dei celebrati giardini della 
gentile Fiorenza, nè il suo conforto di ricercata agiatezza, ma si compiace 














151 — 


Gli amatori di Ornitologia possono visitare la mia 
collezione di uccelli casentinesi, ricca di quasi settecento 
esemplari di varie (e alcune rare) specie, e ricordata con 
espressioni lusinghiere e cortesi dal Ite Navenne nel libro 
sopra citato, e da Paolo Sabatier nella sua Vita di San 
Francesco d’ Assisi. 

Ed ora è tempo di dare qualche notizia intorno alle 
varie industrie di questo Comune : « Se Poppi, scriveva 
in tal proposito il Liverani, rammenta col suo Campal¬ 
dino il prepotente diritto della forza, Stia al presente 
ci offre lo spettacolo della sublime attività del lavoro. 
E 1’ un paese non sarà da posporsi all’ altro se è vero 
(come lo è senza fallo) che le conquiste pacifiche della 
scienza e dell’ arte fruttino ai popoli altrettanta gloria 
quanto i fasti della guerra. E le industrie di Stia ba¬ 
sterebbero di per sè sole a rendere orgogliosa non una 
Terra soltanto, ma una regione anco più grande del Ca¬ 
sentino. (1) 

I ruscelletti che da’ verdi colli 
Del Casentin discendon giuso in Arno. 

Facendo i lor canali freddi e molli, (2) 

non solamente contribuiscono a rendere l’aria pura, 
temperata e salubre ma, unendo con mirabile accordo 
le loro forze naturali a quelle dell’arte, dànno anche 
alimento e vita alle molteplici industrie, onde questo 
paese ha il primo posto in Toscana. 

Antichissima è 1’ origine dell’ Arte della Lana nel 


d’offrire i fiori e i frutti de’ suoi campi, la salubrità del suo clima, la 
purezza delle sue acque, 1’ amenità de’ suoi colli, la maestosa bellezza di 
secolari foreste e il cuore franco e aperto de’ suoi abitanti cui sara sem¬ 
pre gradito il ricordarsi delle persone ospitate all’ ombra amica del dome¬ 
stico lare. » 

(1) Liverani, loc. cit. 

(2) Dante, Inf., c. XXX. 


















































152 — 


paese di Stia. Nella Matricola di detta Arte che si con¬ 
serva nell’ Archivio di Stato, trovasi che nel 1382 (e forse 
anche prima) si facevano panni di lana nostrale nel Con¬ 
tado fiorentino, che allora comprendeva anche il Comune 
di Stia ; industria che a quel tempo avea carattere non 
collettivo, ma quasi individuale e casalingo. (1) Ed anche 
nei Capitoli di accomandigia, stipulati tra il Comune di 
Firenze e quello di Palagio fiorentino (Stia) nel 1402, 
troviamo ricordati i tessitori e le tessitrici che ivi eser¬ 
citano. Finalmente in un libro manoscritto del 1545 
(detto libro Cicì, o Cei), esistente nell’ Archivio parroc¬ 
chiale di Stia, si trova ricordato (ivi) in « sul Fiume di 
Staggia, presso al borgo di Stia, uno sito et spatio di ter¬ 
reno sopra del quale à lioggi edificato uno mulino per ma¬ 
cinare la galla, uno Purgo et Gualchiera da panni et 
una Tinta. » 

Il torrente Staggia, che ha il suo principio dal fianco 
orientale del Giogariello, alimenta colle sue acque V in¬ 
dustrie di Stia, fra cui sovrasta, come sull’erba il ci¬ 
presso (2), quella della lana, impiantata in origine da 
un Beni (mio avo), passata poi ai Ricci, ed oggi eserci¬ 
tata dalla Società anonima Lanificio di Stia. 

E poiché innanzi abbiamo ricordato al lettore il nome 
di coloro che questa Terra illustrarono con rinomate 
opere e splendide azioni, sarebbe colpa di sconoscente 
memoria se in tale argomento non ricordassimo colla 
lode dovutagli il nome del compianto Adamo Pieci che 
questa industria fece rivivere e prosperare, e che, se non 
potè dirsi grande, s’ acquistò quella che non è minor 
gloria d’ essere chiamato veramente utile e buono, e di 
dovere a sé e non ad altri la propria fortuna. Nato quasi 


(.1) Avv. Carlo Beni, Adamo Ricci. Arezzo, 1907. 

(-) Quantum lenta solent inter viburna cupressi. Virgilio, Egloghe. 




























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- 153 - 

fra’ suoi operai, fu sempre in mezzo ad essi e per essi, 
più che padrone, padre, amico, maestro; e l’animo sno 
caritatevolmente sensibile, guidato da prudente discer¬ 
nimento diè frutto di buone opere, procurando a tutti, 
mediante il lavoro ed a seconda delle varie attitudini, 
un mezzo sicuro a non umiliante di sussistenza; perchè 
il solo lavoro (che non trasloca, ma crea la ricchezza) 
a tutti dà senza togliere ad alcuno. Così si spiegano a 
un tempo la stima e la simpatia che lo circondarono da 
vivo e che non sono morte con lui ; così si spiega il 
perchè 1’ opera sua, partitasi da modesti principii, potè 
sì presto dare que’buoni resultati, che tutti sanno, e 
aprirsi una via sicura a più grandi successi. Nè questi 
davvero gli sarebbero mancati se a quel fermo volere, se 
a quella mente operatrice di cose utili e buone fosse 
stata concessa una più lunga esistenza. Ma, come già di¬ 
cemmo, (1) il sentimento della gratitudine, che è la reli¬ 
gione del cuore, conserverà il nome di Adamo Ricci, finché 
durerà la memoria delle sue beneficenze e delle sue opere, 
come pure oltre la tomba lo seguono e lo seguiranno i 
nostri desiderii ed affetti, che non s’ arrestano sul marmo 
di un sepolcro, ma si ritemprano e rivivono nel pensiero 
dell’ infinito e dell’ eterno. (2) 

Anche la Società che al presente esercita il Lanificio 
di Stia, merita lode grandissima per aver saputo in breve 
tempo non solo continuare, ma anche e straordinaria- 


(1) Adamo Ricci, Discorso Commemorativo, 1907. 

(2) Sulla casa ove nacque Adamo Ricci fu posto un medaglione alle¬ 
gorico in bronzo, scolpito da Raffaello Romanelli fiorentino, con questa 
iscrizione da me dettata : « Qui nacque Adamo Ricci : e, XIX anni dopo 
« la sua morte vive sempre cara e venerata la memoria di lui che l arte 
« della lana fe’ qui risorgere e prosperare a maggior lustro della terra 
« natia e a benefizio de’ suoi diletti operai cui, per mirabile accordo fra 
« capitale e lavoro, consolidato dalla legge del cuore, fu non padrone, ma 
«padre — Gli Stiani riconoscenti , l’anno MGMVII. 
































mente migliorare ed accrescere 1’ opera del Ricci, com¬ 
piendo con forze unite e potenti ciò che ad un solo non 
è possibile fare. Laonde il Lanificio di Stia è oggi, per 
virtù dell’odierna Società che lo esercita, uno dei più im¬ 
portanti d’Italia, potendo esso disporre dai 400 ai 500 
cavalli (minimo e massimo) di forza motrice idraulica e 
a vapore, per la quale si ha una produzione annua (ad 
valorem) di due milioni di lire. Ma quello che più conta 
si è che in questo Lanificio si fabbricano panni e stoffe 
finissime e molto apprezzate tanto per la loro bontà, 
quanto per il buon gusto del disegno : ond’ è che que¬ 
st’ Opifìcio onorevolmente ed utilmente sostiene e vince 
la concorrenza non solo del privato commercio, ma anco 
e specialmente delle forniture militari, delle altre am¬ 
ministrazioni dello Stato e della casa Reale, (1) per le 
quali, come ognun sa, si richiedono eccezionali requisiti 
di composizione e di lavoro, al che rispondono lodevol¬ 
mente i 500 operai che vi sono occupati. 

Allorquando la sirena del Lanifìcio annunzia il termine 
del lavoro, sembra che il paese torni, come per incanto, 
a ripopolarsij e l’allegria di quella gente richiama alla 
memoria il detto dell’imperatore Aureliano, nulla esservi 
di più amabile del popolo quando è ben pasciuto : (2) tanto 
può l’attività l’onesto e sicuro(3) guadagno, la consuetu- 


(1) Il Lanifìcio di Stia, avendo da molti anni servite le varie aziende 
della Casa Reale, mi fu cosa gradita il procurargli la distinzione onorifica 
di potersi dichiarare pubblicamente — Fornitore della Reai Cosa — e di 
potersi fregiare del Regio Stemma. 

(2) JSfeque enirn populo romano saturo quidquam potest esse loetius (Voi* 
pisc. 47). 

(3) Questa sicurezza è appunto quella cbe talvolta costituisce un lato 
debole nelle condizioni degli operai, le quali potrebbero essere anco mi¬ 
gliori e meno precarie se essi, oltre a comprendere la somma importanza 
sociale e morale dell’ economia domestica, del risparmio, della modera¬ 
zione e soprattutto della previdenza, volessero anche trarne nella pratica 





















— 155 


dine al lavoro e la coscienza di bastare a se stessi coll’ opera 
delle proprie mani e col sudore della propria fronte ! Quindi 
nessuno a Stia può dirsi povero nel significato assoluto 
della parola ; e se vedi alcuno stendere la niano per chie¬ 
derti 1’ elemosina, puoi dire sicuramente eh’ egli è venuto 
d’altro paese. Cosicché imtrebbe quivi proclamarsi ot¬ 
tenuto il celebre ideale del jpot au feu (pollo in pentola) 
vagheggiato dal grande Enrico IV per la felicità del suo 
popolo. Ond’ è che le dottrine socialistiche e comunistiche 
dei Lassalle, dei Marx e dei Bakounine dovrebbero tro 
vare un ostacolo insuperabile nel buon senso di questi 
bravi operai : buon senso che fra tutti i tesori è prezio¬ 
sissimo, e che per lo più s’ acquista mediante il lavoro, 
e col formarsi da sé stessi un patrimonio di cognizioni 
positive e sicure. 

Nel percorrere le numerose e vaste corsìe di questo 
Opifìcio, nell’ udire il rumoroso fremito dei grandi mo¬ 
tori e lo stridor delle ruote, nel vedere il concorde e 
ammirabile lavorìo delle macchine, ove la materia prima 
ubbidisce e si piega sotto l’impero della forza intelli¬ 
gente cogli artifìcii della meccanica e colle magìe della 
chimica, e nel pensare che tutto quest’ insieme dà il pane 
a tante famiglie e vita al paese, ci sentiamo quasi orgo- 


il corrispondente prò litio. Agli operili del mio paese, mentre sincera¬ 
mente desidero (e già lo sanno per prova) ogni più lieto avvenire nel 
campo onesto e pacifico delle conquiste civili, ispirate al rispetto reci¬ 
proco dei diritti d’ ogni classe, in pari tempo auguro di saper meglio 
comprendere e praticare i principii della previdenza le cui molteplici 
forme dalle leggi concesse, hanno la missione sociale d’ allontanare la 
miseria e di premunirsi contro l’incerto domani. E si rifletta clie per 
mettere insieme le poche lire richieste dalle Casse d’Assicurazione baste¬ 
rebbe rinunziare a qualche sigaro o ad un bicchiere di vino, ma difficil¬ 
mente anche questi piccoli sacrifizii s’impone il lavoratore italiano, e pur 
troppo, come deplorava Quintino Sella, per un operaio che va alla Cassa 
di Risparmio, ve ne sono cento che preferiscono la bettola o il banco del 
lotto! 























































- 156 - 


gliosi e superbi che tale industria sia nata e prosperi 
all’ ombra delle nostre case. 

Prima di confondere le sue acque e che il nome suo 
diventi vano, il torrente Staggia passa ad alimentare l’of¬ 
ficina per la produzione della energia elettrica per l’illu¬ 
minazione dei due paesi di Stia e di Pratovecchio, indu¬ 
stria esercitata dal signor Italo Clieccacci di Pratovecchio 
nel locale dell’antica ferriera di questo paese. 

Proseguendo la via che conduce alla Stazione ferro¬ 
viaria troviamo presso la medesima un vasto edifìzio non 
ancora finito e destinato a Scuola-Laboratorio per le piccole 
industrie forestali del legno, in consorzio fra i due Co¬ 
muni di Stia e di Prato vecchio. Tale opera, dovuta ad 
una delle tante e geniali iniziative di S. E. l’On. Sana- 
relli, sarà apportatrice di grandi benefìzii per tutti quelli 
che nell’ esercizio di tali industrie sapranno trovare una 
occupazione utile in tempi nei quali il rigore del verno o 
la cattiva stagione impediscono ogni lavoro agricolo e fo¬ 
restale. Fino ad ora quel poco che si faceva dai montagnoli 
nel fabbricare oggetti per uso domestico con utensili ve¬ 
ramente primitivi, faceva nascere spontaneo il convinci¬ 
mento del gran progresso cui queste industrie potrebbero 
in breve tempo arrivare, ove si trovasse modo di avvan¬ 
taggiare le condizioni di questi poveri alpigiani tanto 
dal punto di vista della cultura generale, quanto da quello 
dei mezzi materiali necessari all’ impresa. 

E a tale scopo nella 2 a edizione di questo libro face¬ 
vamo voti che il Ministero d’agricoltura, industria e com¬ 
mercio stabilisse nei luoghi più importanti qualche mo¬ 
desta scuola di disegno, somministrasse la materia prima, 
fornisse inoltre a buon prezzo strumenti di lavorazione 
più perfetti, e finalmente agevolasse con ogni miglior 
mezzo la produzione col sistema dei concorsi e dei premi 
accordati in più larga misura. 

Pare che queste nostre parole abbiano avuto carattere 





— 157 — 


etl efficacia profetica, giacché ciò clic allora era espres¬ 
sione di un semplice desiderio, oggi addiviene realtà e 
fatto compiuto, che mentre sarà titolo di giusta lode al 
benemerito mecenate dell’ utilissima impresa, sarà pur 
fonte perenne di benessere materiale e morale per molta 
povera gente che non potrebbe, altrimenti, darsi a 
profìcuo lavoro ed imparar cose buone. 

Il territorio Comunale di Stia è essenzialmente mon¬ 
tuoso. Due strade mulattiere si partono da Stia: una 
che, per Papiano, Gravi serri, Yitrignesi, e Canapiglia, uni¬ 
sce il Casentino colla Romagna Toscana (Corniolo, Pie- 
milcuore, Santa Sofìa, ecc. (1)); e l’ altra che, per Santa 
Maria delle Grazie, Mulino di Buccliio e Muricce, conduce 
per Tonda in Mugello. Quest’ ultima strada avrebbe do¬ 
vuto da molti anni diventare una comoda via rotabile di 
carattere interprovinciale, in ordine alla legge 23 luglio 
1881, ma per varie e dolorose vicende che avemmo oc¬ 
casione di narrare in un breve scritto, (2) quest’ opera 
pubblica di utilità incontestata grandissima, si trova tut¬ 
tora allo stato di progetto, quantunque il concorde con¬ 
senso delle amministrazioni provinciali di Firenze e di 
Arezzo diano sicuro affidamento che il già compiuto di¬ 
segno sia per passare ben presto allo stato d’esecuzione. 

Hoc est in votis ! 

PASSEGGIATE, ESCURSIONI E DINTORNI. 

Ogni parrocchia di questo, come degli altri Comuni, 
sarebbe di per sè stessa, come paesaggio, mèta piacevole 
d’ interessante escursione; il qual piacere s acci esce 


(1) Questa via è stata resa rotabile, fino a Gaviserri per opera dell’Am¬ 
ministrazione della Eoresta Casentinese. 

(2) Avv. Cablo Beni, La strada interprovinciale Londa-Stia. Ricordi 

ammaestramenti e consigli. Arezzo, 1906. 




















158 — 


quando il bel quadro della natura la da cornice ad im¬ 
portanti ricordi storici ed a pregevoli opere d’ arte. Ma 
perchè V escursionista (1) non debba provare illusioni e 
prendersela con questo libro e con chi lo scrisse, per aver 
latta inutilmente una gita lunga e faticosa, credo oppor¬ 
tuno indicare brevemente in quali luoghi si trovino og¬ 
getti o monumenti, degni d’ esser veduti. 

San Jacopo alla Villa. 

Chiesa Ancóna a tre scompartimenti, moderna¬ 
mente inquadrata. Nel centro la Vergine col Bambino 
e nei lati San Cristofano e Sant’ Iacopo — dipinto su fondo 
d’ 010 — Opera pregevole del secolo XIV, alquanto dan¬ 
neggiata nella parte inferiore. Croce antica processionale 
di rame dorato e argentato, con figure di Santi nelle 
formelle e nelle incrociature. Incisione e bassorilievo 
del secolo XIV. 

A breve distanza dalla Villa trovasi la chiesa di Santa 
Mar ia a Pietrafitta, chiamata poi Santa Maria ad altos nioii- 
tes ed oggi l^adiola, della quale abbiamo già parlato nel- 
l 7 itinerario da Firenze a Stia per la Consuma. In detta 
chiesa, posta anticamente a servizio di un monastero, 
esistevano un tempo molti oggetti d’ arte pregevoli, ma 
questi pur troppo sono oggi ridotti ad un bel calice del 
1602, di rame dorato con coppa d’argento ed ornamenti 
tatti a cesello ; ad un antico crocifisso di stile bizantino 
con in testa una corona reale, e ad un bellissimo turri- 
bnlo di rame dorato, di forma esagonale e fatto a guisa 
di tempietto gotico. 

Nella chiesa di Santo Stefano al Gualdo, che abbiamo 


(1) Mi si pei doni la non bella parola che trovo sempre più italiana 
di touriste, comunemente usata. 











già ricordato, esiste una croce processionale, di rame do¬ 
rato, con incisioni di Santi nelle formelle. Questa croce 
fu rubata eppoi misteriosamente restituita. 

Papiano (Urbech). 

Risalendo il corso del torrente Staggia per una via 
erta, ma carrozzabile, posta a sinistra di quel torrente, 
si trova dopo tre chilometri circa un piccolo fosso chia¬ 
mato Bigaggioii, presso il quale esistono tuttora gli avanzi 
dell’ antico palazzo e castello dei Conti d’ Urbech , (1) e 
a cui sovrasta l’ameno villaggio di Papiano, sparso di 
molti gruppi di case e ricco di bei vigneti. 

Secondo il Pel Migliore , la contea d’ Urbech appar¬ 
tenne in origine ai Guidi di Modigliana, che poi passa¬ 
rono nel Casentino : secondo altri il primo Conte d’ Urbech 
fu un certo Fazio figlio di Guido e di Adelasia, Conti 
di Porciano, ai quali certamente appartenne 5 ed il le¬ 
game tra queste due famiglie e quella dei Conti di Pa¬ 
lagio, resulta dall’ avere tutte lo stesso stemma. 

Così può dirsi che il castello di Urbech appartenne ai 
Conti Guidi del ramo di Porciano, ( 2 ) dei quali estinta 


(1) È incerta 1’ etimologia eli questo nome. Alcuni lo vollero di origine 
germanica, ma lo Zuceagni-Orlandini ( loc. cit.), ritiene invece che sia una 
corruzione della voce latina Orbeculum (come rilevasi da antiche carte) 
data per esprimere la figura circolare, orbieulare, della contea. Negli An¬ 
nali Camaldolensi trovasi questo luogo chiamato col nome di Orbecco ; di 
Dur-Becco da Agostino Miglio (loc. cit.), e di Urbecco da altri. Nel libro 
Gici della Pieve di Stia, del 1545, si legge che il Mulino della Buca fu 
locato al Magnifico signor Conte Guido di Mazzone d’Anghiari, Conte di 
Zfrbecco. 

(2) Matteo Villani ( Croniche, lib. IX, c. 46) narra che ai 18 gennaio 
1409 si trovavano prigioni nelle Stinche di Firenze certi Stefano da Stia 
e Meo da Papiano, condannati con molti altri per avere occupato il ca¬ 
stello d’ Urbech e uccisovi il conte Piero. 















— 160 — 

la linea colla morte della Contessa Costanza moglie del 
Conte Massone (V Anghiari, celebre condottiero di milizie, 
questi ne cinese e ne ottenne dal Duca Alessandro dei 
Medici la nuova investitura, con decreto 23 agosto 1532. 
Così il possesso di Papiano durò nella famiglia Mazzoni 
fino alla sorella dell’ ultimo Conte, che fu Maddalena 
Massoni ne’ Nardi, morta nel 1747 -, (1) nel qual tempo, 
venuta a estinguersi anche quella linea, la contea d’ Ur- 
bech passò alla corona granducale di Toscana. Il gran¬ 
duca Francesco li di Lorena la conferì al marchese Carlo 
Ginori di Firenze, che ne tenne il possesso fino all’ abo¬ 
lizione de’ feudi granducali, e questo d’ Urbech fu ap¬ 
punto 1’ ultimo che venne abolito in Toscana dalle leggi 
leopoldine. (2) 

Oggi del castello d’ Ubercli poco o nulla rimane, ed 
anche la torre ed il bellissimo cammino, ricordati dal 
Bandini, (3) più non esistono. Come pure non resta al¬ 
cuna traccia della cultura del tabacco e dell’ olivo che 
si faceva utilmente in detta contea. (4) 

Sulla confluenza del fosso di Rigaggioli e del torrente 


(1) Passerini, Storia della famiglia dei Conti Guidi. 

(2) Anche il castello d’Urbecli ha la sua leggenda. Si narra che uno 
degli ultimi Conti, uomo dedito ai piaceri e alle dissolutezze, riunì una 
sera ad una festa di hallo data nel suo castello varii uomini e varie donne. 
I quali e le quali appena entrati nel castello venivano avvertiti essere 
volontà del Conte che il hallo si facesse in costume.... adamitico: al che 
o per amore o per forza avendo gl’ invitati dovuto obbedire, ne avvenne 
che quella festa degenerasse in un’ orgia senza nome.... Quando ecco 
nel più hello, o diciamo meglio, nel più brutto del trattenimento, si 
udì all’ improvviso un fracasso infernale, come se il castello venisse preso 
d’ assalto, e videsi a un tratto comparire, ospite non invitato nè gradito, 
il Diavolo in persona che, afferrato il Conte pei capelli, seco il trasse al- 
l’inferno, sprofondando con lui sotto terra! Ciò che avvenisse dei balle¬ 
rini e delle ballerine la leggenda non dice, ma la paura deve essere stata 
grande davvero ! 

(3-4) Odeporico cit., voi. VI. 































































Pag. 174 


Fot. Alinari 


Chiesa di Porciano: L’Annu/nziazione di Picei di Lorenzo (sec. XV). 














— 161 — 


Staggia risiedono 1’ abitazione e gli opifici industriali dei 
fratelli Batisti, destinati uno per la fabbricazione della 
carta (specialmente sugante, rinomata), e 1’ altro per la 
preparazione della lana meccanica. Ambedue le industrie 
hanno preso oggi un grande incremento d’impianto e di 
produzione : del cbe va data meritata lode ai proprietarii 
attuali, fratelli Batisti, i quali, quasi dal nulla e, in prin¬ 
cipio, con scarsi mezzi, ma, in compenso, con indefesso 
lavoro e con ferrea volontà, lianno saputo da sè stessi, 
quasi creare un’ industria clie fa grande onore ai mede¬ 
simi e che dà pane e lavoro a tanta povera gente. 

Sant’ Andrea Corsini a Gaviserri. 

Proseguendo la via di Papiano fino al bivio presso 
la chiesina di Santo Stefano, di dove si volge a destra, 
e oltrepassato di poco il Ponte Biforco, si trova posto in 
amenissima località, contrassegnata da un gruppo di 
cipressi, la chiesa di Gaviserri. 

Negli Annali Camaldolensi troviamo citato Sant’ Egi¬ 
dio a Gaviserre fino da) 1054, (1) e poscia nel 1099, come 
appartenenza dei Conti di Romena, (2) finché nel 1485 
fu unito al Monastero di Poppiena. (3) Allora però Ga¬ 
viserri era un semplice Oratorio situato dove oggi è il 
podere detto la Chiusa di Gaviserri. Poi, per maggiore 
comodità del servizio religioso, fu costruita la chiesa ove 
attualmente si trova, aggregandovi gli eremitaggi di 
Montemezsano e di Basilica (oggi Bascrca). 

In detta chiesa si vede un bellissimo quadro d’altare 
in tavola di Giusto d’Andrea, rappresentante la Vergine 
col Bambino, seduta in trono con ai lati San Giovanni 


(1) Annali Camaldolensi, II. App. 

(2) G-amurkini, Sched. 

(3) Annali Camaldolensi (anno 1485). 

11 










— 162 


Battista, un Santo Vescovo, San Bartolommeo e Sant’An¬ 
tonio Abate, dipinti su fondo d’ oro. 

La Noyes si maraviglia elle in luogo così remoto e 
solitario, e in una chiesa povera e semplice, si possa tro¬ 
vare un’ opera d’ arte di tanta bellezza e dignità : (1) ma 
tale meraviglia non avrebbe più luogo quando si riflet¬ 
tesse che questa chiesa era anticamente dotata di molti 
beni, e che il sentimento religioso unito a quello del- 
l’arte (che a que’ tempi era considerata aspirazione pu¬ 
rissima del bello e del buono e non fonte volgare di 
lucro e di vanagloria), faceva sì che la Casa del Signore , 
posta anche in luoghi solitarii ed alpestri, giammai man¬ 
casse di quel pio tributo artistico, eh’ è tanta parte del 
culto cristiano. La stessa Noyes scrive che un egregio 
critico d’ arte, di cui tace il nome, ritiene potersi questo 
bel quadro attribuire ad uno scolare del Verrocchio, 
forse contemporaneo di Lorenzo di Credi. 

Nella stessa chiesa esiste un grazioso ciborio, scolpito 
in pietra da artista fiorentino, portante la data del 1400. 


Santa Maria delle Grazie. 

Per la via mulattiera del Mugello dopo quattro chi¬ 
lometri da Stia si trova la parrocchia di Santa Maria delle 
Grazie, (2) situata in alto jjresso la riva sinistra del- 
l’Arno, ed ombreggiata da secolari cipressi. 

Fu antica Fattoria dello Spedale di Santa Maria Nuova 
di Firenze, formata dalla soppressione di varii benefìzi 
e dalle donazioni fatte da più persone fra le quali da certo 


(1) Noyes, op. cit. 

(2) Anticamente chiamavasi Casalino , come resulta da un memoriale 
di Lorenzo Saiucci spedalingo dello Spedale di Santa Maria Nuova, pre¬ 
sentato a papa Niccolò V nel 1446, ed esistente neH’Arcliivio di detto 
Spedale. 





Marco Basili de Burgo Stia in popolo et ecclesia Sanctae 
Mariae sopra Staggiavi. (1) Col consenso poi di Cosimo III 
i Monaci di Vallombrosa acquistarono dal detto Spedale il 
luogo di Santa Maria delle Grazie per erigervi un’ Abbazia 
quasi succursale di Vallombrosa, e die appunto per que¬ 
sto fu chiamata Vallombrosella. 

L* elegante Oratorio che ancora conserva le tracce 
della sua primitiva bellezza e semplicità (2) venne bar¬ 
baramente ridotto ad una chiesa moderna, coprendo, se¬ 
condo il solito, con una vòlta comune il grazioso soffitto 
di legname policromo, intonacando le vecchie pietre squa¬ 
drate, dando il colore alle bellissime sculture in pietra 
e (. horribile dieta!) tingendo a olio per fino i fondi del 
bel fregio rovinano, che adorna la cornice dell’ abside. 

Sull’ altare maggiore dentro un ricco ornamento di 
legname dorato, si vede e si ammira una bellissima ta¬ 
vola di forma gotica, dipinta su fondo d’oro, e rappre¬ 
sentante la Vergine seduta in trono col Bambino attac¬ 
cato ad una mammella, e con ai lati Santa Caterina, San 
Giovanni Battista, San Benedetto e Sant’Agnese. Nel gra¬ 
dino poi sono dipinte la Pietà, la Vergine, San Giovanni , 
Evangelista ed altri due Santi, opera pregevolissima di 
Lorenzo di Niccolò Cerini, verso la fine del secolo XIV. 

Sopra la porta laterale sta appeso un quadretto in 
tavola centinata, rappresentante la Vergine che adora il 
Bambino Gesù che giace in terra presso il piccolo San 
Giovanni Battista. È un grazioso dipinto di buon pennello 
fiorentino, della seconda metà del secolo XV, e che non 
è ricordato che dalla Noyes. Una volta era in canonica. 

Sopra la porta della sagrestia è un bell’ affresco rap¬ 
presentante la Vergine seduta in trono, tenendo il Bam- 


(1) Morozzi, loc . cit . 

(2) La Noyes elice che F antico oratorio fu costruito II spese del Conte 
Neri di Porciano. 













bino Gesù ritto sulle ginocchia, e con ai lati due angioli 
a mani giunte e la figura del patrono genuflesso, il cui 
nome rilevasi dalla sottoposta iscrizione. (1) 

Ma ciò che più richiama 1’ attenzione del visitatore, 
sono i bei bassorilievi in terra Bella Bobbia, attribuiti 
ad Andrea. Questi sono e rappresentano: la Vergine, 
circondata da una gloria di cherubini, che apparisce a 
Monna Giovanna, incorniciamento semicircolare, ornato 
di teste di cherubini con festoni di foglie e frutti : la Na¬ 
tività col Presepio, e con sopra tre angioli in attitu¬ 
dine di pregare -, incorniciamento come sopra con figure 
smaltate di bianco su fondo bleu, opere del secolo XVI : 
V Annunziazione, incorniciamento semicircolare semplice 
posto sotto un altare. Bellissimo poi è il fregio condotto 
tutto in giro alla cappella, e ornato di teste di cheru¬ 
bini, ma sopra ogni altra cosa sono pregevoli quattro 
medaglioni posti agli angoli della vòlta, e rappresentanti 
gli Evangelisti a mezza figura. È pure graziosa la piletta 
per V Acqua santa, anch’essa in terra Bella Bobbia. 

Non possiamo lasciare questo amenissimo luogo senza 
ricordare un 7 altra opera d 7 arte, pregevolissima, che è il 
piccolo, ma vago chiostro dell 7 antico monastero (oggi 
casa Pallini), composto di svelte ed eleganti colonne, 
coronate di bellissimi capitelli, le cui sculture sono con¬ 
dotte con fine magistero d’arte. Queste ed altre cose 
di minor conto, unite all’amenità della posizione fanno 
di Santa Maria delle Grazie un luogo attraente, e per 
ciò frequentemente visitato. 


(1) « Questa figura lia fatto fare Antonio di Francesco da Basca, con¬ 
tado d’Arezzo, per l’anima sua e de’ suoi passati come sono nello Spedale 
di Santa Maria Nuova — a dì 2 novembre 1485. » La Noyes dice che nel 
colorito e nella disposizione delle figure ed anche nel modo di trattare il 
drappeggiamento, sembra vedersi la maniera del Ghirlandaio, ma che in¬ 
vece deve attribuirsi ad un ignoto Toscano di quel tempo. 



























165 


Castel Castagnaio. 

Per andare a Castel Castagnaio occorre seguire la so¬ 
lita via del Mugello fino a un luogo detto le Mulina ove, 
traversato P Arno, si trova la strada mulattiera elle porta 
a quella Parrocchia. Passato il torrente Sega sopra un 
ponte di legno, la strada poco di poi si biforca per con¬ 
durre a sinistra alla Parrocchia della Villa, e a destra 
a Castel Castagnaio, posto in un poggio elevato sulla riva 
destra dell’ Arno, e distante da Stia 7 chilometri circa. 

Questo castello, ricordato nel 1054 e appartenuto an¬ 
ticamente ai Conti di Porciano e quindi al Comune di 
Firenze, fu poi distrutto, perchè di parte guelfa, dopo 
la battaglia di Montaperti. (1) Qual poca entità avesse 
in un certo tempo Castel Castagnaio si deduce da una 
convenzione fatta nel 1251 dal Conte Guido Guerra coi 
suoi vassalli di Campolombardo , per la quale obbligò due 
di quelli uomini a guardare in tempo di guerra notte e 
giorno il cassero e la torre di Castel Castagnaio ! (2) 

Nel 1839 furono trovati sulla cima di un poggio, fatto 
a guisa di piramide e chiamato Poggio etrusco , i fonda¬ 
menti (che tuttora si vedono) di un antico edilìzio di 
figura rotonda, perfettamente orientato, avente all’ in¬ 
terno tre grandi nicchie semicircolari in pianta e il prin¬ 
cipale ingresso rivolto a mezzogiorno, a cui pare s’ acce¬ 
desse per mezzo di una gradinata. Ci siamo recati a ve- 


(1) Nei capitoli di sottomissione di questo castello al Comune di Fi¬ 
renze avvenuta nel 1440 si legge al cap. VII — Item : Che il detto Co¬ 
mune et huomini et persone di Castel Castagnaio sieno temiti et debbino 
in perpetuo levare et ricevere et bavere dal Comune di Firenze il sale et la 
salina che farà loro bisogno per vivere, et per prezzo di denari 16 per cia¬ 
scuna libbra — I Capitoli del Comune di Firenze, ecc. IX, 95. 

(2) Repetti, loc, cit. 

























- 166 - 


dere quelli avanzi e, per il modo, per la composizione 
della muratura e per la forma e disegno dell’ edilizio, 
siamo d’ opinione appartenere i medesimi a un tempio 
romano. 

Del castello esistono tuttora P antica torre, una bel¬ 
lissima cisterna e qualche avanzo all’ intorno delle vecchie 
mura, e inoltre assai conservata un’ ala della grande mu¬ 
raglia sulla quale era posta la campana per uso del po¬ 
polo quando formava lega. (1) 

Nella chiesa esisteva in tempo non lontano una bella 
croce processionale di rame dorato, del secolo XIY, con 
crocifisso in rilievo e con incisioni simboliche, ma anche 
questa più non esiste. 

Porciano. 

Partendo da Stia in direzione di tramontana dopo un 
chilometro e mezzo circa di buona strada mulattiera, 
s’incontra una graziosa collinetta posta a sinistra del- 
P Arno, e sulla cima di essa varii gruppi di miserabili 
case alle quali sovrasta P antico e famoso castello di Por- 
ciano, di cui rimangono ancora la bella e maestosa torre, (2) 
alcuni avanzi del cassero, la porta d’ingresso e una por¬ 
zione del palazzo. Una piccola torre posta dal lato di 
ponente li a subito {more solito) una capitis diminuito per 
essere ridotta al inetoso e pacifico ufficio di campanile. 

Questo castello, le cui memorie risalgono al mille, 
sembra essere stato in Casentino una delle prime abita¬ 
zioni dei conti Guidi ; dacché in uno scritto del 1017, 


(1) Zuccagni-Orlandini, loc . cit . 

(2) Anche questa torre, eli’ è la più grande di quante ne siano in Ca¬ 
sentino, appartiene al Conte Goretto Goretti - Flammini di Romena ; il clm 
faceva dire scherzevolmente al mio amico Tommaso De Cambray-Digny, 
avere i Goretti-Flammini il monopolio delle torri casentinesi. 


















— 167 — 

(Aetum in Por ciano, judicaria Fiorentina) riportato dal¬ 
li Ammirato, si trova il nome di un Conte Guido di Teu- 
degrimo, clie è forse il fondatore del ramo dei conti di 
Porciano. Venne poi, come dicemmo, assegnato per divi¬ 
sione a quel conte Tegrimo che nel 1288 fu assunto dagli 
Aretini all’ ufficio di Potestà, e die poi condusse le loro 
schiere alle famose giostre del Toppo, dove trionfò di 
Alessandro di Bomena, capitano generale della Taglia 
dei guelfi. Dopo la battaglia di Campaldino si ritrasse 
nel suo castello di Porciano, ove sembra prendesse a 
esercitare il nobile mestiere di assalire alla strada i vian¬ 
danti e derubarli; come fece nel 1291 verso un mercante 
di Ancona, per lo che fu condannato dal Potestà di Fi¬ 
renze a pagare 10.000 fiorini d’ oro. (1) 

Da questo Tegrimo discese quel famoso conte Guido 
Alberto di Porciano, ricordato dagli storici, il quale, es¬ 
sendosi mescolato in una congiura ordita dai magnati di 
Firenze per rovesciare il Governo, e poi scoperta, fu 
citato a comparire in giudizio a Firenze. Il Conte era 
allora a San Bavello, ove andò il messo (usciere) del Co¬ 
mune per F opportuna notificazione; ma all’ infelice, se 
volle salva la vita, toccò mangiarsi la lettera di cita¬ 
zione e il suggello, fra gli scherni e i motteggi della 
gente del Conte ; il quale, non pago di siffatta soper- 
chieria verso un innocente, accomiatollo anche villana¬ 
mente, dicendogli che se egli o altro messo più vi toi 
nasse lo avrebbe fatto appiccare per la gola. Le quali 
cose saputesi in Firenze, la Signoria fe’ condannare 
Guido-Alberto nella persona e negli averi. (2) Onde av¬ 
venne che poco di poi, e precisamente nel 20 marzo 1349 
il castello di Porciano passò sotto il dominio del Co¬ 


ti) Passerini, op . cit . 
(2) Passerini, toc . cit . 







































mime di Firenze. (1) Narrasi che l’ultimo conte di Por- 
ciano, (2) chiamato Lodovico, riconoscendo la vanità delle 
cose umane, rinunciasse a quella Contea, per vestire 
l’abito di monaco camaldolense nel convento di Santa 
Maria degli Angeli in Firenze. 

Non pare possibile, dice la Noyes, che questo povero 
e remoto castello abbia avuta tanta importanza, e che 
la mezzo rovinata torre rappresenti il già temuto forti¬ 
lizio di quei potenti guerrieri, la cui fedeltà e alleanza 
era elemento di valore nei disegni di un Imperatore. 
Quelli alpestri sentieri erano frequentati da ambascia- 
tori, da cavalieri, da alti personaggi e da viandanti di 
ogni classe. Trovatori e menestrelli battevano alle porte 
di quel castello, e mercatanti, venuti dall’ oriente coi 
muli carichi di cose belle e rare, sfilavano sotto quelle 
mura per andare' a Firenze e a Pisa. (3) Vero è però 
che talvolta i discendenti di quei Conti Palatini di To¬ 
scana non si ritrassero da azioni delittuose come quella 
d’aggredire i viandanti e spogliarli de’ loro averi j tan¬ 
toché (come abbiamo visto) una sentenza del Potestà di 
Firenze del 1291, condannava il Conte Tegrimo a pagare 
10.000 fiorini d’oro per avere nel suo territorio assaltato 
e derubato un mercante d’Ancona. (4) 


(1) Ira i varii capitoli dell’ accoiiiaii(ligia fatta al Comune di Firenze 
dai quattro tìgli di G-uido-Alberto, in nome dell’avo materno Deo dei 
Tolomei si legge : « ivi » Che i detti nipoti e loro posteri siano tenuti per 
tale accomandigia e difesa a presentare ogni anno per la festa di San Gio¬ 
vanni Batista pubblicamente alla chiesa del Santo, e quivi deporre sopra 
o pi esso l altare, un palio di seta del costo di 6 fiorini — I capitoli del 
Comune di Firenze, ecc. Vili, I. 

b) Riferisce il Cantini ( Legislazione , toni. I) che negli antichi statuti 
i el castello di Porciano trovasi una legge suntuaria, fatta intorno alla 
meta dello secolo XV, la quale proibisce l’uso delle gemme, degli ori la¬ 
vorati e delle vesti di velluto, di broccato e di simili drappi. 

(3) XOYES, op. cit. 

(4) Passerini, op. cit. 




























— 169 — 


Al castello di Porciano e ai conti Gnidi che vi eb¬ 
bero signoria, si collegano molte memorie e tradizioni 
intorno all’Alighieri. 

« Per le terre d’Italia che ricettarono un profugo, 
scrive il Tommaseo, corre la gloria a baciare le sue ve- 
stigia, e interroga i monumenti, le storie e le tradizioni 
per poter dire: qui stette Dante Alighieri. » (1) 

Dice il Volkman non esservi nazione, eccetto l’Italia, 
die abbia dedicato uno studio tanto accurato e indefesso 
come ha fatto per Dante la Germania. (2) Ed il Basser- 
mann aggiunge che Dante insieme con molti altri libri 
uno ne ebbe dinanzi, nel quale continuamente lesse, il 
libro della natura , la cui autenticità non può mettersi 
in dubbio. (3) 

Nel Casentino, così splendidamente illustrato dalla 
musa dantesca, più volte impresse 1’ orme sue il divino 
Poeta. Anzi « il Casentino, come nota il dottissimo Am¬ 
père, è forse in Italia il paese le cui memorie siano più 
di frequente miste alle affezioni personali di Dante. Da 
qualche tempo tutti i viaggiatori si recano a quella volta, 
persuasi oramai che ogni canto d’Italia è, per le sue 
meraviglie, una capitale. Nelle piccole città, nei castelli 
isolati, nelle solitarie vallate, nei chiostri nascosti fra le 
gole de’ monti o sospesi sulle vette degli Appennini, dap¬ 
pertutto novelle curiosità, novelle attrattive. » (4) 

Giuseppe Torsi) , che visitò la Toscana nel 1802 e 1803, 
dice che l’Alighieri fu in Casentino come soldato, come 
esiliato e come amante. E il medesimo Bassermann (5) 


(1) Niccolò Tommaseo, loc. cit. 

(2) Iconografia Dantesca. Firenze-Venezia, 1898. 

(3) Bassermann, op. cit. 

(4) G-. G. Ampère, Il viaggio Dantesco. Traduzione di E. Della Latta. 
Firenze, 1870. 

(5) Bassermann, op. cit. 





















































scrive: « Come in Firenze Dante lia il suo bel San Gio¬ 
vanni, cui con speciale predilezione fa spesso ritorno, 
così nel corso dell’Arno v’ è una regione sopra le altre 
cara ai pensieri del Poeta, cioè il Casentino. I rapporti 
di Dante, con questa parte superiore della valle del- 
1 ’ Arno, appartengono alle questioni le più intricate 
della storia della sua vita, e diffìcilmente si potrà riu¬ 
scire a far la luce in queste tenebre. Ma certo è che i 
suoi pensieri si rivolgono spesso a quella regione, e la 
sua poesia si solleva sempre a tanta forza ed intimità da 
doversi convincere che i suoi ricordi debbono averlo 
legato con vincoli singolarmente tenaci a questa valle 
dell’appennino toscano, ove molti luoghi hanno ricevuto 
dalla parola di Dante il loro stampo e la loro consa¬ 
crazione. » (1) 

Quando nel 1311 Arrigo di Lussemburgo fu incoro¬ 
nato a Milano Re de’ Romani col nome di Arrigo VII, 
riaccesesi per questo fatto le speranze dell’esule Poeta, 
recossi egli a Porciano (2) per indurre i Conti Guidi a 
prestar valido aiuto di denaro e d’ armi ad Arrigo, e 
per eccitare più specialmente il Conte Banclino di Por- 
ciano, il quale, sebbene coll’ ambasciatore di quel mo¬ 
narca a San Godenzo fosse stato largo di promesse, 
nondimeno in fatto mostra vasi titubante, tanto da finir 
poi per voltarsi apertamente dalla parte guelfa in favore 

de’ Fiorentini. 

\ 

« E questo, dice il Passerini, il fatto che rese tanto 
sdegnato ed iroso l’Alighieri contro i signori di Porciano, 
e fu per ciò che li trattò di brutti porci. Infatti, vedendo 


(1) Bassermann, op. cit. (Vedremo in seguito come alcune di queste 
affermazioni contradicano alle negazioni dell’A. intorno alla presenza di 
Dante in alcuni luoghi del Casentino). 

(2) P. Praticelli, Commento alla Divina Commedia-, e Passerini, 
Curiosità storico-artistiche fiorentine. Firenze, 1866. 



























- 171 — . 

eoli la loro titubanza, erasi condotto a Porciano per ec¬ 
citarli ad accorrere sotto le bandiere di Arrigo. » (1) 

E appunto da Porciano scrisse Dante nel 31 marzo 
di detto anno 1311 quella famosa lettera tutta piena di 
ira e di fiele ai Fiorentini, di’ ei chiama scelleratissimi, 
per invitarli a soggettarsi ad Arrigo Imperatore; ed altra 
non meno celebre scrisse pochi giorni dopo, cioè il > 
aprile, all’ Imperatore stesso per eccitarlo a portarsi ai 
danni di Firenze e schiacciarle il capo col piede! Am¬ 
bedue queste lettere sono datate dai confini della To¬ 
scana, sotto la fonte dell’Arno, l’anno primo del corri¬ 
melo a Italia del divino e felicissimo Arrigo ; e il Witte, 
(2) il Boccaccio , (3) il Troya, (4) il Balbo, (5) il Frati¬ 
celli, (6) il Passerini, (7) e molti altri commentatori e 
scrittori di cose dantesche sono concordi nell’indicare il 
castello di Porciano come luogo di provenienza ì 
quelle due lettere. Oddone Zenatti a tale proposito la 
questa domanda: « Che cosa andò a fare Dante in a 
sentinof Non è improbabile che fosse stato incarica o 
dall’Imperatore stesso, Arrigo VII, di una missione 
presso i Conti Guidi o almeno avesse accompagnata 
qualche ambasceria di tal genere. Ma pare piu proba¬ 
bile eh’ egli si trovasse in Casentino insieme con altri 
esuli fiorentini, per meglio e più presto conoscere ciò 

che si meditava in Firenze. » (8) . 

A questo stesso tempo deve certamente ri einsi ì 

seguente aneddoto che ognuno quassù por costali e 


(1) L. Passerini, op. cìt. 

(2) Prof. Carlo Witte, Dantis epistola ?, VI, pag. 27. 

(3) Boccaccio, Vita di Dante. 

(4) Carlo Troya, Del Veltro allegorico. 

(5) Balbo, Vita di Dante. 

(6) P. Fraticelli, Opere minori di Dante, voi. 

(7) L. Passerini, loc. cit. 

(8) Dante in Firenze, nel Boll. Soc. dant., X, 147- • 











































172 — 


dizione ripete. Narrasi che la Repubblica fiorentina, ir¬ 
ritata per la ricordata lettera, mandò a Porciano un 
oratore per chiedere 'con severe minacce ai signori di 
quel castello la consegna di Dante : ma costoro, avvisati 
di tal cosa prima che l’oratore giungesse, consigliarono 
l’Alighieri a partire. Mentre egli per la strada che dal 
castello conduce al sottostante Borgo di Stia indirizzavasi 
a quella volta, s’incontrò coll’ambasciatore fiorentino, e 
a lui che, non conoscendolo, il richiese se Dante Ali¬ 
ghieri si trovasse tuttora a Porciano, rispose: quaiuVio 
v’era e’ v’era. (1) 

E pure costante tradizione che 1’ Alighieri sia stato 
un tempo rinchiuso prigioniero in Porciano, ed il Mo¬ 
rosi, (2) il quale scriveva nel 1766, aggiunge che dagli 
abitanti del castello veniva mostrato un luogo dietro la 
chiesa, ove diceano essere stato incarcerato Dante. Una 
recente iscrizione posta dai Conti Gforetti-Flammini a 
piè della torre attesta tale antica tradizione, assegnando 
però al fatto, impossibile causa, la battaglia di Campal¬ 
dino. (3) È invece comunemente ritenuto che il fatto di 
tal prigionìa si riferisca a tempo posteriore, quando 
cioè i conti Guidi mancarono alle promesse fatte ad Ar¬ 
rigo VII, (4) e fosse conseguenza delle acri parole che 
l’animo sdegnoso del fiero ghibellino lanciò dalle lab¬ 
bra nel canto XIY del Purgatorio, per rampognare il 
feudatario spergiuro e traditore di quell’Arrigo nel 
quale l’esule infelice avea riposte tutte le sue spe¬ 
ranze. (5) 

Rimasto per molto tempo tradizionale, è oggi poi di- 


dì Questo aneddoto è così riferito da varii scrittori danteschi. 

(2) F. Morozzi. loc. cit. 

(3) C. Troya, loc. cit. 

(4) Passerini, Curiosità, ecc. 

(5) Passerini, Storia della famiglia, ecc. 


















venuto storico il racconto degli Amori di Dante per una 
femmina di questi luoglii (1) conosciuta, a dire del 
Corbinelli, sotto il nome di Montanina. « Della femmina 
casentinese, scrive il Fraticelli, ben poco sapevamo 
prima che il prof. Carlo Witte (ossia VHeise), per la 
sua avventurosa scoperta (2) di alcune lettere dell’ Ali¬ 
ghieri, ce ne potesse dare con certezza alcun raggua¬ 
glio. Vero è che Jacopo Corbinelli (3) aveva asserito 
che Dante in età avanzata trovandosi in Casentino 
erasi innamorato di un’altra femmina j vero è pure che 
la fine della canzone di Dante 

Amor, dacché convien ch’io pur mi doglia 

sembra porgere argomento di tale novella passione, in 
questa guisa: 

Così m’ha concio Amore in messo l’Alpi 

Fella valle del fiume 

Lungo il qual sempre sovra me sei forte. (4) 

Ma la lettera che Teodoro Heise trovò nella Biblio¬ 
teca Vaticana chiarisce ogni dubbio e toglie ogni con¬ 
troversia. In quella lettera dunque, che è diretta al 
marchese Moroello Malaspina, uno degli ospiti dell’esule 
Alighieri, e che il Witte ritiene scritta dal 1310 al 1311, 


(1) Giuseppe Pelli, Memorie per servire alla vita di Dante Alighieri. 
Firenze, 1823. 

(2) Invece il vero scopritore di quelle lettere fu il dotto, quanto mo¬ 
desto Teodoro Heise che comunicò tale scoperta al Witte il quale se la 
fece sua (sic vos non vobis...\) 

(3) In un manoscritto d’incerto autore sulla vita dell’Aligliieri, riportato 
in fine di una edizione de vulgari eloquentia, fatta dal Corbinelli a Parigi, 
nel 1577, si racconta (come ne fanno fede il Pelli e il Bencì citati) che 
Dante innamorassi per la terza volta nelle Alpi di Casentino di una donna 
che aveva il gozzo ! 

(4) Dante, Opere minori. 




















































— 174 — 


e lo Zenatti il marzo 1311, (1) il Poeta racconta al suo 
protettore come, appena toccate le sorgenti deWArno, gli 
era apparsa davanti gli occhi una donna, e come, a mal - 
grado degli sforzi suoi, Amore avealo sottoposto alla sua 
signorìa. (2) La valle del fiume, citata nella canzone IX, 
è senza dubbio il Casentino. (3) « E questo amore 
violento per una donna di meravigliosa bellezza, ma 
insensibile tanto da parere crudele (bella e rea ) è can¬ 
tato in una serie di ballate, dette rime pietrose. E 
la bellissima e crudelissima fanciulla era probabil¬ 
mente di Prato vecchio, secondo una tradizione raccolta 
dall’Anonimo Fiorentino. » (4) Finalmente per essere 
fedeli al programma riferiremo la leggenda di un gran 
tesoro nascosto a Porciano, e che a noi fanciulli metteva 
addosso un gran desiderio d’esserne i fortunati inven¬ 
tori. La leggenda, che è in versi, suona così: 

A Porciano in Casentino, 

Tra una fonte e uno spino 
Si trova una campana d’oro fino, 

Che vale quanto tutto il Casentino! 

È molto probabile che P accrescimento del paese di 
Stia, tanto più comodo per il commercio, cagionasse la 
rovina di Porciano, avvenuta nel secolo XVI. 

Nella chiesa è una bell’ancóna a tre scompartimenti, 
rappresentante nel centro V Annunziazione, e nelle parti 
laterali San Michele, Sant’ Jacopo, Santa Margherita e 
San Giovanni Evangelista, e nel gradino il presepio e 
varii fatti della vita di detti santi. Questa tavola impor- 


(1) Oddone Zenatti, Dante in Firenze , Prose antiche con note illu¬ 
strative ed appendice {Boll. Soc. dant., X, 147-152). 

(2) P. Fraticelli, Opere minori di Dante, voi. I. Firenze, Barbèra, 1850. 

(3) A Dictionary of proper names and notatole matters in thè Works ot 
Dante hy Paget Toynbee. Oxford, 1908 (Boll, Soc. dant., VI, 207). 

(4) Zenatti, op. cit. 




























tante per pregio artistico e storico fece dipingere il 
Conte Neri di Porciano (del ramo dei Guidi di Modi- 
gliana) a tempera su fondo d’oro da Bicci di Lorenzo, 
e vi fece porre il suo stemma e il suo nome con queste 
parole in lettere gotiche : Eoe opus fecit fieri Comes Ne- 
rius de Mutiliana ad honorem B. V. Marine et Baphaelis 
Arcangeli A. JD. MOCCOXIIII. Opera non tócca da 
restauro, ma alquanto danneggiata dal tempo. 

Finalmente notiamo, come cosa meritevole, la bellis¬ 
sima eco di Porciano, che è a breve distanza dalla torre 
in direzione di tramontana, e che ripete distintamente 
undici sillabe ; laonde nessuno che vada a Porciano manca 
di recarsi a sentirne P eco, condannata a dover ascoltare e 
ripetere P inesauribile repertorio delle umane corbellerie. 

Alla Falterona per le sorgenti dell’Arno, 
e alla Giogana di Scali. (1) 


Itinerario. 


LUOGHI 

Distanza 

(metri) 

Tempo 
a piedi 
(ore) 

STRADE 

Da Stia a Capo d’Arno .... 

9. 000 

8 


Da Capo d’Arno alla Falterona 

1. 652 

1 

' Mulattiera 

Dalla Falterona alla Stradella 

4. 000 

1 | 

di 

Dalla Stradella a Poggio Scali 

Da Poggio Scali all’ Eremo di 

5. 500 

2 1 

i montagna 

Camaldoli. 

6. 500 

2 

1 

Totale metri 

26. 652 

9 



(1) Naturalmente negli itinerari di montagna le indicazioni di distanza 
e di tempo sono soltanto approssimative. 





























Ditene dove la montagna giace, 

Sì clie possibil sia l’andare in suso. 

Dante, Inferno, c. III. 

Colui che, visitato il paese di Stia e i suoi dintorni, 
desidera percorrere con tutto il suo comodo il resto del 
Casentino può farlo per un buon tratto in ferrovia, e 
per il rimanente in carrozza fino all’ alture di Camaldoli, 
(1) e della Verna. Ma noi che ci proponemmo di far 
conoscere a colui che ci segue pel Casentino, le bellezze 
naturali, artistiche e archeologiche di questa regione, e 
i fatti storici narratigli sulla faccia stessa de’ luoghi, 
non possiamo defraudarlo della escursione che impren- 
prendiamo a fare, e che potrebbe anche dirsi una pas¬ 
seggiata archeologica e una pagina di storia; ond’ è che 
invitiamo tutti a salire con noi 

. il dilettoso monte 

Oh’ è principio e cagion di tanta gioia. (2) 

Si parte da Stia dirigendosi a nord per la strada di 
Perdano, e proseguendo il cammino pel crine de’ poggi 
che sovrastano a quel castello, si giunge in breve per il 
Pian delle Gorghe e per la Colla dell’ Uccellatojo ad uno 
stretto sentiero chiuso fra sporgenti filoni di rocce, e 
quindi ad una cappellina abbandonata, detta di Montalto, 
presso la quale scorre una fonte perenne di acqua eccel¬ 
lente e freschissima. 

Da Montalto volgendo a destra, si trova una strada 
migliore e pianeggiante fino alla Colla di Terrigola, di 
dove si scorge giù in basso a nord-ovest e in faccia al 


(1) Chi da Stia voglia recarsi direttamente a Camaldoli può prendere 
la strada mulattiera che passa per Ama, Lonnano, Vallolmo, Vellano, Se- 
gaticci, Prato alle Conie, Bernardina, Eremo , ecc. (chilometri 13). 

(2) Dante, Inferno , c. I. 



































Pag. 181 


Fot. Alinari 


Marte — Museo Britannico, Londra. Statua votiva etnisca (Falterona) 

Museo del Louvre. 































— 177 — 


poggio delle Matelle 1’ alpestre villaggio di Vallucciole (1) 
die è il più vicino alla Falterona. 

Di qui, seguendo sempre il crine del monte Pratalone, 
spogliato affatto d’ ogni vegetazione arborea, si prende 
la via ebe conduce a Bocca-Pecorina, dove fanno capo 
varii sentieri di montagna. Presso questo luogo si tro¬ 
vano le ultime due case da contadini, a destra quella di 
Vitareta, a sinistra quella di Foresta, nelle quali l’alpi¬ 
nista può trovare, al bisogno, qualche cibo semplice e 
buon cuore sempre. 

Da Bocca-Pecorina si prosegue verso nord-est per una 
pendice erta e sassosa chiamata i Macinini, sparsa qua 
e là di felci e ginestre. Poi si volge a sinistra finché 
giunti al così detto Termine di Mantelleri, si volge an¬ 
cora a sinistra e passato il fosso dell’ Amacelo, s’ arriva 
a un luogo detto le Ciliegeta, ove a poca distanza dal 
sentiero e al di sopra di questo trovasi un piccolo ri¬ 
piano chiamato la Cava degl’ Idoli, o anche la Buca del 
tesoro, formato a guisa di conca, e stato anticamente un 
laghetto alpino. 

Quivi nel 1838, dopo il ritrovamento fortuito di una 
statuetta di bronzo, avvenne la celebre scoperta di una 
grande quantità di armi e di bronzi di vario tempo etru¬ 
sco e d’inestimabil valore. Per la straordinaria impor¬ 
tanza archeologica di tale scoperta, stimiamo opportuno 
far qui una breve pausa, narrando il fatto nel luogo 
stesso ove accadde. 

Nel giugno del 1838, mentre una pastorella stava ivi 


(1) Racconta il Tramontani , loc. cit., che nella cima eli un monticello 
furono a suo tempo (cioè verso la fine del secolo passato) trovate le fon¬ 
damenta di un tempio dedicato a Giano, come si rivelò da un asse romano 
{aes signatum ) ivi rinvenuto colla testa di Giano-Bifronte : onde^ne derivò il 
nome di Monte Giano (Mons Jani ) ed oggi, per corruzione, Monte di Gianni, 
come al presente si appella. 


12 





































— 178 


guardando il gregge, trovò essa casualmente una sta¬ 
tuetta di bronzo, benissimo conservata, la quale, fatta 
vedere a persone esperte, fu giudicata rappresentare un 
Ercole. Il fatto di tale ritrovamento indusse il proprie¬ 
tario del fondo a fare alcune preliminari ricerche sul 
luogo, e queste, avendo data speranza di buoni resultati, 
fu stabilito di costituire una società per meglio e più 
sicuramente condurre a fine l’impresa : il che fu fatto, 
e tosto con grande ardore si pose mano agli scavi più 
o meno regolari. 

L’insigne archeologo Francesco Inghirami, il quale 
appena avuta notizia del fatto erasi recato sul luogo, 
racconta che « in un sol giorno furono trovate 335 figure 
votive di varie grandezze, informi pezzi di rame greggio 
(ces rude) (1) ascendenti a più di 300 libbre ; armi e fram¬ 
menti di esse in numero di oltre 2000 pezzi; grosse ca¬ 
tene, fìbule, anelli, ecc. ecc. Alla mia discesa a Stia, 
aggiunge lo stesso Inghirami , ho veduto presso i signori 
Beni quanto finora si è trovato in quel singolare scavo. 
Le figure in bronzo, per la maggior parte votive, sono 
giunte a 650, fra le quali alcune splendono per merito 
specialmente di squisito lavoro greco-romano e di uno 
stile de’ migliori tempi della scuola etrusca. Vi sono an¬ 
che parti di membra del corpo umano staccate e pur esse 
votive, quadrupedi, gregarii, anelli di ferro, eCc. ecc. » (2) 

L’illustre prof. Migliarini, che pure si recò sul luogo, 
cominciando dal constatare « il fatto più unico che raro 
di tanto ubertosa raccolta in uno spazio sì limitato, » 
faceva notare, come particolarità essenzialissima del ri- 


(1) Questi pezzi di metallo di varia forma e peso, rappresentanti la più 
antica e primitiva moneta italica adoperata nel cambio, prendendo il suo 
giusto valore sulla bilancia, furono quelli che precedettero 1’ uso della 
moneta figurata ( ces signatum). 

(2) Lettera-relazione del Ceto. Francesco Inghirami. Firenze, 11 luglio 
1838 ( Bullettino di corrispondenza archeologica, anno 1838). 






travamento delle Ciliegeto,, « la fortuna di avere in esso 
una collezione completa di bronzi per la storia progres¬ 
siva dell’ arte, incominciando dai saggi de’ primi tenta¬ 
tivi dell’ arte fusoria in tempi remoti, continuando que¬ 
sti, verso la perfezione della scuola etrusca, fino all’ in¬ 
nesto lento, ma non interrotto, dello stile greco che 
signoreggiò nelle varie contrade della bassa Italia ; indi 
il miglior periodo di esso; finalmente l’arte di remini¬ 
scenza, ma già decaduta, cioè l’epoca romana. » (1) 

È pure da notarsi, come cosa singolare, il fatto del 
non essersi trovato, per quanto è a nostra notizia, alcun 
oggetto scritto, tranne certi caratteri etruschi in un qui- 
nipondio del quale parleremo; e le monete, fatta ecce¬ 
zione di una sola coll’effige di Giano-Bifronte, comin¬ 
ciavano dall’ ivs rude ed ws signatura fino a quelle del 
primo secolo dell’Impero. (2) 

Venendo ora a dire ciò che di tale scoperta e delle 
cause di sì ricca suppellettile di antichità pensarono gli 
archeologi, e trascurando di fermarci a esaminare le 
poco serie opinioni di coloro cui piacque attribuire il 
fatto a scontri e battaglie fra Galli e Romani !! o a. na¬ 
scondimenti operati dai Conti Guidi di Palagio ! ! ! (3) ci 
limiteremo a riferire quelle dei più insigni archeologi che 
maggiormente studiarono il fatto. 

Il Micali ritiene che gli oggetti trovati fossero votivi 
e appartenenti a un tempio o fano con luco sacro, dedi¬ 
cato al dio protettore, e dove, secondo il costume reli¬ 
gioso di quei tempi, si raccoglievano le offerte dei devoti 
nel tesoro del santuario : tempio poi rovinato per qualche 


(1) Lettera del Prof. A. Migliarini, nel Bollettino di corrispondenza 
Archeologica, anno 1838. 

(2) Sull’ aes rude di Falterona scrisse egregiamente il Mommsen ( Numi- 
smatique, Borri.), part. 5, cap. I. 

(3) Tramontani, Istoria naturale del Casentino . 

























— 180 — 


• 

grossa frana o scoscendimento. « Io tengo opinione, 
egli aggiunge, che il tutto sia di provenienza indubitata 
e di fattura etnisca nostrale. Non veggo lavori d’ arte 
che possano dirsi propriamente romani, molto meno poi 
de’ secoli imperiali. Nè conviene credere che questa parte 
interna e montuosa dell’ Etruria fosse inospita o poco 
abitata. Luogo di frontiera coll’Umbria e, siccome pare 
per qualche traccia di antica via, sommo varco dell’ Ap¬ 
pennino verso 1’ Adriatico, (1) non poteva al certo non 
essere frequentato nè mancare di commercio fra i due 
paesi, attese specialmente la concordia antica e 1’ ami¬ 
cizia delle genti. La santità del tempio, centro di reli¬ 
gione pei vicini, richiamava molti devoti ed affluenza di 
popolo ; quindi circolazione di cose e di denaro. E che 
ciò sia vero lo conferma a proposito la più recente sco¬ 
perta fattasi nel 1840 sull’ Appennino che dalla Ealterona 
volge alla Romagna (ne abbiamo già dato un cenno par¬ 
lando delle età primitive ) dove si rinvennero in luogo 
dirupato alquanti esemplari di aes grave di molta anti¬ 
chità, e nominatamente un quinipondio rarissimo con let¬ 
tere etnische, ora collocato, per donativo del Granduca, 
nel Museo di Firenze. » (2) 

Esposto così il fatto di questa importantissima e non 
mai sperata scoperta, lo stesso Micali passa a descrivere 
gli oggetti più belli « ammirando in alcuni lo stile to¬ 
scano dei migliori tempi di quella scuola discioltasi dalla 
prima secchezza, stile di mezzo tra il fare arcaico e il 
più raffinato dell’ arte etnisca, e la mirabile diligenza del 
lavoro ; in altri la proporzione e perfezione delle forme, 
lo studio ottimo del nudo ed uno stile più dell’ usato 


(1) Vedi in questo stesso capitolo la nota relativa al Passaggio di An¬ 
nibaie. 

(2) GL Micali, Monumenti inediti a illustrazione della storia degli an¬ 
tichi popoli italiani. Firenze, 1844. 
































- 181 - 


corretto, la finezza del lavoro di cesello, paragonabile alle 
opere del Celimi, stupendi esemplari della scuola tosca¬ 
na, già volta a nuove massime di belle arti e insieme 
tendente a venustà. » (1) 

Il chiarissimo E. Brami, segretario dell’Istituto ar¬ 
cheologico di Roma, illustrando gli oggetti trovati in 
Falterona, si studiò di provare come i medesimi fossero 
votivi per malattie sofferte e guarigioni ottenute. « Io 
prendo ardire, egli scrive, di ragionarvi di un fenomeno 
singolarissimo, cioè di quel numeroso tesoro di antichi 
bronzi, che nell’ estate del 1838 fu scoperto presso la vetta 
della Falterona. Alcune delle statuette ivi ritrovate, fra 
le quali un Ercole Nemeo, una Diana e un Marte, rap¬ 
presentano, nonché il progresso, la perfezione dell’arte, 
e specialmente il Marte nulla ha da invidiare all’ altro 
di cui va superbo il Gabinetto dei piccoli bronzi nella 
Galleria di Firenze. (2) 

Nonostante le diverse opinioni, io sono di avviso, la 
più vera esser quella che tali oggetti siano votivi, che 
le acque del laghetto delle Ciliegeta fossero medicinali 
per legname in esse trovato, di abete e di faggio, comu¬ 
nicante all’acqua principii salutari come, per esempio, 
la hreosota che la chimica ha scoperto rimedio per le 
piaghe, per la tise e per le malattie delle donne. Forse 
per la prima volta ci fu concesso vedere co’nostri pro¬ 
pri occhi il fatto della contemporanea esistenza dell’ as 


(1) G. Micali, (Vedi Tavole 12, 13, 14, 15 e 16 annesse all’opera sud¬ 
detta). 

(2) Debbo alla squisita cortesia del Conun. Vittorio Alinari di Firenze 
la riproduzione fotografica di detto Marte e d’altra statuetta virile nuda, 
che si trovano il primo nel Museo Britannico di Londra, ed il secondo 
nel Museo del Louvre a Parigi, del che pubblicamente lo ringrazio. 

Il Gamurrini poi mi diceva essere di grande importanza archeologica 
la prima statuetta, come quella che chiaramente ci mostra il modo, di 
vestire dei guerrieri antichi di quei tempi. 





































rude e dell 1 ces signatum. L’archeologo pur troppo si 
trova spesso nel caso di dover trarre partito da meschini 
avanzi per riprodurre nella sna mente le magnifiche 
cose delle quali il tempo ci ha defraudati: e così potrà 
anche il tesoretto, radunato da gente pia e grata sulla 
vetta della Falterona, bastare per concepire un’ idea più 
sicura degl’ immensi tesori de’ più famosi santuarii greci 
ed italici. » (1) 

Questo giudizio da taluni criticato, ma con lievi ra¬ 
gioni, fu invece con molta erudizione confortato dal Ga- 
vedoni. (2) Ed ora, fra le diverse opinioni intorno all’ori¬ 
gine e alle cause di tale ritrovamento, tèma di tante 
discussioni archeologiche, ci piace per ultimo riferire 
quanto a tal proposito scrivevaci nel 30 decembre 1880 
l’amico nostro, sapientissimo di cose etnische, Gian 
Francesco Gamurrini : « Le acque del laghetto di Falte¬ 
rona, die’egli, ebbero un culto speciale non tanto per¬ 
chè lo ebbero i laghi e le fonti specialmente delle mon¬ 
tagne nei tempi primitivi come effetto di religione na¬ 
turale, quanto perchè avevano pure una virtù terapeu¬ 
tica, che si desume dalla qualità e dalla forma de’ voti. 
Piuttosto frequenti sono a rinvenirsi questi avanzi di 
stipi votive, e soprattutto nei bacini delle fonti e sulle 
sponde dei laghi, ove il culto incominciò dai tempi pri¬ 
mitivi e continuò sotto l’impero romano. Dal che re¬ 
sulta, secondo me, che il Brami più di tutti gli altri 
colse nel segno. Quanto poi all’ origine di detta stipe vo¬ 
tiva, può dirsi che la medesima rappresenta varie epo¬ 
che, partendosi dalla più remota antichità etnisca, e ter¬ 
minando verso la seconda metà del III secolo avanti 


(1) E. Braun, I bronzi di Stia. (Ballettino di corrispondenza Archeolo¬ 
gica-, anno 1842). 

(2) Bullettino cit., anno 1845. 













— 183 


('risto, quando alle religioni indigene subentrò il culto 
romano. » 

Geli oggetti trovati in Falterona, dopo essere rimasti 
per qualche tempo a Stia in casa Beni, furono nel de- 
cembre del 1842 esposti nelle sale dell’ Istituto archeo¬ 
logico di Korna e poi per la massima parte acquistati dai 
varii Musei d’Europa (1) e così si lasciò deplorevolmente 
uscire d’Italia, (e noi diciamo, da Stia) quel preziosissimo 
tesoro archeologico d’arte, di storia e di civiltà. (2) 

Ed ora lasciamo meditare lo studioso sopra questi 
splendidi avanzi di una remota civiltà, e riprendiamo 
la nostra via. 

Dalle Ciliegeta, passato il cancello posto in una siepe 
di faggio, di dove s’entra in un più comodo sentiero, e 
traversato il paludoso fosso di Bazza-Galline, si giunge 
poco di poi a Capo d’Arno, punto che difficilmente si 
trova da chi non sia pratico dei luoghi e degli intricati 
viottoli. Bisogna persuadersi col fatto della insufficenza 
delle carte topografiche e degl’ indicatori di montagna 
in certi luoghi dove spesso o manca la via da indicare, 
oppure questa è interrotta da macchie di faggio impe¬ 
netrabili o da praterie che da nessun sentiero son segnate. 
Le quali difficoltà aumentano allorquando vi si aggiunge 
la nebbia il cui effetto è ricordato dal sommo Poeta con 
questi versi: 

Bicordati, lettor, se mai nell’Alpe 
Ti colse nebbia, per la qual vedesti 
Bori altrimenti che per pelle talpe. (3) 


(1) Credevo che alcuni di questi bronzi si trovassero anche nel Museo 
di Berlino, e mi rivolsi al Direttore per ottenerne la riproduzione foto 
grafica, ma mi fu risposto non trovarsi in detto Museo alcun bronzo di 
Falterona. 

(2) Si conservano presso di me due soli esemplari di aes rude, ultimo 
e povero avanzo di sì ricco tesoro ! 

(3) Dante, Purgatorio , c. XVII. 











































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— 184 — 

Sul dorso occidentale della Falterona, a 1354 metri 
sopra il livello del mare, quasi nel centro di una gran 
conca tra sassi smossi da recenti frane, (1) scaturisce 
un’acqua limpida, fredda e perenne 

che qui si dispiega 

Da un principio e se da se lontana : (2) 
è questo VArno, quel 

fiumicel che nasce in Falterona 
E cento miglia di corso noi sazia. (3) 

« Ni un segno distingue, nessuna cosa adorna l’umile 
fonte » deplorava in un suo scritto sul Casentino il 
chiarissimo Benci, (4) pensando forse alle gloriose me¬ 
morie che di sè risveglia questo classico fiume. E il 
Bartolini aggiungeva: « Se il dotto straniero che accorre 
sì volentieri 

Sovra il bel fiume d’Arno alla gran villa, (5) 

e se l’erudito toscano abbiano vaghezza di conoscere il 
principio di sì celebrata corrente, non troveranno un 
segno che ne palesi l’origine! » (6) 

Questi lamenti sembrando a noi giusto rimprovero 
d’inescusabile dimenticanza, determinammo che non do¬ 
vessero ripetersi, proponendoci di decorare e distinguere 
nel miglior modo questa nobile sorgente. E infatti sotto 
gli auspicii della Sezione fiorentina del Club Alpino ita¬ 
liano, generosa interprete de’ nostri desiderii, furono da 
noi nel 1880 piantati mille abeti presso le fonti dell’Arno, 


(1) L’ ultima di queste capovolse e sotterrò un masso tutto scritto di 
nomi di visitatori. 

(2) Dante, Purgatorio, c. XXXIII. 

(3) Dante, Purgatorio, c. XIV. 

(4) Lettere sul Casentino. 

(5) Dante, Inferno, c. XXII. 

(6) A. Bartolini, La Falterona. 












per essere un segnale permanente del luogo ove trae 
origine il maggior fiume della Toscana. Ma mentre la 
saldezza dei ripari, posti a difendere le tenere piante 
dal morso del bestiame pascolante, le avrebbero salvate 
(come fu per tre anni) da quel loro micidiale nemico, 
purché non ad altri alleato, riuscirono inefficaci allor¬ 
quando vi si aggiunse l’opera malefica dell’uomo... ! 

E quando l’argomento della mente 
8’aggiunge al mal volere ed alla possa, 

Nessun riparo vi può far la gente ! (1) 

Da Capo d’Arno (2) alla Falterona (3) non esiste via 
propriamente detta, ma si prende su a erta passando 
per la fonte detta dei Cacciatori, e traversando mac¬ 
chie di faggio e prati ove pascolano numerosi greggi e 
dove 

il mandrian che fuori alberga 
Lungo il peculio suo, queto pernotta 
Guardando perchè fiera non lo sperga : (4) 

il che vale a dare alla scena un colore veramente ar¬ 
cadico. 

Giunti alla Colla di Falterona, che è situata alla 
base della piramide, ed ammirate le praterie di Montel- 
leri, dopo breve ma faticosa salita si arriva finalmente 


(1) Dante, Inferno, c. XXXI. 

(2) Gli Annalisti Camaldolensi narrano die nel 1138 la contessa Imiha 
de’ conti Guidi fece costruire a Capo d’ Arno (Piviere di Stia) un Ascete- 
rio sotto l’invocazione di San Salvatore, e clie ivi condusse pei qualche 
tempo vita eremitica la figlia di lei, Sofia, la quale poi annesse tal fon¬ 
dazione alla chiesa di Santa Maria a Poppiena, presso Pratovecchio 

(Annali Carnai., toni. Ili, 233, 234). 

(3) Anticamente chiamavasi Feltrona, come scrive il Boccaccio nel suo 

trattato de’monti, selve, laghi, ecc. 

(4) Dante, Purgatorio, c. XXVII. 















186 - 


alla sommità della montagna (1) che si leva dall’ onda 
per 1654 metri, e dove un piccolo cono di pietre am¬ 
mucchiate una su l’altra, indica essere quella cima uno 
dei capisaldi della rete trigonometrica dello Stato mag¬ 
giore italiano. 

Sempre con un certo sentimento di soddisfazione 


(1) Racconta Giovanni Villani, che « il 15 maggio 1335 una falda della 
montagna della Falterona dalla parte che guarda verso Dicomano in 
Mugello, per terremoto e rovina scoscese per più di 4 miglia infino alla 
Villa che si chiama Castagno , e quella con tutte le case e persone e bestie 
selvatiche e domestiche e alberi subissò e assai di terreno intorno, git- 
tando abbondanza di acqua ritenuta oltre all’usato modo torbida come 
acqua di lavatura di cenere: e gittò infinita quantità di serpi e due ser¬ 
penti con 4 piedi grandi come uno cane, li quali, 1’ uno vivo e 1’ altro 
morto, furono presi a Dicomano. La quale torbida acqua discese nel Di¬ 
comano e tinse il fiume della Sieve, e la Sieve tinse l’acqua del fiume 
Arno infìno a Pisa : e durò così per più di due mesi, per modo che l’acqua 
d’Arno a nessuno buon servigio si poteva adoperare, nè i cavalli ne vo- 
leano bere, e fu ora che i fiorentini dubitarono di non poterla mai guarire, 
nè potere lavare o purgare panni lini o lani, e che però 1’ arte della lana 
non se ne perdesse in Firenze ! Poi a poco a poco venne rischiarando e 
tornando in suo stato » (Cronica, lib. IX, cap. 26). 

In una lettera inedita di Benedetto Buonmattei a Francesco Rinuccini 
sopra la rovina di Montefaino in Casentino (Firenze 1827), ho trovato la 
descrizione di un altro simile cataclisma tellurico, avvenuto nel 1641 sulla 
Falterona tanto dalla parte di Stia, quanto da quella che guarda le Crocicchio 
(Montefaino ?) verso Gorganera , così detta dal colore delle sue acque, chè 
mai se ne trovò il fondo (sic) ! ? « Sono scappati fuori molti pesci colla 
pelle nera come carbone, ma di polpa bianchissima e, per chi li ha gu¬ 
stati, saporitissimi. Lo spavento è stato grandissimo ; onde molti hanno 
sgombrato il paese, e dalla banda del Casentino alle radici della G-iogana 
vicino al luogo che dicono Capo d’Arno s’è fatta un’altra apertura in 
quella plaga, terribilissima perchè, calando giù verso Stia, ha subissato 
fino a Porciano, giurisdizione dei Conti d’ Orbecco, una gran tenuta di 
castagni. Questo accidente alcuni a terremoto P attribuiscono ; altri a 
rivoluzione di stelle; altri vogliono che quel monte fosse pieno d’ac¬ 
qua, la quale, rodendo il terreno P abbia assottigliato tanto da farne cadere 
una quantità ! Certi baioni poi dicono che il monte ha voluto mostrare 
che non è sempre vero il proverbio che gli uomini si incontrano, e che i 
monti stanno fermi ! » 














- 187 - 

e d’orgoglio posiamo il piede sulla vetta di una mon¬ 
tagna : 

Ove d’altra montagna ombra non tocchi 
Verso il maggiore e ’l più spedito giogo, 

Tirar mi suole un desiderio intenso ; (1) 

e questo sentimento unito all’amore della scienza è quello 
die spinge l’uomo a inoltrarsi negli aerei deserti delle 
montagne, ove finisce ogni vita animale e vegetale, per 
conoscere i misteri che vi si ascondono per poter dire 
d’aver toccato quelle superbe altesse ove soffia il freddo 
glaciale delle nevi eterne o erutta il fuoco distruttore 
dei vulcani. 

« Chi vuol vedere qualche cosa di nuovo sotto il 
sole, dice uno scrittore spagnolo il cui nome non ricordo, 
salga alla cima di una vera montagna. » (2) Ora, quan¬ 
tunque la Falterona non sia un monte altissimo, pur 
tuttavia la sua posizione centrale gli apre d’intorno un 
orizzonte e un panorama vastissimi, specialmente dalla 
parte di greco {nord-est) e da quella di mezzogiorno 
(sud) fino a ponente-maestro (ovest-nord-ovest), e può 
dirsi il nodo che collega le varie diramazioni dell’ Ap¬ 
pennino. 

L’ascensione della Falterona si fa anche per godere 
di lassù lo splendido levarsi del sole, e a tale oggetto 
il tempo migliore è quello che corre tra la fine della 
primavera e il principio dell’estate; perchè allora è più 
facile trovare il cielo purissimo e quelle favorevoli cir¬ 
costanze meteoriche, onde si gode tale spettacolo in 
tutta la sua magnificenza. 

Fino al 1882 coloro che si recavano sulla Falterona 


(1) Francesco Petrarca, Rime. 

(2) El que quìera ver alga nuevo bajo el sol, suba à las cumbres de una 
verdadera montana. 
















































- 188 - 


di notte per attendere l’ora del nascere del sole, erano 
obbligati a starsene sub Jove frigido, esposti a tutte le 
intemperie e al freddo che lassù in certe ore è intenso 
anche nella stagione estiva. Pensando allora alla grande 
comodità che avrebbe procurata la costruzione di un 
Bicovero sulla Falterona, determinammo di farci inizia¬ 
tori di tale impresa, e così, mediante le generose offerte 
della Sede centrale del Club Alpino italiano, delle Sezioni 
di Firenze, Genova, Torino, Trento, Vicenza, Roma, Ber¬ 
gamo, Milano e Sondrio, di alpinisti italiani e stranieri, 
di Comuni Casentinesi e di privati potè essere costruito 
questo Bicovero che era giudicato per uno de’ più belli 
fra i Ricoveri alpini -, tantoché dalla gente di quassù e 
della vicina Romagna veniva fastosamente chiamato il 
Balazzo di Falterona (1). 


(1) Il Ricovero fu inaugurato nel giugno del 1883, con grande festa 
alpinistica e paesana, ed in tale occasione feci apporre sulla fronte del- 
1’elegante edifizio questa iscrizione da me dettata: « Presso le fonti del¬ 
l’Amo — ispiratrici di divina poesia — auspice la sezione fiorentina — 
del Club alpino italiano — fu dai Casentinesi costruito — questo Bicovero 
— a Dante intitolato. » 

Per quasi vent’ anni il Ricovero servì utilmente al suo scopo, col plauso 
di tutti e specialmente di quelli ciré, sorpresi dal temporale e dal freddo, 
erano sicuri di trovare lassù comodo e confortante rifugio del quale a 
tutti si daA T a, sotto le debite cautele, la chiave. Ma, purtroppo in questo 
mondo ci sono e ci saranno sempre gli Erostrati, chiamati oggi teppisti, 
i quali, nella sicurezza dell’ impunità, sfogano vilmente i loro istinti di 
brutale malvagità e il loro odio bestiale contro tutto ciò eh’ è bontà, bel¬ 
lezza, gentilezza e decoro ! Senza riflettere, nel caso nostro, ai molti e 
continui guadagni che ne ritraevano gli albergatori, i bottegai, i mulat¬ 
tieri, i portatori, le guide e tanti altri, che sono popolo, e non il nobile 
inviso nè il vile borghese ! A riparare 1’ opera vandalica di distruzione di 
quei prodi contro un edificio indifeso e necessariamente affidato alla ci¬ 
vile educazione degli abitanti, provvide generosamente la Sezione fioren¬ 
tina del Club Alpino italiano, come il ragno paziente che torna a rifare 
la sua tela, ma, ripetendosi il danno, e questo assumendo il carattere di 
continuità, tanto da rendere inutile ogni ulteriore provvedimento e creare 
pericolo per l’imminente rovina del fabbricato, e per l’ornai chiaramente 






















Lo spettacolo, sempre nuovo e sempre bello della 
levata del sole, lia avuto i suoi grandi poeti (1) e ammira¬ 
tori tutti, quantunque nessuna penna abbia potuto mai 
riprodurlo fedelmente sulla carta, nè alcun pennello 
sulla tela : laonde apparirà forse temeraria impresa la 
nostra, del solo tentarne la descrizione. 

Tutti i monti sono ancora immersi nella notte, ma 
questa notte di una purezza meravigliosa promette uno 
splendido levarsi di sole. Le stelle die già apparivano 
come grandi fari in mezzo a un oceano di tenebre, gra¬ 
datamente scoloriscono a misura che l’orizzonte, illumi¬ 
nandosi, annunzia 1’ aurora. Le illanguidite ombre ab¬ 
bandonano la pianura e si ricacciano nel fitto delle bo¬ 
scaglie: sulle cime multiformi delle montagne i vapori 
si sollevano e pare vadano in cerca dei raggi del sole : 
la nebbia, che vela il rapido corso del fiume e il flusso 
del mare, lentamente sollevasi, la luce aumenta d’in¬ 
tensità, le sfumature iridescenti delle nubi s’uniformano 
e si fondono. Poco dopo una luce porporina si stende 
all’oriente, e grado a grado addiviene colore di fuoco, 
facendo scintillare le nevi dei monti lontani. Finalmente 
dopo pochi istanti, durante i quali la notte e il giorno 
sembrano lottare insieme, l’oriente vincitore spande da 


determinata volontà di distruggerlo, tutto ciò indusse la sopraddetta Se¬ 
zione a deliberare 1’ abbandono del Eicovero alla sua sorte ! E così fu ; 
ed oggi nient’ altro ne resta che un ammasso di rovine ! E pensare cbe 
questi Eicoveri sono altrove circondati da un quasi religioso rispetto ! E 
siamo nella gentile Toscana! 

• (1) Io vidi già nel cominciar del giorno 

La parte orientai tutta rosata, 

E V altro del di bel sereno adorno ; 

E la faccia del sol nascere ombrata 
Sì, che per temperanza di vapori, 

L’occhio la sostenea per lunga fiata. 

Dante, Purg., c. XXX. 



















— 190 — 


ogni parte torrenti d’ oro ; le alte montagne si coprono 
di tinta d’arancio, mentre a’ loro piedi altre montagne, 
più basse e non baciate ancora dai raggi del sole, stac¬ 
cano sulle prime i loro contorni d’azzurro cupo. Ma già 
1’ oriente s’infiamma ; il cielo brilla di sfavillante ful¬ 
gore.... ecco il sole die sorge dietro il mare, spargendo 
intorno un immenso oceano di luce. Temperato in prin¬ 
cipio da un velo di vapori, permette all’ occhio umano 
di fissarsi in lui, ma quasi subito, come re che ricon¬ 
quista il suo impero, riprende il proprio manto di fiamme 
e lo distende sull’universo che s’anima della sua vita e 
s’illumina del suo splendore. Il monte, il colle, il piano 
echeggiano di muggiti, di belati, di gorgheggi, di canti: 
tutto è allegrezza, esultanza, sentimento e vita, ed ogni 
cosa pare accordarsi armonicamente col grandioso con¬ 
certo della natura! 

« Si può campare mill’ anni, esclamava pieno d’am¬ 
mirazione Olindo Guerrini, narrando le impressioni da lui 
provate in Falterona dinanzi a tale spettacolo, si può 
campare mill’anni ma un simile momento non si può 
dimenticare ! Se non vi sentite poeti almeno per un quarto 
d’ ora, state certi che non lo sarete mai, campaste più di 
Matusalem. Se non capite la sublimità di quella viva e 
giovane bellezza che si desta col giorno al canto degli 
uccelli, allo sbocciare dei mughetti, al vibrare dell’aria 
serena e pura, girate il mondo come commessi di com¬ 
mercio per vendere acciughe e candele di sego, ma non 
mai colla pretesa di comprendere che cosa sia la bel¬ 
lezza! » (1) 

Se 1’ aere è puro, quale suol essere dopo che una co¬ 
piosa pioggia ne ha dissipati i vapori, allora tutti i con¬ 
torni, tutte le sommità si scorgono chiaramente 


(1) Olindo Guerrini, Brandelli. Roma, 1883. 



























per quanto V occhio può trar V ale 
Or dal diritto, or dal sinistro fianco; (1) 
*•••••••• 

E se tu sei, lettore, a creder lento 
Ciò eh 1 2 3 4 io dirò, non sarà meraviglia ; 

Chè io che ’l vidi appena mel consento. (2) 

La veduta abbraccia gran parte dell’ Italia centrale, 
avente per confine a ponente il mare Mediterraneo e a 
levante 1’ Adriatico, che si vede distintamente (3) anche 
senza bisogno di canocchiale. « È nn succedersi inter¬ 
minato di valli e di monti ; è come un mare in tempesta 
le cui onde gigantesche si siano per incanto solidificate : 
è tutto un cozzare di luce e di ombre ; tutto un rime¬ 
scolìo di creste dirupate e biancastre, di fianchi ora nudi 
e dilavati, ora tinti di pallido verde de’ prati, ora di 
quello più forte delle boscaglie di faggi, ora di quello 
cupo e verdeggiante degli abeti. » (4) 

A greco levante ( est-nord-est ) si vedono le città della 
Romagna fino alla costa Adriatica, e questa da Rimini 
a Pesaro fino ai monti del Comèro, di Carpegna, d’Ur- 
bino, del Titano, ecc. 

A mezzogiorno (sud) le Alpi della Luna, il Monte 
Amiata, il Nerone, il Monte Catria, il Chianti, la città di 
Arezzo, ecc. 

A settentrione (nord) e a greco tramontana ( nord- 
nord-est ) tutte le cospicue prominenze dalla Futa al- 
1’ Abetone, il Corno alle Scale, il Cimone di Fanano, il 


(1) Dante, Purgatorio , 0 . X. 

(2) Dante, Inferno, c. XXV. 

( 3 ) L’ alba vinceva V óra mattutina 
Ohe f ugge innanzi, sì che di lontano 
Conobbi il tremolar della marina. 

Dante, Purg., c. I. 

(4) Giornale La Gazzetta d’Italia, 15-10 agosto 1885, n. 298. 










— 192 — 


Libro Aperto, il Pizzo d’ Uccello, le Alpi di Campora- 
gliena, Mont’ Orsaio, le Alpi Apuane, i monti di San Pelle¬ 
grino, la Val di Sieve, il Mugello, ecc. (1) 

A tramontana {nord) le varie diramazioni dell’ Appen¬ 
nino, onde sono formate le valli ove scorrono il Ronco, 
il Montone, il Lamone, il Savio, il Santerno, ecc. ; e in¬ 
fine a ponente (ovest) la bella Firenze co’ suoi cento colli 
die le fanno lieta corona, e co’ suoi splendidi monumenti 
sui quali tutti giganteggia la cupola del Brunellesco. (2) 
Se, restringendo il cerchio dell’ osservazione, si volge 
uno sguardo al sottostante bacino casentinese, vedonsi 
in angusto spazio raccolte 1’ amenità dei colli, la seve¬ 
rità dei monti, lo squallore dei ruderi, la vaghezza dei 
moderni edilizi, e 1’ Arno quasi ad un tempo nascere da 
un nudo sasso e traversare il ponte dell’ Ammanato. E 
si può qui ripetere con Fazio degli Uberti : 

Vidi Mugello, e vidi el Casentino 
A man sinistra , e vidi ond’ Arno esce 
E come vae da Arezzo al fiorentino. (3) 


(1) A breve distanza dalla Falterona è il villaggio alpestre di Castagno 
celebre per aver dato i natali all’ eccellente pittore Andrea del Castagno 
imitatore del Masaccio, e famigerato per aver ucciso un suo amico che 
gli manifestò il segreto di dipingere a olio, trovato da GiovanniVan-Fych 
o da Bruges, perché ad altri noi dicesse (Vasari, Vite, e cc. e F. Inghirami, 
Storia, ecc.). Però 1’ onorevole G. llosad/i in un suo recente studio sul cele¬ 
brato pittore mugellano lo difende da tale accusa dimostrandola insussi¬ 
stente, ed ispirandosi alla poesia di quei monti così scrive : « In queste 
selve, tra queste rupi e tra questi torrenti trassero spirito e forma le li¬ 
bere immaginazioni dell’ arte sua : qui è la forza istintiva e inalterata 
dell’artista. Insieme colle acque del Jiumicel che nasce in Falterona scende 
a Firenze il genio che viene da Castagno, da Caprese (o Chiusi), da Ca- 
maldoli e dalla Verna. » Gr. Rosadi, Di Andrea del Castagno, pittore. Fi¬ 
renze, 1907. 

(2) Il padre Giovanni Inghirami delle Scuole Pie, misurando la su¬ 
perficie del suolo toscano, trovò che dalla Falterona al Palazzo Vecchio 
di Firenze c’ è la distanza di chilometri 37.280. 

(3) Dittamondo , IV, 9. 





































































Badia a Poppena — L’Annunziazione (Giovanni del Ponte). 































— 193 — 

Per quanto possiamo essere familiarizzati con questi 
bei quadri della natura, giammai potrà menomarsi quel 
sentimento di sublime entusiasmo elle invade il nostro 
spirito in presenza di questi spettacoli pieni di bellezza, 
per descrivere i quali occorrerebbe la penna del Cristo- 
foro Colombo delle montagne. (1) 

Se il Ricovero di Falterona fu a Dante intitolato, e 
se questa narrazione abbiamo spesso infiorata di passi 
della Divina Commedia, ciò facemmo non senza perché, 
nè per inutile sfoggio di classica erudizione, ma anzitutto 
per ricordare come Dante sentisse fortemente le bellezze 
della montagna e sapesse esprimerle con meravigliosa e 
concisa chiarezza. (2) E tant’ è vero che Dante amava i 
monti che Ottone JBrentari ha scritto un libro bellissimo 
intitolato « Dante Alpinista. » (3) E poiché è ornai certo 
clic per descrivere in tal maniera le cose è d’ uopo averle 
vedute, così abbiamo inoltre inteso di desumere anche da 
(piesto fatto la prova della presenza di Dante sulla Fal¬ 
terona e alle sorgenti di quel fiumicello da lui così stupen¬ 
damente descritto e così energicamente maledetto. 

E a tal proposito dice il De Navenne nessuno potere 
ormai porre in dubbio che Dante abbia fatta l’ascensione 
della Falterona « il cui nome appare frequentemente nei 
suoi scritti, come egualmente ha dovuto fermarsi alle 
sorgenti dell’Arno. » (4) 

Ora se è certo che i monti che furono da Dante più 
frequentemente e minutamente visitati e percorsi sono 
gli Appennini della Toscana, è del pari indubitato che 
Dante salì sulle cime della Falterona. (5) Del resto, egli 


(1) B. H. Db Saussure. 

(2) Douglas W. Preshfield, The Mountains of Dante, in The Alpine 
Journal, voi. X, n. 75. Eebruary, 1882, p. 400. 

(3) Dante Alpinista , Padova, 1888. 

(4) Entro le libre et l’Arno. Paris, 1003. 

(5) Ampère, loc. cit. 


13 













stesso lo dice nel Convito con queste precise parole : Vera¬ 
mente io vidi lo luogo nelle coste di un monte in Toscana 
che si chiama Falterona, dove il più vile villano di tutta 
la contrada, zappando, più di uno stajo di santelene d’ar¬ 
gento finissimo vi trovò, che forse più di mille anni l’ave¬ 
vano aspettato. (1) Ma anco se Dante non ci avesse detto 
egli stesso d’aver raggiunto la cima della Falterona, 
d’ onde si scorge tutta la valle dell’ Arno, basterebbe 
leggere la tremenda imprecazione scagliata contro di 
qnella dal fiero Poeta nel canto XIV del Purgatorio, ove, 
seguendo collo sguardo il corso del fiume ed enumerando 
i lnoglii pei quali passa, lancia contro di essi quella fa¬ 
mosa invettiva; e quanto più il fiume s’avanza, tanto 
più diviene violento e aspro il suo odio. È questo un 
saggio di topografia satirica unico al mondo ! (2) 

L’ Ampère, nella sua visita fatta nel 1838 ai varii luo¬ 
ghi del Casentino rammentati da Dante, salì anche alla 
cima della Falterona, e così descrive egli stesso la sua 
salita : « Mi posi in viaggio verso la mezzanotte per es¬ 
servi innanzi la levata del sole. Io pensava meco stesso: 
quante volte il Poeta, di cui seguo le tracce, avrà er¬ 
rato per queste montagne! Egli andava e veniva per 
questi viottoli alpestri, recandosi presso i suoi amici della 
Romagna o della Contea d’ Urbino, col cuore agitato da 
una speranza che non doveva compiersi mai. Io mi figu- 


(1) Dante Alighieri, Il Convito, IV, 11. Per Santelene si deve qui 
intendere qualunque specie di moneta : e tal ritrovamento veduto da Dante 
verso 1’ anno 1300, risalirebbe secondo l’opinione degli editori Milanesi 
(Trivulzio, Monti e Maggi), presso alla fondazione di Roma. (P. Praticelli, 
Opere minori di Dante. Firenze, Barbèra, 1859). Il (lamurrini ritiene che 
queste Santelene altro non possono essere che denari familiari. Colgo l’oc¬ 
casione per ringraziare pubblicamente il mio caro amico e maestro Gian 
Francesco Gamurrini per le preziose notizie datemi sulla storia antica del 
Casentino. 

(2) Ampère, op. cit. 









































rava Dante in viaggio con la guida al chiarore delle stelle, 
esposto a tutte le impressioni che producono i luoghi 
sterili e tribolati, le vie scoscese, le valli profonde, gli 
accidenti di un lungo e penoso viaggio ; impressioni tutte 
di’ ei doveva trasmettere nel suo poema. » (1) 

E pensando a Dante sulla cima della Falterona così 
scrive il Covino: « Di là volgendo l’occhio alla valle del 
Po, apparivano a’ suoi piedi le ricche e pojmlose città 
della Romagna, e più oltre quelle della Lombardia e della 
Marca Trevigiana, e più lunge ancora la maestosa corona 
delle Alpi, e al di là di queste correva il suo pensiero 
a quella regione ove albergava il Tedesco a cui il fiero 
Ghibellino indirizzava una famosa epistola dalle fonti 
stesse dell’Arno. Verso 1’ Adriatico sorgeva a poca di¬ 
stanza 1’ ospitale contrada di Montefeltro e le città più 
orientali della Romagna, una delle quali amorosamente 
gli dava ospizio ne’ suoi ultimi giorni. Verso mezzodì gli 
si stendeva dinanzi la Toscana e prima la valle dell’Arno. 
A tal vista s’ alternavano nell’ animo suo la speranza e 
lo sconforto, e quindi, a seconda delle passioni che agi¬ 
tavano il fuggiasco Ghibellino, lanciava di là l’impre¬ 
cazione che il nome di quella valle perisse , oppure si con¬ 
solava nel pensiero d’ essere un giorno nuovamente accolto 
nella sua bella Fiorenza. » (2) 

« Gran peccato, esclamava Quintino Sella , che il Poeta 
fiorentino, invece delle accidentalita degli Appennini, non 
abbia conosciuto i colossali e sublimi orrori delle Alpi ! 
Che immagini, che pennellate ne avrebbe tratto quel 
finissimo osservatore della natura, il quale così profon¬ 
damente ne sentiva le più remote bellezze! » (3) 


(1) Ampère, op. cit. 

(2) A. Covino, Descrizione geografica dell’ Italia a illustrazione della 
Divina commedia. Asti, 1865, pag. 12. 

(3) Quintino Sella, Una salita al Monviso. Torino, 1863. 


























— 196 — 


Poco al di sotto del villaggio di Castagno, si vede il 
paese di San Godenzo, dove si recò Dante con altri fuo¬ 
rusciti per indurre gli Ubaldini a quei tentativi di Gan- 
ghereto e di Gaville die, come gli altri, riuscirono vani. 
Il Del Lungo fa risalire al 1302 il documento, actum in 
choro Saneti Gaudentii de pede Alpium , elle Dante stesso 
firmò. Il Fraticelli invece riferirebbe al 1307 la presenza 
del Poeta a San Godenzo, di dove poi si portò in Casen¬ 
tino. (1) Ora la via più breve da San Godenzo al Casen¬ 
tino era ed è quella che per Castagno e per le Crocicchio 
passa a un chilometro circa dalla vetta di Falterona: e 
davvero non è serio nè logico il supporre che, per sì 
poca distanza e quasi punta fatica, Dante ( alpinista !) abbia 
voluto rinunziare allo stupendo spettacolo offertogli dal 
monte che sugli altri più sovrasta, e da lui stesso tante 
volte cantato, mentre era ed è abitudine e desiderio vivis¬ 
simo di recarvisi espressamente e da luoghi lontani ! 

Eppure, nonostante la logica e le opinioni che abbiamo 
sopra indicate, il Bassermann s’ ostina a negare P evi¬ 
denza, dicendo: « Se Dante sia salito sul monte Falte¬ 
rona non si può dire con sicurezza, ad onta delle entu¬ 
siastiche affermazioni dell’ Ampère e del Beni. I numerosi 
passi della Divina Commedia che il Beni ricorda, mostrano 
in generale soltanto che Dante possedeva un’ immagine 
vivente di ciò che sia un paese montuoso, la quale egli 
potè essersi formata da qualsiasi vetta dell’appennino, 
come da quello della Falterona. Mancando quindi qual¬ 
siasi particolare aggiunta che possa far pensare ad una 
sua personale visione, deve concludersi che le orme di 
Dante non ci conducono sulla vetta della Falterona. » (2) 
Ragionando in tal modo si dovrebbe per logica conse- 


(1) Accertato, coni’ è un tal fatto, ò indubitato elle Dante dovette pas¬ 
sare necessariamente per Stia. 

(a) Bassekmann, up. cìt. 































— 197 


guenza rigettare come non ammissibili quasi tutte le 
dimore di Dante, nel lungo tempo del suo esilio perchè 
mancanti del certificato di presenza, consacrato nei suoi 
scritti dal divino Poeta! 

« E neppure, aggiunge lo stesso lì assennami, il passo 
del Convito , citato dal Beni, muta nulla, perché Dante 
parla in quel punto di declivi (invece parla di coste) 
della Falterona; e non è punto inverosimile che il ri¬ 
postiglio sia da ricercarsi nelle vicinanze della Buca del 
tesoro, menzionata dal Beni, dove anche nel 1838 fu sco¬ 
perto un ricco tesoro di bronzi, e quindi notevolmente al 
di sotto della vetta !? » (1) 

Ora è da osservare che la Buca del tesoro è anch’essa 
a circa un chilometro da quella vetta : ond’ è a conclu¬ 
dersi essere invece il Bassermann quello che non è stato 
sulla Falterona, dal momento eh 7 egli ne parla con sì 
poca conoscenza locale ; mentre chi vuole intendere un 
poeta deve recarsi a visitarne il paese. (2) 

Ma forse troppo ci siamo trattenuti quassù : 

Andiam, che la via lunga ne sospinge. 

Dal vertice triangolare della Falterona si scende 
verso levante per un forte pendio di fronte al quale si 
erge un altro monte chiamato Monte-Falco, (3) che ga¬ 
reggia in altezza colla Falterona. Si trova quindi la via 
del Sodone che è la prosecuzione di quella di Montel- 
leri , e che, passato il Valloncino, conduce a un bel 
prato coperto di finissima erba, chiamato il Sodo dei 
Conti, ove incomincia il possesso dell’Opera di Santa Maria 
del Fiore, ed oggi della Società Anonima per Industrie 


(1) Bassermann, op. cit. 

(2) War den Dichter vili verstehen, Muss in Divìder.? Lande geken. 

(3) Nella stagione inoltrata, cioè dal luglio in là si può andare sul 
Monte Falco per veder meglio la levata del sole. 


















































Forestali, contrassegnato da una forte siepe di faggio e 
da pali indicatori di bandita. 

Questa foresta è ricca di selvaggina e specialmente 
di cervi ( cervus elapìms) e di muffloni (ovis musinus) 
die, importati 60 anni or sono dalla Boemia, tenuti 
chiusi un tempo e poi riacquistata la loro libertà, si 
sono notevolmente moltiplicati. 

Dal Sodo de’ Conti la via comincia a discendere 
dolcemente in direzione di levante e, dopo breve cam¬ 
mino sempre sul crine del monte, si giunge ai bei prati 
della Stradella (m. 1429), in mezzo ai quali sorge un 
Capannone costruito in pietra, detto la Burraia, cono¬ 
sciuta una volta per il suo buon latte e squisitissimo 
burro, ed oggi, soltanto, per le sue fredde e pure ac¬ 
que. Pili sotto si vede la gran Fattoria di Campigna, 
circondata a nord da una bellissima foresta d’abeti, 
mentre al di sopra della Burraia s’ innalza il Foggio 
Capromio che ha circa l’altezza di Monte Falco, e dal 
quale si staccano le propagini del Giogarello e del Bu¬ 
fone. La fattoria di Canapiglia, che era Casino di caccia 
degli ex granduchi di Toscana, sarebbe una bellissima sta¬ 
zione estiva di carattere veramente alpestre. 

« La cresta è percorsa da un sentiero praticato in 
mezzo ad una splendida foresta, dal quale si domina da 
un lato il versante Adriatico e dall’altra il Mediterraneo, 
ed offre nel suo genere una delle più pittoresche pas¬ 
seggiate del mondo, sempre ad un’altezza dai 3654 ai 
1300 metri. » (1) 

Dal lato nord-est di Poggio Caprenno, per un sentiero 
sassoso si scende alla Colla di Campagna, eh’è il varco 
il più depresso dell’Appennino, per cui passa la strada 
mulattiera che da Stia conduce nella vicina Romagna. (2) 


(1) Attilio Mori, Le sorgenti del Tevere e dell’Arno. Roma, 1894. 

(2) È tradizione accreditata quella dell’ esistenza di una strada mili 




























Da questo punto sempre in direzione orientale trovasi 
un buon tratto pianeggiante detto il Pian delle Carbo- 


tare che il console Flaminio fece fare ai suoi soldati dopo le vittorie ot¬ 
tenute sopra i Liguri e gli Apuani nell’ anno 556 di Roma. E questa 
strada, secondo ciò che riferisce il Guazzasi, passava appunto per la Fal- 
terona e precisamente per questo valico, e conduceva a Bologna : ed è pur 
tradizione die per questa stessa via passasse Annibaie per venire dalla 
Gallia in Toscana. 

Intorno a questo tanto contrastato e discusso transito di Annibaie, 
che ognuno, come disse scherzevolmente il Giusti , vuol far passare da 
casa sua, non intendiamo aprire una disputa accademica. Soltanto notiamo, 
per tacere di molti altri, concordi nella seguente opinione, come Luca 
Olstensio a pag. 73 delle sue Annotazioni geografiche ritiene che quel fa¬ 
moso passaggio avvenisse nella valle superiore dell'Arno per castellimi 
sanctce Sophice in oppositam Arni vallem et Gasentinam Dictionem, il che 
appunto corrisponderebbe alla strada indicata. Questa opinione è pure 
seguita e approvata dal Guazzesi (Dissertazione intorno al passaggio di 
Annibaie) che fa egli pure passare il gran condottiero affricano dal più 
alto del Casentino , perchè soltanto in tal modo la situazione di Annibaie 
diretto a Fiesole, di fronte a quella del console Flaminio accampato sotto 
le mura di Arezzo, veniva giustamente ad essere a sinistra come dice 
Tito Livio : loeva relieto hoste, Faesulas petens. E si rileva in fine, anche 
secondo l’opinione doW Appiano, come Annibaie, strategicamente operando, 
non potesse prendere altra via, per trovarsi le strade di Rimini e del- 
1’Umbria guardate dai Romani, e per essere quivi 1’appennino più basso 
e meno paludose le vie. 

Anche Pasquale Amati , nella sua bella dissertazione sul passaggio di 
Annibaie per V Appennino (Bologna 1776) sostiene che il gran condottiero car¬ 
taginese attraversasse, per recarsi al Trasimeno, i monti casentinesi, ma 
quanto al valico prescelto indica quello de’ Mandrioli (sulla via Tosco 
Romagnola, sopra Frataglia) come quello più comodo e più breve a se¬ 
guirsi da chi, come Annibaie, si trovava a Forlì diretto ad Arezzo. 

Invece il Gamurrini (Arezzo considerata nel suo aspetto strategico , ecc. 
Arezzo, 1907) è d’ opinione che Annibaie procedesse rasentando i monti 
della Romagna fino verso Faenza, e dalla stessa guisa che prima di lui 
seguirono i Galli, torcesse a destra, schivando così 1’ esercito posto a Ri- 
mini e quindi avanzasse per il Mugello nel territorio di Fiesole per poi 
penetrare nel Valdarno superiore e di lì nella V ald i chiana per il corso 
dell’Am&ra, e finalmente, piegando lungo le colline di Arezzo tino a 
Cortona giungesse così al Trasimeno. Anche Paolo Orosio, nella Istoria 
sul fiume Arno, narra di un gran freddo che colse sull'Appennino 1’ eser- 
















































— 200 — 

naie, di dove per un sentiero, in sulle prime alquanto 
ripido, die di poi quasi pianeggiando passa per lo piò 
sulla sommità della Giogana (spartiacque fra l’Adriatico 
e il Mediterraneo) si sale a Raggio Seghettino, e più 
oltre a Pian Tombesi e alla Pietra, ove la montagna co¬ 
mincia a farsi imponente per maestose piante di faggio, 
grandi scogliere e profondi burroni. Non lungi s’incontra 
il Piano della Malanotte, die offre punti di vista ove il 
ridente e l’orrido s’alternano vagamente. Sono immagini 
moltiplicate e deliziose specialmente nella stagione in 
cui fiammeggia il sole sotto un purissimo cielo, tra fo¬ 
reste secolari e prati smaltati di miriadi di fiori. 

Ma, giunti poco di poi al Canal del Pentolino, un 
nuovo spettacolo si presenta allo sguardo: un profondo 
abisso nel cui fondo rumoreggia un torrente ; rupi so¬ 
spese, precipizi fiancheggiati da folte macchie ; e tutto 
questo selvaggio orrore temperato dalle più pittoresche 
creazioni della natura! Noi crediamo che nelle nostre 
montagne non possano desiderarsi luoghi più belli. 

Proseguendo oltre si giunge in breve al più elevato 
vertice di questa parte dell’Appennino, che Dante chiamò 
il gran giogo, (1) detto Poggio Scali (m. 1509) che 

. scopre il mar Schiavo ed il Tosco 

Pai giogo onde a Camaldoli si viene, (2) 

e dove pure si gode lo spettacolo di un bellissimo e 
svariato panorama. 

« Meraviglioso, esclama il Rasserenami, è il panorama 
che di lassù si offre allo sguardo; ed il piacere è anche 


cito di Annibaie, tanto cbe vi perdè molti cavalli e tutti i suoi elefanti 
meno uno. 

Afa di tale controversia, oggetto di studii speciali stori co - geografi co - 
strategici, abbiamo detto abbastanza: saturata biberunt . 

(1) Dal Pratomagno al gran giogo , Dante, Purg ., c. V. 

(2) Ariosto, Ori . fur ., c. IV. 




















201 — 


aumentato dalla classica semplicità dell’ aspetto del 
suolo. L’alta ossatura si dirige in una continuità po¬ 
derosa da nord-est, dalla Falterona, e scorre verso sud 
est nella generale direzione della penisola appenninica; 
e da ambo le parti lo sguardo vede senza impedimento 
stendersi l’Italia in tutta la sua ampiezza. Certo ad ovest, 
al di là della valle casentinese, sorge l’alto dorso di 
Pratomagno, die toglie allo sguardo il Yaldarno supe¬ 
riore; ma al di là si può seguire il corso del fiume 
Arno fino a che nella pianura pisana esso si perde nel 
mare. Più vario è il panorama verso occidente. (1) Lo 
sguardo erra sopra una innumerevole serie di valli e di 
ardue cime rocciose, di vette selvose, e di onde di colli 
coltivati, alle cui alture e bassure dànno un forte risalto 
le azzurre ombre dell’obliquo sole pomeridiano; ed oltre, 
sempre più oltre erra lo sguardo sopra il paese piano, 
dove alcune macchie indistinte e più chiare indicano le 
città di Romagna, Faenza, Forlì e Ravenna; e dietro ad 
esse ecco la striscia grigiastra e scintillante del mare, 
che però, tanto ad oriente quanto ad occidente può 
piuttosto presentirsi che vedersi: (2) ma l’orizzonte, che, 
con singolare effetto prospettico sale con colore ferrigno, 
ne dà la certezza; e lo sguardo vola superbo dalle coste 
tirrene alle coste adriatiche. » (3) 

Passato il Poggio Scali, lasciando a destra il Poggio 
a Nibbi dalla cui base sgorga Fonte Fredda, così chia¬ 
mata per la bassa; temperatura delle sue acque, si con¬ 
tinua a tenere la sommità dei monti finché s’arriva 


(1) Porse voleva dire levante perchè le città della Bomagna sono da 
quella parte. 

(2) Probabilmente il Bassermann non ebbe la fortuna d’incontrare una 
bella giornata, perchè altrimenti avrebbe potuto vedere distintamente 
anche a occhio nudo, i due inari, e specialmente l’Adriatico. 

(3) Bassermann, op. cit. 










































— 202 — 


dopo breve tratto ad un bivio di cui la strada a destra 
conduce a Stia. La sinistra, die è quella da tenersi, 
scende in un vasto anfiteatro nel cui centro è una sor¬ 
gente di acqua freddissima e pura, conosciuta col nome 
di Fonte Porcareccia ; finché la via giunta per il Sodo 
alle Calle all’ altezza di Giogo Secchieta, si biforca nuo¬ 
vamente e, passando a sinistra presso una capanna da 
pastori, sbocca dopo breve discesa in un amenissimo 
prato che è forse il più bel punto della giogana, tutto 
fiancheggiato da folte macchie, detto Prato al Soglio , 
(m. 1314) le cui severe bellezze ricordano l’alpestre na¬ 
tura della Svizzera. 

Anche questo luogo (e lo merita) la tradizione e 
la leggenda hanno del pari voluto onorare di storici e 
poetici ricordi, facendovi riposare, Annibaie ed il suo 
esercito, (1) e dichiarando allusiva a questo ameno re¬ 
cesso la splendida comparazione dantesca del XXX canto 
del Purgatorio. (2) 

Dai varii punti elevati della giogana si può godere 
un magnifico tramonto di sole : 

Solis et occasum servans de culmine summo (3) 

allorquando gli ultimi raggi risalendo le valli vengono 
a colorire di tinte vellutate le cime dei monti, che sem¬ 
brano ricevere le ultime carezze dell’astro vivificatore, i 
cui ridessi dorati passano gradatamente da un colore 
rosso fuoco a una tinta verde pallida, finché cielo e 
terra si confondono in una sfumatura indefinibile ; e il 


(1) Guida ai Santuari di Yallombrosa, di Camaldoli e della Verna. 

(2) Bassermann, op. cit. 

Sì come neve tra le vive travi 
Per lo dosso d’Italia si congela, 

Soffiata e stretta dalli venti Schiavi, 

Poi, liquefatta, in se stessa trapela. 

(3) Virgilio, Georg., lib. I. 


































- 203 - 

crepuscolo tutto pieno di freschezza, di silenzio e di 
rugiada fa tremolare ad oriente la prima stella della 
sera. « Nel fondo di questa scena sublime, scrive il 
Mantegazza, fra le nebbie opaline il mare s’unisce col 
cielo, non v’ è più terra, non più aria, non più acqua, 
ma un’armonia confusa di tutte queste cose; ed è là che 
più lungamente e tenacemente si smarrisce il nostro 
sguardo, e la mente s’immerge in una continua fantasti¬ 
cheria e nel pensiero dell’infinito cli’è la sete dell’uomo, 
il quale ha bisogno di vivere e di sperare in un mondo 
al di là di quello che gli ocelli vedono e che le mani 
toccano, in qualche cosa che valga e duri più di lui e 
che sia sopra alle umane vicende ! » (1) 

Ed invero questi stupendi quadri della natura questi 
sublimi spettacoli, queste armonie degli spazi liberi fan 
sì die il pensiero s’esalti, che il sentimento si purifichi 
e che l’uomo, quasi rigenerandosi, apra il suo cuore 
alle dolci e soavi espansioni dello spirito, e canti il suo 
inno d’ammirazione alle magnificenze della natura, escla¬ 
mando col Poeta dell’Alpi : 

Heureux qui sur ces bords peut longtemps s’arréter ! 

Heureux qui les revoit, s’il a pu les quitter ! 

Da Prato al Soglio, passando per Prato Bertone, dove 
ha principio la gran foresta di abeti che fiancheggiano 
la strada, svelti ed eleganti come le colonne di una 
chiesa gotica, dopo breve discesa si giunge all’eremo di 
Camaldoli, e così ha fine l’escursione da Stia a Carnai- 
doli per il gran giogo, della quale la nostra povera 
penna ha tentato sfiorare appena e incompletamente le 
bellezze principali. Anzi in questi casi la parola, può 
dirsi, impoverisca l’idea; ma fortunatamente, come bene 
osserva il Lioy , la voce della natura è un lingua svio 


(1) P. Manteoazza, Testa . 
























— 204 


ohe gli Arcadi non giunsero ancora a sciupare, ed è un 
inno intraducibile che non si trova negli scaffali delle 
librerie, ma dovunque è una zolla erbosa e un rasoio 
di sole ! (1) 

> Pratoveoehlo 


Abitanti 5733. 


FRAZIONI COMUNALI 

Distanza 

dal 

Capolnogo 

(metri) 

STRADE 

Ama. 

3. 000 

Mulattiera 

Prenda . .. 

4. 500 

» 

Casalino. .. 

5. 300 

Carrozzabile 

Coffia. 

3. 304 

Parte carr. e parte nini. 

Lonnano.. 

4. 500 

» 

Marninoli .... 

3. 300 

» 

Papiano. 

5. 000 

» 

Poppiena. 

500 

Carrozzabile 

Romena. 

1. 652 

» 

Sprugnano . 

4. 500 

Parte carr. e parte mnl. 

Tartiglia (porzione) . . . 

6. 000 

» 

San Paolo. 

4. 000 

» 

Yaliana. 

4. 500 

» 


Indicazioni utili. 

Distanza da Stia kil. 1.600 — Alberghi: 1° di Oreste 
Spigliantini (raccomandato) con pensione e quartieri mo¬ 
biliati; 2° di Napoleone Alberti — Ufficio postale e te¬ 
legrafico — Due medici-condotti — Una farmacia — Due 
levatrici — Un veterinario — Stazione dei RR. Carabi¬ 
nieri — Stanze civiche — Servizio di vetture presso 


(1) P. Lioy, In Montagna. 

















































205 


i fratelli Brocchi e Alterini — Guide: Matini Paolo, Fani 
Giuseppe e Vannini Giuseppe — Per le cavalcature ri¬ 
volgersi agli albergatori — Tariffa delle guide, vedi ta¬ 
riffe indicate in principio al capitolo Stia, con poche 
varianti — Tariffa delle Vetture : a Vallombrosa, Carnai- 
doli ed Eremo, Verna e Frataglia con un cavallo L. 14, 
con due L. 18 — Per il resto da convenirsi. 


Di vostra Terra sono : e sempre mai 
L’ ovra di voi e gli onorati nomi 
Con affezion ritrassi ed ascoltai. 

Dante, Inf., c. XVI. 

Pratovecchio, terra d’illustri memorie, d’uomini in¬ 
signi, di regolare struttura e di gradevole aspetto, è si¬ 
tuato in un jjiccolo, ma ridente piano presso la riva si¬ 
nistra dell’ Arno che ne bagna a ponente le mura ca¬ 
stellane, cui sovrasta il selvoso dorso di Romena, men¬ 
tre dall’opposto lato gli fanno corona le amene colline 
che sono una continuazione dei poggi di Lonnano e del 
Casalino. 

L’ origine storica di Pratovecchio risale al secolo XI, 
come resulta da un documento stipulato nella camera 
del Piovano di Stia 1’ anno 1054, (1) allorquando com¬ 
parve come dominatrice nel Casentino la famiglia dei 
Guidi, dei quali era chiamata la reggia; (2) ed a quel 
tempo è certo che vi ebbero dominio e residenza i Conti 
Guidi di Battifolle, (3) e poi quelli di Romena. Ma in 
seguito, per maritaggi e divisioni, che avvennero ne’ di¬ 
versi rami di quella famiglia, il dominio di Pratovec- 


(1) Eepetti, op. cit. 

(2) Bandini, Odep., voi. V. 

(3) Annali Camaldolensi, VI, 50. 














chio passò successivamente nei Conti di Porciano, di Dova- 
dola(l)e di Poppi; finché stanco il popolo di Prato vecchio 
del governo dei Guidi, prevenne la loro caduta dandosi 
spontaneamente al Comune di Firenze, (2) mentre poi 
coll’ espulsione del Conte Francesco di Poppi, avvenuta 
nel 1440, ebbe termine la dominazione dei Guidi in 
tutto il Casentino. (3) 


(1) Il Conte Marcovaldo di Dovadolanel 1334, essendo intento a mu¬ 
nire di fossa e muro il castrum di Pratovecchio per evitare che il con¬ 
vento delle Camaldolensi restasse chiuso, fece una permuta colla Badessa 
Beatrice, mentre altra permuta era stata fatta dal Conte Buggero di Do- 
vadola, figlio del Conte Selvatico, nel 1325 (Ann. Camald. V, 49). 

(2) Bel 1343 essendosi divisa la città di Firenze, non più in sestieri, 
ma in quartieri, anche il contado venne repartito in tal modo, ed al quar¬ 
tiere di San Giovanni fu addetta anche la Potesteria di Pratovecchio 
(Cantini, Legislazione, voi. I, pag. 44). 

(3) Bei capitoli di sottomissione fatta al Comune di Firenze dagli uo¬ 
mini di Pratovecchio nel 29 settembre 1440, si legge : 

Considerando che nel luglio, essendo guerra tra il Comune di Firenze 
e il Conte Francesco di Battifolle, gli uomini di Pratovecchio, come prima 
poterono si liberarono dalla potestà di lui, e, senz’ aspettare campo od 
esercito od altra forza del Comune di Firenze, da loro medesimi, per la 
singolare devozione e fede, che sempre ebbero al Comune, si dettero e si 
sottomisero a lui colla fortezza, volendo disporre in modo conveniente 
all’ onore del Comune di Firenze e degli uomini di Pratovecchio, si con¬ 
cedono queste immunità e privilegi. 

Cap. 8 — Che questi debbano dare un palio di seta di 25 lire per la fe¬ 
sta di San Giovanni Battista alla chiesa di quel santo in Firenze. 

Cap. 11 — Che debbano ricevere il sale e la salina a 16 denari la libbra 
dal Comune di Firenze. 

Cap. 13 — Che il giorno del mercato che è il giovedì, il 3 maggio festa 
di Santa Croce, e il 29 settembre feste di San Michele (in luogo Abatie 
de Popiena), e il giorno innanzi e dopo, siano esenti e liberi, nè vi si 
possa fare esazione reale o personale, nè gravare o arrestare chicchessia. 

Cap. 14 — Che il Comune di Firenze debba ribandire senza spesa varie 
persone fra le quali Marchetto Migliori di Baggiolo e Fiorino Mei di Stia, 
che abitano da molto tempo nel Castello di Pratoveccbio, e dia loro sal¬ 
vocondotto pienissimo di venire a stare nel dominio del Comune di Fi¬ 
renze. 

Cap. 16 — Che di qui a un anno nessuna persona abitante nel castello 


































— 207 — 


Fra i varii Conti Guidi che ebbero signoria in Pra¬ 
tovecchio, trovasi un Conte Guido Selvatico di Dovadola , 
che è forse quello ricordato dal Boccaccio per avere ospi¬ 
tato per molto tempo Dante Alighieri. (1) Questo Guido 
Selvatico fu eletto nel 1266 Potestà di Prato, e combattè 
alla battaglia di Montaperti, in conseguenza della quale 
gli fu distrutto il palagio turrito che aveva a Pratovecchio, 
ed altri luoghi. Ebbe una vita molto avventurosa. Fu 
pure Potestà di Siena nel 1282, e poco dopo fu nomi¬ 
nato Capitano della taglia raccolta dai Guelfi toscani. 
Nel 1284 lo troviamo combattente sotto le bandiere dei 
fiorentini contro i Pisani, e vi si condusse con tal valore 
da meritarsi d’essere scelto a duce supremo dell’ oste. 
Morì dopo il 1316, molto compianto dalla Repubblica 
fiorentina, che perse in lui uno de’ suoi più fedeli al¬ 
leati. Ebbe P onore d’ accogliere Dante Alighieri nei suoi 
castelli, e il Balbo (2) crede che vi andasse per favorire 
le mosse dei fuorusciti di parte bianca, per le quali l’esule 
infelice sperava poter rivedere la patria. (3) Anche nella 
Manetta de’ Ricci è detto che Dante al suo ritorno da 


possa essere gravata personalmente o. ne’beni per debiti, eccetto il de¬ 
bito dell’ hoste. 

Cap. 17 — Che debbano fare eserciti e cavalcate secondo la loro possi¬ 
bilità. 

Gap. 18 — Che tutti i mercanti e artefici di quel Castello e Corte, pos¬ 
sano colà esercitare qualunque arte e mestiere senza pagax*e gabella, anche 
per il bestiame che si portasse in Maremma e viceversa. 

Cap. 19 — Che tanto il mulino del Castello di Pratovecchio, co’ suoi 
acquedotti, macine, proventi, ecc., quanto tutti gli altri beni che appar¬ 
tenevano al detto Conte Francesco, debbano essere del Comune di Pra¬ 
tovecchio. (I Capitoli del Comune di Firenze, IX, 90). 

(1) Dice il Boccaccio (Vita di Dante, Firenze, 1833) che « Dante col 
Conte Selvatico in Casentino parecchi anni assai convenevolmente, se¬ 
condo il tempo e la possibilità, onorevolmente si stette. » 

(2) Op. cit. 

(3) Bitta, op. cit. 

S 



























208 — 


Parigi, cercò rifugio presso il Conte Guido Selvatico, uel 
Casentino. (1) 

Deluso P Alighieri nello sperato ritorno in patria e 
sdegnando di più trattenersi a Romena, trovò intorno al 
1306, come scrive il Passerini, (2) ospitale ricovero in 
uno dei castelli che obbedivano al detto signore col quale 
vivea la sua sposa Manentessa figlia di quel Buoncontc 
da Montefeltro ucciso nella battaglia di Campaldino. È 
poi opinione di alcuni (3) che la memoria di quel glo¬ 
rioso fatto d’armi e il sentimento della gratitudine verso 
la consorte dell’ amico che P ospitava e del suo figlio 
Ruggero, ispirassero a Dante i sublimi versi del canto V 


del Purgatorio. (4) A richiesta della stessa moglie del 
Conte Guido Selvatico, secondo alcuni, (5) e secondo 
altri, (6) di Caterina moglie del Conte Alessandro da 
Romena la quale molta benevolenza aveva per P Alighieri, 
dicesi che questi scrivesse quei quattro noti versi sati¬ 
rici contro un frate. (7) 


(1) Ademollo, Manetta eie’ Ricci , III, 918, 919. 

(2) Passerini, Curiosità ecc. 

(3) Il Balbo invece riporta al 1304 la presenza di Dante presso il Conte 
Selvatico. 

(4) « Belle e rispettabili, scrive il Balbo (Vita di Dante, voi. II., cap. 1), 
sono siffatte tradizioni e siffatte dispute di tante terre d’Italia, preten¬ 
denti ad esser culla del gran poema o di questa o di quella parte di esso : 
dispute paragonabili a quelle delle città greche per essere chiamate culla 
del loro Omero. » 

(5) Balbo, toc. cit. 

(0) Passerini, Storia della Famiglia ecc. 

(7) « Dante sendo in corte di un signore et usando spesso familiarmente 
in casa, s’accòrse più volte che un frate, ch’era un bellissimo e valen¬ 
tissimo uomo, e reputato di spirituale vita, usava in detta corte e andava 
spesso a visitare la donna del signore, rimanendo con lei molti volte solo 
in camera e a uscio serrato. Di che Dante, parendogli questa una non 
troppo onesta dimestichezza, e portando amore al detto signore, non fe’ se 
non che con bel modo lo disse al signore e marito di costei. E lui gli 
disse come costui era tenuto mezzo santo. Il perchè Dante, tornato P altro 










































































209 — 


Come ricordo storico troviamo nel Repetti che nel- 
1’ estate del 1564 fu a Pratovecchio Francesco de’ Medici 
che fu poi Granduca di Toscana. Ciò resulta dalle sue 
lettere pubblicate dal Gay e nel suo carteggio inedito degli 
artisti. 

Esistono tuttora a Pratovecchio alcuni avanzi delle 
antiche mura del Cassero e delle cinque torri, che anti¬ 
camente erano in maggior numero, ma alcune furono 
distrutte nel 1260 dai Ghibellini dopo la battaglia di 
Montaperti. Esiste pure l’antico palazzo de’Guidi, o a dir 
meglio, il luogo ove quello si trovava, e che oggi è oc¬ 
cupato dal Convento delle monache Camaldolensi, (1) dette 
Monache vecchie, fondato da Imilia e Guido dei Conti 


dì, e quel frate in quel medesimo dì e a quella medesima ora giunse, e 
fatta poca dimoranza col signore andò a visitare madonna. Dante, come 
il frate fu partito, veduto dov’egli andava, s’accostò al signore e dettegli 
questi quattro versi, e’ quali feciono che il detto signore onestamente 
dette modo che d’allora innanzi il detto frate non più andò a vedere la 
moglie senza di lui. E que’ versi fece scrivere in più luoghi del suo pa¬ 
lagio ; e i versi sono questi : 

Ohi nella pelle d’ un monton fasciasse 
JJn lupo e fra le pecore il mettesse, 

Dimmi, ere’ tu perchè monton paresse 
Ghed’ ei perciò le pecore salvasse ? » 

(Giovanni Papanti, Dante secondo la tradizione e i novellieri. Dall’a- 
nonimo, Livorno, 1873). 

(1) Nel libro dei ricordi di questo Convento principiato nell’ anno 1491 
e contrassegnato A. I. a pag. 100 si legge : « Si fa ricordo di caso mise-, 
rahile ai giorni nostri per più viva testimonianza dall’ integrità e bontà 
di questo venerabile monastero di San Giovanni Evangelista, nobilissimo 
per la sua antichità e santità. A’ dì 4 luglio del 1664 passò da questa 
all’altra vita donna Maria Virginia, monaca da coro, in età di anni 95 
circa, quale essendo sempre reputata donna, nel fine di sua vita e circa 
a sei giorni avanti morisse, essendo in stato bisognoso d’essere governata, 
fu scoperto eh’ era huomo e che prevaleva il sesso virile ; qual cosa ha por¬ 
tato sommo stupore et ha testificato una gran virtù in liaver celato tanti 
anni la sua condizione. » (Dall’ Odeporico del Bandini). 


14 














— 210 — 

Guidi, sotto l’invocazione di San Giovanni Evangelista 
nel 1134 per la figlia Sofìa che ne fu fatta Badessa. 

Nel 1058 troviamo ricordo di un monastero di reli¬ 
giose Camaldolensi a Poppiena, ma se ne ignora il prin¬ 
cipio di fondazione. (1) 

Dice poi l’Abate Fortunio che a causa delle guerre 
scoppiate dopo la morte d’Emilia, le monache di Pop- 
piena cercarono un asilo più sicuro nell’ oppidum di Pra¬ 
tovecchio, e questa fu P origine di quel Monastero. (2) 
La ricordata Sofia fu in principio Badessa del Mona¬ 
stero di Bosano, (3) ma essendo questo troppo vicino 
a Firenze (allora in guerra con suo fratello) Imilia e Guido 
la destinarono a quello di Prato vecchio. Morì intorno al 
1210 in odore di santità. (4) 

Fu donna d’ alti propositi e superiori al suo stato, ed 
anche di grande animo, la quale durante 1’ assenza del 
fratello teneva il governo degli Stati di lui, e bene spesso 
a cavallo e scortata dalle masnade del conte portavasi a 
questo o a quel castello per rendere giustizia ai vassalli. (5) 
La Noyes la dichiara « un carattere straordinario, una 
tipica monaca-principessa del XII secolo, rivaleggiante 
coi Vescovi del tempo, i quali portavano la corazza e 
la spada invece del pastorale. » (6) 


(1) Annali Camaldolensi, loc. cit. 

(2) Ibidem, , III, 24 (anno 1134). 

(3) Narra il Passerini, op. cit., die quando la Badessa Sofia si por¬ 
tava al Monastero di Bosano (soggetto a quello di Pratovecchio) per farvi 
la visita, tutte le monache le andavano incontro processionalmente fino 
all’Arno e P accompagnavano al palazzo baronale di sua famiglia, ov’era 
la sua residenza. Gli Annalisti Camaldolensi la descrivono anche come 
donna di rara bellezza (pulcherrima forma). 

(4) Passerini, op. cit. 

(5) Passerini, op. cit. 

(6) Noyes, op. cit. Della Contessa Imilia e di suo figlio Guido, narra 
il medesimo Passerini che, assistendo essi alla consacrazione della chiesa 
di Bosano, la prima depose sull’ altare l’oro e le gemme elle aveva in 



























— 211 — 


Esiste <i Pratoveccliio tinche un Monastero di Religiose 
Domenicane, ma non lia esso alcuna importanza storica. 

Nella cliiesa delle Monache Camaldolensi esiste un 
bel quadro d’ altare (maggiore) del secolo XVI, rappre¬ 
sentante VIncoronazione della Beata Vergine, con in basso 
San Benedetto, San Romualdo, San Giovanni Battista e 
San Giovanni Evangelista. Ha una ricca ornamentazione 
di legname architettato e (pur troppo) ridorato, ne’ cui 
pilastri si vedono rappresentati in piccolo altri santi cioè : 
San Bartolommeo, San Sebastiano, Santa Caterina e Santa 
Maria Maddalena penitente. È un dipinto pregevole ed 
assai ben conservato, che ricorda la maniera del Pontormo, 
(1) ed è opera di un ignoto Toscano del secolo XVI. 
Nella chiesa del Monastero delle Domenicane come pure 
in quella della Propositura esistono alcuni dipinti di 
qualche pregio, ma non meritevoli di particolare descri¬ 
zione. 

Nel Borgo di mezzo (oggi via XX Settembre) esiste un 
tabernacolo centinato in terra della Robbia, a smalti 
policromi, che rappresenta la Vergine col Bambino, ed 
a sinistra San Giovanni Battista e a destra San Seba¬ 
stiano, e in alto lo Spirito Santo e due Cherubini. Opera 
pregevole, ma barbaramente verniciata a olio ! Deturpa¬ 
zione deplorata anche dal Cavallucci e dal Molinier, e che 
occorre togliere a decoro dell’ arte e del paese di Pra¬ 
tovecchio. 

Altra robbia pregevole si vede nella parete laterale 
della casa Brocchi, che prospetta sulla piazza della fiera, 


<losso, perché se ne facesse un calice, ed il secondo donò tutto 1’ argento 
che arricchiva la sella del suo cavallo per ornare il libro dei Vangeli. 

(1) hTei Cenni Storici del Sacro Eremo di Camaldoli (Firenze, 1864) tro¬ 
viamo questo ricordo che potrebb’ essere un po’più preciso : « In una 
pubblica galleria (quale ?) esiste un quadro di Leonardo, rappresentante 
la Contessa Imilia in abito monastico, con un libro in mano e nel fondo 
il paese di Pratoveccliio, quale era a quel tempo. » 


















































oggi Umberto I. È chiusa in un piccolo tabernacolo, e 
rappresenta la Vergine col Bambino avente a lato il pic¬ 
colo San Giovanni Battista, e in alto due cherubini. Ha 
la forma centinata e vi si legge : Regina Coeli laetare, 
allelnja. 

Opere d’arte pregevolissime ed importanti ricordi storici 
si trovano e si collegano alla chiesa di Santa Maria a Rop- 
piena, (1) distante circa un chilometro da Prato vecchio. 
Abbiamo veduto come fino dal 1058 si abbia memoria 
di questo luogo ove anticamente esisteva un’ Abbazia 
di Benedettini, (2) donata poi. nel 1099 da Ugo Conte di 
Romena all’ Eremo di Camaldoli, (3) e quindi nel 1494 
soppressa ed aggregata a Camaldoli, ponendovi un sa¬ 
cerdote per il servizio del culto. (4) E forse fu allora 
che venne soppressa l’antica chiesa di San Michele, posta 
presso il Monastero (jnxta ipsum). (5) All’ esterno del- 
1’ abside della chiesa di Santa Maria a Poppiena si ve¬ 
dono ancora de belle pietre squadrate onde in antico era 
costruito quel religioso edifìzio. 

Internamente erano molte opere d’arte, fra le quali 
una lunetta sopra la cornice di un altare (A. D. MCCCL), 
dentro la quale è figurato il Presepio, scuola toscana del 
secolo XVI e maniera del Ghirlandaio, ed altro dipinto 
su muro in forma d’ancona, rappresentante la Vergine 
col bambino e San Benedetto e San Bernardo; ina ambedue 
deturpati da pretesi restauri e per di più insudiciati da 
una vernice a coppale, datavi sopra da ignoti barbari. 


(1) Pupiine «ivo Poplena (Ann. (Jamald., Ili, 23). 

(2) Bandini, Odeporico cit., voi. V. 

(3) Ibidem, voi. II e III, con le chiese di Pietrafitta e di San Michele, 
contigua a detta Abbazia, e con i Eomitorii di Sant’ Egidio a Gavìserre 
e San Niccolò a Montemezzano. 

(4) Ibidem, voi. IV. 

(5) Annali Camald., IV, 3'J. 




































Ma sommamente pregevole è la tavola del secolo XIV, 
posta dietro l’altare maggiore e rappresentante VAnnun¬ 
ciazione, con ai lati San Giovanni Battista e Santa Maria 
Maddalena, e in alto il Padre Eterno con due Cherubini. 
Carlo Gamia attribuisce il lavoro a Giovanni del Ponte 
fiorentino e dice : « L’opera sua più bella, di questo pe¬ 
riodo di mezzo, è una graziosissima tavola che in poco 
buono stato si conserva nella Badia a Poppiena, presso 
Pratovecchio in Casentino. » 

« Qualche decennio più tardi l’antipatia per lo stile 
gotico suggerì a qualche Parroco progressista l’idea di 
racchiudere questo trittico in una cornice del rinasci¬ 
mento, riempiendo gli angoli con due teste di Serafini. 
Il tempo e l’incuria ci hanno privato forse di qualche 
graziosa predella, e han cancellato quasi del tutto l’interes¬ 
sante iscrizione e, continuando a tenere questo capola¬ 
voro nello stato in cui si trova ora, non resterà in breve 
più nulla. Ciò nondimeno il colorito finissimo e l’oro 
del fondo hanno conservato la loro lucentezza di smalto, 
e ne fanno sempre un vero gioiello di linee graziose e 
di colori armoniosi..., tanto da rammentare il beato An¬ 
gelico. » (1) 

Esiste tuttora una bella croce processionale, di forma 
latina, recentemente argentata, con crocifisso in rilievo 
e colle formelle alla gotica, portanti incise le figure della 
Vergine e di varii Santi (secolo XVI). 

Nella chiesa di Valiana è una bella tavola a tempera 
su fondo d’oro, rappresentante la Pietà, colla Vergine 
Madre, San. Giovanni Battista e San Romolo patrono della 
Parrocchia. E opera pregevole d’ignoto del secolo XVI, 
alquanto deperita, e che attende un migliore e decoroso 
collocamento. 


(1) Rassegna <V arte, Anno IV, V. 12 (Dee. 1904), 




















Nella chiesa di San Biagio ad Ama, della quale si 
lia ricordo fino dal 1054 (1) esistono ai lati dell’ altare 
maggiore due tabernacoli o reliquarii di legno dorato con 
pitture rappresentanti la resurrezione, dipinto non di- 
sprezzabile del secolo XVII. 

A San Donato a Loffia si trova un bel calice, con piede 
polilobato e grosso nodo con sei piccoli tondi nei quali 
però mancano le figure smaltate. 

Al Casalino (2) (Santa Maria) si vede nella chiesa 
un dipinto assai pregevole rappresentante la Vergine in 
gloria col Bambino, e con San Francesco e San Giovanni 
Battista, opera del secolo XVII. V’è pure un bel cibo¬ 
rio in terra cotta Della Robbia, portante lo stemma di 
Camaldoli. 

Abbiamo detto che la Terra di Pratovecchio ha dato 
alle scienze, alle lettere, alle arti e alla guerra un nu¬ 
mero straordinario di elettissimi ingegni ( incolarum sa- 
f/acitate clarissimum) . (3) 

Ora dobbiamo subito dichiarare che fra questi tiene 
il primo posto l’antichissima e illustre famiglia dei 
Landini. (4) 

E primo fu quel Landino di Nato Landini, compagno 
d’arme di Dante Alighieri alla battaglia di Campaldino, 
nella quale il detto Landino si segnalò per molti atti di 
valore, come resulta da una iscrizione laudatoria del se¬ 
colo XVII, esistente nel secondo chiostro di San Marco 
in Firenze, pubblicata per la prima volta dal citato I>an¬ 
dini (5) nel 1751, e recentemente da Lsidoro Del Lungo ; 


(1) Repetti, op. cit. 

(2) In detto villaggio si fa negli ultimi giorni di carnevale un curio¬ 
sissimo ballo in tondo, alternato da monotona cantilena poetica, che si 
chiama il Bruscello : uso antichissimo che ha la sua origine in qualche 
fatto notevole che si perde nella notte de’tempi. 

(3-4-5) A. M. Bandint, Specimen Uterat. fiorent. scecul. XV, toni. II, 37, 
riorent. 1751. 









































iscrizione la quale dimostra come le memorie repubbli¬ 
cane e gli affetti lungamente sopravvivessero. (1) 

Di questo Landino fu figlio Jacopo detto da Casen¬ 
tino, ed anche da Pratoveechio, pittore a’ suoi tempi di 
molto credito (2) e rinomato fra i migliori giotteschi (3) : 
fiorì nel secolo XIV, fu discepolo del Gaddi e primo a 
dipingere al nudo. Narra il Vasari che, mentre Taddeo 
Gaddi lavorava nel convento della Verna, fu il detto 
Jacopo da un fiate di Casentino, allora guardiano di 
quel Convento, acconcio col Gaddi perchè imparasse il 
disegno'*e il colorito dell’arte. La qual cosagli riuscì in 
modo che, condottosi a Firenze, gli fu dato a dipingere il 
tabernacolo della Madonna del Mercato vecchio, la vòlta 
d’Orsanmicliele ed altre cose. Ed anche in Arezzo, in 
Prato vecchio, in Poppi e in altri luoghi del Casentino 
fece molte opere. (4) 

Iacopo fu alla sua volta maestro di Spinello aretino il 
quale, per gratitudine di discepolo, ne dipinse il ritratto 
nel bellissimo quadro rappresentante VAdorazione dei 
Magi, fatto nel Duomo Vecchio di Arezzo, che nel 1561 
(5) per ordine di Cosimo, fu demolito. Demolizione che, 
al dire del Se.saune, recò gravissimo danno alla storia 
dell’arte. (6) 

Il Vasari dice che Jacopo migliorò il colorito di Giotto, 
la cui arte si propagò in lui e poscia nello Spinello (7). 
Il Cavalcasene ne loda il fare risoluto, i movimenti pronti 


(1) Del Lungo, Dante ne’ tempi di Dante. 

(2) Ademollo, Manetta de’ Dicci , cap. 25. Firenze, tip. Ademollo. 

(3) Cesare Guasti, Belle Arti. Opuscoli descrittivi e biografici. Firenze, 
1874. 

(4) Vasari, Vite degli eccellenti pittori, scultori e architetti, Firenze, 1847. 

(5) Bandini, Odeporico , V. 

(6) G. B. Sezanne, Arezzo illustrata. Firenze, 1850. 

(7) Pignotti, Storia della Toscana, loc. cit. 
































— 216 — 


e caratteristici, il colore vaghissimo, le tinte accese, l’e¬ 
secuzione tecnica. (1) 

Quasi tutte le opere di Jacopo andarono perdute o 
disperse, e di alcune di quelle rimaste la critica moderna 
(che tutto ama ribattezzare) pone in dubbio l’auten¬ 
ticità. (2) 

Morì Jacopo nella sua terra natale nel 1358 avendo 
80 anni, e fu sepolto nella chiesa di San Michele a Pop- 
piena, (3) posteriormente soppressa, ed oggi ridotta a 
stalla e fienile ! E nessun segno è rimasto che indichi il 
sepolcro del grande artista. 

Si ricorda infine con molta lode Jacopo da Casentino 


(1) Cavalcasele e Ckowe, op. cit. 

(2) Carlo Gamba attribuisce a Giovanni Del Ponte il gran trittico esi¬ 
stente nella Galleria degli Uffizi, dipinto bellissimo, rappresentante l’ In¬ 
coronazione della Vergine; ed anche il trittico fatto nella chiesa del Mo¬ 
nastero delle Camaldolensi di Pratovecchio, rappresentante l’ Assunzione, 
che fino ad oggi il Vasari ed il Cavalcasene dichiaravano opera del pit¬ 
tore Casentinese, viene dal Gamba attribuito al ricordato Giovanni 
Del Ponte. Questo quadro si trova oggi nella Galleria Nazionale di Lon¬ 
dra. Un’opera però di gran valore artistico e della quale non può essere 
messa in dubbio P autenticità, perchè portante la firma dello stesso autore, 
si trova a Milano presso il Nobile Signor Guido Cagnola, il quale gentil¬ 
mente me ne favorì una bellissima fotografia. 

In questi giorni l’Ing. Umberto Lavanti di Arezzo, appassionato e 
diligente ricercatore dì antiche opere d’ arte, mi diceva d’ aver trovato, 
sulle indicazioni del Vasari (di’è sempre una buona Guida specialmente 
per Arezzo, sua patria), nella chiesa di San Domenico di quella città, 
e precisamente nel primo altare a sinistra, gli avanzi di un affresco di 
'Iacopo del Casentino, raffigurante alcuni fatti della vita di San Cristofano. 

(3) « Obiit presenti anno Jacobus a Casentino, insignis pictor qui a 
« Thaddeo Gaddio eam artem mirijìce edoctus, in maximo apud omnes 
« prcetio ac peritiae laude liabebatur per luce tempora, et jure quidem plu- 
« rima enim prseclara cum in patria, tum alibi, Fiorenti;*' scilicet et Ar- 
« retti virtutis suse et sagacis ingenii monumenta apud posteros reliquie 
« Decessiti octuagenarius, et sepultura donatus fuit in ecclesia Sancii An- 
« geli (il peli. Are.) de Poplena, Ordinis Camaldulensis. » — ( Annali Ga- 
maldolensi, VI, 52). 







































per aver egli nel 1350 fondata la celebre accademia del 
disegno, sotto il nome di Compagnia e Fraternità dei 
Pittori, sotto l’invocazione di San Giovanni Evange¬ 
lista, (1) e ricordato anche dal Bai dinucci (2). 

Un altro insigne e molto fecondo pittore, casentinese, 
e forse ancli’esso di Pratovecchio, perchè parente di Ja¬ 
copo, è Giovanni del Biondo > scoperto, per così dire, dal 
Gamba (3) nell’archivio di Stato di Firenze (4), ove si 
trova sub anno 1356 , 17 Oct., Johannes Biondi de Casen¬ 
tino, pictor, aggregato alla cittadinanza fiorentina. 

Mentre Jacopo dimorava in Firenze ebbe un figlio di 
nome Francesco , detto Cieco , perchè tale dalla nascita, 
e soprannominato il maestro degli organi per l’invenzione 
di alcuni istrumenti di tal genere, per la perizia somma 
nel fabbricarli e per l’eccellenza sua nell’arte musicale 
della quale fu sommo restauratore. Onde fu egli in Ve¬ 
nezia, per giudizio di tutti i musici, ivi da ogni parte 


(1) Negli statuti di detta Compagnia si leggono queste parole che a 
titolo di curiosità riportiamo dall’ opera del Cavalcaseli.e, che alla sua 
volta le ricopiò dal Vasari : « Siccome è nostro intendimento che du¬ 
rante questo pellegrinaggio pericoloso su questa terra, dobbiamo avere 
San Luca Evangelista per nostro avvocato speciale fra la Divinità e la 
Beatissima Vergine, e nello stesso tempo i suoi seguaci debbono essere 
puri e senza peccato, così ordiniamo che tutti i membri di questa Com¬ 
pagnia (nomini e donne) confessino i loro peccati o diano prova che 
hanno l’intenzione di farlo alla prima opportunità che se ne presenti...! 

(2) Notizie dei professori del Disegno, Tom. II. Decenn. IV, del sec. II. 
pag. 87. 

(3) In un suo accurato studio pubblicato nella Rivista d’Arte del Gen¬ 

naio e Febbraio 1907, il Conte Carlo Gamba è riuscito ad identificare ben 
19 importanti lavori di questo, fin ad oggi, misterioso pittore casentinese. 
L’Autore si meraviglia che tante opere di questo trecentista siano arri¬ 
vate sino a noi, ma il fare di questo artista piacque tanto ai fiorentini di 
que’ tempi, che lo fecero lavorare in tal modo da poter esso acquistare 
onori e ricchezze. • 

(4) A. S. F. Rifornì. N. 44, c. 265. Cfr. Gàye I, p. 508, sub. an. 1350, 
oct. 7. 








































































— 218 — 


convenuti, dal Re di Cipro e dal Doge coronato solen¬ 
nemente d’alloro all’ uso de’ poeti, (1) essendo egli del 
resto anche insigne poeta. Di lui scrisse col solito garbo 
Cesare Guasti, allorquando più di 30 anni or sono ne fu 
ritrovata in San Domenico di Prato la pietra sepolcrale 
con un bel bassorilievo e un’ iscrizione latina. 

Il suddetto Jacopo fu bisavolo del celebre Cristoforo, 
o Cristofano Landino restauratore delle buone lettere, e 
die fra tutti e meglio di tutti difese la lingua toscana 
usandola felicemente, e che, mentre altri pubblicarono 
commenti della Divina Commedia in latino, egli poneva 
le mani a stenderne uno molto ampio in lingua italiana. 
(2) Fu maestro di Lorenzo il Magnifico e di Giuliano 
de’ Medici, professore nello Studio fiorentino, segretario 
perpetuo della Repubblica, illustratore della Divina Com¬ 
media e dei classici latini, e autore delle famose Dispute 
camaldolensi (Questiones camaldulenses) edite dal me¬ 
desimo nel 1464. (3) 

Il Yasari, a titolo di sommo onore, dipinse nel Pa¬ 
lazzo della Signoria in Firenze Cristoforo Landino (4) che 
il suo scolaro Francesco Berlingeri chiamava: 

. per costumi e per dottrina 

un vero specchio , anzi fulgente sole. (5) 

\ 

E poi da ricordarsi Donato Alban za ni chiamato scher- 


(1) Mannucci, Le glorie del Clusentino. 

(2) Gino Capponi, op. cit. 

(3) Ann. Camald ., VII, 65. 

(4) Principe: « Ma questa figura intera, vestita di rosso, e che tiene quella 
palla della terra in mano, con quelle stelle, ditemi il nome suo. » Giorgio : 
« Questi è Cristoforo Landino che fu di Pratovecchio in Casentino, che 
commentò il nostro Dante, e fu segretario della Repubblica fiorentina ; 
e gli ho messo in mano la palla della terra, perchè la parte dell’ Inferno , 
secondochè si dice, la intese meglio degli altri. » (Vasari, Ragionamenti , 
Edizione Milanesi). 

(5) Bandini, Specimen, etc. 

































— 219 — 


zevolmente dal Petrarca P Appenninigena (1), e di questo 
eli Coluccio Salutati e del Boccaccio molto amico. Fu 
insigne grammatico, letterato, autore di molte opere e 
traduttore di alcune del Petrarca e di quella del Boc¬ 
caccio sulle Donne illustri. Fu poi ministro e gran can¬ 
celliere dei Principi Estensi, e ritenuto e stimato come 
uno dei più insigni uomini del suo tempo e tra i primi 
fra i padri e creatori della toscana favella. (2) 

Il celebre Ambrogio Soldani, monaco Camaldolense, 
al secolo Bardo di Soldano Soldani, nacque a Pratovec- 
cliio il 15 giugno 1736, e non a Poppi, come fin qui è 
stato erroneamente ritenuto, finché il Doti. Giuseppe 
Canestrelli non lia provato con documenti, il contrario. 
(3) Morì in Firenze il 14 luglio 1808. Fu matematico 
insigne e dottissimo nelle scienze naturali, che insegnò 
all’ Università di Siena. Nel 1804 fu Generale dell’Ordine 
Camaldolense, ufficio allora importantissimo, per il quale 
si richiedevano doti speciali d’animo, di mente e di cuore. 

Nelle discipline mineralogiche e geologiche s’acquistò 
molto nome che grandemente s’accrebbe per la sua 
dotta ed ampia pubblicazione di conchiliologia ( Testa- 
ecografia ac Zoophitografia parva ac microscopica) che 
fu tanto pregevole perchè tra le prime di tal genere. 

Angiolo Monosini fu insigne giurisperito, teologo e 
letterato, tantoché avendo nel 1604 pubblicati in Venezia 
i Nove libri del fiore della lingua italiana , fu tosto pro¬ 
clamato accademico della Crusca, nel quale ufficio ebbe 
incontrastata autorità, molto nome e lode da tutti. 


(1) Numeroso è il carteggio tenuto fra Donato e il Petrarca del quale 
sono da notarsi queste espressioni : Nisi valde te amareni, non dicerem. 
Ncque vero quia sini doctior sed quia sum senior te monco (Ep. 4 e 5 seri.) 
— Ego non tua ninnerà sed cor tnum volo ; illnd liabeo, satis est rei 
(Ep. 0 sen). 

(2) Bandini, Odep., V. 

(3) Canestrelli, Di Ambrogio Soldani. Pavia, 1008. 




















































Antonio Minucci celebre giureconsulto, molto si se¬ 
gnalò nel Concilio di Pisa (1409) e in quello di Costanza, 
ove dall’ Imperatore Sigismondo fu dichiarato Conte Pa¬ 
latino e Consigliere. Ebbe l’onorifico incarico di rior¬ 
dinare le leggi feudali: lesse con plàuso in molte Uni¬ 
versità d’Italia, e morì pieno d’anni e di gloria nell’anno 
1464. (1) 

Parimente alcuni attribuiscono a Pratoveccliio l’onore 
di aver dato i natali anche al celebre Abate Basilio Nardi, 
camaldolense, (2) del quale avremo luogo di parlare in 
varie parti di questo libro. Secondo altri egli nacque a 
Bagno di Romagna, ma i più ritengono a Soci. 

Finalmente, per tacere di altri molti, ricorderemo : 
Canaccio Barozzi che fu valente capitano delle milizie 
fiorentine all’ assedio di Pisa nel 1509. 

Francesco Bei che si rese celebre a Parigi per le sue 
opere ivi stampate contro Lutero e Lampadio, e fu pro¬ 
fessore rinomatissimo alla Sorbona. (3) 

Jacopo Vignali che fu egregio pittore e maestro di 
Carlin Dolci. (4) 

Iacopo Mindria, Vallombrosano, dotto sermonis utriu- 
sque Unguae (greca e latina). (5) 

Serafino Razzi, domenicano, che fu poeta, matematico 
e filosofo insigne e scrittore di molte opere. (6) 

Scr Grifo, Cancelliere delle Riformagioni in Firenze, 
(7) e per ultimo Luigi Tramontani, giureconsulto di vasto 
e pronto ingegno e in pari tempo cultore appassionato di 
scienze fìsiche, che raccolse diligentemente quanto più potè 


(1) Lorenzo Pignotti, Storia della Toscana, voi. IX. 

(2) Giornale agrario toscano, 1840, X. 55. 

(3) Pignotti, op. cit., Voi. IX. 

(4) Bandini, Odep. I. 

(5-6) Ibidem, V. 

(7) I Capitoli del Comune di Firenze, II, 83. 










































— 221 


buoni libri e prodotti naturali, formandone una prege¬ 
vole libreria e una specie di museo. Ma disgraziatamente, 
lui morto, tante fatiche andarono disperse o perdute, forse 
per non essersi convenientemente apprezzata l’importanza 
di siffatte collezioni. Il Tramontani pubblicò fra le varie 
opere (1) anche una Storia Naturale del Casentino, nella 
(piale l’autore ha forse un po’ troppo divagato. (2) Ma 
con ciò non intendiamo menomare in modo alcuno i me¬ 
riti singolarissimi del Tramontani -, chè anzi l’opera di 
lui fu nelle lettere e nelle scienze utilissima, tantoché 
per il progresso delle umane discipline augureremmo a 
tutti i paesi di avere molti cittadini come il dott. Tra¬ 
montani. 

Dagli uomini illustri passando alle industrie, accen¬ 
neremo anzi tutto 1’ Azienda forestale della gran macchia , 
che fu in antico esercitata dall’ opera di Santa Maria del 
Fiore in Firenze, (3) ed oggi dalla Società Anonima per 
industrie Forestali con sede in Roma, la quale mentre, 
anche per le buone regole dell’arte forestali, può utiliz¬ 
zare le piante giunte a perfetta maturità, non mancherà 
certamente di eseguire al tempo stesso nuove e regolari 
piantagioni, (4) che valgano -a mantenere la foresta col 


(1) Pubblicò in Lucca anche un opuscolo graziosissimo e di grande 
utilità per le ragazze da marito, intitolato: Metodo per una fanciulla onde 
procurarsi uno sposo a suo piacimento in qualunque circostanza ; libro ebe 
dovrebbe trovarsi nella biblioteca di tutte le famiglie, e del quale una 
ristampa sarebbe oggi una speculazione sicura ! 

(2) In quest’opera è un curioso capitolo nei quale si dimostra come 
qualmente « Fra gli animali casentinesi V uomo sicuramente è quello che 
merita il primo posto! » (Firenze 1802). 

(3) Pratovecchio fu il primo porto dove si mettevano in Arno gli Abeti 
tanto della suddetta Foresta, quanto di quella di Camaldoli (Repetti, op. cit.) 
per mandarsi a Firenze e quindi a Livorno (Bandinc, Odep., V) ; ed an¬ 
cora si chiama porto il piazzale dove anche successivamente si deposita¬ 
vano gli abeti. 

(4) Carlo Siemoni nel periodo di 20 anni piantò più di 50 milioni di abeti. 




































































sistema di un ben inteso assestamento, in maniera che 
dopo l’ultimo taglio possa tornarsi al primo, alla sua 
volta maturo. 

Sono inoltre da ricordarsi una Segheria idraulica per i 
legnami, esercitata dalla ditta Servadio Bossi, un piccolo 
Lanificio (1) della Ditta Adriano Berti , e finalmente una 
importante fabbrica di lavori di fantasia, in paglia, sul tipo 
di quelli di Fiesole, e di rivestitura di filo di rame pel¬ 
le industrie elettriche, di proprietà della Bitta Elvira 
e Federigo Baggioli, che ha nelle varie esposizioni e con¬ 
corsi ricevuto meritatamente distinzioni molto onorifiche. 

E per tacere d’altre minori industrie diremo che in 
questo momento si stanno costruendo presso la stazione 
ferroviaria di Pratovecchio-Stia due importanti edifizii 
industriali, uno per segheria idraulica del legname, e 
l’altro per produzione d’energia elettrica. 

PASSEGGIATE, ESCURSIONI E DINTORNI. 

Da Pratovecchio a Camaldoli vi sono tre vie ; 1’ una 
per Lonnano, l’altra per il Casalino, e l’ultima per Mog- 
giona, ma tutte mulattiere. 

Non parliamo qui delle escursioni che potrebbero farsi 
ai varii punti della dogana, avendone già fatto cenno 
nella escursione, da noi descritta, dalla Falterona all’E¬ 
remo di Camaldoli. 

Sono poi passeggiate tutte piacevoli quelle che dal 
Capoluogo conducono, per buone vie carrozzabili o mu¬ 


di) Negli statuti del Comune di Pratovecchio si legge che i Conserva- 
tori dell’ arte della Lana della città di Eirenze, con deliberazione 8 giugno 
1535, decretarono di esentare gli huomini di Pratovecchio dalla proibizione 
stabilita di trasportare i panni d’ ogni sorta fuori del luogo ov’ erano stati 
fabbricati, a condizione però che non fossero venduti per più di lire 3.10 
al braccio. 
























— 223 — 

lattiere, alle varie frazioni comunali e ai respettivi vil¬ 
laggi; ma poiché di Papiano abbiamo già detto, e gli 
altri, tranne Romena, non hanno invero nè dal lato sto¬ 
rico, nè dal lato artistico alcuna speciale importanza, 
così crediamo utile tralasciarne la descrizione. 


Romena. 

(m. 621) 

Venimmo a piè (l’un nobile castello, 
Sette volte cerchiato d’ alte mura, 

Difeso intorno da un bel fiumicello. 

Dante, Inferno , c. IV. 

A (piasi due chilometri da Pratovecchio in direzione 
sud-ovest s’inalzano maestose le rovine di un Castello 
posto sopra la vetta d’ un erto poggio che staccasi dalla 
destra dell’ Arno, (1) dominando la sottostante pianura. 
Questo è il famoso castello di Romena, ricco di tante 
memorie storiche, e che tuttora conserva segni impo¬ 
nenti di sua passata grandezza. 

Romena (2) nome di origine etnisca e sede impor¬ 
tante di etnisca popolazione, come lo addimostrano i 
numerosi frammenti di vasi e di utensili domestici ivi 
ritrovati, è molto gloriosamente e frequentemente ricor¬ 
data nelle storie di Firenze e del Casentino, sì per gli 
uomini illustri, sì per le alte imprese che a quel Castello 
si riferiscono. 

Romena fu uno dei propugnacoli delle genti primi¬ 
tive degli antichi Pelasgi, poi degli etruschi, e quindi 
dei Romani. Dai frammenti di cocci etrusco-campani del 
III secolo avanti Cristo e da, altri d’ epoca posteriore si 


(1) Iuxta Flumen Arni in partibus Casentini. Ann. Camald., VI, 62. 

(2) Trovasi anche col nome di Ormena ( S. Petri de Ormena, sive Ro¬ 
mena). Annali cit., Ili, 23. 

























deduce facilmente che appunto verso la fine del III se¬ 
colo avvenisse la distruzione di Romena, operata forse, 
non dai Galli che avevano troppo bisogno di affrettarsi 
su Roma, ma da Annibaie del (piale è noto che tutto 
devastò al suo passaggio. (1) 

Fino dal 1008 si sa che turrito e nobilissimo castello 
era Romena, ove risiedeva un Conte Guido Alberto dei 
Marchesi di Spoleto, Signore poi nel 1055 di quasi tutte 
le Corti del Casentino. (2) Spentasi questa famiglia con 
Ermellina moglie di Guido (IV) Conte di Modigliana, le 
successero nel ricco dominio i Guidi discesi da quel ma¬ 
trimonio. Prima però che questi addivenissero signori 
di Poppi, il castello di Romena, come incluso nel terri¬ 
torio intorno alla Falterona, appartenne indiviso ai varii 
membri di quella famiglia. Ma nel 1217 venuto a morte 
Guido Guerra, marito della buona Gualdrada, e divisa 
1’ eredità fra’ suoi figli, il castello di Romena con due 
case di delizia (deliciw Comitum), poste una a Pratovec¬ 
chio, l’altra al Borgo alla Collina, venne assegnato ad 
Agliinolfo che ivi fissò la sua residenza e che fu stipite 
del ramo che poi s’intitolò de’ Conti Guidi da Romena. 
A essi furono soggetti Ragginopoli, Lierna, Partina, Mog- 
giona, Mandinoli, Cetona, San Giusto, Montemignaio, Por- 
ciano, Castel Castagnaio, San Leolino, la fortezza di Rio¬ 
secco, Quota, il Castello e la fortezza di Fornace e la 
villa di Rincine, la ròcca di Caprese (3) ed altre terre e 
castella che ogni anno pagavano tributo di vassal¬ 
laggio. (4) 

Quivi abitava a tempo dei fratelli Alessandro, Guido 
Pace ed Aghinolfo, quel famoso falsificatore Maestro 


(1) Gamurrini, Schede. 

(2) Annali Gamald ., II, App. 145. 

(3) Bandini, Odeporico. 

(4) Villani, Cronache. Fu poi ripresa dal Vescovo di Arezzo. 








































































Pag. 238 


Fot. Per azzo 

Romena — Interno della Chiesa (sec. XI). 












— 225 — 


Adamo da Brescia, del quale parla Dante nei seguenti 
versi del canto XXX dell’ Inferno, nei quali il Bresciano 
inveisce contro i detti Guidi di Romena, a istigazione 
de’ quali avea falsificati i fiorini della Repubblica fio¬ 
rentina, (1) figura volgare, dice il Parodi, ma die lia 
una certa grandezza sua propria ed energia, se non al¬ 
tro per quella sua rabbia e sete inestinguibile di ven¬ 
detta contro i Guidi (Boll. Soc. dant., Vili, 284). 

. guardate ed attendete 

Alla: miseria di Maestro Adamo: 

Io ebbi vivo assai di quel eh 1 2 io volli, 

B ora lasso! un gocciol d’acqua bramo. 

Li ruscelletti che da’verdi colli 
Bel Casentin discendon giuso in Arno 
Facendo i lor canali freddi e molli, 

Sempre mi stanno innanzi e non indarno ; 

Ghè V immagine lor vie più m’asciuga 
Che ’l male ond’io nel volto mi discarno. 

La rigida giustizia che mi fruga 
Tragge cagion dal luogo ov’ io peccai, 

A metter più li miei sospiri in fuga. 

Ivi è Bomena là dov’io falsai 
La lega suggellata dal Battista, (2) 


(1) Il perchè i Conti .Guidi istigatori di quella falsificazione, potes¬ 
sero purgarsi da tale accusa, la storia non dice, ma forse può essere die 
anche a quei tempi la giustizia non fosse tanto rigida, come dice Gante, 
e che le leggi fossero come le tele di ragno, nelle quali non restano presi 
che i moscerini ! Però se questi Conti falsarii, non venivano arsi come 
lo sventurato maestro Adamo, la vindice poesia di Gante pensava a fare 
giustizia di que’ delitti che la legge lasciava impuniti. 

(2) Il Passerini nella sua Storia della famiglia dei Guidi, racconta 
che nel 1281 furono scoperti nelle case degli Anchioni in Firenze i fiorini 
che di falso conio fabbricava in Gomena Maestro Adamo pei signori di 
quel Castello, de’ quali, secondo il Tarlazzi (App. ai Mon. Baven., 1869) 


15 




























226 — 


Per eh 1 io il corpo suso (1) arso lasciai. 
Ma s’io vedessi qui V anima trista 


era familiare. E Cesare Scartabelli (Vita di Dante) aggiunge che in una 
caverna recentemente scoperta presso Romena fu ritrovato anche il conio. 
Io però non ho mai avuto di tal fatto alcuna notizia. 

E nel Repetti si legge: « hTe fa menzione nell’anno 1281 Paolino di 
Piero nella sua cronaca, ( De rerum Ital. script ., Suppl. II, 36) dicendo 
che in detto anno si trovassero in Firenze fiorini d’oro falsi in quantità, 
per un fuoco che si appese in Borgo San Lorenzo alle case degli Anchioni ; 
e dicesi che li faceva fare uno dei Conti di Romena, e fosse preso un loro 
spenditore il quale, per cose che confessò, fu arso. » 

(1) Si è molto disputato intorno al luogo preciso ove Maestro Adamo 
fu bruciato vivo in punizione de’ suoi misfatti. Il dotto ed elegante scrit¬ 
tore Cesare Scartabelli nell’ opera sopra citata, dice a questo proposito : 
« Del qual maestro Adamo si conserva la memoria in quei monti (del 
Casentino) ; chè quattro miglia dopo la Consuma, passato lo Spino di 
Pomponi sulla strada vecchia casentiuese, vedesi un mucchio di sassi 
chiamato la macìa dell’ uomo morto, che è stato formato e viene via via 
accresciuto dai viandanti che sogliono gettarvi, passando, qualche pietra 
per una cotale loro superstizione. Qui dicesi essere stato arso e sepolto 
dai fiorentini maestro Adamo, come falsatore de’ loro fiorini, » L’egre¬ 
gio e compianto amico prof. Arturo Zannetti scrivevami nel 1882 per sa¬ 
pere se le cose narrate dallo Scartabelli fossero vere, parendogli che il 
fatto religioso del gettare pietre sopra un cadavere avesse, sotto il ri¬ 
guardo antropologico, una certa importanza. Ed io gli rispondeva esser 
vero che poco sopra alla nuova via provinciale e sulla strada vecchia fio¬ 
rentina, oggi abbandonata, a distanza di circa due chilometri dalla casa 
colonica dell’ Ommorto, si vedesse un cumulo di pietre, chiamato tuttora la 
macìa dell’ uomo morto, e formato col gettarvisi dai viandanti una pietra, 
come si usava in tempi a noi più remoti per atto religioso di carità verso 
i defunti, ma che oggi tale usanza era del tutto cessata. 

L’ Ampère il Bassermann ed altri, seguendo il commento di Cristoforo 
Landino, hanno affermato che Maestro Adamo fu arso davanti a Romena 
sulla strada che viene dal Borgo alla Collina, senza osservare che il Lan¬ 
dino parlando del monte di sassi (macìa) lo pone al dirimpetto di Romena 
e non nella località chiamata oggi V ommorto che da Romena è distante 
molti chilometri ! L’ errore dunque deriva dall’ ignorare al presente la di¬ 
rezione che aveva allora la strada proveniente dal Borgo alla Collina, e 
dall’ avere interpretato la parola suso come esprimente sommità o altura, 
mentre invece si riferisce alla posizione locale di Maestro Adamo, che 
trovandosi nella 12. a bolgia dell’ inferno aveva la terra sopra di lui (suso) ; 






































Di Guido, d’ Alessandro o di loro frate, 
Per fonte Branda (1) non darei la vista ! 


dunque o è stato arso a Romena, luogo del commesso delitto, o a Firenze, 
luogo della subita condanna, ma il cercare un luogo diverso distante da 
Firenze e da Romena non sembra logico ; e perciò la famosa macìa dello 
Ommorto in relazione al falsario di Brescia deve a mio avviso, riporsi nel 
numero delle leggende. 

Certo è cosa naturale che maestro Adamo abbia dovuto subire la pena 
nel luogo stesso ove commise il delitto ; e se oggi non è possibile addi¬ 
tare con sicurezza il punto preciso del supplizio, ciò accade perchè la' 
tradizione del fatto, come esisteva ai tempi del Landino, non potè giun¬ 
gere intera fino a’ dì nostri, spesse volte non restando di una tradizione 
che una languida reminiscenza. Francesco Torraca nel Bullettino della 
Società dantesca (XII, 174) chiama questo passo della Divina Commedia 
« pagine meravigliose di psicologia, ove Dante nella sublime inconsape¬ 
volezza del genio è giunto d’un tratto dove più s’affaticò di giungere 
l’arte al principio del secolo XIX: quello che i romantici si proponevano, 
Dante intese e fece. » 

(1) La maggior parte dei commentatori hanno quasi fino ad oggi ri¬ 
tenuto che questa fonte Branda sia quella omonima di Siena, ignorando 
che una fonte Branda esisteva anche presso il castello di Romena. Cià il 
Fontani nel suo Viaggio pittorico della Toscana (1803) constatava 1 esistenza 
di tal fonte come quella sopra rammentata dall’Alighieri. E lo stesso Am¬ 
père (loc. cit.) scriveva « la fonte Branda nominata dal maestro Adamo 
essere certamente quella fontana del medesimo nome che scorre tuttora 
(1837 ?) non lunge dalla torre di Romena, fra il luogo del delitto e quello 
del supplizio. » 

Ma la miglior prova della esistenza a Romena di una fonte chiamata 
Branda , resulta da un documento che 1’ erudito viaggiatore inglese ca¬ 
pitano Broolce Esq. potè acquistare in compra pochi anni indietro qui in 
Stia, con promessa per altro che quel documento sarebbe stato pubblicato 
in una edizione della Divina Commedia che si stava preparando, e che 
fu poi il commento di Pietro Fraticelli , venuto alla luce coi tipi Baibèia 
nel 1860. Nel quale infatti così si legge : « Perchè in Siena è una fonte 
assai copiosa d’ acqua, chiamata fonte Branda, tutti i commentatori han 
creduto che di quella volesse intendere il Poeta. Ha un’ altra fonte Bran¬ 
da era pure presso le mura di Romena, e poiché maestro Adamo dice che 
la giustizia divina a tormentarlo maggiormente tragge cagione dal luogo 
ov’ egli peccò, ponendogli dinnanzi alla mente le fresche acque del Ca¬ 
sentino, così nessuno vorrà ornai più credere che qui si parli della fonte 



































Questo Alessandro da Romena fu dai fuorusciti adu¬ 
nati in Gargonsci eletto capitano della Taglia (contributo 
di cavalieri che ogni città e terra potea mandare) cir¬ 
condandolo di 12 consiglieri, e fra questi si trovava pur 
Dante. (1) Dal quale, a nome del detto Conte, fu scritta 
al Cardinale Niccolò di Prato la celebre lettera per pre¬ 
garlo a tornare in pace Firenze ed a riaprire le porte 
di quella città a tanti infelici ; lettera che secondo al¬ 
cuni (2) fu composta dello stesso Alighieri. Il quale pen¬ 
sava forse che si potesse vivere anche fuori di Firenze 
e che il mondo fosse assai grande per offrire ad un esi- 


Branda di Siena. Nei capitoli della Compagnia della gloriosa Vergine 
Maria e di Sant’ Egidio, avvocati e protettori delli liuomini del castello di 
Bomena, nuovamente fatti et ordinati per gli prudenti liuomini Francesco 
ecc., l’anno del Signore MDXXXIX, verso la fine del libro ove sono 
stati presi varii ricordi, si legge: Si fa memoria che V anno 1599 a dì 
16 di novembre el terremoto a molte chase in Bomena et altrove fece gran 
danno. Lo spedale di Santa Maria Maddalena Penitente da la parte verso 
Fonte Branda, che è il suo vestibolo, et clima de lo spedalingo rovinò et la 
Chiesa s’aprì, ecc. ecc., (MS. esistente presso il cap. Brooke). Vedasi 
anche ciò che in tal proposito scrisse l’illustre inglese G. Forsyth che 
viaggiò in Italia nel 1802 e 1803, e che, recandosi in Casentino, avvisò 
che la fonte Branda di Bomena fosse veramente quella ricordata da Dante 
(Benci, Lettere al prof. De Angelis. Firenze, 1821). 

Il quale Benci Antonio diceva : Ho trovato la Fonte Branda che Dante 
mentovò nel canto XXX dell’ Inferno, eolie i commentatori hanno fin qui 
creduto essere quella di Siena. Cosicché oggi nessuno osa dire essere quella 
di Siena (Bassermann). 

Non è più dunque ammissibile la contraria opinione dei commentatori, 
perchè, secondo la logica naturale e la giudiziosa critica, il falsificatore 
Bresciano dopo aver ricordati i freschi e limpidi ruscelletti del Casentino, 
la cui immagine lo asciugava cotanto, non poteva correre d’un tratto 
col desiderio oltre 60 miglia dalla provincia per rammentare, trascurando 
quella di Bomena, la fonte omonima di Siena. Nò Dante era tal poeta 
da peccare tanto grossolanamente contro le leggi della opportunità (Bar- 
tolini, Cecchino e Nunzia). 

(1) Gino Capponi, loc. cit., t. 1,1, 118. Dalla vita di Dante di L. Are¬ 
tino. Perugia, 1672. 

(2) De Navenne, op. cit. 































229 - 


liato conforti degni di lui. E forse è allora clie le sue 
relazioni co’ Guidi presero carattere più intimo. Mancano 
forse documenti sicuri, ma certo è die per Dante i Guidi, 
Conti Palatini di Toscana e membri della Corte impe¬ 
riale, erano rivestiti di grande autorità. Così V esilio pose 
il Poeta in relazione con essi, e per quanto le asserzioni 
di Leonardo Bruni (Aretino) siano state contestate, esse 
si appoggiano ad una lettera della cui autenticità è ben 
diffìcile dubitare. (1) 

Ebbe poi lo stesso Conte V onore di essere lodato dopo 
morte dall’ Alighieri in una lettera consolatoria scritta 
ai nipoti di lui Guido e Oberto da Romena, facendo 
grandi elogi del defunto che chiama justissimus honorum, 
e scusandosi di non poter intervenire ai funerali di tanto 
uomo, non già per negligenza o per ingratitudine, ma 
unicamente per non avere le armi e i cavalli (equis ai - 
misque vacantem ) occorrenti per recarsi da un luogo in 
un altro del Casentino. (2) 

Mentre poi nel canto XXX dell ’Inferno il nome dello 
stesso Conte Alessandro viene dal Poeta stimmatizzato 
con nota d’infamia, come falsatore di moneta. (3) 


(1) De Ravenne, op. cit. 

(2) Cablo Troya, Del veltro allegorico. Napoli, 1856. Ballettino Soc. clan ., 
X, 130. 

(3) Dinanzi a tale apparente o reale contradizione, alcuni fra i qua i 
il Fraticelli ( Opere minori di Dante e Commento alla Divina Commedia , 
e il TodescMni (Scritti su Dante , Vicenza, 1872), ritengono trattarsi u 
due diversi Alessandri; ma questa opinione non pare corroborata a vai 
argomenti. Il Barbagallo dice clie tale contradizione, anco se reale, mi 
porterebbe ciré a scoprire il destinatario di una lettera, del quale peri non 
ignoriamo le relazioni con le vicende dei Bianco-G-liibellini (Op. cit.). 
parlano di un Alessandro, amico di Dante morto nel 1305, e di un 
Alessandro vivente nel 1217, da Dante vituperato. XItri poi fia i qua 
Passerini spiegano la contradizione col mutamento di partito e qmm ì 
giudizio. Il citato Zenatti poi ritiene che contradizione non esista e eie 
i rapporti di Dante con Alessandro e il suo giudizio sui da Romena 


































































230 — 


Anche il Bari)agallo sostiene l’autenticità delle let¬ 
tere e del racconto del Bruni, e a tale oggetto ricorda 
come le relazioni esistenti fra l’esule Alighieri e i Conti 
di Romena dovettero stringersi ad Arezzo dove questi 
vantavano un congiunto investito della dignità episco¬ 
pale, e dove pare che avessero stabilito lor sede. E che 
i Romena abbiano partecipato alla fortuna degli esuli è 
ben difficile escluderlo, ma non è facile identificarne i 
cooperatori. (1) 

Certo è che Dante, durante il suo esilio, dimorò al¬ 
cun tempo a Romena ) (2) ed è strano ed incomprensi¬ 
bile che il Bassermann, il quale ammette la presenza del- 
l’Alighieri a Pratovecchio e a Fonte Branda, voglia poi 
escludere da tale onore il nobile ed importante castello 


1’ episodio di maestro Adamo, abbiano avuto luogo in due diversi momenti 
della vita di Dante, e così cbe le lodi siano del 1304, e le ingiurie del 
1314 circa (Bull. Soc. dant., X, 137). Ma forse, come dice il Bassermann , 
la vera fonte del rancore di Dante coi Conti di Romena rimane tuttora 
sconosciuta, ed è a lamentarsi con Benedetto Croce 1’ esistenza di tante 
lacune della biografia dantesca. 

(1) Corrado Barbagallo, TJna questione Dantesca, Dante Alighieri, i 
Bianco-Ghibellini esuli e i Romena. Roma, Loescher, 1899. 

(2) Piacemi a tale proposito riportare 1’ opinione autorevole espressa da 
Isidoro Del Lungo in una sua lettera scritta il 10 luglio 1882 al mio 
compianto amico Conte Ottaviano Goretti-Pl ai inni ni, e gentilmente comu¬ 
nicatami da suo figlio G-oretto. « Le relazioni indubitabili di Dante coi 
Conti Guidi non offrono alcuna sicurezza quanto ai loro particolari, spe¬ 
cialmente cronologici. È vero, cbe vi sono Dantisti non tanto scrupolosi, 
ai quali per affermare basta molto meno di quello cbe sembrerebbe ap¬ 
pena sutììcente per congetturare ; ma è altresì vero cbe di tal guisa si è 
venuto tessendo intorno alla vita di Dante (massime pel periodo dell’ esilio) 
una leggenda fantastica di nessun valore, come necessariamente sono le 
leggende artificiali e riflesse, cbe la sana critica, quando per fortuna può 
disporre di dati sicuri e reali, viene smagliando filo per filo. 

« Quello cbe però credo tenersi più prossimo al vero è cbe le relazioni 
del Divino Poeta coi Guidi, (massime per ciò cbe riguarda dimora presso 
di loro in Casentino) siano da riferirsi a tempi non anteriori all’ esilio, cioè 
dal 1302 in giù. Più specialmente poi terrei presenti gli anni dell’ impresa 




























— 231 — 

di Romena, dicendo avere egli potuto conoscerla scusa es¬ 
sersi recato in persona al castello; e ciò senza pensare clie 
Fonte Branda è situata a soli 20 metri dall’ultima cinta 
delle mura castellane, ed a circa 180 dalla più vicina 
porta ! 

« L’esilio di Dante, scrisse recentemente il Del Lim¬ 


ili Arrigo VII, sotto uno de’ quali (il 1311) sono datate dal Casentino le 
due epistolae dantesche ai Fiorentini e al detto Arrigo. 

« È poi da abbandonarsi la favola marziale della prigionia di Dante a 
Porciano, e quella sentimentale, dei soliti romanzieri storici, della detta¬ 
tura del canto di Francesca da Rimini. » 

Anche l’illustre prof. Giuliani, con lettera 30 giugno 1883, dichiara 
ormai porre in dubbio la dimora di Dante a Romena, ma essere difficile 
determinare presso quale dei Conti Guidi sia stato ospite 1 esule Poeta, 
ed in quale anno. 

Per tali ragioni il detto Conte Goretti-Flammini, proprietario del ca¬ 
stello di Romena, nel ricordare con apposita epigrafe questo episodio della 
vita di Dante, si limitò giudiziosamente a dire : « Qui i Conti Guidi ospi¬ 
tavano Dante Alighieri nel primo tempo del suo esilio. » 

E in questi giorni lo stesso Senatore Del Lungo, che delle cose dan¬ 
tesche è veramente maestro, mi dichiarava potersi, quanto alla dimora di 
Dante nel Casentino, affermare con sicurezza soltanto questi tre punti . 

1° eh’ ei fu tra i combattenti a Campaldino nel 1289 ; 

2<> che capitò in Casentino nei primi anni dell’ esilio, cioè fra il 1302 

e il 1307 ; 

3° che certamente vi andò, dopo la discesa di Arrigo nel 1311, quan 
do cioè scrisse 1’ epistola dalle Fonti dell’ Arno , che si suppone significare 
Porciano. 

L’ esilio infatti del Gh'ande Pellegrino, come lo chiama Gabriele d’ An¬ 
nunzio, e che molto impropriamente fu detto il Ghibellin fuggiasco, mentre 
non era e non fu che un Guelfo bianco , si può divi dire in due periodi, 
quello in cui sperò di poter tornare insieme cogli altri Guelfi bianchi nella 
sua Fiorenza (cioè fino al 1307), e quello in cui non sperò più, cioè dal 
1307 al 1311, dopo il qual tempo varcò 1’ Appennino e si recò a Verona 
ed a Ravenna fino alla morte. 

Anche quanto alla composizione e scrittura della Divina Commedia, 
la più recente critica riconosce che quella fu incominciata dopo il 1314, 
e perciò scritta tutta fuori di Toscana e non in Casentino, dove certo avi a 
pensato (a Poppi, a Romena e a Porciano) qualche episodio, poi svolto nelle 
sue cantiche. 






























232 — 


go, va dall’ottobre 1301 sino alla sua morte, *1322. Le 
stazioni dolorose di questo esilio furono molte : nè tutte 
noi le sappiamo, e alcune se ne sono credute die certa¬ 
mente non furono. 

« La valle nella quale deplora d’ esser caduto in com¬ 
pagnia malvagia e scempia, è la valle dell’ Arno supe¬ 
riore, chiamata altrove misera valle che vorrebbe veder 
perire, e dove accozzando dal Mugello e dalla Romagna 
partigiani e aderenze riunite nel convegno di San G-o- 
denzo (8 giugno 1302), sperava poter tentare, armata 
mano, il rimpatrio. 

«In quella poesia, divina come le cose eh’egli vi ha 
impresse, umana come il dolore e l’amore cui ne ha 
chiesto il segreto, eterna quanto il pensiero, la parola 
e 1’ affetto, in quella sopravviveranno immortali l’amor 
suo e il suo dolore, i sospiri e le lacrime, le sue ire e 
la sua pietà, le sue giustizie e le sue vendette. » (1) 

E il De Amicis aggiunge : « Dante è vivo nella voce 
sonante e nell’ atto visibile dei mille personaggi del suo 
poema, vivo nel suono delle sue ammonizioni profetiche 
e delle sue grandi grida d’ amore e di sdegno ; vivo tra 
le folle, nella luce, in mezzo agli applausi, nel sorriso e 
nelle lacrime delle donne e nella nuova ammirazione del 
popolo portato per la prima volta, - ne’ suoi tre regni 
dall’ arte che palpita e che parla. » (2) 

Lasciando ora di ricordare la lunga successione dei 
Conti di Romena, nonché i fatti che ai varii tempi e 
alle varie persone si riferiscono, termineremo dicendo 
che nel 23-24 ottobre 1357 i Conti Bandino in proprio, 
e Piero in nome di Guido suo figlio, con contratto ro¬ 


ti) Isidoro Del Lungo, La profezia dell’ Esilio, iu Nuova Antologia , 
febbraio, 1907. 

(2) Edmondo De Amicis, Il canto XXV dell’ Inferno ed Ernesto Bossi , 
nel 10 giugno 1908. {Bull. Soc. demi., VII, 231). 


















nato da Ser Grifo di Romena, notaio della Repubblica, 
venderono per il prezzo di 9600 fiorini d’oro di retto 
conio e peso fiorentino il casseretto, metà del cassero, 
castello e corte di Romena al Comune di Firenze. (1) 
Così ebbe fine la signorìa de’ Guidi in questo forte 
Castello principe, (2) forse capoluogo antichissimo del 
Casentino, e die fu per molto tempo temuta residenza 
(li una potente e nobile famiglia. Onde a ragione fu 
detto che alla famiglia de’ Guidi, die pure riempie del 
proprio nome un secolo intero, l’arte di Dante ha con¬ 
cesso nella memoria de’ posteri più durevol dominio, che 
non il feudale. (3) 


(1) Fra i capitoli d’accomandigia fatta dal detto Conte Bandino, v’ è 
l’obbligo di mandare, in segno di accomandigia, per mezzo di ambasciatori 
o sindaci a cavallo un palio clxe valga almeno 6 fiorini d’oro, perla festa 
di San Giovan Batista all’ aitar maggiore, nella chiesa di detto santo ; e 
che per privilegio possa egli venire in Firenze, portando seco 4 compagni 
armati, purché avanti ne mandi i nomi e cognomi al Potestà di Firenze. 

V’è inoltre detto che il Potestà della Montagna fiorentina deliba essere 
Potestà di Romena, ma non possa conoscere quei delitti che importino 
pena di morte e taglio delle membra. 

Ed essendo posto il castello di Romena oltr’ alpe nelle parti del Ca¬ 
sentino, e circondato dal territorio dei Conti del Casentino, non possono 
venire a Firenze o tornare a Romena portando e riportando roba senza 
pagare almeno due pedaggi nello spazio di un miglio ai Conti suddetti, 
oltre i pedaggi e gabelle che debbono pagare nei territori dei medesimi. 
Onde avviene che molti, per evitare tali gravezze, vanno altrove non solo 
con disertamento di quelli uomini, ma anche con danno e vergogna del 
Comune di Firenze. Perlochè, considerando quanto sia utile il possesso 
del Castello di Romena al Comune di Firenze, si delibera di far pagare 
una sola tassa. (J Capitoli del Comune di Firenze. Inventario e Regesto, F\ 
02-76, 78, 85). 

(2) Lo Zuccagni-Orlandini ( Atlante Geografico , ecc.) dice che il castello di 
Romena era anticamente guarnito di 14 torri che furono poi ridotte a 5. 
Oltre il palazzo e il cassero ben muniti ed una triplice cerchia di mura, 
vi si trovavano abitazioni per 100 famiglie, e uno spedale per i po' eri e 
pellegrini. Il Bandini poi (Odeporico, ecc.) dice che a suo tempo vi erano 
tuttora 5 torri e parte degli arpioni di bronzo alle porte. 

(3) Bull. Soc. dant. , IX, 138. 













































- 234 — 


Il 27 aprile 1440 Niccolò Piccinino, al soldo dei Vi¬ 
sconti di Milano, espugnò e prese Romena, ma poco 
dopo ne fu scacciato da Neri Capponi che la riebbe per 
conto di Cosimo de 1 2 * * * * 7 Medici. (1) Dal Granducato passò 
Romena all’Azienda dei Beni Civili, e quindi al Comune 
autonomo di Romena, soppresso poi nel 1768, nel quale 
anno, mediante pubblico incanto, venne in possesso dei 
Conti Goretti-Flammini, ai quali anche oggi appartiene. 

Restano tuttora in piedi tre belle torri e parte delle 
mura. Al lato settentrionale del Castello esiste una bella 
cisterna e un passaggio sotterraneo, oggi ripieno di 
terra, e il cassero per cui si accedeva alla torre detta 
del Mastio , ultimo rifugio in tempo d’assedio. Sul muro 
della Postierla, ov’ era il ponte levatoio pel quale s’ en¬ 
trava nel Palagio o Maniero si vedono ancora gli avanzi 
dei beccatelli che sorreggevano il cammino di ronda, 
sopra il quale impostavasi la merlatura. 

Dal lato opposto, cioè a mezzogiorno, ma più in basso, 
vedesi l’antica Potesteria, ridotta al presente a casa co¬ 
lonica, e finalmente sparsi qua e là si trovano numerosi 
avanzi delle antiche cerchia di mura. Dal lato setten¬ 
trionale vi sono ancora i ruderi delle vecchie porte 
chiamate P una Giojosa, 1’ altra Bacia, e più in basso 
nella cinta esterna dalla parte di levante e a ostro-sci¬ 
rocco (sud-sud-est) della seconda torre gli avanzi della 
celebre e poetica fonte Branda. (2) 

L’importanza storica e monumentale di Romena, la 


(1) BtroNlNSEGNl, Vita di Cosimo, p. 226. 

(2) In alcuni scavi, recentemente eseguiti dal proprietario, si sono tro¬ 

vate le fondazioni (artificiali) delle torri cadute, e quelle pure dell’ edi¬ 

ficio dell’antico spedale dei poveri della Cappella di Santa Maria Maddalena 

dentro la cinta delle mura esterne sopra fonte Branda. E negli strati 

più bassi si rinvennero frammenti di vasi funerarii, idoli, amuleti ed al¬ 

tro; il die indica 1’ esistenza di una necropoli etnisca. 









- 235 - 

sua felice posizione, e soprattutto, i ricordi danteschi, 
clie si collegano a quell’ antico castello, ne fanno mèta 
quotidiana e gradita di tutti quelli (e sono molti) che 
vengono nel Casentino (chiamato il paese più dantesco 
d’Italia), e specialmente di quei dotti stranieri che da 
Firenze si partono sol per vedere Romena. Ora all’ombra 
di quelle maestose rovine e nel silenzio di quell’ameno 
recesso un sentimento di mestizia ne invade, come di¬ 
nanzi a una tomba di amico perduto per sempre. 

Ed appunto come si ama conservare le cose che ci 
ricordano e le persone a noi care, così colui che visita il 
castello di Romena, vorrebbe che almeno le maestose 
sue torri, nobile avanzo di sua perduta grandezza, fos¬ 
sero salvate dall’ingiuria del tempo e dei moti tellurici, 
(1) che come spada di Damocle, sono continua ed im¬ 
minente minaccia di disastrosa rovina. (2) E se l’eccelse 
torri, che da ogni parte si vedono e si ammirano, quale 
armonioso e simpatico coronamento e contorno caratte¬ 
ristico del circostante paesaggio, dovessero un giorno 
(che pur troppo si prevede vicino) miseramente cadeie, 
a noi Casentinesi parrebbe d’ aver perduto qualche cosa 
di personale e di caro, come la perdita irrimediabile di 
un prezioso cimelio. (3) 


(1) Anche il terremoto del 1579 danneggiò molto le torri, e l’azione lenta 
ma inesorabilmente demolitrice dei geli fece crollare tre anni fa una \ eia 
della gran torre di mezzogiorno. 

(2) Tale disastro sarebbe, oltreché per il Castello, anche per la sotto¬ 
stante antica Potesteria la quale sta a dimostrare 1 importanza anche 

giurisdizionale che aveva allora Romena. 

(3) A titolo di lode dobbiamo dire che la conservazione e il restauro 
del Castello di Romena, furono sempre il pensiero e 1’ opera del Conte 
Ottaviano Goretti-Flamnrini, il quale, a tal fine, e non guardando a sa- 
crifìzii, lo riscattò dalle mani di chi già avea principiato a demolire le 
torri per riparare alcune case coloniche ! Fu il detto Conte che saggia 
mente provvide a riparare quei danni, a fare scavi di molta importanza 
archeologica, a ritrovare e mettere in luce le antiche mura sepolte sotto 





















































— 236 — 

E si rifletta e si pensi elle il castello di Romena, 
per essere, come si è detto, stato teatro autentico di av¬ 
venimenti importantissimi per la storia d’Italia, ed 'es¬ 
sere oggi fonte sicura di ricordi gloriosi, lumeggiati dal 
fulgore dell’epopea dantesca, non può nè deve trattarsi 
come una torre qualunque, clie nulla dice o ricorda, ma 
deve invece considerarsi per il suo vero carattere di 
pubblica utilità spirituale e d’importanza veramente na¬ 
zionale; dappoiché , se le belle e storiche torri di Ro¬ 
mena cadessero, un grido d’indignazione s’eleverebbe 
contro il Governo dicendo : anathema sit ! Onde al Go¬ 
verno incombe il dovere civile d’intervenire in opera di 
sì grande importanza, con un potente, efficace e pronto 
soccorso, affinchè tanta iattura sia al Casentino ed all’I¬ 
talia evitata 5 come ha già fatto per monumenti men 
degni della nostra Romena, al cui servigio abbiamo 
posta più volte la nostra povera penna. La quale da 
queste pagine fa caldo appello agli Amici dei Monumenti 
(Vestali poste a custodia del fuoco sacro della storia e 
dell’arte), la cui nobile missione qui si parrà grande¬ 
mente nel far sentire la sua parola autorevole ed ascol¬ 
tata anche colà dove Minerva giudica e manda. E così 
nel libro d’oro del benemerito sodalizio, sarà scritto 


le rovine, a vuotare la vecchia cisterna, a rifare il ponte levatoio dinanzi 
alla postierla del Cassero, a liberare il palazzo castellano dalla famiglia 
colonica cbe vi alloggiava, a togliere sopredificazioni moderne ingombranti 
ed altre simili deturpazioni e brutture, sempre allo scopo di mantenere e 
ridonare a quei ruderi il loro aspetto maestoso e severo. Ed anche il figlio 
Conte Goretto Goretti ha saputo continuare con intelletto d’amore l’opera 
paterna, compiendo pur esso vanii e importanti restauri. Onde a ragione, 
può dirsi cbe la conservazione di ciò che resta di sì glorioso castello, fu 
la costante e amorosa sollecitudine della famiglia Goretti Elammini, col 
sentimento enconìiabile di chi, avendo ricevuto un sacro deposito, pone 
ogni studio e ogni cura nel conservarlo e difenderlo da ogni possibile 
danno. E può affermarsi cbe ogni rovina, ogni sasso son circondati dalla 
più vigile ed oculata attenzione. 









— 237 — 

lincile il nome di Romena a perpetua memoria del grande 
Esule clie, all’ ombra amica di quelle torri ospitali, (1) 
elle il tempo edace or minaccia, concepì forse, ispiran¬ 
dosi al libro eterno della natura, i più bei canti della 
Divina Commedia, come Milton compose nella sua cecità 
il malinconico carme del Paradiso perduto ! 

La posizione topografica di Romena è una delle più 
belle e pittoresche che siano in Casentino. Dalla cima 
del poggio ove risiede il Castello (m. 621) si presenta 
allo sguardo uno stupendo panorama, nel quale, come 
in un gran quadro, si vedono le principali terre e ca¬ 
stella, il serpeggiante corso dell’Arno, come una striscia 
d’argento, in mezzo al verde dei pioppi che lo accom¬ 
pagnano j e, come degna cornice del quadro, la maestosa 
catena dei monti che circoscrivono la valle. Un piccolo 
tronco di strada carrozzabile unisce il castello di Ro¬ 
mena e la sottostante Villa Gloretti-Flammini, al braccio 
che viene da Stia, e che immette, come già dicemmo, 
presso Scardacela nella via provinciale casentinese della 
Consuma. 

Dalla parte poi di mezzogiorno, alla distanza di un 
chilometro circa, ed alle radici del colle sul quale do¬ 
mina il Castello, si trova l’antica Pieve di San Pietro a 
Romena, del secolo XII, fatta a somiglianza di quella di 
Stia, e anch’essa sumptibus della famosa contessa Matilde. 


(1) Qui fra le squallide 

Deserte mura, 

Quando è più tacita 
La notte oscura 

Di Dante vagola 
L’ ombra sdegnosa 
E sopra i ruderi 
Qua e là si posa. 


(Gamurkim). 































































— 238 — 


La più remota memoria che ci resti della Pieve di 
Romena è la carta del 1055, ricordata in principio di 
questo capitolo. In questo ed in alcune bolle pontificie, 
indirizzate ai vescovi di Fiesole nei secoli XI e XII, 
questa chiesa è indicata col nome di San Pietro de Ormena 
(od Ormino) che è certamente il nome dell’ antichissima 
e originaria chiesa, dal quale poi derivò quello di Ro¬ 
mena. Il nome ed il ritrovamento di alcuni frammenti 
di oggetti etruschi, e specialmente di un embrice simile 
a quello che intero conservasi nel museo di Arezzo, fanno 
supporre che presso la Pieve primitiva esistesse un vico 
o pago etrusco, che naturalmente avrà avuto la sua ne¬ 
cropoli. (1) 

La Pieve, quale oggi si vede, fu ricostruita nel 1152, 
come sta scritto sul pulvino del capitello della seconda 
colonna a sinistra entrando: Tempore famis MCLII, e su 
quello in faccia Aìbericus plebanus fecit liane opram. 
La chiesa è divisa in tre navate da colonne monolitiche 
di macigno, con capitelli (2) a fogliami e figure di rozza 
fattura, ma molto ben conservati. Fra gli altri è notevole 
quello che porta il nome del Pievano Alberico, costrut¬ 
tore della chiesa, e che sopra porta i quattro animali 
simbolici degli evangelisti, il terzo una barca con due 
persone, una delle quali governa il timone, ed il quarto 
una figura in piedi in atto di consegnare due chiavi ad 
un’altra figura inginocchiata, scene allusive a San.Pietro, 
titolare e patrono della Pieve. 

Tutta la costruzione all’ interno ed all’esterno è in 
pietra arenaria locale, non però molto compatta e perciò 


(1) GAMURRiNi , Sched. 

(2) La Xoyes, op. cit., che fa una minuziosa descrizione di ogni capi¬ 
tello, ne rileva la somma originalità e si sforza a dare a ciascuna figura 
il suo .significato simbolico, sul quale ha molta parte la fantasia della ele¬ 
gante e poetica scrittrice. 








— 239 


in gran parte corrosa dal tempo. Il tergo della chiesa 
- al di fuori (e 1’ abside centrale anche al di dentro) sono 
abbelliti da un doppio ordine di colonnette fra le quali 
s’aprono in basso piccole finestre oblunghe e circolari, 
mentre nell’ordine superiore trifora è quella del centro 
dell’ abside, e bifore le altre quattro, due nella curva 
dell’abside e due nelle testate delle navi minori, testate 
che hanno forma di cappelle di pianta rettangolare. Le 
finestre delle navi laterali e nell’alto della nave maggiore, 
collocate senz’alcuna simmetria, hanno la forma molto al¬ 
lungata, strettale a doppio sguancio. Come fosse la fac¬ 
ciata, se cioè a muro piano oppure ornata di colonnette 
come al tergo, non si può dire, nè se ne ha ricordo, es¬ 
sendo caduta nel 1678 (1) insieme a due campate per 
ciascun lato, di modo che al presente la chiesa è accor¬ 
ciata di circa un terzo, per essere mancante di due ar¬ 
cate delle sei che in origine la dividevano. Nel 1893, a 
cura dell’ Ufficio regionale di Firenze, per la conserva¬ 
zione dei monumenti della Toscana, si fecero alcuni saggi 
per ritrovare il pavimento originario della chiesa, rial¬ 
zato nei secoli passati, e fu constatato che si divideva in 
tre piani : il primo e più basso occupava circa la metà 
anteriore della chiesa ; si salivano quindi tre scalini, ed in 
questo spazio, secondo l’antica disciplina, doveva trovarsi 
il recinto corale cogli amboni, ma non se ne rinvenne 
alcuna traccia. Finalmente per altri due scalini si ascen¬ 
deva al santuario o presbiterio. Questi lavori restituirono 


(1) Nelle memorie elei curato Angiolo Ciapetti si trova scritto : « A dì 

.novembre 1678, per causa d’ una smotta cagionata dal vicino torrente, 

rovinò dalla parte davanti un terzo della chiesa, cascando quattro colonne 
(pievano Giuseppe Basili). Nel 1729 per causa di un terremoto si spaccò> 
e il campanile fu sbassato di sette braccia : e così lo spedale di Santa Ma¬ 
ria Maddalena nel 1783. (Bandini, Odep., IV). Relazione di alcune notizie 
spettanti alla chiesa di San Pietro a Romena per Anton-Francesco Serra 
di Montemignaio. 



























































— 240 


alla luce gli avanzi di una chiesa più antica, divisa pa¬ 
rimente in tre navi di misure eguali alla presente, salvo- 
cliè era di qualclie metro più corta. 

Finiva in tre absidi, e nella centrale apparvero visi¬ 
bili le tracce delle vòlte che coprivano la cripta o con¬ 
fessione. Nel centro di quest’abside apparvero le fonda¬ 
zioni dell’altare maggiore della chiesa attuale, costituite 
da un muro largo più di due metri per ogni lato e che 
si alzava tino al piano presente. L’altare doveva essere 
coperto dal suo ciborium, coni’è indicato dalla dimen¬ 
sione dei fondamenti, ed al ciborium , appunto crediamo 
che accenni il ricordo del terremoto del 16 novembre 
1599, dal quale, come dicemmo di sopra, fu grandemente 
danneggiato anche il soprastante castello, « et ne la 
Pieve di Santo Pietro spada) la nave, et cascia) V arco del 
reliquiere di sopra. » Restano tuttora due piccoli capi¬ 
telli marmorei, che riteniamo appartenere a questo cibo¬ 
rium, i quali, per essere scolpiti a fogliami in un carat¬ 
tere affatto diverso e più antico di tutti gli altri, fanno 
ritenere che siano avanzi della chiesa primitiva, costruita 
sicuramente sopra altra pagana. A qual tempo possa 
riferirsi la costruzione della suddetta chiesa primitiva 
non è agevole cosa determinare, ma dai frammenti dei 
plutei e dei pilastrini appartenuti ai cancelli corali o 
presbiteriali, scolpiti ad intrecciature di vimini, di stile 
bizantino e rinvenuti frale macerie ond’erastata colmatala 
vecchia cripta, parrebbe che l’editìzio non debba ritenersi 
più antico del IX secolo. Fra queste macerie fu rinve¬ 
nuta una lapide romana in marmo (che ha dato molto 
a pensare per la sua provenienza), (1) sulla quale sono 
incise le lettere R. I., ed inoltre una lastra quadrata di 
pietra arenaria, di circa quaranta centimetri, che porta 


(1) È un fatto strano, ma ohe però si è verificato anche in altre chiese. 














































































241 - 


incisa in due linee questa iscrizione : Fascina — sci 

Pet . scolpita in caratteri del IX secolo, il die 

dimostra non appartenere alla chiesa presente. Da prin¬ 
cipio si ritenne che fosse un frammento di un carme 
fatto in lode di San Pietro, in cui, alludendosi al me¬ 
stiere esercitato dall’Apostolo, si facesse menzione della 
fiocina come istrumento di pésca, ma il dotto Gamurrini 
fece notare doversi piuttosto credere il titolo posto sopra 
un luogo dove si custodisse, come sacra reliquia, quel- 
l’istrumento usato da San Pietro. La quale opinione 
sembra essere confermata dal ricordo del terremoto del 
1599 quando « cascia) Varco del reliquiere di sopra (l’al¬ 
tare) », reliquiere costruito a custodia della creduta fio¬ 
cina di San Pietro. (1) 

Quando poi e come sparisse quella reliquia non è 
dato sapere, ma forse prima della rovina del ciborio, e 
in conseguenza delle savie prescrizioni del Concilio di 
Trento. (2) 

La chiesa contiene varie opere d’arte, le quali, dopo 
il restauro, furono cambiate di posto. Una in tavola, 
del secolo XV, rappresenta la Vergine col Bambino, se¬ 


ti) Di questa abbondanza delle più strane e rare reliquie anco nelle 
chiese di mediocre importanza (segno di quei tempi di gran fede e anche 
di grande credulità), si ha la prova nelle notizie riportate dal citato Ban- 
dini, nel suo Odeporico e nello Specimen litteraturae Florentinae, nei quali 
si legge che il Conte Guido Guerra portò dalla Palestina il latte della 
Beata Vergine, avuto in dono da Clodio III, re di Francia, in ricompensa 
del suo generalato nelle armi (1261), e che Arsicetto, nobile uomo di Co¬ 
stantinopoli, portò in Italia un pezzo della veste di Gesù Cristo , della 
spugna onde fu abbeverato sulla croce, e del pane eli’ Ei benedisse quando 
comunicò gli Apostoli ! 

(2) Debbo queste notizie alla cortesia del chiarissimo e dotto, quanto 
modesto, archeologo e mio carissimo amico signor Santi Pesarini, il quale 
su varie antichità casentiuesi, e specialmente sulla Pieve di Romena, ha 
fatto studi accurati ed importantissimi, che gradiremmo veder presto 
pubblicati. 


16 



























— 242 — 

duta in trono con ai lati Santa Maria Maddalena, San Gio¬ 
vanni Battista, San Giovan Gualberto, e San Francesco. 
Dipinto pregevole dei temiti e della maniera di Dome¬ 
nico Veneziano, die si avvicina a quella del Gaddi. 

Altra tavola pregevole è quella della Madonna del 
jRosario, col Bambino in collo, in atto di dare un ro¬ 
sario a San Domenico mentre il Bambino ne porge un 
altro a Santa Caterina. Più indietro e sul davanti sono 
altre figure. In basso l’Autore ba scritto il proprio nome 
così: Francescus Mati F. A. I). MI)LXXXVilli. 

Parte di mezzo di un’àncona nella quale vedesi la 
Vergine col Bambino, che scherza con un cardellino, e 
con due angioletti ai lati. Sul davanti San Paolo e San 
Pietro in atto di presentare alla Vergine il donatore del 
quadro, con altre decorazioni. Nella cuspide è dipinto il 
Padre Eterno e San Giovanni Battista. Opera pregevole 
d’ignoto autore del 1386, della maniera del Gaddi. In 
basso è un’ iscrizione poco visibile, che dice : « Questa 
tavola ha fatta fare Pievano Jacopo di Mandriole per 
rimedio.anno Domini MCCCLNXXVI. » 

Una tavola acuminata, rappresentante San Giovanni 
Battista con Sant’ Antonio Abate e un Santo Vescovo 
con sopra una mezza figura dell’ Arcangelo Gabriello, 
dipinto assai ragionevole d’ignoto autore. 

Finalmente altra tavola acuminata, rappresentante la 
Vergine col Bambino e due Angioli a mezza figura, su 
fondo d’oro; anche questo d’ignoto autore, forse senese. 

La strada che dal castello di Bomena conduce alla 
Pieve sottostante, e da questa a Pratovecchio, quan¬ 
tunque svolta, come in antico facevasi, con forti pen¬ 
denze, può essere praticata colle vetture. 


























Castel San Niccolò 


Abitanti 7097, 


FRAZIONI COMUNALI 

Distanza 

dal 

Capoluogo 

(metri) 

S. Martino a Vado . 

900 

Terzetti. 

1. 500 

Garbano. 

4. 500 

Torre. 

1. 500 

Borgo alla Collina . . . 

2. 700 

San Pancrazio a Cetica . 

8. 000 

Santa Maria a Cetica . 

7. 000 

Sant’Angelo a Cetica . 

8. 000 

Ristonchi. 

5. 000 

Battifolle. 

5. 000 

Vertelli. 

7. 000 

Cajano. 

9. 000 

Tartiglia (porzione) . . 

5. 000 

Prato. 

1. 000 

Spalanni. 

2. 000 


STRADE 


Carrozzabile 

Mulattiera 

» 

Parte carr. e parte mul. 

Carrozzabile 

Mulattiera 

» 

» 

» 

» 

Parte carr. e parte mul. 

Carrozzabile 

Parte carr. e parte mul. 

Carrozzabile 
In parte 


Indicazioni utili. 

Distanze : da Pratovecchio a Castel San Niccolò per 
il Borgo alla Collina cioè per la corta chilometri 7 circa; 
per il Ponte dell’Arno chilometri 10.500. Tempo : 1° iti¬ 
nerario (a piedi) ore 1. 40; 2° itinerario (in vettura) 
ore 1. 15. Si può anche prendere la ferrovia fino alla 
Stazione di Porr ena-Strada. 

A Strada : Uffizio postale con tre arrivi e tre par¬ 
tenze giornaliere — Ufficio telegrafico e postale anche al 
Boigo alla Collina — Stazione ferroviaria Porrena-Strada, 
a circa 3 chilometri — Due medici condotti, due leva¬ 
trici, una farmacia — Stazione dei RR. Carabinieri — 
Stanze civiche. 
































Alberghi e Pensioni : a Strada, Albergo La Pace e 
Penili} al Borgo alla Collina, Pensione Sans Souci e 
Pensione Dante Alighieri. 

Tariffa delle vetture : Da Strada alla Stazione Fer¬ 
roviaria e viceversa colla vettura postale L. 0.50, e con 
quelle ordinarie L. 2.50, con un cavallo per Borgo 
alla Collina, Rifiglio, Pagliericcio, Torre e Prato L. 1.50 
— per Caiano e Poppi L. 2 — per Cetica, Prato vecchio 
e Stia L. 3 (con due cavalli il doppio). 

Cavalcature ; L. 3 al giorno, oltre le spese di vitto 
per la bestia e per il conducente — Guide : Giannotti 
Federigo — Mercato settimanale il lunedi. 

La via più breve da Pratovecchio a Castel San Nic¬ 
colò {Strada), e anco assai comoda quando V Arno può 
guadarsi, è quella per Triboli e San Paolo, la quale 
traversa la via provinciale presso al Borgo alla Collina, 
e passa il ponte del Pio. Per tenere altra via occorre 
proseguire la Strada comunale Stia-Pratovecchio-Poppi 
fino di fronte alla Stazione ferroviaria Porrena-Strada, 
di dove si volge a destra per la così detta via Erbosa 
e per il ponte del Foderino sull’Arno, ove s’incontra la 
strada provinciale della Consuma, che si segue fino a un 
luogo detto lo Spedale posto alla pietra miliare 19 a . Qui 
s’abbandona la via provinciale per prendere la comunale 
che, da quella staccandosi, fa capo al suddetto ponte 
del Rio, di dove si giunge in breve a Castel San Niccolò. 

L’antico castello di San Niccolò, che ha dato il 
nome alla Comunità, risiede sull’eminenza d’ un poggio 
presso la riva destra del Solano, impetuoso torrente che 
nasce dai gioghi di Pratomagno. 

Le più antiche memorie di questo luogo, chiamato 
allora Corte di Vado, risalgono al secolo XI e si colle¬ 
gano principalmente alla storia della sua Pieve. Tro¬ 
viamo infatti che nel 1029 il Conte Guido di Modigliana, 
figlio di Tegrimo il Vecchio, dona alla Badia di Strami 





















varie terre comprese quelle della Corte eli Vado, che, 
poi prese il nome di Strada dalla via che vi fu prati¬ 
cata lungo il Solano. 

Del resto, anche qui può dirsi che l’antica storia dei 
luoghi si confonda quasi con quella dei Conti Guidi, e 
in ispecial modo della potente e gloriosa prosapia dei 
Guidi da Battifolle, il cui nome trovasi frequentemente 
ricordato dagli antichi cronisti e dagli storici, ed asso¬ 
ciato ai principali avvenimenti di quei tempi, (1) mentre 
del forte castello di Battifolle, culla ed asilo di tante 
generazioni bellicose e d’ uomini illustri, non altro ri¬ 
mane che il ricordo del suo nome glorioso: stai magni, 
nominis umbra ! 

Questo Castello di San Niccolò fu a’ suoi tempi uno dei 
più forti che in Casentino avessero i Conti Guidi, ai quali 
appartenne fino dal 1212. Pare che Guglielmo Novello, figlio 
del Conte Guido Novello di Modigliana, fosse il primo 
signore di Castel San Niccolò. A lui successe il figlio Ga¬ 
leotto, ma le sue crudeltà, tirannie e dissolutezze avendo 
fatto ribellare gii abitanti, questi nel 1348 si sollevarono, 
gli tolsero il castello col suo tesoro ed arnesi ond’ era 
nobilmente fornito, e quindi nel 1349 si diedero alla 
Repubblica fiorentina. Questa di buon grado li accolse, 
formandone insieme con altri Comunelli vicini, che si 
erano uniti a Castel San Niccolò, detto di Chianzuolo , 
una Potesteria chiamata della Montagna Fiorentina (Mon- 
tanea Fiorentina in partibus Casentini. (2) 


(1) Nei Capitoli del comune di Firenze (II, 83) troviamo che il 20 di 
aprile 1374 i Priori delle Arti, i Capitani di giustizia, i Consiglieri di Mer¬ 
canzia, e di Libertà, comprarono da Guidone di Ugo de Bactifolle Conte 
Palatino di Toscana, il castello di Gattaia ed altri castelli e fortezze, beni 
e diritti, ecc. ecc. 

(2) Fra i varii capitoli di sottomissione leggesi ai cap. II, III e VI 
N, 2, 0, 10, 13, 18, 19, 21 : Che questi comuni consegneranno al futuro 































E il Conte Galeotto fu messo fuor della legge, dan¬ 
dosi facoltà ai popoli ribellati di offendere lui e la sua 
famiglia ed anco di poterlo uccidere liberamente. (1) 
Troviamo poi che Marco tìglio di Galeotto figlio di Gui¬ 
do Novello di Modigliana, donò nel 30 ottobre 1359 al Co¬ 
mune di Firenze i suoi diritti sulla Montagna Fiorentina , 
e sulle terre, palazzi, mura, fortezze, case e quant’ altro 
del Castello di San Niccolò. (2) 

Nella storia di questo Castello, che il Guicciardini 
dice uno de’ più forti del Casentino, è memorabile l’e¬ 
roica resistenza fatta dalla guarnigione di quello nel 1440 


castellano 500 stala di frumento, 500 di segale o d’altra biada, 20 paia 
di corazze et balistas, tornios et sagiptamenta, die si trovassero in detti 
castelli ; e più per la festa di San Giovan Battista alla chiesa di questo 
santo in Firenze, un cero fiorito. 

Che il salario di Donato Busini, presente castellano del Cassero e for¬ 
tezza di San hficcolò, si paghi col denaro del Comune di Firenze a ragione 
di lire 27 al mese. 

Che gl’infrascritti (seguono 43 nomi) co’ loro fratelli e discendenti in 
linea mascolina abbiano il privilegio di portare armi di offesa e di difesa 
per la città, contado e distretto di Firenze, purché lo portino congrue et 
honeste per la città di Firenze. 

Che, per grazia speciale, 25 di detti uomini siano cancellati gratuita¬ 
mente dai bandi e condanne, purché riportino la pace dall’offeso e non 
vi sia stato spargimento di sangue. 

(1) Che se il conte Galeotto di Modigliana e suoi fratelli e discendenti 
venissero di notte o di giorno in quelle terre, sia lecito a quei Comuni 
di offenderli personalmente senza incorrere in pene o in condanne. 

Gli uomini della Montagna Fiorentina desiderano di essere trattati 
come veri e originarii guelfi, quantunque siano stati fino ad ora oppressi 
;per tirannidem gliibellinam ! 

I medesimi nel sottomettersi al Comune di Firenze si riservano certe 
Gualchiere e possessioni, che si dicevano essere del Conte Galeotto, ed il 
detto Comune concede. 

Che i medesimi debbano spendere per 1’ approvvigionamento della ca¬ 
mera e per la conservazione dei tetti del Cassero, secondo che verrà or¬ 
dinato dagli ufficiali del castello di San Mceolò, non più di L. 150 all’anno. 

(2) I Capitoli del Comune di Firenze , VI, 13. 































— 247 - 


contro le milizie condotte dal famoso Niccolò Piccinino. 
Il Conte Francesco di Poppi, alleato coni’ era di Filippo- 
Maria Visconti duca di Milano, si unì anch’ esso alle 
soldatesche capitanate dal Piccinino; e, dopoché questi 
ebbe preso Stia, Palagio, Ortignano, Giogatoio, Uzzano 
e Ragghilo, distruggendoli interamente col fuoco e facen¬ 
dovi perire tra le fiamme i miseri abitanti, andarono 
insieme a campo sotto Castel San Niccolò (1) e vi posero 
assedio. Durò questo due giorni (2) ; e narra il Sismondi 
che quando finalmente le genti del Piccinino e del Conte 
di Poppi entrarono nel castello, non vi trovarono nè una 
freccia, nè una carica di polvere. (3) E gli assedianti per 
vendicarsi di sì lunga ed accanita resistenza fatta dagli 
assediati, ne appiccarono, a dire dello storico Cavalcanti, 
una gran quantità, tantoché quella ròcca pareva inghir¬ 
landata di uomini appiccati! Racconta poi la barbarie 
colla quale il Conte di Poppi uccise una misera vecchia 
sotto gli occhi stessi del figlio, perchè non avea voluto 
consegnarli la ròcca ond’erale stata affidata la guardia; 
e la crudeltà colla quale per mezzo delle briccole si sca¬ 
gliavano sfragellati dentro il castello i miseri abitatori 
che tentavano d’ uscirne, e ciò senza riguardo a sesso o 
ad età, avendone in una sola notte briccolati non meno 
di 25 ! (4) 

Dopo questi fatti, e fors’ anco per ragioni politiche, 
il Comune di Firenze ordinò che si smantellassero i ca¬ 
stelli del Casentino. Per la qual cosa anche di Castel 
San Niccolò non rimangono oggi che pochi avanzi delle 
mura e della torre sulla quale è posta P antica campana 


(1) Passerini, Storia della famiglia, ecc. 

(2) G. Capponi, Storia della Repubblica fiorentina , II, 21 
(2) Sismondi, Storia, t. IX, cap. 60, 125. 

(4) Passerini, loc. cit. 



























di bellissimo suono, (1) Ma anclie quel poco die resta 
merita tuttavia d’ essere veduto. Traversato il torrente 
Solano sopra un alto ponte, e presa 1’ erta via elle con¬ 
duce al Castello, si trova, prima di giungervi, l’antica 
Potesteria, o per dir meglio, gli avanzi della medesima. 

Prossima al Castello è la vecchia chiesa di San Nic¬ 
colò, oggi interdetta. Nelle pareti di essa e sotto gli scro- 
stamenti dell’intonaco, furono recentemente scoperti al¬ 
cuni affreschi del secolo XIY, ritenuti della scuola di 
Giotto. A questa chiesa, ridotta presentemente ad uso di 
capanna, non è stata fatta alcuna riparazione ; per la qual 
cosa le pitture, rimanendo esposte all’azione devastatrice 
delle piogge e dei geli, si trovano in uno stato deplorevole 
di deperimento, per andar poi, così continuando, a spa¬ 
rire totalmente. Noi Italiani in fatto di cose d’ arte siamo 
troppo ricchi ; e poiché 1’ abbondanza generale nausea, 
così poco ci curiamo di conservare tanti tesori invidia¬ 
tici dagli stranieri! 

Proseguendo oltre e passando per una bella porta di 
stile gotico, e quindi per altra porta più piccola, s’entra 
finalmente nel cortile dell’ antico palazzo, nel cui centro 
trovasi, secondo il costume del tempo, una vasta cister¬ 
na. Da due finestre tre bifore del quattrocento le quali 
conservano tuttora la primitiva forma quantunque bar¬ 
baramente richiuse con muro a fabbrica, può rilevarsi 
quanto elegante e bella fosse 1’ architettura di quel pa¬ 
lazzo feudale. Nella parte superiore del castello, a cui 
s’ accede mediante un’ incomoda scala di legno e per una 
botola aperta nel soffitto, si vedono alcune pitture a fresco 
di tempo incerto ed appena riconoscibili pei guasti rice¬ 
vuti dalle intemperie. 


(1) Iu questa campana oltre la solita iscrizione mentem sanctam et pa¬ 
tria} liberationem, si legge che fu fatta fare nel 1515 dagli uomini del Co¬ 
mune di Castel San Niccolò colle loro borse. 





















— 249 — 


Dalla rovina di Castel San Niccolò ebbe origine il 
sottostante Comune di Vado (nome derivato forse dal 
quado del torrente) e quindi la limitrofa terra di Strada, 
la quale fece poi prevalere la propria, denominazione 
allorquando incominciò a crescere di abitanti, di fabbri¬ 
le e d’industrie. Questa terra fiorente, posta dinanzi 
all’ antico castello presso la riva sinistra del Solano, è 
circondata da poggi alti e vicinissimi che assai ne limi¬ 
tano l’orizzonte. Strada ha case signorili, una vasta piazza 
nel cui centro vedesi un elegante loggiato per comodo 
dei mercati, e lungo il Solano altro bel piazzale per co¬ 
modo delle fiere, tutto circondato da alberi. 

Proseguendo oltre pochi passi, si trova isolata m 
mezzo a piccolo ripiano P antica Pieve di San Martino 
a Vado, (1) del secolo XI, a tre navate e a sette archi, 
colle colonne ornate di capitelli bellissimi e quasi simili 
a quelli delle descritte Pievi di Stia e di Romena. Le 
colonne però sono in questa di dimensioni più piccole. 
Anche questa chiesa vuoisi, come le altre, fatta edu ¬ 
care dalla Contessa Matilde, prò remedio animae. E pero 
cosa deplorevole e dolorosa ad un tempo che in epoca non 
lontana da noi siasi potuto permettere d’intonacare i 
muri fatti a pietre squadrate, di addossarvi costruzioni ordi¬ 
narie che tolgono all’ edifìzio 1’ armonia delle linee, c ìe 


(1) In un manoscritto (n. 259) esistente nell’ archivio della chiesa di 
Santa Maria in Gradi di Arezzo, si legge: « Kel 1774 ^ ^ ^ 
vano di Strada, essendo obbligato di portare ogni anno all Abbazia 
guano sei mortadelle..., mortaroli e uno staio e un canes io * • » 

: 0 tte e sei denari, lo che doveva eseguire con incomodo, conve^jl 
detto abate di Agnano di pagargli in luogo delle suddette robe la somma 

di 9 soldi (Bandini, Odeporico del Casentino). _ ,. v - 

E nelle Memorie storiche della Basilica di San Giovan Battista di I- 
rmzc, si legge che il Comune eli Castel San Niccolò era tenuto apertale 
ogni anno per la festa di enei santo una vitella del va ore d, joudi 20, 
e che questa veniva subito donata alle Monache < c 
Murate. 



































— 250 — 

sia stata alterata l’antica e severa semplicità degli altari 
e che un inconsulto rialzamento del piantito abbia co¬ 
perto le basi delle colonne, diminuendone la maestà e 
1’ eleganza, con altre simile deturpazioni die hanno no¬ 
ciuto all’estetica dell’importante edifizio. Ed è poi strano 
che tali atti vandalici, perpetrati da gente priva d’ogni 
gusto artistico, abbiano potuto commettersi nella al¬ 
meno tacita, acquiescenza di tutti ! E badate bene che 
queste cose è un inglese che le dice, (1) ma alle quali 
noi pienamente sottoscriviamo : uno di quelli stranieri i 
quali, mossi da quel sentimento universale, onde le cose 
belle ed artistiche son patrimonio di tutti, denunziano 
coraggiosamente al tribunale supremo della pubblica 
opinione tutto ciò che in Italia si fa e non si fa a danno 
dei monumenti della natura e dell’ arte. 

In detta Pieve nulla è di considerevole per ciò che 
si ìiferisce a quadri ed altre opere d’ arte, mentre invece 
ne tioviamo alcune bellissime nelle più povere parroc¬ 
chie del Comune. 

Semi’ Angiolo a Cetica. — Nel primo altare a sini¬ 
stra è una tavola di pregevole dipinto, rappresentante 
la T ergine col Bambino in atto di dare il rosario a San 
Domenico, mentre sul davanti si vedono altre dieci fi¬ 
glile e in alto due angioletti ed all’intorno i misteri 
della passione. Sotto i piedi della Vergine sta scritto: 
Cosimo Dati P. F°. discepolo di Bat. Nald. MDXXXVI. 

Sopia il fonte battesimale è una tavola pregevolis¬ 
sima e di. bello stile rappresentante la Vergine in trono 
col Bambino che con graziosa movenza porge una mela¬ 
grana: il tutto dipinto su fondo dorato. In basso, in let¬ 
tele d’oro, si legge: Ave grafia piena. (2) 


(1) ISToyes, op. dt. 

(2) La Noyes chiama quest’opera un vero tesoro. 







































— 251 — 


Santa Maria a Cetica. — Dietro l’altare maggiore è 
un trittico molto pregevole di scuola fiorentina del secolo 
XIV rappresentante la Vergine col Bambino con ai lati 
San Giovanni Battista, San Giovanni Evangelista, San 
Pietro, e San Paolo. Nel gradino si vedono varie storie 
e figure, e nel centro il ritratto del donatore genuflesso 
davanti alla Vergine. 

San Michele Arcangelo a Vertelli. — In questa chiesa 
esiste un bel trittico rappresentante la Vergine col Bam¬ 
bino con Sant’ Agostino e Michele Arcangelo e varii altri 
santi. Dipinto su tavola molto pregevole, portante in 
basso un’ iscrizione di cui non resta visibile che 1 anno 

1357. (1) 

Calici antichi e antiche croci processioni trovansi 
nelle chiese di San Biagio al Foggio (secolo XV) di Bar- 
Uomo, Battifolle, San Pancrazio a Cetica, ed in altre 
chiese, ma purtroppo tali preziosi ornamenti del culto 
che dovevano essere religiosamente conservati, si tro¬ 
vano oggi in stato di notevole deperimento o sono 
stati deturpati con raschiature e argentature moderne, 
che hanno fatto perdere all’oggetto il suo carattere e 
quella bella patina che solo il tempo può dare, e una 
amorosa e vigile custodia conservare all’ammirazione dei 

posteri. , 

Venendo ora a parlare degli uomini illustri di Strada, 

citeremo fra gli altri Bartolommeo Gatteschi restauratore 
dello Studio Pisano, ov’ebbe cattedra di medicina, h u 
anche rinomato fìsico e medico curante del Granduca 
Cosimo I. — Francesco Tommasi medico anch’egli insi¬ 


ti) In una visita che, per ragione del mio ufficio di E. Ispettore dei 
Monumenti, ebbi a fare a detta chiesa nel 1896, trovai e deserti un he 
calice antico di rame dorato, a piede esagonale, con nodo ne! manie*» <* 
nato di sei bottoni con figure a sbalzo, del secolo . • “ n L oalice 

ebbi occasione di ritornare a quella chiesa, e volli rive ei 
ma il medesimo non v’ era piti ! 





























— 252 — 

gne e noto pel suo trattato de Peste. — Angiolo Gatte¬ 
schi letterato illustre, venuto in fama di g'entile e lepido 
poeta e stretto in amicizia co’ maggiori letterati del suo 
tempo — Giovanni da Strada, poeta chiarissimo e lette¬ 
rato, ed altri, ecc. ecc. — Alcuni poi dicono nato in 
questa terra il celebre precettore del Boccaccio Giovanni 
Mazzuoli detto lo Strada, e suo tiglio Zanobi detto lo 
Stradino, amicissimo del Petrarca e del Boccaccio. Ma 
sembra invece òhe quegli insigni letterati traessero ori¬ 
gine da un alti a Strada , cioè da quella presso P Impru- 
neta, perche Filippo Villani nella sua Cronica parlando 
di essi, li dice nati nella Villa di Strada lungi da Fi¬ 
renze sei miglia (il che non è della Strada casentinese); 
e il Bepetti nel suo Dizionario-geografico-storico della To¬ 
scana, e piu recentemente il Del Faiìic/o (1) confermano 
siffatta opinione. Pur tuttavia, considerando che il Chia- 
1 issimo Bandini, studioso raccoglitore delle antiche me¬ 
morie, e che pel suo ufficio di bibliotecario ebbe facilità di 
consultare documenti, pone ambedue i Mazzuoli come nati a 
Strada di Castel San Niccolò, (2) così noi siamo inclinati, 
tino a prova in contrario, ad attribuire a questo Comune 
casentinese la gloria di aver dato i natali a que’ due 
uomini illustri. Giovanni Mazzuoli prima di dedicarsi 
alle lettere, ebbe assai nome nelle armi, militando sotto 
Giovanni delle Bande Nere. (3) Fu uno de’ più insigni 
letterati e grammatici de’ suoi tempi. {V) 

Il figlio Zanobi superò di gran lunga la fama paterna, 
tanto da essere incoronato poeta in Pisa da Carlo IV. 

B quale fosse la stima che di lui si aveva lo rileviamo 
da una lettera scritta da Niccolò Acciaioli a Landolfo 
Notaro fiorentino, pubblicata dal Mehus, nella quale è 


(1) I. Del Lungo, Dante ne’tempi di Dante. 

(2) Bandini, Odep. e Specimen ecc. cit. (sec. XVIII) 
(3-4) Bandini, Odep., VI. 


























253 — 


dett0 essere Zanobi dopo il Petrarca l’uomo il più dotto 
die allora vivesse : (1) tantoché alcuno ritiene che il Pe¬ 
trarca fosse alquanto geloso della sua fama, (2) ma da 
una lettera dello stesso Petrarca scritta allorquando nel 
1359 Zanobi fu eletto Segretario Apostolico resulterebbe 
non sentimento d’invidia ma dispiacere di veder tolto 
alle lettere cotanto ingegno per dedicarlo agli affari. (3) 

‘ x gioghi della Consuma e del Pratomagno giungono 
oliasi a toccare co’ loro sproni il paese di Strada ; onde 
il territorio Comunale è per la massima parte montuoso 

ed alpestre. 

La pastorizia e l’industria vi sono utilmente eserci¬ 
tate da quei pazienti e intelligenti lavoratori del campo ; 
ed è ammirevole il vedere coni’essi sappiano trarre van¬ 
taggio da poclie zolle di terra nascosta in mezzo agli 
geo «di, portandovela anche a mano pur di piantarvi una 
vite e seminarvi una coppa di grano, quasi pm per af¬ 
fermazione di possesso che per speranza di lucro. 

E dall’agricoltura passando alle industrie, ricorderemo 
anzitutto una distilleria agricola, esercitata da una So¬ 
cietà di volenterose e intelligenti persone, un Lanificio 
modesto sì ma ben avviato, a Pagliericcio, dei fratelli 
Grifoni, una concia di pellami di Pietro Folli ed alti e 
di minor conto, ed un Frantoio da olive di Lorenzo à et- 
tori, senza contare le minori industrie che sono press a 

poco comuni a tutto il Casentino. v . 

A pochi metri da Strada, in un’ amena collina e si- 


1) Bandini, Odep., VI. 

f) In questeìettera il Petrarca dice i « Ho adito con P^e . ch’egli 
„ M) abbia ottenuto un tale impiego. Lo amo e sono mmc d 
ini amato. Pra tanti nemici di Dio e degli uomini avremo almem, u„ 
ICO. Ma mi dispiace che le Muse perdano un uomo di tale mgeg • 

lNdini, Odep., VI.) 









































— 254 — 


tuato il Collegio fondato nel 1793 da Lucrezia Tommasi 
a uso di Seminario per gli alunni ecclesiastici e per pub¬ 
blica utilità, ridotto oggi a Collegio convitto con Ginna¬ 
sio, mentre a poca distanza fu utilizzato altro stabile 
Per istituirvi un Seminario vescovile. 

Le principali montagne del territorio comunale sono 
i gioghi di Pratomagno presso ai quali si trovano i co¬ 
siddetti varchi di Reggello (m. 1434), di Castelfranco 
(m. 1417) e di Loro. La via che conduce al varco di Loro 
parte dal Capoluogo, traversa dopo un chilometro circa 
il borgo di Prato di Strada , di dove, passato a sinistra 
il Solano sopra un ponte di pietra, sale fino a Garliano 

e di li, proseguendo fino alla sommità del monte, scende 
a Loro. 

Dal detto Borgo di Prato di Strada la via proseguendo 
lino al prossimo villaggio di Pagliericcio, si dirama quivi 
m tre direzioni. La prima a destra conduce a Monte- 
nngnaio ; la seconda a sinistra porta a Cetica e passando 
il Pratomagno va a Castelfranco in Valdarno • la terza 
conduce a San Pancrazio, e di lì a Reggello. Finalmente 
i a villaggio di Bifiglw si stacca una via semicarrozza- 
n e che per Vaiano (1) va a trovare la strada provin¬ 
ciale casentinese della Consuma in luogo detto Ponticelli. 


passeggiate, escursioni e dintorni. 

Borgo alla Collina 

(m. 411) 

Frazione importante del Comune di Castel San Nic¬ 
colo, e meritevole di particolare ricordo, è il Borgo alla 


di ili! 611 * u?i eUa d6lla famiglia P ^ S alacqua a Calano, e in un altare 
ìmlicTYnn aiC + 6 ma ’ SÌ 11 ° va un m °lto pregevole bassorilievo a smalto 
o m terracotta della Robbia, attribuito a Luca, e rappresentante 


























— 255 — 


Collina, distante tre chilometri dal Capoluogo. Risiede 
sulla schiena di un amenissimo colle che serve di sprone 
ai monti della Consuma, e che è bagnato a levante dal- 
p Arno e a ponente dal Solano. 

Il Conte Roberto da Battifolle, alla cui famiglia ap¬ 
partenne in origine il castello (oppidum) del Borgo alla 
Collina, cinto anticamente di mura, lo assegnò in dote 
alla propria figlia Elisabetta, ma il Conte Roberto No¬ 
vello di Poppi, amando d’ unire ai suoi possessi anche 
quel luogo di delizie e dimora di caccia, incominciò a 
molestarla, e finì coll’ assediare e toglierle il Borgo alla 
Collina, facendo lei prigioniera. Ma per paura della Re¬ 
pubblica fiorentina, cui la Contessa s’era rivolta per 
protezione ed aiuto, le rese il castello e la pose in li¬ 
bertà! Ma non per questo cessò il Conte di Poppi di 
molestarla, e non potendo ciò fare apertamente, cospirò 
in segreto contro i suoi giorni ; e mentre un giorno ella 
cavalcava a diporto per caccia, la fece saettare, e sarebbe 
morta se non P avessero salvata i panni indossati e la 
velocità del cavallo. (1) Rimasta poi vedova nel 15 aprile 
1392, per aver pace e sicurezza, stimò cosa prudente darsi 
in accomandigia alla Repubblica fiorentina, e ritirarsi a 
Firenze ove molto visse sempre onorata e stimata qual 
donna di grande consiglio, finché nel 9 settembre 1441 
donò il Castello del Borgo alla Repubblica fiorentina. (2) 


la Vergine col bambino Gesù e San Sebastiano e Sant’Antonio abate, circon¬ 
dato da un bel fregio di fiori e frutti. Una parte di questo bassorilievo è 

stata rubata. 

(1) Litta, op. cit. 

(2) Domina Elisabetta Comitissa Burgi alla Collina partium Casentim 
et filia olim magnifici Comitis de Battifolle, dicendo come per filiale devo- 
tione et amore che portò sempre al Comune di Eirenze è disposta a do¬ 
nare inter vivos il Castello del Borgo alla Collina co’ suoi uomini, ed as¬ 
serendo di non avere proprio mondualdo, che le sia dato. ( I Capitoli, del 
Comune di Firenze , IX, 112). Tra i capitoli di sottomissione trovasi l’ob- 
























— 256 — 


La via provinciale della Consuma traversa in tutta 
la sua lunghezza il villaggio, nel cui centro è la Chiesa 
e un vasto piazzale di dove godesi un bel panorama. 

Nell’antica chiesina, che era la cappella del Castello 
posto al lato della Canonica, (1) si vede un bel trittico 
pregevole d’esecuzione finissima, rappresentante la Ver¬ 
gine seduta in trono col Bambino Gesù die pone un 
anello in dito a Santa Caterina martire. Ai lati San 
Francesco d’ Assisi, 1’ Angiolo con Tobia, San Michele 
Arcangelo, e Santo Lodovico di Francia. Nelle punte 
triangolari sono tre mezze figure di angioli, e nel gra¬ 
dino alcune storie bibliche e di varii santi. E fra il 
gradino e il quadro la seguente iscrizione in lettere go¬ 
tiche: Hoc opus istius capello} fedi fieri domina Gomitissa 
Elisabeth de Battifolle A. I). MGGCGXXUL die primo 
augusti. 

Ma pur troppo anche questo bel dipinto della ma¬ 
niera di Parvi Spinelli è stato barbaramente ritoccato e 
sciupato da un sedicente artista, meritevole di molti 
tratti di corda come usavano li Signori Otto di balìa. 

Bellissimi e vagamente ornati sono i capitelli delle 
colonne che reggono la trabeazione in pietra finamente 
lavorata della casa canonica, opera della fine del quat¬ 
ti ocentcq come pure e molto bello il cammino antico del 
cinquecento che si vede nella cucina e dove è scritto : 
sola virtus stabilis est et firma possessio. 

Parlando di Pratovecchio e di Cristofano Landino 


biigo negli abitanti del Borgo alla Collina di pagare al Connine di Fi¬ 
renze 10 libbre di cera e 20 lire di fiorini piccoli. (I Capitoli, ecc. IX, 12). 
Che abbiano per amici e nemici gli amici e i nemici del Comune di Fi- 
ienze, e che ogni anno un palio di seta mandino per un suo Procuratore 
a cavallo (Ivi, Vili, 10). 

(1) In detto castello e precisamente in una parete interna della torre, 
si vede un tondo dipinto a fresco di buon pennello, opera del secolo XV. 










Pag. 256 Fot. Perazzo 

Borgo alla Collina — Ckiesina: Maniera di Parri Spinelli. 















































— 257 


abbiamo detto ch’ei fu Segretario perpetuo della Repub¬ 
blica fiorentina. Ora diremo che in ricompensa dei ser¬ 
vigi resi in detto suo ufficio, e del commento della Di¬ 
vina Commedia (1) ebbe da quella in dono il Palazzo 
Castellano {magnificee cedes) del Borgo alla Collina, dove 
egli morì l’anno 1504 in età di 80 anni. (2) U suo cada¬ 
vere ridotto allo stato di mummia, ma senz’alcun prin¬ 
cipio di corruzione, fu ritrovato nella vecchia chiesa e 
stette per molto tempo in una ignobile cassa di legno 
tenuta senza cura e sempre aperta ai curiosi (e talvolta 
poco discreti) visitatori. (3) Un illustre straniero, il car¬ 
dinale Antonio D espiti) g di Majorica, fu il primo (1803) 


(1) Era 1’ unico intero esemplare della Divina Commedia dell’ Alighieri, 
commentato dal Landino, e stampato a Firenze il 1481 da Niccolò della 
Magna (Repetti, op. cit.). 

(2) Nel poema De bello Campaldinense M. S. apud Ambros. si legge : 
« Messer Cristoforo Landini commenta la grande et oscura opera di Dante 
Alighieri, e la dedica alla Repubblica fiorentina 1’ anno 1481, ed essa in 
premio gli donò il palazzo del Borgo alla Collina in Casentino sulle mura 
castellane, e dove morì 1' anno 1504, nella qual chiesa e sepolto sopra terra 
il suo corpo. » (Bandini, Specimen, ecc.). 

(3) Nel 1632 il capitano Savignani , bolognese, capitano della Banda di 
Poppi, nel passare al Borgo alla Collina chiese in grazia di vedere il corpo 
di Messer Cristofano Landino, e, quando il prete non vedeva, gli messe 
(al cadavere) le dita in bocca e gli cavò due denti mascellari, e seco li 
portò come per reliquia. 

Quest’ altra poi è più bella ancora ! ma appunto per esser troppo bella 
credo conveniente riportarla, com’ è, dall’ originale latino senza traduzione 
e qui potest capere capiat. « Atque lue prseclarum facinus Dominio nostri© 
Violantis Beatricis Principis splendidissima^ haud preterire possimi. Illa 
euim, quum Pratovetri transiens Alvernam peteret, ut sibi Christophori 
corpus ostenderetur mandavit. Quare ecclesiie Rector, antequam eam voti 
compotem faceret, cadaveri, utpote nudo, verenda resecavit ne Principis 
modestia liederetur. Illa vero quippe qui nil nisi predarum seternaque 
memoria dignum meditaretur, quum a recenti vulnero, id sua causa factum 
agnosceret, in hiec prorupisse fertur : qui hoc facinus patravit, talionis 
poenam subire projecto mereretur ! » (Bandini, Specimen Ut . Florent. saec. 
XV, toni. II, § L, Florent. 1751). 

Tali vandalismi pur troppo continuarono, e anche al presente conti¬ 


li 






























— 258 — 


ad onorare quel tumulo indecoroso, ponendovi un me¬ 
daglione, a bassorilievo, del Landino con una bella iscri¬ 
zione dettata da Lorenzo Pignottó. (1) 

L’ illustre francese Ampère, da noi più volte ricor¬ 
dato, nella gita fatta in Casentino, racconta di un caso 
assai bizzarro occorsogli in quella parte del suo Viaggio 
dantesco. « Giunto, egli dice, al Borgo alla Collina, mi 
furono intorno molte persone del paese accompagnate 
da un prete, il quale con modi piacevoli si otferse di 
mostrarmi il corpo di un santo conservato miracolosa¬ 
mente. Lo seguii alla chiesa ; fu sollevata la lapide del 
sepolcro, e vidi la figura disseccata del sant’uomo. Era 
per andarmene quando, con mia somma sorpresa, gettati 


nuano, tantoché in un fiero articolo pubblicato nella Nazione del 7 de- 
cernbre 1906, si deplorava che il sarcofago disegnato da Lorenzo Bartolini 
non valesse a trattenere, sotto rocchio semichiuso del compiacente custode 
desioso del pourboir, le mani rapaci dei visitatori esotici e nostrali, degli 
indiscreti quanto falsi amatori d’arte e dei collezionisti di memorie sto¬ 
riche i quali ascendono i verdi colli del Casentino : ed affermava essere 
questa distruzione giunta a tal punto che, per esempio, in una spalla gli 
uccelli di rapina internazionali sono arrivati all’ osso ! 

Fu allora che io proposi all’ Ufficio regionale per la conservazione dei 
Monumenti e al IL Subeconomo di Fiesole di chiudere i resti del Lan¬ 
dino in una cassa di piombo col davanti di robusto cristallo fisso ; e tale 
mia proposta essendo stata accolta, in breve saranno conciliati il desiderio 
dei visitatori discreti con 1’ altro di tutti, di veder conservati gli ultimi 
avanzi mortali del grande umanista. 

(1) Di Dante, di Maron, del Venosino 

Quei che seppe spiegar gli alti pensieri 
Miralo, o passegger, questi è Landino: 

D’Ovidio imitò i versi lusinghieri, 

Spirò nel gran Lorenzo estro divino; 

Dopo tre scorsi ornai secoli interi 
Incorrotto lo vedi ; anco il suo frale 
Par che natura reso abbia immortale ! 

Yirum clarissimum ne inhumatus jaceret, Antonius Despuyg Balearicus 
marmore hoc tegendum curavit. Anche il Comune di Castel San Niccolò 
contribuì nel 1868 a rendere più decoroso il monumento. 































— 259 — 


gli ocelli sulla iscrizione, lessi il nome del Landino, ce¬ 
lebre commentatore di Dante, del secolo decimosesto ; ed 
i suoi compatriota, ignari forse della sua gloria come 
erudito, gli compartono gli onori dovuti alla santità. 
Questa non è minor gloria dell’altra j ed io mi guardai 
bene dal togliere tale opinione a quelli die mi circon¬ 
davano, temendo di far scemare nel loro cuore la ve¬ 
nerazione per il loro concittadino. Allontanandomi, non 
potei fare a meno di sorridere di tale inatteso e sim¬ 
bolico incontro. In ogni dove, nella natura de’ luoghi, 
nella memoria io aveva ritrovato vivente lo spirito di 
Dante, e quivi trovai il cadavere del suo commenta¬ 
tore. » (1) 


Battifolle. 

Da Castel San Niccolò dopo circa cinque chilometri 
e mezzo e per la solita strada che passa per Riti gl io, si 
giunge in breve tempo a Battifolle, villaggio situato 
sopra una prominenza del monte della Consuma alla de¬ 
stra del torrente JRifiglio. 


(1) Ampère, op. cit. 

Narra il Bandini ( Odep ., VI) che il granduca Leopoldo I di Toscana, 
che fu poi l’imperatore Leopoldo II d’Alemagna, ogniqualvolta visi¬ 
tava il Casentino non mancava mai di fermarsi al Borgo alla Collina per 
vedere il cadavere del Landino. 

Il Castello, che a lui fu donato dalla Repubblica fiorentina, appartiene 
oggi alla famiglia Pauer d’Ankerfeld, la quale, per ricordare V onore di 
avervi ricevuto nel 1895 l’attuale Re d’Italia, mi pregava di dettare una 
epigrafe che venne posta sul muro esterno, e che dice così: « In questo 
« Castello — un dì temuta dimora dei Conti Guidi — poi soggiorno di 
« pace a Cristoforo Landino — Vittorio Emanuele di Savoia, Principe 
« di Napoli — oggi Be d’Italia — di qui passando il 4 novembre 1895 
« — per militari disegni — fef breve sosta — La famiglia Pauer d’ Anker- 
« feld — volle come nei cuori il ricordo — così scolpita nel marmo la me- 
« moria di tanto onore. » 

























Dall’ antico e storico castello di Battifolle, d’onde si 
intitolò il nobil ramo de’ Conti Guidi, clie furono poi si¬ 
gnori di Poppi, segnalato nella storia fiorentina, o meglio 
italiana, nient’ altro oggi rimane che pochi sassi. 

Il primo dei Guidi, che quasi costantemente risiedeva 
nel castello di Battifolle, fu il Conte Simone, che chia¬ 
meremo primo, il quale, male adattandosi al genio so- 
verchiante del suo germano Guido Novello, s’ allontanò 
da lui e si portò da parte guelfa. Di questo Conte Si- 
mone fu figlio quel Roberto, soldato valoroso e insieme 
uomo di lettere e molto amico del Petrarca, che lo ebbe 
carissimo, e che gli scrisse due lettere che stanno fra le 
senili. (1) 


(1) In quella bellissima scrittagli da Venezia il 20 luglio 1360, è detto: 
« La chiarezza del nome tuo, inclito signore, e la carità di amico mi fe¬ 
cero prendere la penna per scrivere a te che mi sei noto per fama, il che 
non soglio adoperare con altri. Io intanto ringrazio 1’ aureo Appennino 
che di te fece al nostro secolo sì gran dono : e te invidio a cotesti monti, 
e cotesti monti invidio a te, come colui che son preso ad un tempo dal- 
1’ amore della tua persona, e dal desiderio delle beate tue solitudini. » 
Ed aggiunge : « Poiché per altro, impeditone dalle mie occupazioni, a te 
non posso, come vorrei, venire colla persona, abbimi presente nell’animo, 
e se piccolo, qual io sono, non isdegni d’ avermi compagno, pensa che io 
sono sempre teco, e a me sarà d’ avviso vederti continuo come se tu fossi 
veramente al mio fianco. » (Lett. VT). 

Ed il Conte Roberto con una lettera datata da Poppi e dettata con 
molto bella latinità, dopo avere portato al cielo la virtù del Poeta, così 
diceva : « Io mi meraviglio sopra tutto che tu non abbia mai volti i tuoi 
passi al Casentino, ove sono tanti luoghi consacrati dalla religione, dove 
le sorgenti di così grandi fiumi possono essere venerate. Qui è la Verna, 
come se fosse una profonda grotta scavata nella roccia con vaste caverne 
formate dalla natura. Qui è il sacro eremitaggio di Camaldoli in mezzo 
a un bosco di abeti straordinariamente alti, che impediscono la vista del 
cielo, e che ci difendono dal torrido sguardo di Eebo. Qui è il sacro ce¬ 
nobio di Vallombrosa, chiuso in mezzo alle ombre folte di ben vestite con¬ 
valli. Qui è la sorgente dell’ Arno ; qui è il principio del curvo Tevere. 
Tutto questo insieme con me ti desidera e ti chiama, perchè tu non sei, 
come scrivi, sconosciuto a me, tu la cui fama è giunta fino alle stelle. » 





























— 261 — 


Il Conte Roberto ebbe pure amichevole consuetudine 
con Coluccio Salutati, come ne fanno fede due lettere di 
questo Segretario della Repubblica fiorentina. (1) 

Anche il Castello di Battifolle (2) passò quasi insieme 
con gli altri circonvicini nel dominio della Repubblica 
fiorentina. (3) 

Avendo qui ricordato il Petrarca, non sarà fuor di 
proposito il far conoscere all’ erudito lettore ciò che si 
è scritto recentemente (4) sull’ incontro del Petrarca con 
Dante nel Casentino, desunto dall’Egloga Dedalus, ed 
avvenuto fra il marzo e 1’ aprile del 1311, presso le sor¬ 
benti dell’ Arno, in uno dei tanti castelli dei Conti Guidi. 
Però è da notare che nel 1311 il Petrarca aveva soli 7 
anni 5 dal che ne consegue che in quel tempo egli abbia 
fatta una semplice escursione nel Casentino, e che vi 
sia tornato posteriormente, incontrandosi con Dante 
clie gli avrebbe acceso nell’animo l’entusiasmo per la 
poesia. (5) 


(1) Litta, op. dt. 

(2) Narra il P. Vitale che San Francesco d’ Assisi, passando da Battifolle 
per andare alla Verna, rendesse miracolosamente la vista degli occhi a 
Giovanni nipote del Conte Simone, che fece costruire la cappella delle 
minimale alla Verna, facendo vóto di vestire 1’ abito francescano se avesse 
potuto avere un figlio : grazia che non gli fu concessa, ond’ egli alla sua 
morte fu sepolto nella chiesa di Certomondo. (Bandini, Odep., voi. IX). 

(3) Nell’accomandi già fatta nell’ottobre del 1370 dal detto Boberto e 
dai fratelli Carlo e Francesco al Comune di Firenze, si trova assoluto 
il Conte Carlo dall’ addebito di non avere presentato per la festa di San 
Giovan Batista il palio di seta di 10 fiorini d’ oro, essendo stato conside¬ 
rato e riconosciuto che al famigliare, o messo, che dovea portarlo, non 
era stato possibile arrivare di buon’ ora in Firenze ; per lo che non avendo 
ciò fatto apposta, ecc. ecc. (I Capitoli ecc., Vili, 6, 7). 

(4) Lorenzo Mascetta, Il Petrarca fanciullo nel Casentino. Cagliari, 
1904. 

(5) Ballettino della Società dantesca, XII, 21. 









































262 — 


Bagno di 0 etica. 

Di sotto ai tre confini e a piè del monte 
Eomolo Santo per la tua virtute 
Facesti d* acqua sorgere una fonte 
Che rende agli egri intera la salute : 

Corron le genti sì veloci e pronte ; 

Di Partenope infin ci son venute, 

Di Firenze, di Pisa, e di Livorno, 

E sani alle lor case fean ritorno ! 

D’ ignoto (fortunatamente per lui) autore. 

Dal nome di Cetica s’intitolano tre villaggi del Co- 
mune di Castel San Niccolò, elle sono Santa Maria, San 
Michele Arcangelo e San Pancrazio, situati nel fianco 
orientale di Pratomagno, alla distanza di otto chilometri 
circa dal capoluogo. 

Sul versante casentinese dei monti che si dirigono 
dalla Consuma verso il monte detto dei Tre Confini , fra 
la zona del faggio e quella del castagno, in una piccola 
e ristretta valle a prati naturali, detta Ferraggine è si¬ 
tuato il famoso Bagno di Cetica ; è distante circa 10 chi¬ 
lometri dal capoluogo del Comune } e vi si accede per 
la suddetta via che è carrozzabile tino a Pagliericcio, e 
di lì mulattiera fino al Bagno. 

Fino da remotissimi tempi era questo bagno molto 
conosciuto e frequentato per P efficacia delle sue acque j 
ma nel 1205 per causa d’una frana che gli cadde sopra, 
scomparve, e soltanto 481 anni dopo, cioè nel 1686, ne 
ricomparve una parte, quale è al presente, le cui acque, 
sebbene non siano state, per quanto è a nostra notizia, 
analizzate chimicamente, sembra però, almeno secondo 
il Tramontani (1) e lo Zuccagni-Orlandini, (2) che esse 
contengano qualche principio sulfureo. 


(1) Storia Naturale del Casentino , loc. cit. 

(2) Atlante geografico, eco., loc. cit. 































— 263 


Lo Stabilimento Balneare !?, oggi di proprietà Valbo- 
nesi, consiste in un piccolo fabbricato composto di varie 
stanze, destinate in parte nella buona stagione per co¬ 
modo dei bagnanti, i quali vi trovano un trattamento 
molto alla buona, ma in compenso a discretissimi prezzi. 
Le vasche per i bagni (che una volta erano promiscui 
per ambo i sessi) sono a terreno in tre piccoli stanzini, 
e il prezzo di ciascun bagno è di centesimi 20 per le per¬ 
sone distinte, e di centesimi 15 per le altre!... La tem¬ 
peratura dell’acqua è freddissima (8 a 9 C.); e ciò non¬ 
dimeno si crede che vi si possa entrare impunemente 
anche allorquando il corpo si trova in stato d’attivissima 
traspirazione ; e ciò si fa realmente. 

Del resto, le sublimi virtù del Bagno di Cetica furono 
già celebrate dal famoso Giovanni Bbreo (convertitosi in 
Parigi alla fede cattolica) nel suo libro Sulle virtù dei 
Bagni cVEuropa ; nel quale è detto « che quello di Ce¬ 
tica sana ogni rogna e scabbia ; discaccia le doglie dei 
nervi e gotte calde ; rompe la pietra della vescica e delle 
reni; è buono per la febbre calda; alleggerisce e modi¬ 
fica il corpo da ogni infermità; leva le tenebre e l’albug- 
gine degli occhi ; fa ritornare il bel colore vermiglio ; ri¬ 
sana il fegato, la milza; ed è buono da mezzo maggio a 
mezzo ottobre. » (1) 

Non dee quindi far meraviglia se dinanzi a questa 
vera panacea universale che sembra essere il Bagno di 
Cetica, numerosa vi accorre da ogni parte la gente, 
mossa però, a quanto credesi, non solo per 1’ opinione 
della naturale efficacia di quelle acque, ma anco per 
l’idea religiosa che ad esse generalmente si annette. (2) 


(1) Mannucct, Giunta alle Glorie del Casentino. 

(2) Varca infatti la leggenda, die un giorno San Francesco, movendo dalla 
Verna, San Romualdo da Camaldoli e San Giovan Gualberto da Valloni- 
brosa, s’incontrassero, senza sapere l’uno dell’ altro, nè il come e il perchè 




























— 264 


Recentemente il proprietario del Bagno lia costruito 
a pochi passi da quello un bel villino, ove bagnanti o 
villeggianti possono stare comodamente e a buon prezzo. 
Il luogo è veramente incantevole, le acque abbondanti, 
purissime e fredde, e la vicina catena del Pratomagno 
offre escursioni bellissime in mezzo a faggi e vaste pra¬ 
terie. Non altro manca che una più comoda via per fare 
di questo Bagno, ora semplice e primitivo, un vero e 
proprio stabilimento idroterapico e in pari tempo una 
stazione climatica deliziosa. (1) 


nello stesso luogo alpestre di Cetica, e precisamente in quello ove scatu¬ 
riva una copiosa sorgente d’ acqua freschissima e pura, della quale bev¬ 
vero lodando il Signore. E tale ritrovo parve a quei santi doversi attri¬ 
buire non a caso fortuito ma ai decreti della Provvidenza divina, la quale 
voleva certamente operare in quel luogo alcunché di miracoloso. E, non 
essendovi altro che la suddetta sorgente, pensarono, per tacita delegazione ce¬ 
leste, di benedirla ; il che fecero, e così quell’ acqua venne ad acquistare 
la virtù terapeutica che oggi possiede, la quale, oltre i già predicati e 
decantati meriti, ha avuto pur quello d’ispirare ad un anomino poeta 
quei bei versi da noi riportati in principio di questo capitolo. 

(1) Senza contare i fagioli di Cetica , di fama mondiale, e dèi quali si 
fa tanto commercio da non bastare a tal uopo la coltivazione di tutto il 
territorio casentinese ! (Guardarsi dalle contraffazioni). 
























— 265 — 

Mo ntemignaio 


Abitanti 1154. 


frazioni comunali 

Distanza 

dal 

Capoluogo 

(metri) 

STRADE 

La Pieve. 

1. 000 

Carrozzabile 


2. 000 

» 

Consuma (porzione). . . 

7. 000 

» 


Indicazioni utili. 

Pensioni : al Castello, Pensioni Coppi e Segln ; al 
Mulino, Pensioni Alterini e Coppi — Ufficio Postale e 
telegrafico — Stazioni Ferroviarie : Porrena-Strada (chi- 
loin. 12) e Pratovecchio-Stia (chilom. 20) — Per le vet¬ 
ture e per le Guide rivolgersi al Segretario Comunale 
o agli Albergatori — Tariffe : a) delle vetture per Pon- 
tassieve, a un cavallo da L. 8 a L. 10, e a due L. lo 
— b) delle cavalcature lire 5 al giorno se cavallo, L. 3 
se mulo, -L. 2 se somaro — Medico e Levatrice. 


« Montemignaio offre tutto l’incanto della natura 
e, r aspetto di un vero villaggio svizzero. » 

Luigi Turchi, Montemignaio nel Casen¬ 
tino. Firenze, 1904. 

Partendo da Castel San Niccolò in direzione di nord- 

ovest, si prende la via carrozzabile che costeggia l«a riva 

sinistra del Solano e che attraversa i villaggi di Prato 





































































— 266 — 


di Strada, di Kifìglio e di Pagliericcio. Qui fluisce la 
strada carrozzabile (che ora si sta proseguendo fino 
a Montemignaio) ed incomincia la mulattiera che, la¬ 
sciando il corso del Solano, segue per circa tre chilome¬ 
tri e mezzo quello del torrente Scheggia , passando per 
Marinano in faccia a Vertelli, (1) casolare posto sulla riva 
destra di quel torrente. Di qui a Montemignaio vi sono 
quattro chilometri : la via da Pagliericcio in su ha forti 
pendenze e segue una linea tortuosa attraverso un ter¬ 
ritorio alpestre, sparso di campi arativi e di belle selve 
di castagni e di cerri. Nel centro di questa regione mon¬ 
tuosa e nel ripiano di un poggio isolato posto fra le di¬ 
ramazioni del Pratomagno e della Consuma, a sinistra 
del torrente Scheggia, è situato Montemignaio, o, come 
lo chiama Agostino Miglio, Montevignaio . Esso si com¬ 
pone di varii gruppi di case, sparsi qua e là a breve di¬ 
stanza dal Capoluogo, che è l’antico castello dei Conti 
Guidi, e la cui posizione è veramente pittoresca, come 
ne sono pittoreschi i dintorni. 

Quanto all’origine storica di Montemignaio non esi¬ 
stono nè molte nè importanti notizie. Lasciando stare in 
pace Carlo Magno e il suo famoso e non sicuro diploma 
del i tl ove ricordasi un tal Monte Molinario , diremo che 
la pi ima memoria certa di questo luogo si trova in un 
Pieve di Papa Pasquale II, il quale nell’anno 1103 con¬ 
ferma al Vescovo di Piesole la Pieve di Montemignaio. 

I Conti Guidi principiarono forse a possedere Mon¬ 
temignaio fino da quando il Conte Guido venne investito 
del feudo di Poppi ; dappoiché un tale possesso si trova 
ricordato insieme con altri nel gran diploma del 25 ni ar¬ 


ti) Nella chiesa di questo villaggio esiste un bel trittico del secolo 
1 appresentanfe la Vergiue col Bambino, e San Michele Arcangiolo 
e San Giovanni Evangelista, dipinti su fondo d’ oro. 




















— 267 — 


zo 1191, nel quale Arrigo VI, figlio di Federigo, chiama 
quel Conte signore di tutta la Toscana. Certo è, che i 
Conti Guidi vi edificarono una ròcca chiamata Castel 
Leone o Castiglione. Galeotto, ultimo di quel ramo, ne 
fu spogliato quando a lui si ribellarono le genti di Castel 
San Niccolò, colle quali gli abitanti di Montemignaio ave¬ 
vano fatto causa comune. Così anche questi, fatta sot¬ 
tomissione al Comune di Firenze, vennero nell’ottobre 
del 1440 aggregati alla Potesteria detta della Montagna 
Fiorentina. (1) 

Dell’ antico castello dei conti Guidi rimangono tut¬ 
tora la bella torre colla vecchia campana, che ha la sua 
storia, (2) alcune mura del Palagio e porzione del cas¬ 
sero. Vi sono inoltre due belle cisterne, una nel cortile 
del Palagio, scavata nello scoglio, l’altra di fuori addos- 


(1) Fra i capitoli relativi alla sottomissione di Montemignaio e riguar- 
' danti il Castellano, si trovano le seguenti prescrizioni che si collegano 

colle ultime vicende della storia di Poppi: « Item: che se alcuno di quelli 
che si trovano nel cassero avesse alcuna sua famiglia in Poppi, la possa 
cavare liberamente con ogni loro roba. Item : che due di loro vadino a 
Poppi, de’ quali 1’ uno rimanga per stadigo, et 1’ altro vada dentro, et se 
per tucto lunedì et martedì insino a terza non viene tale soccorso che 
lievi il campo, debba dare la tenuta di detto cassero pacificamente. » (J 
Capitoli ecc., IX, 98). 

« Che ogni persona maschio e femmina piccola o grande, possa stare e 
abitare in qualunque luogo del contado fiorentino. » ( Ibid ., 24 ott. 1440). 

(2) Questa campana fu fatta fondere dal Conte Simone da Battifolle. 
Nel 1809 allorquando passarono per Montemignaio le milizie francesi an¬ 
date contro Arezzo, e si resero padrone di quel castello che si era alleato 
agli aretini, alcuni soldati francesi tentarono di rompere la campana, col¬ 
pevole soltanto d’ aver suonato contro di essi a raccolta, e, non avendo 
potuto ciò fare, ne tolsero e portarono via il battaglio ; « onde presente- 
mente (1810), scriveva il Maire di questo Comune, non si può suonare 
neppure per le adunanze del Consiglio comunale! » (Statistica ecc., loc. 
cit.). Ma dopo la Restaurazione, ritrovato presso un fabbro di Rovezzano 
il detto battaglio, fu portato quasi in trionfo a Montemignaio, ed è quello 
stesso che batte tuttora chiamando i padri coscritti. 



















































268 — 


Rata al poggio, vastissima e con pareti fatte di pietra 
squadrata dello spessore di tre metri. Per mezzo di un 
largo scalone si scende nel pavimento a smalto, nel cui 
centro è una robusta colonna che regge gli archi della 
vòlta. Questa cisterna, opera dei Conti Guidi, merita di 
essere visitata. 

La legge francese del 1808 fece di Montemignaio una 
Mairie separata e distinta da quella di Castel San Nic¬ 
colò, con varie parrocchie annesse. Ma recentemente al¬ 
cune di quelle vennero a far parte del territorio di que¬ 
st’ultimo Comune, rimanendo aggregata a Montemignaio 
porzione della Consuma , e la parrocchia del Fornello , 
posta fra le sorgenti dello Scheggia sul dorso del Pra¬ 
tomagno. 

A ponente del Castello e alla distanza di un chilo¬ 
metro è situata la Pieve di Santa Maria. La sua archi¬ 
tettura antichissima è simile a quella delle altre chiese 
già descritte di Stia, di Romena e di Strada, e come 
queste vuoisi costruita dalla Contessa Matilde nel se¬ 
colo XI. 

La chiesa è a tre navate, sorrette da colonne, alcune 
delle quali di forma quadrata, con alcuni affreschi di 
povera composizione. I capitelli delle colonne rotonde 
sono anch’essi caratteristici e grotteschi, ma sono scolpiti 
con lavoro meno fine di quello degli altri delle chiese 
suddette. 

L’ altare maggiore è sorretto da piccole colonne con 
capitelli scolpiti in basso rilievo, e con caratteristici 
emblemi del periodo romanico ; ed il fonte battesimale 
semicircolare e aneli’ esso antico, è posto dentro una 
nicchia decorata da alcune sculture. (1) 

La facciata della chiesa è stata di recente e di sana 


(1) Notes, op. cit. 










































— 269 — 


pianta ricostruita, ma, pur troppo non corrisponde allo 
stile semplice e severo di una chiesa del mille. (1) 

Nell’ interno della medesima esiste tuttora una bel¬ 
lissima tàvola, giudicata una delle più belle cose di Ro¬ 
dolfo del Ghirlandaio, quantunque si trovi oggi in stato 
di notevole deperimento. Essa rappresenta la Vergine 
col Bambino in mezzo a San Giovanni Battista, San Gre¬ 
gorio, Sant’Agostino, San Bonaventura e San Domenico. 
Si vede in alcune parti deturpata da un cosiddetto re¬ 
stauro, ma resta pur sempre un dipinto originale e di 
molto valore artistico. Per salvarlo dalle ingiurie del 
tempo e degli uomini, occorrerebbe difenderlo con un 
cristallo posto sul davanti e a regola d’arte. 

In questa Pieve venne opportunamente collocato un 
pregevole bassorilievo robbiano policromo, cbe fino al 
presente esisteva nel tabernacolo detto del Bocciolino, 
tra la Pieve e il Castello, rappresentante la Vergine col 
Bambino con ai lati Sant’ Antonio abate e San Seba¬ 
stiano, e nel gradino alcune piccole figure della Pietà e 
della vita di San Francesco d’ Assisi. Quadro centinato 
con cornice di foglie, frutti e fiori, opera del secolo XVI. (2) 


(1) La responsabilità morale di questo deplorevole fatto è, come suole 
accadere, declinata da tutti quelli cbe in un modo o nell’ altro vi presero 
parte, nè io voglio erigermi a giudice in mezzo a tale contesa. Forse da 
tutte le parti si credè di far bene ; ma le buone intenzioni a nulla valgono 
(piando cui spetta lia il dovere di agire. Certo, astraendo da ogni consi¬ 
derazione d’indole artistica, va data lode al Piovano Primavori per aver 
egli dato, diciamo, tutto sè stesso, e, quel che più conta, tutto il suo de¬ 
naro per-supplire alle spese dei restauri, verificatesi in cifre di gran lunga 
maggiori di quella presagita, rifacendo inoltre e di nuovo la casa cano¬ 
nica ed anche quella colonica. È perciò dovere di giustizia e di gratitu¬ 
dine il tener conto dei sacrifizii fatti da quel buon Parroco con senti¬ 
mento altruistico , tanto lodevole in questi tempi di generale egoismo ! 

(2) Nella facciata della vecchia canonica barbaramente addossata a 
quella dell’antica chiesa, era un’epigrafe così concepita: « Petrus Leo- 
poldus D. G. P. Pv. H. E. T. B. A. A. Magnus Dux Etruriae, Clusen- 

























































— 270 — 


Pregevole come opera <P arte è anche la porta in pietra 
della Cappella di Sant’Agata al Castello, del secolo XIV. 

Il territorio comunale quanto è povero di vigneti 
altrettanto è ricco, secondo le varie zone, di querceti, di 
campi seminativi, di castagneti e di pascoli, sicché l’a¬ 
gricoltura e la pastorizia sono le principali industrie 
degli abitanti, i quali fanno delle patate, del carbone e 
del formaggio il loro quasi esclusivo commercio. La qual 
cosa deve anco attribuirsi alla mancanza di comode strade, 
che giustamente lamentasi dagli abitanti di Montemi- 
guaio. Infatti una sola e cattiva strada carrozzabile esiste 
-ora per dare comunicazione cogli altri Comuni del Ca¬ 
sentino, cioè quella che, staccandosi dalla strada pro¬ 
vinciale casentinese presso Ponticelli a circa due cliilo- 
lometri dal villaggio della Consuma, fa capo, dopo una 
percorrenza di sei chilometri, al castello di Montemignaio 
ove risiedono gli Uffici municipali. Questa insufficenza e 
poca comodità di strade fa sì che, volendo oggi recarsi 
in vettura a Castel San Niccolò, a Poppi o ad altri paesi 
vicini, bisogna percorrere inutilmente più di 20 o 30 chilo¬ 
metri, e andare, come suol dirsi, a Roma per il Mugello ! 
Ma fortunatamente fra pochi mesi verrà aperta al pub¬ 
blico transito una nuova e comoda via carrozzabile che, 
partendosi dal Castello e di lì scendendo alla Pieve e 
quindi al Mulino^ e traversando selve bellissime di ca¬ 
stagneti secolari, fa capo a Pagliericcio, ove imbocca in 
quella rotabile che porta a Strada. 

Questa migliorata viabilità (che vale più d’ogni pos¬ 
sibile propaganda a parole) unita alla prossima costru¬ 
zione di un comodo albergo, accresceranno notevolmente 


tiuum lustrans, hic permansi!, fmgalique cibo sumpto, tribus horis commo- 
ralus, kas aedes decoravi! X Kal. jun. MDCCLXXIII. Tali affecius 
lionore Marius Serra Plebanus regium siegma, annuenie Principe, P. C. 
Ei!engo che lutto ciò sarà rimesso al suo posto. 


































— 271 — 

l’importanza di Montemignaio, non solo per il facilitato 
commercio de’ suoi rinomati prodotti agricoli e pasto¬ 
rizi^ ma anclie e specialmente sotto 1’ aspetto di dimora 
estiva piacevolissima, già conosciuta e apprezzata per 
l’amenità dei luoghi, per i suoi ombrosi recessi e per¬ 
le sue acque fresche e copiose ove la trota vive al sicuro 
dalla manìa devastatrice dei vandali civilizzati dei Co¬ 
muni vicini. E specialmente questi luoghi alpestri sono 
da consigliarsi agli amanti della pittura e della fotografìa, 
i quali possono trovare lassù paesaggi incantevoli e qua¬ 
dri stupendi della natura montana. « Ivi, dice il citato 
Turchi, tutto è quiete e pace, e la vita serena montanina, 
improntata ad una speciale festosità rinvigorisce le fibre 
del corpo umano. E nei bei volti delle montanine si ma¬ 
nifestano gli effetti di quest’aura deliziosa e balsamica, 
tantoché quando ti capita la fortuna d’imbatterti in al¬ 
cuna di quelle belle ragazze, non puoi fare a meno di 
fermarle, esclamando con Francesco Sacchetti: 

0 vaghe montanine pastorelle, 

1)’ onde venite sì leggiadre e belle ? 

Qual è il paese dove nate séte, 

Che sì buon frutto più che ogn’ altro adduce ? 
Creature d’ amor vo ’ mi parete, 

Tanto la vostra vista adorna luce; 

Nè oro nè argento in voi riluce, 

E mal vestite parete angiolelle! » 

Alle Calle e a due chilometri dal Castello, la via che 
conduce alla Consuma entra nelle selve di castagni. Presso 
questo luogo esiste un piccolo Romitorio detto Santa 
Maria delle Calle, ove nel secolo passato condusse per 42 
anni vita eremitica il nobile gentiluomo Cesare Solari 
conte di Villanova. Apparteneva egli ad una famiglia 
piemontese, cospicua per chiarezza di sangue, per avito 
censo e per alti uffici cui venne assunta. Lasciò pertanto 


1 











































— 272 — 

corte, moglie, tìgli, ed onori, e peregrinando giunse a 
Montemignaio che scelse per la sua solitudine, e dove 
visse incognito fra digiuni, astinenze e privazioni d’ ogni 
genere, come un anacoreta della Tebaide. Soltanto due 
giorni prima di morire manifestò Tesser suo; onde ne 
furono tutti meravigliati, e non solo in Casentino e in 
Toscana, ma per l’Italia tutta ne corse la fama. Fu se¬ 
polto in una buca fatta da lui stesso scavare a piè del¬ 
l’altare che aveva eretto in quell’ Oratorio; e nella pietra 
sepolcrale aveva fatto incidere da vivo questa iscrizione: 
Gasar de Solariis taurinensi, hujus oratorii eustos et am - 
p Hat or, hoc sibi monumentum posuit. (1) 

Nella Cappella di detto Romitorio esiste un bel quadro 
giottesco, consistente in una tavola dell’ altare maggiore, 
ov’ è dipinta la Vergine, oggetto di speciale venerazione. 
Anche questa richiede pronto e sapiente restauro, e so¬ 
prattutto vigilanza e custodia, assicurandolo in modo da 
non potersi facilmente rubare: giacché i furti di cose 
d’ arte sono diventati oggi una delle più profìcue e si¬ 
cure fonti di guadagno, di fronte all’ apatia o dalla trascu¬ 
ratezza di chi dovrebbe vigilare e provvedere. 

ESCUSSIONI, PASSEGGIATE E DINTOPGSTI. 

A poca distanza dalla Pieve, in luogo detto il Mulino, 
ov’ è la sullodata locanda dell’ Alterini, si stacca verso 
ponente la via mulattiera che conduce al Monte Secchieta 
(ore 1 e mezzo di cammino) e alla Vallombrosa (ore 2 e 
mezzo). La strada passando in principio a traverso selve 
di castagni e quindi per mezzo a boschi cedui di faggio 
la capo alla Croce-Vecchia, ove tre sentieri s’incontrano: 


(1) Ragguaglio della vita del Conte di Cesare Solaridi Villanova, morto 
eternità nell Oratorio delle Calle di Montemignaio in Casentino nel 1770. 
Eireuze, 1773. 



































— 273 — 

tino a sinistra che sale al Seccliieta; l’altro di fronte 
che passando per la Capanna della Macinala o Croce 
del Romitorio, conduce a Vallornbrosa; l’ultimo a destra 
che va alla Consuma. (1) 

Sul monte Secchieta esiste un tabernacolo. La cima 
del monte (ni. 1450) è a prato naturale con qualche raro 
cespuglio di faggio. Di lì si vedono a occhio nudo la 
città e la campagna di Firenze e le numerose terre 
del Mugello, del Valdarno e del Casentino. La strada 
che dal Secchieta va al Pratomagno (2) è una comoda 
viottola sterrata, che percorre sempre il crine della 
montagna in mezzo a prati naturali bellissimi. Per an¬ 
dare dal Secchieta alla cima del Pratomagno (in. 1580) 
occorrono quattr’ ore di cammino. Questa via è molto 
frequentata nella buona stagione, specialmente da coloro 
che dalle macchie di Raggiolo portano il carbone ai depo¬ 
siti della Consuma, ed anco dalle molte persone che dal 
Valdarno si recano al- Bagno di Cetica. A un’ ora e mezzo 
di cammino s’incontra poi la via mulattiera che dal Ca¬ 
sentino conduce in Valdarno per il varco di Reggello. 

Da una di queste alture si gode spesso, specialmente 
in autunno, il bello e curioso spettacolo che offre la valle 
sottostante tutta coperta di nebbia : 

Indi la valle come ’l dì fu spento 
Da Pratomagno al gran giogo coperse 
Di nebbia .(3) 


(1) Oggi si sta studiando di rendere carrozzabile la strada Montenii- 
gnaio-Croce Vecchia-Vallombrosa, il che procurerebbe il grande vantaggio 
di allacciare direttamente il Valdarno col Casentino, passando da Val- 
lombrosa. 

(2) L’ etimologia di tal nome deve ricercarsi nella parola majo (mag¬ 
giore) come Dante usa primaio per primo ; e non nel ridicolo Pianto Ma¬ 
gno ! per T ancor più ridicola congettura di Potila piangente da quel 
monte sulla disfatta del suo esercito ! ? 

(3) Dante, Purg., c. V. 


18 



































Questa apparisce in principio come un gran lago dalla 
cui superfìcie emergono le cime degli alberi, i campa¬ 
nili delle chiese e le torri dei castelli, quasi fossero 
avanzi di una grande inondazione : ma i primi raggi del 
sole e al soffìo della brezza mattutina le nebbie si aprono, 
si rompono, si dividono come fiocchi di cotone; e quelle 
masse di vapore, salendo a maggiore altezza, si conver¬ 
tono in nubi nelle quali la nostra immaginazione, sempre 
feconda e disposta al fantastico e al meraviglioso, vede 
figure di vario e strano aspetto che le nne alle altre si 
succedono e variano come le combinazioni di un gigan¬ 
tesco caleidoscopio ! 

È proprio vero che accade delle montagne come delle 
opere d’ arte, che cioè chi ne sente la grandezza e la bel¬ 
lezza trova sempre qualche cosa di nuovo da ammirare 
ogni volta che gli sia dato di rivederle. 
























Poppi 


M. 435 — Abitanti 7973. 


FRAZIONI COMUNALI 

Distanza 

dal 

Capoluogo 

(metri) 

STRADE 

Lierna. 

6.000 

Carrozzabile 

Badia a Frataglia . . . 

13.000 

» 

Certoroondo. 

2.900 

» 

Porrena. 

5.000 

» 

Avena.. 

5. 000 

» 

Sala. 

6.000 

» 

Memmenamo. 

4.000 

» 

S. Martino in Tremoleto 

6.000 

» 

Quota. 

7.000 

» 

Quorle. 

7.000 

» 

Filetto. 

5. 000 

» 

Fronzola. 

3.000 

» 

Camaldoli. 

12. 000 

» 

Moggiona. 

10.000 

Parte carr. e parte mul. 

Monte. 

8.000 

» 

Agna. 

5.000 

» 

Pratale. 

8.000 

» 

Riosecco. 

8. 000 

» 

Larniano. 

4.000 

Mulattiera 


Indicazioni utili. 

Alberghi e Pensioni : a Poppi, Michelctngiolo di 
Luigi Gelati e Conti Gnidi di Tommaso Venturini; al 
Ponte a Poppi, Locanda del Vezzosi — Per vetture, ca¬ 
valcature e Guide rivolgersi agli Albergatori — Ufficio 
postale e telegrafico — Varii caffè — Stanze civiche — 
Tre medici condotti — Due levatrici — Farmacia — Spe¬ 
dale — Mercato settimanale il sabato. 
















































— 276 — 


« Pupium agri Clusentini caput. » 
G. Vasari, Ragionamenti, ecc. Arezzo, 17C2. 

La distanza elle separa Castel San Niccolò da Poppi 
si percorre in poco piti di mezz’ora, seguendo il tratto di 
via provinciale già descritto e che, passato l’Arno, s’i¬ 
noltra per il piano di Campaldino verso Poppi, ove si 
giunge traversando nuovamente questo fiume presso il 
sobborgo del Ponte a Poppi. 

La nobile e cospicua Terra di Poppi risiede sulla 
cima di un colle isolato posto alla destra dell’Arno, le 
cui acque lo bagnano a levante, mentre a ponente gli 
scorre a’ piedi il piccolo torrente Porci. « Poppi, scrive 
il Capponi , si trova nel centro del principato casenti- 
nese, piccolo ma lieto per la freschezza dei luoghi e la 
vigorìa degli uomini, oltreché abbondante di forti ca¬ 
stelli nelle pendici de’ colli e nei gioghi degli Appennini 
che sovrastano a quella provincia. » (1) 

E Salvadore Vitale chiama Poppi « Terra metropo¬ 
litana, celebrata da molti e nota già a tutti per antichis¬ 
sima, illustre e nobile. » (2) 

Lasciate da parte le strane ipotesi, e le favolose e 
ridicole congetture che si son fatte intorno all’ origine 
storica di Poppi e all’etimologia del suo nome, diremo 
che la sua prima memoria risale al 1169, (3) come rile¬ 
vasi da un istrumento del 18 maggio di quell’anno, nel 
quale si rammenta il nome di Poppi come il luogo ove 
tale strumento fu stipulato. (4) 


(1) Gino' Capponi, toc. cit. 

(2) Vitale, op. cit. 

(3) Repetti, toc. cit. 

(4) In ordine a questo documento che trovasi fra le Cartapecore ap¬ 
partenenti alla Badia di Strami, e che oggi si conserva nell’Archivio 
Diplomatico di Firenze, Giovanni di Donato d’ Uguccione e Forteguerra 
fratello di lui promettono all’ Abate di San Fedele a Strami di difendere 

























— 277 - 


Per quasi tre secoli la storia di Poppi si confonde 
con quella de’ Conti Guidi elle v’ ebbero dominio o re¬ 
sidenza. Il primo Conte di Poppi sembra essere stato 
Guido Guerra, figlio di Guido lievi sangue, (1) che era 
probabilmente quello stesso conte Guido cui P impera¬ 
tore Arrigo VI diresse il Diploma del 25 marzo 1191, 
ove lo qualifica Conte di tutta la Toscana, e che Ottone di 
Frisinga chiamò il più potente signore della Toscana. (2) 
Questo Guido Guerra detto il Vecchio, famoso guer¬ 
riero de’ tempi giovanili di Dante, (3) era, come ab¬ 
biamo detto, uomo di grand’ animo, buono, gagliardo e 
di fatti d’arme prontissimo. Soventi volte condusse 
grandi eserciti, e spesso i nemici non meno con forza 
che con arte vinse: sprezzatore di pericoli, ne’ casi su¬ 
biti d’ingegno meraviglioso e d’ animo alto, liberale e 
giocondo, cupido di- gloria, ma per le buone opere da 
lui fatte. (4) 

Questo Guido Guerra sposò la figlia di Bellincione 
Berti (5) dei Ravi guani per nome Gualdrada, d’onde 


i beni spettanti a detta Abbazia ; e correspettivamente 1’ Abate si obbliga 
a dar loro ogni anno due spalle di porco, 25 forme di cacio di vacca, e 
25 scodelle nuove. 

In relazione a queste singolari prestazioni si legge nelle memorie sto¬ 
riche della Basilica di San G-iovan Battista di Firenze, che la Terra di 
Poppi dovea portare ogni anno a detta chiesa per la festa di quel Santo 
libbre 25 di pesce marinato, oppure L. 25 in contanti. 

(1) Così detto perchè nella voluttà dell’odio e della vendetta solea lec¬ 
care strila spada il sangue tratto dalle vene de’ suoi nemici. (Passerini, 
Storia, eco.). 

(2) Repetti, loc . cit. 

(3) Balbo, Yita di Dante. 

(4) Ammirato, Istorie Fiorentine . 

(5) È questo quel Bellincione Berti, che Dante per Bocca di Caccia- 
guida, nel canto XV del Paradiso, dice avere veduto 

andar cinto 

Di cuojo e d’osso, e venir dallo specchio 
La moglie sua senza il viso dipinto. 

































venne l’altro Guido Guerra di cui Dante, nel canto XVI 
dell’ Inferno, dice: 

Nepote fu della buona Gualdrada, 

Guido Guerra ebbe nome, ed in sua vita, 

Fece col senno assai e colla spada. 

Ma se è vero che Guido Guerra e Gualdrada siano 
stati i primi conti e signori di Poppi, non sembra però 
altrettanto vero l’aneddoto già da noi riferito, della 
bella Gualdrada e di Ottone, perchè questi non scese in 
Italia prima del 1209, mentre Guido Guerra aveva già 
nel 1202 avuto figli da quel matrimonio. (1) 

Fra i molti Guidi che furono signori di Poppi e dei 
quali per amore di brevità tralasciamo l’intrigata genea¬ 
logia, è celebre, oltre il detto Conte Guido Guerra, il 
Conte Guido Novello che fu Potestà di Firenze dopo la 
battaglia di Montaperti, nel quale tempo fece costruire 
la porta Ghibellina, e aprire una via che guidasse nel 
Casentino, per potere agevolmente mettere in Firenze i 
suoi fedeli a guardia propria e della città. (2) « Profit¬ 
tando poi, o meglio abusando, del suo ufficio, vuotò, 
dice il Villani, la camera del Comune di Firenze, e tras¬ 
sene in più volte assai bellissime balestre e pavesi e 
saettamento e molti guarnimenti da oste, e mandolle a 
munire il suo nuovo Palazzo in Poppi. » Ma nel 1290 


(1) Sembra cbe questo Conte anche da vecchio avesse abitudini poco 
confacenti alla sua età e al suo grado. Si legge infatti negli Annali Ca- 
maldolensi (t. IV, 230) che Papa Innocenzo III con suo Breve dato in 
Segni il 20 settembre 1212 ordina ai Vescovi di Pisa, di Firenze e di 
Arezzo di raffrenare anco colle censure ecclesiastiche il vecchio Conte 
Guido, il quale per una via fatta aprire dal suo Castello di Poppi per 
Camaldoli, vi conduceva frequentemente istrioni, meretrici e torme di mi¬ 
litari, contro la consuetudine e la quiete religiosa del luogo ; e che molte 
vacche avea predate agli Eremiti ; ed incita i detti Vescovi perchè si 
adoperino a convertire un uomo cotanto illustre! 

(2) Passerini, Storia, eco,. 

























279 — 


tornando l’oste fiorentina dalla campagna contro Arezzo, 
fece la via del Casentino guastando le terre del Conte 
Guido Novello cli’era in grande stato e prosperità, e di- 
sfeciongli la rócca e il Palazzo di Poppi che erano forti 
e meravigliosi, come splendida doveva essere la maniera 
di vivere di lui, tanto che si dicea per proverbio in Fi¬ 
renze : Tu stai più ad agio che il Conte di Poppi. « E ne 
ebbero grande allegrezza per avere riconosciuto nel cas¬ 
sero di quel castello le balestre da quel Conte involate 
al Comune di Firenze allorché Vera stato Vicario pel 
Re Manfredi. E in questo venne l’esecuzione della pro¬ 
fezia che il Conte Tegrimo il Vecchio disse al Conte 
Guido Novello dopo la battaglia di Montaperti. Mostran¬ 
dogli il cassero di Poppi, nella cui camera dell’arme avea 
tutte le buone balestre e altri arnesi d’arme e d’oste 
ch’e’ fiorentini aveàno perduti alla detta sconfìtta, e 
ancora quelli che trovò in Firenze, quando fu Vicario, 
e domandando il Conte Guido al Conte Tegrimo che 
gliene paresse, il detto Conte Tegrimo rispose improv¬ 
viso un bello motto notabile e disse : Parimene lene, se 
non che io intendo eh? e’ Fiorentini sono grandi prestatori 
a usura ! » (1) 

Di questo Guido Novello fece il V-asari il ritratto nel 
gran salone di Palazzo Vecchio in Firenze, dipingendolo 
nell’atto di ricevere da Papa Clemente le insegne del¬ 
l’arme sua. (2) 

Viene poi dagli storici ricordato con molta lode il 
Conte Guido da Pattifolle che fu nel T316 eletto Vicario 
di Firenze. (3) Tenne egli la città in stato pacifico e tran- 


fi) G. Villani, Cronica. 

(2) Giorgio Vasari, Spiegazioni delle pitture del gran salone di Palazzo 
Vecchio in Firenze. Firenze, 1819. 

(3) Il ritratto del Conte Guido da Battifolle vedesi dipinto da Simone 
Memmi nel Capitolo di Santa Maria Novella in Firenze (Passerini, loc. cit.). 













































quillo, senza turbamento o cacciamento di gente, onde 
la città s’avanzò e migliorò assai, e per lo detto Conte 
s’ordinò e si cominciò a fare gran parte del Palagio 
nuovo ove sta lo Potestà. » (1) 

Ma sopra tutti celebre è il Conte Simo ne da Batti- 
folle, per la parte principalissima da lui presa nella li¬ 
berazione di Firenze dalla tirannia del famoso Gualtieri 
di Brienne, soprannominato il Buca d 1 * 3 4 Atene. Il Conte 
Simone, dopo essere stato mediatore tra il popolo e il 
duca, fu presente all’atto di forzata renunzia cb’egli dovè 
firmare in Firenze il 1° di agosto 1343, (2) e dipoi ebbe 
l’incarico di scortarlo fuori del territorio fiorentino per 
farlo sicuro da ogni pericolo, e di curare nel tempo 
stesso che, appena giunto in luogo neutrale e non sog¬ 
getto alla Repubblica, ratificasse la fatta renunzia. (3) 

« Il dì 6 agosto uscì per la porta di San Niccolò il 
Duca d’Atene accompagnato dal Conte Simone e dai più 
nobili e possenti grandi e popolani e possenti cittadini 
ordinati per lo Comune,- e passando l’Arno a Rignano, 
salendo a Vallombrosa, di lì guidollo il Conte al suo Ca¬ 
stello di Poppi, ove nobilmente lo accolse. (4) Se non 
die il Duca, mal determinandosi a firmare, dissegli il 
Conte : Signor Buca, se voi non volete osservare quello 
che avete promesso con giuramento ai Fiorentini, io non 
pei questo vi userò alcuna forza o violenza, se nonché vi 
condurrò a Firenze, ed ivi potrete a helVagio assestare la 


(1) Villani G-., toc. cit. 

(ù Questo celebre fatto storico fornì all’ illustre pittore Stefano ZTssi 
il soggetto di un quadro ebe è tra i più belli onde s’ onora la pittura 
moderna, e che suscitò intorno al nome dell’ Autore un vero plebiscito 
d’entusiamo e di lode; voglio parlare del quadro conosciuto sotto la de¬ 
nominazione di Cacciata del Duca d’ Atene , che trovasi ora nella Galleria 
dei quadri moderni in Firenze. 

(3) Passerini, loc. cit. 

(4) Villani G., Cronica, lib. XII, cap. 18. 




























— 281 - 


cosa col popolo, come meglio vi parrà. Allora il Duca 
senz’ altro e nel dì stesso del suo arrivo ratificò in mano 
a due notari fiorentini la rinunzia al dominio di Fi¬ 
renze. » (1) E fu ritenuto questo un grande servigio reso 
dal Conte Simone a quella città, perchè senza tali sue 
minacce non sarebbe certamente il Duca, venuto a 
quell’atto, nè avrebbe osservata la fede. (2) 

Il Conte Simone da Battifolle colla sua potenza e 
colle sue ricchezze accrebbe il suo castello feudale di 
Poppi, e lo arricchì nobilmente, facendovi al tempo 
stesso l’elegante scala che circonda la loggia. (3) 

L’ultimo dei Gnidi che dominassero in Poppi fu il 
Conte Francesco. (4) E l’aver egli prese le parti del Duca 
di Milano nemico dei Fiorentini, e l’essersi unito alle 
milizie condotte dal Piccinino, (5) così da fidare alla for¬ 


ti.) Villani, op. cit., lib. XII, cap. 16. 

(2) Varchi, Ist. Fior., lib. II, pag. 34. Firenze, 1833; e C. Botta, 
Storia de’ popoli Italiani. 

(3) Bitta, op. cit. 

(4) Troviamo negli Annali Camaldolensi die il celebre Ambrogio Tra¬ 
versali, generale dell’ Ordine Camaldolense, ebbe occasione di portarsi nel 
1432 a visitare il Castello di Polipi, il cui signore gli andò incontro al 
Ponte a Poppi; ed aggiunge: « Vidimus orane palatium et cisternam 
valde mirabilem, duce Comite et praeuute conspeximus* multaque ingenii 
ipsius elegantiam sumus admirati. » (Ann. Gamald., VII, 1432). 

(5) Xel 1439 il Conte Francesco, abbandonata la parte dei Fiorentini 
si unì al Piccinino, e dal Mugello, venuti in Casentino, presto ebbero in 
loro potere Bibbiena, Borgo alla Collina e Romena, dove il Guidi, contro 
la data fede, fece impiccare tutti i fanti pistoiesi die si trovavano a 
guardia di quel castello. Andò poi a porre il campo sotto Castel San 
Niccolò, mentre le soldatesche del Piccinino prendevano Stia, Palagio, 
Ortignano, Giogatoio, lizzano e Rag gioia. (Bitta, op. cit.). Dice poi il 
Capponi (op. cit.) che il Conte di Poppi, il quale per mezzo della sua rócca 
di San Beolino in Mugello avea introdotto quel capitano in Casentino, 
avrebbe voluto indurlo a dimorare tra que’ monti, ma non erano quelli i 
luoghi.da farvi stanziare un esercito; onde il Piccinino gli rispose che i 
suoi cavalli non mangiavano sassi. » (G. Capponi, toc. cit.) 





































— 282 — 

tuna di quello le sorti sue, fu cagione della propria ro¬ 
vina ; per quanto, come dice il Capponi, in fondo a ogni 
cosa stesse la certezza elle la Repubblica fiorentina ad 
ogni modo avrebbe voluto ingoiarsi il Casentino. (1) 

Ma sconfìtto il Piccinino nel piano d’Anghiari, Neri 
Capponi si recò in Casentino con alcune centinaia di 
soldati, e pose il campo intorno a Poppi che per man¬ 
canza di vettovaglie in capo a poeti i giorni trattò la resa. 
Per la quale essendo il Conte Francesco disceso giù sul 
Ponte d’Arno ad abboccarsi con Neri, la prima cosa 
cli’ei disse fu: Potrà egli essere che i vostri signori non 
mi lascino questa casa, la quale è nostra da 900 anni ? 
(la boria e le false carte gii faceano raddoppiare gii anni) 
Pel resto fate quello che volete. Rispose Neri : Pensate ad 
altro, che voi non avete tenuto modo che i miei signori vi 
vogliano vicino. (2) « Allora, narra lo stesso Neri Capponi, 
il Conte ci mandò chiedendo salvacondotti per due am¬ 
basciatori che volea mandare a Firenze, e sperava avere 
grazia ebe almeno la sua casa di Poppi rimanesse alle 
sue femmine. Rispondemmo che a Firenze non bisognava 
mandare : al tutto la tagliammo, consigliando gli liuomini 
di Poppi a pigliar partito, dichiarandogli, che se non 
facessino tosto, avevamo in commissione mettergli a sac¬ 
comanno e dare ducati 10,000 alla gente d’arme di bene 
andata se lui ne dessino, e ducati 15,000 a chi dessi preso 
o morto niun de’ figliuoli : e così si farebbe bandire sta¬ 
sera. Per tal modo il Conte s’arrese, e coi figliuoli e fi¬ 
gliuole e con 34 some di roba uscì da Poppi, e noi en¬ 
trammo -, ed egli potrà ire a uccellare il can da rete, e 
proverà quello che è tradire la signoria Vostra, per 
modo sia esempio agli altri. » (3) 


(1-2) G. Capponi, toc . cit . 

(3) Lettere di Neri Capponi, 20 e 31 luglio 1440. 


























' 

— 283 — 

Così ebbe termine la signoria de’ Gnidi non solo in 
Poppi, ma altresì in tutto il rimanente del Casentino 
die per più di cinque secoli era stato loro dominio, e 
clie colla loro espulsione (1440) addivenne territorio della 
Repubblica fiorentina. (1) 

Nonostante i molti assedii sofferti e le ingiurie del 
tempo e degli uomini, l’antico Palazzo dei Conti Guidi 
conserva tuttora la magnificenza della sua primitiva ar¬ 
chitettura, die sta a rappresentare nell’arte il passaggio 
dallo stile gotico al medioevale, e può chiamarsi una 
delle più vigorose affermazioni della più pura architet¬ 
tura quattrocentesca in Toscana. Risiede nel punto il più 
elevato del colle quasi a corona di quell’ altura, e sem¬ 
bra signoreggiare il paese e dominare la valle casenti- 
nese, che offre di lassù un bellissimo panorama. 

Sta davanti al palazzo un ampio prato che tutto era 
del pari cinto di mura, e che nei tempi antichi s’ usò 
dai Conti di Poppi concedere come campo franco ai 
duellanti, i quali a tal fine vi si portavano da vicini e 
da lontani paesi; tanto più che i Conti Guidi, per colmo 
di cavalleresca- cortesia, fornivano ancora i così detti 
padrini o secondi. I morti poi si seppellivano nella ca¬ 
verna sotterranea del Castello. Questi duelli furono in 
seguito da varie Bolle pontifìcie proibiti con severissime 
pene. (2) 


(1) Fra i varii capitoli della resa di Poppi ne trovo uno singolare (cap. 
21) ove è detto : — ivi — « che 1’ Ebreo il quale al presente abita il Ca¬ 
stello di Poppi col suo banco delle usure e colla sua famiglia debba es¬ 
sere sicuro, e, quando non si trovino d’ accordo, abbia salvocondotto poi 
andarsene colla famiglia, denari, arnesi e mobili, da durare due mesi. E 
quando egli volesse stare nel Castello di Poppi senza esercitare le usure 
gli sia permesso, e ebe dette cose debbano intendersi bona fide et sine 
fraude et ad purum et sanum intellectum, et omni mala interpretatione et 
cavillatione cessante. » (J Capitoli del Comune di Firenze , ecc., IX, RR). 

(2) Mannttcci, Glorie del Clusentino. 





























— 284 - 


Il conte Simone da Battifolle, che tutta incastellò 
nel 1261 la terra di Poppi, cingendola di fortissime mura 
munite di torri, di fossati, d’ avamporti e di postierla, 
diè principio alla costruzione del turrito palazzo, arric¬ 
chendolo nobilmente dell’ala di iionente che vedesi assai 
più ornata dell’altra. (1) Le quali mura erano così forti, 
die 1’ Alviano, duce de’ Veneziani, il quale prese Bib¬ 
biena e molti altri luoghi del Casentino, non potè mai 
espugnarle, ed anzi vi fu ferito mortalmente per mano 
di una donna di Poppi della famiglia Burchi di Porta 
a Fronzola. (2) 

Poi Guido di detto Simone inalzò ed ampliò il pa¬ 
lazzo, che diè gran nome ad Arnolfo di Cambio da Colle 
di Val d’ Elsa, che lo architettò, e a somiglianza del 
quale fu fatto poi quello della Signoria in Firenze. 
Giorgio Vasari, nella Vita di Arnolfo di Lapo, dice : 
Diede egli al Palazzo dei Signori principio e disegno a 
somiglianza di quello che in Casentino area fatto Lapo 
suo padre ai Conti di Poppi. Però il Della Valle appog¬ 
giandosi ad alcuni documenti da lui ritrovati, dice che La¬ 
po non fu il padre di Arnolfo, ma bensì suo maestro. (3) 
Parimente il Del Migliore (4) e il ATannini (Nota al 
Baldinucci) certificarono quello che il Baldinucci non 
seppe asseverare circa al padre di Arnolfo, per mezzo 
di un privilegio concesso dalla Repubblica fiorentina 
all’ architetto di Santa Reparata, ove è detto : Magi ster 
Arnulfus de Colle, filius olim Cambii, caput magister la- 


(1) Passerini, he. cit. 

(2) Guicciardini, Storie, lib. XIV, armo 1498. È tradizione popolare che 
chiunque avesse allora scalate le mura di Poppi in tempo di pace, avea 
troncata la mano sinistra colla scure, e se in tempo di guerra era impic¬ 
cato per la gola fintantoché l’anima non gli fosse uscita (sic) dal corpo. 

(3) Osservatore Fiorentino, tomo XVI, part. 2, pag. 92. Vedi anche 
Vasari, edizione Passigli 1832, pag. 99. 

(4) Del Migliore, Firenze illustrata, pag 9. 

























— 285 — 


borerii et operis S. EeparaUe ; il qual documento, die è 
dell’anno 1300, fu pubblicato dal Del Migliore , dal Mo¬ 
relli e ultimamente dal Gay e, nel tomo primo del Car- 

\ 

leggio d’artisti, pagine 445-46. E indubitato pertanto che 
il padre d’Arnolfo fu Cambio e non Lapo, e che la pa¬ 
tria sua fu Colle di Val d’Elsa. Inoltre da un altro do¬ 
cumento del 1266, spettante all’allogazione del pergamo 
di Siena a Niccola Pisano, si rileva che Arnolfo non fu 
figlio di Lapo, ma suo compagno e condiscepolo sotto la 
disciplina del maestro Niccola, al quale è imposto che 
seenni ducat Senas Arnolfum et Lapum suos discipulos a 
fare quel lavoro (Ved. Lettere Senesi, toni. I, pag. 180 ; e 
Documenti per la storia dell’arte senese, voi. I, pag. 148). (1) 
Certo è che a quel tempo vi furono assai uomini di 
arte portanti il nome di Lapo, fra cui Lapo Tedesco, 
dalla qual circostanza può esser nata confusione ; ond’è 
che su tale argomento e disputa non è forse stata ancor 
detta l’ultima parola. 

Il Palazzo è tutto all’ intorno merlato e gli sovrasta 
un’ alta torre che anticamente era munita di ròcca sor¬ 
retta da beccatelli di cui si vede la traccia nel lato che 
guarda il cortile. Nel 1817, ritenendosi che una parte 
della torre minacciasse rovina, ne fu demolita una porzione 
{magna capitis diminuito ) invece di procedere ad un ben 
inteso e regolare restauro : il che nuoce alquanto all’ar¬ 
monia dell’ insieme ed alla proporzione architettonica 
delle linee e dei contorni. 

La parte più decorata e più ricca è quella che guarda 
il paese dove è la porta maggiore con sopra un gran 
leone scolpito in pietra a bassorilievo, opera, a quanto 
si crede, di Jacopo di Baldassarre Turriani, fatta nel- 


(1) Vite del Vasari con nuove annotazioni e commenti di Gaetano Mi¬ 
lanesi. Firenze, 1878. 






































— 286 — 


■ 


l’anno 1477. Quello però che è certo, e che anche ad occhio 
profano di cose d’ arte chiaro apparisce, si è come tutto 
quanto il xml azzo sia stato costruito in varii tempi ; che 
per esempio, la parte esterna di tramontana è più mo¬ 
derna di quella di mezzogiorno, e di questa stessa la 
parte inferiore è più antica della superiore 5 lo che fa¬ 
cilmente si rileva anche dalla forma e disegno delle fi¬ 
nestre bifore bellissime, che portano scolpiti nel centro 
gli stemmi Corbizi e Del Pannocchia. 

Ma la parte interna e il cortile sono nel loro insieme 
di originalità e di bellezza un vero gioiello d’ architet¬ 
tura di squisitissimo gusto. Bellissima è la scala a piè 
della quale è il Marzocco fiorentino, scolpito in pietra 
entro una nicchia. Questa scala è stata ritenuta da alcuni 
opera del ricordato Turriani, morto nel 1516, ma simile 
data basta di per sè stessa a dimostrare l’inammissibilità 
di tale opinione, mentre il carattere architettonico di sif¬ 
fatto lavoro e i suoi archetti lobati e le sue modinature 
provano chiaramente doversi il medesimo riferire a tempo 
non posteriore al XIY secolo. Infatti troviamo nel Litta 
che il Conte Simone da Battifolle fri quello che fece 
costruire l’elegante scala che circonda la loggia. (1) Detta 
scala, coronata da una graziosa balaustrata fatta di ele¬ 
gantissimi colonnini, si regge da una sola parte per 
mezzo d’ingegnosi archetti al muro, nel quale si vedono 
le finestre dell’antico salone, oggi coperte dalla scala ; 
lo che sta a provare come questa sia stata costruita po¬ 
steriormente. 

Nelle terrazze coperte esistono tuttora gli avanzi delle 
antichissime candele di quercia, dei mensoloni e del bel¬ 
lissimo soffitto in legname di querce, tutto a formelle 
vagamente dipinte e i bei soffitti alla veneziana ed altre 
cose bellissime pur vi si ammirano, alle quali in parte 


(1) Litta, op. cit. 




























— 287 


ispiraronsi, traendone bei motivi dello stile del tempo, 
gli artisti incaricati d’eseguire i restauri e le decora¬ 
zioni del palazzo del Potestà in Firenze. 

Alla sommità della scala, nel cui ripiano esistono 
tuttora tracce del vecchio impiantito, si vede una figura 
di guerriero scolpita in pietra, che fa da cariatide, • e 
che rappresenta il Conte Guido del Conte Simone da Bat¬ 
tifolle. (1) 

Le pareti all’ intorno sono tutte ornate delle armi 
gentilizie (alcune delle quali molto pregevoli in terra 
della Robbia con bellissimi contorni) dei Vicarii e Com- 
missarii, inviati a Poppi dalla Repubblica fiorentina, e ap¬ 
partenenti a quasi tutte le famiglie cospicue, nobili e 
patrizie di Firenze. (2) Vi sono pure alcuni buoni affre¬ 
schi uno de’ quali molto deteriorato, ma bellissimo, rap¬ 
presentante la Vergine con varii Santi. Questo lavoro è 
certamente del secolo XV, perchè vi si vede dipinto lo 
stemma del Sapiti che fu Commissario a Poppi della 
Repubblica fiorentina nel 1441 dopo la cacciata del conte 
Francesco. 

Al piano superiore trovasi l’antica cappella del Pa¬ 
lazzo, ornata di alcuni dipinti a fresco sulle pareti e 
sulla vòlta, molto deteriorati dal tempo, e rappresentanti 
quelli della vòlta i quattro Evangelisti, e quelli delle pa¬ 
reti varii fatti del Nuovo Testamento. Ai quali dipinti 
ricorre intorno un bel fregio di santi, ma in una sola 


(1) Passerini, loc. cit. 

(2) Nel 1631 fu in Poppi Cancelliere Vicariale Vincenzo figlio dell’im¬ 
mortale Galileo Galilei, come rilevasi da un vecchio libro esistente nel¬ 
l’Archivio Comunale di Poppi, sul quale vedesi ben disegnato in tocco 
in penna dallo stesso Galilei il proprio stemma col motto : in forti et ar¬ 
duo, sotto del quale si legge : In Dei nomine amen. Registro di delibera¬ 
zioni e partiti della Magnifica Comunità di Poppi, cominciato al tempo di 
me Vincenzo Galilei cittadino fiorentino, dottore nell’ una e nell’ altra legge 
e al presente per S. A. S. cancelliere di detta Comunità, 6 ottobre 1631. 







































— 288 — 

parete, essendo stato nelle altre completamente distrutto. 
Alcuni attribuiscono tali pitture al Buffalmacco, altri 
allo Spinello, altri poi, fra i quali il citato De Sesanne, ad 
Jacopo da Casentino clie, a quanto ne scrive il Vasari, 
lavorò molto nel Castello e Palazzo di Poppi. Opera di 
lui almeno afferma il Passerini essere il bell’ affresco di¬ 
pinto nella parete a sinistra entrando, e rappresentante 
da una parte San Giovanni Battista e il Salvatore, mentre 
le persone inginocchiate sono i ritratti del Conte Ro¬ 
berto il vecchio, di Carlo di Battifolle e di altri della 
famiglia Guidi ; e dall’ altra la cena di Erode con ivi 
ritrattate le donne dei Guidi; la quale pittura è aneli’essa 
alquanto danneggiata dalle ingiurie del tempo e degli 
uomini. (1) Così pure è da ritenersi lavoro di Jacopo da 
Casentino il bel trittico a fresco, rappresentante la Ver¬ 
gine con varii Santi : il quale affresco, che era sopra l’al¬ 
tare, è stato recentemente staccato dal muro, restaurato 
e posto in una cornice di legno, appesa alla parete della 
cappella. Sono molto belle e caratteristiche anche le 
pitture che servono di decorazione alle pareti del cortile 
e delle altre stanze. Chi è amante dell’ excelsior può 
fare 1’ ascensione della torre (m. 470), di dove si gode 
una stupendo panorama del Casentino. 

A piè di detta torre è un’antica e oscura prigione 
sopra il cui breve pertugio, che corrisponde all’ esterno 
di fronte alla porta della munizione (2) leggesi questa 
iscrizione singolarissima : 

Non per veder questa tomba ripiena, 

Ma per pietà di povere persone, 

Qui fece fare una nuova prigione 
Il cavalier Francesco da Bomena, 


(1) Passerini, loc . cit . 

(2) Ivi era anticamente il ponte levatoio posto sul fossato che oggi è 
stato ripieno di terra. 















































































— 289 — 


vicario di Poppi nell’ anno 1649. Figuriamoci «pialo de¬ 
lizioso soggiorno doveva essere quella prigione, prima 
dei pietosi miglioramenti fattivi fare da quell’ umanita¬ 
rio Conte di Poppi! 

In fondo al cortile del Palazzo si vede tuttora un 
gran tavolone di pietra, presso il quale sedevano i Vi- 
carii e i Commissarii allorquando amministravano la giu¬ 
stizia; e v’è tuttora un affresco assai ragionevole, ma 
quasi totalmente distrutto. 

Aggirandosi intorno a questo Palazzo per ammirarne 
le bellezze, che forse non si vedono in altri monumenti 
medioevali consimili, vien fatto naturalmente di deplo¬ 
rare le cagioni che contribuirono a ridurlo allo stato di 
decadimento e di deturpazione nel quale oggi si trova. 
Ed è anche più deplorevole che siffatte cagioni debbano 
attribuirsi non solo alle ingiurie del tempo, ma anco 
a quelle degli uomini. Tutto P edilizio pertanto, sì 
all’ esterno che all’ interno, ha supremo bisogno di re¬ 
stauri e di conservazione « nè a, questa sembra giovare 
il funzionarvi di pubblici uffici i e 1’ abitarvi di famiglie, 
delle quali i bambini possono ogni giorno giocare brutti 
tiri alla statua del Conte Guido da Battifolle, che fa da 
cariatide, e che non può muoversi per difendersi dalle 
impertinenze. » (1) 

Oggi le cose sono molto cambiate. Il Ministero della 
Istruzione pubblica, mosso dalle continue domande di 
serii e urgenti restauri, innanzi tutto per la parte statica 
e quindi per l’estetica dell’ edifizio monumentale decre¬ 
tato d’importanza nazionale, ha concesso a tal uopo 
ragguardevoli sussidii co’ quali si è già incominciata 
1’ opera di riparazione per ridonare al superbo Palagio 
una parte almeno di sua perduta magnificenza. Tolte le 


(1) Giornale II Fanfulla del 29 giugno 1882, N. 174. 


19 

































— 290 — 


abitazioni del Pretore e del Cancelliere, si stanno già 
restaurando le stanze, ritrovandovi le antiche e belle 
decorazioni delle pareti e dei soffitti policromi. Si sono 
rifatte a nuovo le eleganti bifore, che guardano il prato 
sul modello delle antiche, cadute in deperimento. Si è 
pure ricostruito il soffitto del salone ed ultimata la de¬ 
corazione di esso, e si è posto mano anche al restauro 
della sala terrena detta l’Archivio. Ma molte cose tut¬ 
tora restano a farsi, e tra le prime la ricostruzione del- 
1 ’ antico ballatoio, dappoiché, qualunque sia per essere 
l’opinione degli architetti-archeologi sopra il medesimo e 
sulla sua ragion d’ essere in rapporto alle altre parti del 
cortile, è indiscutibile che tolta, insieme con altre inu¬ 
tili brutture, l’informe colonna di mattoni intonacati, 
che sorreggevalo, quel ballatoio era pur sempre carat¬ 
teristico e bello, e perciò degno di conservarsi se non 
altro come ricordo storico del suntuoso edifizio. Nè si 
dica essere quel ballatoio una sovrapposizione posteriore 
alla primitiva architettura del castello, e così di stile 
diverso; giacché bisogna considerare che la dimora dei 
Guidi fra quelle mura durò per quasi tre secoli (senza 
contare il dominio della Repubblica fiorentina) : ed è na¬ 
turale che, per variate disposizioni ed aggiunte, il pre¬ 
sente edifizio rappresenti architetture di vario stile, se 
non egualmente belle, certo però meritevoli d’essere con¬ 
servate. Del resto, siffatte aggiunte che ad altri possono 
sembrare stonature, noi le vediamo frequentemente nei 
famosi castelli di Val d’ Aosta, dove nessuno ha mai pen¬ 
sato distruggerle. 

L’antica residenza dei Guidi, (1) prima che avessero 
fatto costruire il presente Palazzo, era in un’altra nobile 
casa munita di torre, fortificata essa pure, e posta in 


(1) Il Mannucci, op, cit., ne assegna la costruzione all’ anno 1017. 




















faccia al resedio in fondo al prato del quale parlam¬ 
mo. Le faceva corredo una grandiosa e monumen¬ 
tale cisterna, die anc’oggi esiste, e nella quale si scende 
da nn terzo piano della casa, oggi di jiroprietà del signor 
cav. Francesco Gatteschi, mediante un bello scalone di 
pietra largo più di tre metri. I grandi archi della vòlta 
sono sostenuti da una poderosa colonna centrale, e le 
pareti sono intonacate di un particolare cemento lucido 
e liscio. 

Da questa cisterna, che dicesi opera del Turriani, (1) 
si aveva un tempo l’accesso ad un altro sotterraneo che, 
traversando il prato, congiungeva i due palazzi, e che 
ne’ giorni d’assedio serviva di nascondiglio sicuro alle 
persone e agli oggetti preziosi. (2) Di questo primitivo 
Palazzo dei Guidi non resta al presente che la sola torre 
della munizione, chiamata oggi la torre dei Diavoli , per 
il tragico racconto e per la paurosa leggenda che a quella 
vanno uniti, (3) e che anche il Passerini riferisce. 

(1) Il mio amico Santi Pesarmi, studioso di architettura antica, mi 
scrive dicendomi di avere dati sufficenti per ritenere che la detta cisterna 
non solo fosse fatta eseguire, ma ne fosse anche ideato il disegno dal 
Conte Francesco Guidi, ultimo signore di Poppi. 

(2) Passebini, op. cit. 

(3) Si racconta che certa Telda, vedova di un Conte Guidi, signora un 
tempo di Poppi, donna di straordinaria bellezza e d’ altrettanto corrotti 
costumi, soleva attirare entro il proprio palazzo colla seduzione delle arti 
sue amorose, quanti più bei giovani le capitassero : i quali, dopoché ave¬ 
vano servito a sfogare le sue voglie e libidini, facea cadere per mezzo di 
un trabocchetto nel sotterraneo annesso alla descritta cisterna, ove faceali 
uccidere. Ma sollevata la gente di Poppi dai parenti di una delle vittime, 
di cui potè scoprirsi la tragica fine, P assediò nel suo palazzo, la vinse, 
e lei prigioniera fece morire di fame in una stanza della stessa torre dalla 
quale si era difesa. Nei tempi andati nessuno s’ accostava senza orrore 
a quel luogo che la paurosa fantasia del volgo avea popolato di ombre e 
di spettri a segno d’ essere quella torre chiamata, come si chiama anche 
oggi, la torre de’ Diavoli ! Il mio egregio amico e valente autore dramma¬ 
tico Gattesco Gatteschi ha intessuta su questa leggenda una bellissima 
composizione poetica, recitata anche sulle scene. 











































— 292 — 


Secondo alcuni dantisti, die Isidoro Del Lungo suol 
mettere in quarantena, il Castello di Poppi anderebbe 
celebre per le memorie dantesche che ad esso voglionsi ri¬ 
ferire. Kamingo per le varie terre della Toscana avrebbe 
avuto FAlighieri per alcun tempo stanza ospitale nel 
Castello di Poppi, dove avrebbe dimorato dall’ estate del 
1310 tino alla primavera dell’ anno seguente, come resul¬ 
terebbe dalla data di tre lettere scritte da Dante in nome 
della Contessa moglie del Conte Guido da Battifolle, si¬ 
gnore di Poppi, e dirette a Margherita di Brabante, con¬ 
sorte ad Arrigo VII, per indurlo a dare aiuto ai fuorusciti 
fiorentini. (1) Il Passerini dice esser dubbio se questa 
gentildonna fosse Gherardesca figlia di Gherardo Conte 
di Donoratico (che fu decapitato a Napoli con Corradino 
di Svevia nel 1269), oppure Gherardesca Novella di Ugo¬ 
lino, Conte pur esso di Donoratico, come senz’ altro 
afferma il Sacchetti nella novella 179, che più innanzi 
riporteremo: però in ogni modo, essendo 1’una nipote 
e 1’ altra figlia del Conte Ugolino, sarebbe, secondo il 
detto Passerini, riferibile a tale circostanza di fatto la 
tradizione che in riconoscenza dell’ ospitalità ricevuta e 
per pietà della storia dolorosa della morte del parente 
di lei Conte Ugolino, concepisse allora l’Alighieri e scri¬ 
vesse in Poppi il celebre e sublime canto XXXIII del- 
l’ Inferno. Ma il Witte, il Torri, il Troya, il Fraticelli 
ed altri scrittori di cose dantesche danno invece a quella 
Contessa il nome di Caterina da Battifolle, per la ra¬ 
gione che l’ultima di quelle lettere datate da Poppi 
(.Missam de castro Pwppii, XV, Kal. Imi.) è sottoscritta 
coll’ iniziale C. de Pattifolle. La qual Contessa Guidi, 
aggiunge il Troya, essendo donna molto devota alla causa 
dell’ Impero, doveva esser lieta di ricevere nel proprio 


(1) Passerini, Curiosità eco. 


















— 293 


castello Dante Alighieri, che tutto si veniva sempre più 
rinfocolando tra’ ghibellini. (1) 

Queste tre lettere scoperte, come dicemmo, non da 
Carlo Witte, ma realmente dall’ Heyse, in un co¬ 
dice vaticano insieme con altre sei, di Dante, furono 
pubblicate e accettate per lettere scritte, sebben per 
altrui conto, da Dante stesso. Al solo Fraticelli non 
piacque riconoscerle come tali per la poca importanza 
delle medesime ; ma secondo altri non è quello invero 
ragionevol motivo di dubitare quando innanzi tutto si 
pensi che Dante scriveva in nome di una donna ; (2) che 
egli trovavasi appunto allora in Casentino presso i Conti 
Guidi, (3) e che le contingenze del tempo, il luogo e 
l’affermare il Boccaccio che la detta Contessa fece ezian¬ 
dio comporre alcuni versi al Poeta, ne inducono a cre¬ 
dere che ella adoperasse altresì la penna di lui scrivendo 
all’ Imperatrice. (4) 

Questa aveva scritto direttamente alla contessa Ghe- 
rardesca di Battifolle per guadagnare, a quanto sembra, 
l’aiuto del marito di lei all’ Imperatore, ed è forse non 
improbabile che Dante, stesso sia stato il latore dell’ e- 
pistola all’ augusta signora, e che fosse pregato di det¬ 
tare la lettera di risposta. (5) 

Passando ora agli edifìzii religiosi ricorderemo come 
più antica la Pieve di Santa Maria a Buidno , costruita 
forse prima del mille, e che è la chiesa matrice di Poppi 
ove prese il nome di Prepositura di San Marco. Quella 
Pieve dev’ essere stata in origine di grandi proporzioni, 
vedendosi ancora le tracce di tre absidi delle quali sol¬ 


fi.) Troya, Del Veltro allegorico. ■ 

(2) Passerini, Curiosità ecc. 

(3; Witte Carlo, Dantis epistolae. 

(4j Torri Alessandro, Delle prose e poesie liriche di Dante. Livorno, 
1843. 

(5) Bull. Soc. dant., X, 153 155. 





































— 294 — 

tanto la centrale rimane. Y’è pure una piccola cripta (1) 
a vòlta, sorretta da sottili ed eleganti colonne. 

Viene poi la celebre ed anticliissima Abbazia di Strumi 
ond’ ebbe origine il Monastero di San Fedele a Poppi, 
ridotto poi a semplice chiesa Parrocchiale. 

L' 1 2 3 4 5 Abbazia di Strumi (ond’ ebbe origine) posta presso 
la confluenza del torrente Boriile in Arno, e distante da 
Poppi circa tre chilometri, fu fondata sul declinare del 
secolo A. prò remedio animai del Conte Tegrimo dei Gnidi 
che vi tenevano abitazione e corte. Fiorì, come Abbazia 
di Benedettini, nel secolo XI e XII nel quale (2) passò 
ai monaci vallombrosani; e nel 1195 l’Abate Ridolfo, 
edificata in Poppi l’Abbazia di San Fedele, venne ad 
abitarvi, lasciando tuttavia molti religiosi nell’ antico 
ritiro ; (3) finché nel 1262 quei monaci vallombrosani, tra¬ 
sferita totalmente in Poppi la loro residenza, l’Abbazia 
di Strumi andò a poco a poco deperendo. 

Dell’ antica Abbazia e castello di Strumi non restano 
oggi che poche vestigia dei fondamenti e il coro del¬ 
l’antica chiesa, ridotto oggi a casa colonica; (4) onde 
di essa può dirsi: 

Le mura che soleano esser Badia, 

Fatte sono spelonche. (5) 


(1) È deplorevole che questa cripta sia oggi ridotta a cantina ! 

(2) Ottavo Abate di Strumi fu il famoso Giovanni TTnglieri che dal Bar¬ 
barossa fu fatto antipapa col nome di Callisto III, per contrapporlo a 
Papa Alessandro III ; ma poi, fatto aneli’ egli il gran rifiuto, tornò ad 
essere semplice Abate di Strumi, e quindi, riconciliatosi col detto Papa, 
fu fatto Governatore e Arcivescovo di Benevento. 

(3) Dalle memorie di Don Pietro Grassi di Serra, a pag. 409. 

(4) Il sig. cav. Luigi-Maria Bacci, che è oggi proprietario di Strumi, 
mi ha riferito di avere in alcuni scavi fatti recentemente in quel luogo, 
ritrovati molti scheletri umani di proporzioni gigantesche, che potrebbero 
riferirsi ai Conti Guidi quando abitavano in quel Castello o, in ogni modo, 
ai loro tempi. 

(5) Dante, Farad. , c. XXII. 







— 295 — 


Nel chiostro del soppresso monastero di San Fedele 
in Poppi erano i sepolcri dei Conti Guidi, che vennero 
distrutti per ordine del Papa Pio V (Jussu Pii V) come 
rilevasi da un’iscrizione tuttora esistente nel suddetto 
chiostro. Nella chiesa poi situata all’estremità setten¬ 
trionale del paese, chiesa vasta e di buona architettura 
per quanto oggi baroccamente trasformata, signoreggiava 
un tempo, come dice il De Sezanne, la celebre tavola 
di Andrea del Sarto rappresentante VAssunzione; opera 
pregevolissima e ultima del grande artista, che nel 1530, 
prevenuto dalla morte, lasciolla men che finita ; (1) cosic¬ 
ché il pagamento del quadro dovette farsi alla moglie 
di lui. (2) Questa tavola fu poi dal Granduca Ferdi¬ 
nando III, verso il 1820 fatta togliere da quella chiesa 
e trasportare nella Galleria de’ Pitti in Firenze, dando 
in compenso un quadro di nimi valore : (3) un vero con¬ 
tratto leonino ! 


(1) Vasari, Vite ecc. 

(2) Nelle Memorie della Badia di Poppi dell’ ottobre 1531 nel giornale 
segnato a carte 86 e nel libro d’entrata e uscita segnato a carte 142, si 
legge : « A madonna Lucrezia, che fu donna d’ Andreino dipintore (che 
oggi chiamasi Andrea del Sarto), lire 70, portò contanti da Don Santi, che 
tanto fu stimata la tavola dell’ altare d’accordo ; portò il suo Procuratore, 
come apparisce dal contratto rogato Ser Bartolommeo Mei. » 

(3) Il Vasari, nella vita di Andrea del Sarto, così dice: « Rimase poco 
meno che finita una tavola che fece per i Monaci vallombrosani alla loro 
Badia di Poppi in Casentino, nella quale fece una nostra Donna Assunta 
con molti santi intorno: San Giovali Gualberto, San Bernardo- cardinale 
loro monaco, Santa Caterina e San Fedele, la quale tavola così imperfetta 
è oggi in detta Badia di Poppi. » Fu allora che i Vallombrosani incari¬ 
carono Vincenzo Bonilli di Poppi (conosciuto sotto il nome di Morgante), 
allievo di Andrea del Sarto, di dare compimento all’ opera del suo mae¬ 
stro ; il che fu fatto nel 1540, come resulta dalla data posta su quella tavola. 

Si racconta che alcuni Poppesi (e se ne conoscono anche i nomi) ve¬ 
nuti a notizia della suddetta ukase sovrana, mal soffrendo di veder tolta al 
loro paese sì bella opera d’arte, deliberarono di opporvisi anche colla forza. 
Se nonché, informato di tal cosa il Vicario, fatti egli chiamare a sé con 















































- 296 


Pur tuttavia esistono ancora in detta chiesa dipinti 
molto pregevoli (sebbene alquanto deperiti) che sono : 

Un quadro in tela rappresentante 1 ’ A ssunzione di M. V. 
con quattro angioli e varii cherubini, ed in basso San 
Benedetto, opera di Jacopo Ligozzi del 1602 fatta per 
l’altare dei Basirei Uni. 

Una tavola del Bonilli suddetto, rappresentante il 
Presepio, copia un po’ libera del quadro fatto dal Va¬ 
sari per la chiesa di Camaldoli. 

Una lunetta sopra la cornice di un altare, rappresen¬ 
tante V Annunziazione. 

Una tavola divisa in tre parti. Nella centrale è la 
Vergine col Bambino, con due angioletti : maniera bi¬ 
zantina attribuita a Guido da Siena. Nelle laterali sono 
dipinti San Giovanni Evangelista e Santa Caterina delle 
Ruote, opera di Domenico da Passignano, che molto la¬ 
vorò pei Vallombrosani. 

Una tavola di Carlo Portelli di Loro, rappresentante 
San Benedetto con ai lati San Michele Arcangelo e un 
Santo Vescovo. E sópra, in una lunetta, vedesi dipinto 
San Giovan Gualberto, vestito da cavaliere, che perdona 
all’uccisore di suo fratello, con altre due figure inginoc¬ 
chiate. 

Un quadro d’ altare del Sori, rappresentante il mar¬ 
tirio di San Lorenzo, composizione di molte figure, 
sotto la quale si legge: Opus Petri Soris senensis. A. D. 
MDCV. 

Un quadro in tela, rappresentante il martirio di San 
Giovanni Evangelista. Grandiosa composizione di Fran¬ 
cesco Morandini di Poppi (chiamato il Poppi), come re¬ 


tinto pretesto e uno alla volta i capi della patriottica congiura, li fece 
chiudere in carcere tino al dì seguente, quando cioè il quadro era già vi¬ 
cino alle porte di Firenze : ond’ essi ebbero a rodersi per rabbia le mani 
a causa dell’ impresa fallita e del brutto scherzo sofferto. 


/ 






















— 297 - 

sulta dai ricordi della chiesa. Vuoisi che nelle tre donne 
poste a sinistra l’autore abbia fatto il ritratto delle sue 
sorelle. 

Quadro in tela, rappresentante la Madonna del Ro¬ 
sario col Bambino Gesù che da rosarii a San Domenico, 
mentre la Vergine ne dà a Santa Caterina. Sul davanti 
altre figure. È opera di Alessandro Davanzati, monaco 
Vallombrosano, fatta nel 1596 e restaurata nel 1692. 

Un gran quadro d’altare in tavola rappresentante la 
Vergine con varii santi (San Francesco, San Giovanni 
Battista, San Sebastiano e San Giovan Gualberto). Opera 
pregevolissima di Antonio Solosmeo che fu scolare di 
Andrea del Sarto. (1) Il Solosmeo, che, per proprio 
nome, si chiamava Andrea di Giovanni, fu anche scul¬ 
tore e scolare del Sansovino. Di lui parla il Vasari, ma 
senza però indicarne alcuna pittura. L’ unica che esista 
è quella sopra descritta, la quale rammenta un poco la 
maniera del Puligo, ma per la grazia e per la fusione 
del dipinto, piuttosto quella di Andrea del Bresciantino, 
senese. Vi si scorge il disegnatore vigoroso ed il colori¬ 
tore accuratissimo, che seppe dare alle figure una grazia 
così soave, da ricordare la maniera del Ghirlandaio. 

Altre cose pregevoli sono in detta chiesa, compreso 
il coro vagamente intarsiato, ma noi, per brevità, ci li¬ 
miteremo a notare il busto in argento di San Torello, 
per uso di reliquiario, del secolo XV ; ed una croce di 
legno, profilata, con crocifìsso di grandezza naturale di¬ 
pinto a tempera, di carattere greco-bizantino, forse di 
scuola senese, anteriore a Giotto. 

Nella chiesa Prepositoriale di San Marco si vede una 
Resurrezione di Lazzaro di Jacopo Ligozzi, dipinto assai 
ragionevole ; un bel quadro d’altare (in tela) del Moi an- 


(r) Vasari, Vite. Edizione Milanesi, V, pag. 58, nota. 





















































dini rappresentante la Discesa dello Spirito Santo (Pen¬ 
tecoste), opera importante per vaghezza di colorito e 
per pregio di composizione, e finalmente una Pietà (o 
Deposizione dalla croce ) dello stesso Morandini, il quale 
pare aver voluto ritrarre la propria sorella nel volto di 
San Giovanni Evangelista. Questa tavola si trova ora 
nella canonica. 

Nella piazza centrale dove corrispondono gli edifizii 
più ragguardevoli, trovasi un grazioso oratorio di forma 
esagonale detto della Madonna del Morbo, perché votivo 
per la liberazione dalle terribili pestilenze del 1530 e 
del 1631, attribuita alla Vergine. L’immagine di essa, 
dipinta in tavola centinata alla maniera bizantina, con 
il Bambino Gesù e col piccolo San Giovanni Battista, 
è opera pregevolissima della maniera di Fra Filippo 
Lippi. V’ è pure un altro quadro pregevole portante lo 
stemma dei Riili, e rappresentante Sant’Antonio da Pa¬ 
dova col Bambino Gesù, e con ai lati San Giuseppe e 
San Torello, con due angioli volanti in alto. 

Nella chiesa delle Monache Agostiniane , che è a piè 
del castello dal lato di levante, si vede sopra la porta 
un bassorilievo di molto pregio in terra cotta della 
lìobbia, smaltata di bianco e rappresentante la Pietà, 
della maniera d’Andrea. E dentro la chiesa trovasi 
un’ altra Pobbia bellissima del secolo XVI, rappresen¬ 
tante il Presepio, maniera di Giovanni, con pilastri e 
cornici, coi soliti ma vaghi ornamenti di foglie, frutti 
e fiori. (1) Vi si vedono pure una buona tela, della ma¬ 
niera del Vignoli, rappresentante la Vergine in gloria, 
ed una pregevole Annunsiasione del Morandini. 

Dentro il convento esistono un tondo bellissimo, chiuso 


(1) È da notarsi che le figure principali hanno le teste e le altre parti 
nude del corpo, non invetriate, ma sono del colore naturale della terra 
cotta, il che pare dia alle figure maggior grazia e naturalezza. 











— 299 — 


in cornice vagamente intagliata, rappresentante la Ver¬ 
oine col bambino nudo, ed una tavola centinata di Sandro 
Botticelli (o almeno della sua scuola) con ornamento di 
legname dipinto e dorato, nella cui base sta scritto Ave 
Maria grafia piena dominus. 

Altro lavoro pregevolissimo è quello in terra della 
]lobbia, detto di Bramasole perché posto fino ab antiquo 
sopra la porta della casa colonica del podere detto Bra¬ 
masole che trovasi per la via corta per salire a Poppi, 
fuori della porta alla Badia, e che oggi è collocato nel 
gran salone del Palazzo dei Guidi. (1) 11 quadro centinato 
rappresenta VAssunzione di Maria Vergine con quattro 
graziosi angioletti volanti ai lati e con in basso San Tom¬ 
maso e San Girolamo, genuflessi. Anche in questo come in 
quello sopra descritto, le parti nude non sono invetriate. 

Finalmente sotto il gran Palazzo dei Guidi e dalla parte 
di mezzogiorno vedonsi tuttora i resti dell’antichissima 
chiesa di San Lorenzo , costruita da quei Conti, nella quale 
esisteva un’ elegante cappella del secolo XV, oggi rovinata 
per la caduta del gran muraglione del pratello, avvenuta 
nel 1880. Il Municipio di Poppi lodevolmente concesse 
allora per ricostruirla una certa somma, la quale fu in¬ 
vece erogata nel riedificare la casa canonica. E quindi da 
deplorarsi che questa chiesa non siasi potuta restaurare 
come lo meriterebbe l’antichità della sua costruzione, clic 
risale al secolo XI-XII. 

Lo Spedale di Poppi, di remotissima fondazione, fu 
circa il 1200 ampliato per opera dei Conti Giudi e re¬ 
centemente accresciuto e migliorato. Oltredicliè sono a 
Poppi varie istituzioni di pubblica beneficenza, e fonda 
zioni per donazioni e legati pii. 


(1) Questa Robbia è stata oggetto di una contestazione giudiciale (credo 
non ancora definita) intorno alla proprietà di essa (Vedi Nazione , 
aprile 1908). 















































— 300 — 


Le antiche mura, che serbano ancora gli avanzi di 
baluardi e di torri, circondano tutto il paese il quale, 
specialmente dal lato di levante, può quasi dirsi una 
superedifìcazione delle stesse mura. S’ entra in Poppi per 
quattro porte che, tranne una rimodernata, sono quelle 
medesime fatte costruire insieme colle mura dai conti 
Simone e Guido Novello nel 1261 e 1262: il paese è or¬ 
nato di belle case con portici. 

Poppi possiede inoltre una pregevolissima Biblioteca 
formata dalla libreria Killiana, donata al Comune, e da 
quella del soppresso Monastero di Camaldoli (Eremo) ; 
onde la detta Biblioteca Comunale è oggi ricca di 14,000 
volumi e di oltre mille incunabuli, fra i quali si contano 
oltre 100 quattrocentisti quasi tutti in ottimo stato. Vi 
sono pure 305 manoscritti la maggior parte in pergamena, 
e dei quali molti assai rari per miniatura e per eleganza 
di caratteri dei secoli XI, XII, XIII e XIV, e finalmente 
un bel codice dantesco del 1319. 

Fra le glorie del passato, Poppi ha pure quella d’es¬ 
sere stata patria d’uomini illustri e d’eletti ingegni. A- 
vendo già parlato dei Conti Guidi di Poppi, celebri per 
la parte presa a’ lor tempi negli avvenimenti politici e 
militari d’Italia, ricorderemo brevemente gli altri, e i 
principali, che sono : 

Mino Mini, detto impropriamente (1) da Fiesole, men- 
tie oimai e cosa certa essere egli nato a Poppi, come 
ne attestano il Vasari, (2) il Muntz (3) ed altri critici 


(1) De ISTavenne, op . cit . 

(^) Il Vasari (edizione Milanesi) in nota alla vita del celebrato 
Maestro così scrive : « Mino di Giovanni di Mino fu di Poppi, come re¬ 
sulta dalla matricola dei maestri di pietra (magistri lapidimi) e di legname, 
o\ e si legge. « A dì 28 luglio 1464 fu matricolato Minus loannis Mini 
de Pupio , habitator in Populo S. M. in Campo, intagliatore. » 

(3) « Mino da Piesole è nato a Poppi, nel Casentino il 1430 o 1431, ed 















d’arte e di storia. È però strano die alla sua patria non 
abbia egli lasciato alcun tesoro del suo grandissimo in¬ 
gegno. 

Santi Gascesi che, morto Annibaie Bentivoglio, fu chia¬ 
mato a reggere il governo della città di Bologna. Erano 
dieci anni che il Conte Francesco Gnidi cacciato da Poppi 
dimorava in Bologna, quando avvenne che Annibaie Ben¬ 
tivoglio, nipote del defunto Ercole, vi fu ucciso, nel suc¬ 
cedergli. Allora il Conte Francesco palesò che in Poppi 
viveva un figlio naturale di Ercole, ivi nato dall’ unione 
illegittima colla moglie di certo Angiolo Cascesi legna- 
iolo, fino da quando il Bentivoglio profugo da Bologna 
avea preso stanza a Poppi presso il Conte Roberto. E 
oltre la pubblica voce anco la somiglianza ciò confer¬ 
mava, tantoché, essendo ito a Bologna il fanciullo quando 
vi si riduceva il Conte di Poppi, Annibaie gli avea detto : 
tu se’ cle J nostri. (1) Allora i Bolognesi corsero tosto a 
Poppi a riconoscerlo, invitarlo e seco loro condurlo a 
Bologna, di cui diedero a lui, quale erede dei Bentivo¬ 
glio, la signorìa: e così egli, figlio d’una popolana di 
Poppi, e quindi, diremo, casentinese, molto saviamente 
governò Bologna fino alla sua morte, avvenuta nel 1463. 
Racconta il Mannucci che il detto Santi Cascesi avea 
due sorelle in Poppi, le quali andando una mattina a 
Certomondo alla divozione, da sei uomini ben provvisti 
di cavalli furono messe in sella e condotte a Bologna. (2) 

Jacopo di Baldassarre Turriani di famiglia antichis¬ 
sima di Poppi, ed esso rinomato scultore e architetto, 
come lo dimostrano le varie opere da esso lasciate. 

Francesco Morandini, detto il Poppi, discepolo del 


è morto in età di 53 anni. » (Eugenio Muntz, L’Arte Italiana nel quat¬ 
trocento. Traduzione italiana. Milano, 1894). 

(1) fi. Capponi, Storia della Repubblica fiorentina. 

(2) Mannucci, toc. cit. 







































— 302 — 


Vasari e da questo sommamente lodato, celebre pittore, 
le cui opere andarono sino alla corte di Vienna e di 
Francia. Il Borghini ne scrisse la vita (1) e il Bocchi (2) 
lo chiamò raro ed eccellente pittore, diligentissimo e va¬ 
ghissimo nel colorire. 

Vincenzo Bonilli restauratore della pittura a fresco. 

Francesco Foli, filosofo e medico valentissimo, inven¬ 
tore del metodo per la trasfusione del sangue, e autore 
di varie opere, tra le quali una intitolata Staterà Me¬ 
dica. (3) 

Finalmente, per tacere di molti altri, ricorderemo il 
dottor Tommaso Crudeli, valente letterato e gentile poe¬ 
ta, (4) bello e vivace ingegno, brillante e piacevolissimo 
parlatore e per l’ameno carattere suo delizia dei fore¬ 
stieri e de’ cittadini. (5) Ebbe a professore in Pisa Ber¬ 
nardo Tanucci di Stia, che aveva verso il Crudeli quel¬ 
l’affetto che ispira, oltre la stima de’ pregi della mente 
e dell’animo, il pensiero della patria comune. Mentre 
pertanto il Crudeli se ne stava in Firenze nei tranquilli 
recessi de’ liberi studii, e, non udendo il rumore di tem¬ 
peste politiche e di privati litigi, teneasi sicuro, ecco, 
che improvvisamente la sera del 9 maggio 1789 viene 
arrestato e tradotto nelle carceri dell’ Inquisizione. 0 


(1) PvAFFAELLO Borghini, Riposo, t. Ili, 224. Firenze, 1584. 

(2) Bocchi, Bellezze di Firenze. 

(3) Si racconta che per poter osservare colla massima precisione tutti 
i ienomeni fìsici onde s’ aumenta e diminuisce il peso del corpo umano, 
si condannasse egli volontariamente al supplizio di vivere per un anno 
intero sopra una grande stadera, facendovi pure, com’è naturale, ogni 
sua occorrenza. È proprio il caso di dire coll’inno della chiesa: staterà 
facta corporis. 

(4) Giosuè Carducci ne raccolse gl’ idilii e gli scherzi più forbiti e 
leggiadri, togliendoli all’ ingiusta dimenticanza della maggior parte de¬ 
gli storici. 

(5) Ferdinando Sbigoli, Tommaso Crudeli e i primi Frammassoni in 
Firenze. Milano, 1884. 





















— 303 — 


fosse qualche motto salace sfuggitogli in mezzo alla gio¬ 
condità di allegre brigate ; o fosse qualche suo scritto (1) 
ispirato a troppo liberi sensi in tempi nei quali il par¬ 
lare di libertà di coscienza e di pensiero era colpa ; o 
fossero le pratiche con stranieri sospetti, il fatto sta 
che, passando egli a traverso d’una lunga, tenebrosa e 
severissima procedura rimase carcerato in mezzo a pa¬ 
timenti e privazioni d’ ogni genere, per oltre un anno. 
Ma, riconosciutasi finalmente la sua innocenza, venne tolto 
di carcere e relegato a Poppi (2) ove poco tempo dopo 
per la salute ornai rovinata dai dolori fisici e morali cessò 
di vivere, ultima vittima del tribunale del Santo Uffizio 
in Toscana, lasciando dietro a sè largo compianto e ar¬ 
dente desiderio di più spirabil aere di libertà. Lo Zobi, 
narrando la storia del Crudeli, le cui dolorose vicende 
e le persecuzioni ingiustamente sofferte contribuirono, 
secondo lui, all’abolizione di quel tribuùale, così scrive: 
« Dall’altra parte un fremito d’indignazione agitava i 
cuori ben fatti contro simigliante istituzione umana 
ornai trascorsa a tali abusi ed eccessi da non poter es¬ 
sere ulteriormente tollerata da popoli inciviliti, presso i 
quali la fede religiosa deve dominare per principio di 
razionale convincimento, e non per forza di persecuzioni, 
di violenze e di tormenti ! » (3) 


(1) Sembra che ciò cbe più ferì la suscettibilità dell’ Inquisitore fossero 
i seguenti versi di un’ ode composta in morte del Senatore Filippo Bo¬ 
narie ti, cbe si trova nella Raccolta di poesie di Tommaso Crudeli latta in 
Napoli nel 1746 : 

Cosmo suo Re V abbraccia e difensore 
Il vuol del suo reai placido Impèro ; 

Ed ei calma il furore 

Del procelloso tempestar del clero ! 

(2) La villa ove abitava il Crudeli è quella amenissima di Poggio Pa¬ 
gano presso Poppi, cbe fino a pochi anni indietro appartenne alla fami¬ 
glia Crudeli. 

(3) Zobi, Storia civile della Toscana. Firenze, 1850. Di questa famiglia 




























— 304 — 


La magnifica et nobilissima Terra di Poppi, destinata 
dalla natura ad essere capo e centro del Casentino, fu 
per tale riconosciuta anche dalla Repubblica fiorentina 
che vi mandò i suoi Commissari e Vicari, e dalla Casa 
de’ Medici, come pure dalle altre dinastie regnanti 
che parimente vi mandarono i loro Vicari e Potestà per 
esercitarvi le funzioni di Governatori con giurisdizione 
in tutto il Casentino. Ond’ è che il Vasari , dipingendo 
nel Salone grande (detto dei Cinquecento) di Palazzo 
Vecchio in Firenze la terra di Poppi, vi scrisse sotto : 
Pupium agri Clusentini caput. (1) 

Poppi è aneli’oggi per la sua importanza e centralità 
Capoluogo di Mandamento, e sede di Pretura, di Stazione 
deiKR. Carabinieri con Maresciallo, d’Uf&cio del Registro, 
^ Agenzia delle Tasse e Catasto, di una Banca Mutua Popo¬ 
lare e d’altri Istituti, fra’ quali sono a ricordarsi In Cattedra 


fu Arsenio Crudeli, Abate Maggiore di Camaldoli, che mentre vi stette (1572) 
il celebre San Carlo Borromeo, gli fece visitare anche Poppi ( Annali Ca- 
maldolensi, Vili, 73). 

(1) Principe : « A dirvi il vero io mi era mezzo stracco per affissare 
tanto gli occhi e tenere il collo a disagio per non scambiare niente. Or 
che sono riposato un poco, seguitate il paese che lasciaste ; eramo appunto 
sopra Castrocaro. 

Giorgio: « Accanto a questo segue il Casentino, siccome la può vedere 
pei le parole scritte sotto : Pupium agri Clusentini caput , dove per 
Principal castello di quel luogo ho ritratto Poppi al naturale, così Prato¬ 
vecchio e Bibbiena ; da una parte ci ho fatto il fiume d’ Arno, dall’altra 
il fiume dell Archiauo, e lassù alto ho fatto la Falterona piena di faggi 
e d abeti con i diaccinoli a’ capelli, e versa quel vaso pieno sopra l’Arno; 
e il giovane armato, che tiene lo stendardo di quel luogo, denota la bra¬ 
mirà degli uomini di quel paese; ha nello scudo 1’ insegna della Comu¬ 
nità di Poppi. 

Principe : « Mi piace ; ma ditemi ecc. ecc. ( Ragionamenti del Sig. Ca¬ 
valla e Giorgio Vasari pittore e architetto aretino sopra le invenzioni da lui 
dipinte in Lirenze nel palazzo di Loro Altezze Serenissime, con lo lllmo ed 
Lccmo Signore Don Francesco Medici, ecc. » Arezzo. Seconda edizione 1762 
per Michele Biliotti stampatore ecc.). 


























































305 — 


ambulante d’Agricoltura, ed il Consorzio agrario, casen- 
tinese, nonché il nuovo stabilimento costruito nel cosid¬ 
detto Porto di Ponte a Poppi, per uso di monta di varie 
specie d’ animali utili all’ agricoltura, per vivaio di specie 
legnose, per laboratorio di chimica agraria, per stazione 
di piscicultura ed apicoltura ecc. ecc. Del che va data 
lode grandissima a S. E. l’On. Sanarelli, il cui nome 
deve restare con vincolo di gratitudine legato a questa 
e ad altre imprese iniziate e compiute a vantaggio del 
Casentino. 

Il territorio di Poppi comprende una vastissima zona 
di pianura, di collina e di montagna con variata e ricca 
produzione. La parte più montuosa e alpestre è quella 
posta nelle diramazioni dell’ Appannino, comprese tra 
1’ Eremo di Camaldoli e la Badia a Prataglia. 

Fra le industrie del Comune di Poppi abbiamo già 
rammentata quella dei lavori in legno che si esercita 
alla Badia a Prataglia, a Moggiona, ad Avena e a Lierna. 
In Poppi è un commercio importante di seta in bozzoli, 
e in tutto il Comune una rilevante fabbricazione di cap¬ 
pelli di paglia. Finalmente ha buon nome nel commer¬ 
cio il vino di Poppi, che fu celebrato anche in poesia 
con questi versi di Niccolò Machiavelli che ne\V Asino 
d’ oro , descrivendo una cena, dice : 

Ancor questa guastada porta piena 
Di vin che ti parrà, se tu V assaggi, 

Di quel che vai di Greve e Poppi mena. 

PASSEGGIATE, ESCURSIONI E DINTORNI. 

Come mèta di passeggiate piacevoli possono proporsi 
tutte le Parrocchie indicate in principio di questo Ca¬ 
pitolo, in alcuna delle quali restano ancora opere d’arte 
pregevoli, mentre, pur troppo, i piccoli oggetti antichi 


20 
























— 306 — 


e rari, come calici, turribuli, croci processionali e simili 
clie un tempo vi erano , oggi più non esistono ! 

Per esempio nella chiesa eli San Michele Arcangelo a 
Lierna esiste un dipinto pregevole del Bizzelli, rappre¬ 
sentante il Martirio di Sant’ Agata ; nella chiesa di San 
Matteo a Memmenano, è un bellissimo quadro robbiano 
di terra invetriata bianca su fondo azzurro, rappresen¬ 
tante la Pentecoste, (1) ed una bella croce antica di forma 
latina con formelle gotiche, con figure incise e niellate -, 
e nella chiesa di Santa Maria a Porrena (2) è pure una 
bellissima Robbia centinata, di smalto bianco su fondo 
azzurro, del secolo XYI rappresentante V Assunzione di 
M. V. con varii santi, ed è opera delicata dei tempi di 
Andrea. 

Tra i dintorni di Poppi è da vedersi Fronzola, anti¬ 
camente Fronzole, situato a mezzogiorno del paese, da 
cui dista circa tre chilometri. Per andarvi si passa dal- 
P ex convento dei Cappuccini, fondato nel 1568 da To¬ 
rello Lapucci poppese, posto in mezzo a un bel bosco 
di cipressi e di abeti, circondato da mura ed oggi can¬ 
giato in residenza estiva dei Gesuiti. Nella chiesa è un 
grazioso quadro del Poppi, e sull’ aitar maggiore un altro 
dipinto attribuito al Veli di Arezzo. 

A questo convento che risiede sul colle Perizino, so- 


(1) Questa Robbia trovavasi un tempo nella parete settentrionale del- 
1’ antichissima chiesa dello Spirito Santo in Bibbiena. Tolta di lì, e van¬ 
dalicamente mutilata del fregio di frutta, foglie e fiori, esistente all’intorno, 
e del sottostante gradino, fu dal governo francese ai primi di questo se¬ 
colo ceduta al Parroco di Memmenano e trasportata nella chiesa di quel 
villaggio, ove al presente si trova. 

(2) A Porrena, nome di origine etnisca, furono trovati antichi tumuli 
etruschi con lastre di metallo, portanti impressioni munite di campanelli 
e con una sfinge di pietra e alcuni vasi dipinti, (Schede Gamurrini). Ap¬ 
parteneva Porrena ai Conti Guidi del ramo di Battifolle (Repetti), ed è 
tradizione che fosse il loro granaio (B andini, Odep, cit., voi. VI). 


















vrasta il poggio di Fronzola, sulla cui cima esisteva anti¬ 
camente il fortissimo (1) castello omonimo, del (piale 
oggi non rimangono die i ruderi del cassero, l’antica 
cisterna e una grand’ ala della ròcca. 

È celebre di Fronzola 1’ assedio postovi dal Conte 
Sirnone da Battifolle allorquando quel castello era in 
potere dei Tarlati. « Nel 24 agosto 1354, narra il Villani, 
il Conte Sirnone potè prendere cogli aiuti di Firenze (2) 
il castello di Fronzola nel quale erano i Tarlati di 
Arezzo ; e fu un bell’ acquisto pel Conte, perocché è dei 
più forti castelli e rócche di Toscana, e cova e sovrasta 
Poppi, chè è di sopra jioco più d’ un miglio. Il Conte ne 
fece grandi grazie al Comune di Firenze, e poi vegnendo 
egli in persona a Firenze, mandocci la campana del detto 
castello per segno di ricordanza. » (3) 

Bella gita alpestre da Poppi è quella di Pratomagno 
passando per Par mano, Casino de’ Micheli, le Partacce, 
Colonna de ’ Chinesi (sommità j ore 4 di cammino), e poi 
proseguendo per Possa nera, tambucacelo, Passo della 
donna morta, e discendendo finalmente a Carda e a 
Calleta. 


(1) A dimostrare quanto fosse forte e temuto quel Castello, sorse que¬ 
sto dettato, ciré oggi pur si ripete : 

« Quando Fronzola fronzolava 
« Poppi e Bibbiena tremava. » 

(2) Erano 500 uomini d’ arme die la Repubblica fiorentina gli mandò 
in benemerenza della fedeltà dimostrata da quel Conte in occasione della 
cacciata del Duca d’ Atene. 

(3) G-. Villani, Cronica, IX. 



































— 308 — 

Certomondo e Campaldino. 

Hoc Campaldi ice testantur f un era pugnse, 
Tempore quo rubris fluxerat Arnus aquis. 

Bandini, Specim . Ut . fior ., XI. 

Scendendo da Poppi per circa mezzo chilometro, e 
passato l’Arno sopra un ponte in pietra a cinque ar¬ 
cate si trova il Ponte a Poppi (m. 346), vasto sobborgo 
e luogo d’ assai commercio, traversato dalla via provin¬ 
ciale casentinese, e ornato di bella piazza cinta di case 
con portici. « Questo ponte, scrive il Morozsi , fu fatto 
costruire dal Conte Guido il Vecchio, ed avanti non era 
ponte alcuno, ma si passava col fodero, e la strada prin¬ 
cipale per salire a Poppi era quella del Trogone, chè vi 
erano più logge con fornace, e s’entrava in Poppi per 
la porta detta di Tiggiano, che ora è murata ed ora è 
la clausura delle Monache : così si legge in un mano¬ 
scritto della Magliabecliiana, class. XXV, cod. 81, d’Ar¬ 
no. » (1) Certo è che questo ponte esisteva avanti il 
1225, perciocché negli Annali camaldolensi di quel tempo 
si trova scritto che a capo del ponte (in capite pontis ) di 
Poppi esisteva uno spedale pei lebbrosi. (2) 

Di qui s’ apre e incomincia la storica e celebre pia¬ 
nura di Campaldino, che si stende lungo la riva sinistra 
dell’Arno fin dove la via provinciale traversa questo 
fiume presso la confluenza del torrente Solano. Quasi 
nel centro di questo piano è situato Certomondo (o se¬ 
condo altri Cerromondó) antico Convento dei frati Minori 
Conventuali, fondato dai fratelli Simone e Guido No¬ 
vello de’ Conti Guidi nel 1262, in rendimento di grazie 
per la vittoria riportata nel 1260 dai Ghibellini a Mon- 


(1) Morozzi, toc . cit . 

(2) Tomo IV, 287. 















taperti. In questo Convento ebbe sede un tempo il tri¬ 
bunale dell’ Inquisizione, ma è un errore quello di chi 
scrisse che quivi stette carcerato per 15 mesi il Crudeli 
del quale parlammo. 

Si vede un bel quadro àelV Assunzione con sopra il 
Padre Eterno dentro una lunetta di bello e ricco fondo 
architettonico, e che è un dipinto de’ più corretti di 
quanti rimangono dell’ autore che fu Neri eli Bicci (1466). 
Vi sono anche alcuni affreschi ma non di grande impor¬ 
tanza. L’ antico Refettorio, che è oggi la cantina del 
signor Angiolo Focacci, conserva tuttora il suo bellissimo 
soffitto in legno, fatto tutto a formelle e decorato vaga¬ 
mente alla veneziana, con ornati e figure a vari colori. 
Il chiostro e cortile, ridotti presentemente ad uso di abi¬ 
tazione colonica e di fienile, sono lavoro pregevolissimo 
del secolo XY, ed elegante, graziosa e svelta ne è 1’ ar¬ 
chitettura } ma disgraziatamente tutto ciò ha sofferto e 
soffre gravi danni più per l’ingiuria degli uomini che 
per quella del tempo, mentre sarebbe veramente opera 
civile quella di conservare almeno ciò che rimane di 
questo monumento, che pochi conoscono e che nessuno 
forse ha fin qui menzionato e descritto. (1) 

Nell’ anno 1846, nello spianare un monticello dietro 
la chiesa, ov’ era un vecchio bosco di cerri, fu scoperto 
un sepolcreto, entro il quale si trovarono due grandi 
vasi istoriati con figure rosse e nere, uno dei quali, cre¬ 
dendosi contenesse un tesoro, fu barbaramente spezzato. 
Seguitando allora lo scavo, furono rinvenuti altri og¬ 
getti, che gli archeologi dichiararono etruschi, cioè urne 
cinerarie, vasi lacrimatorii, ampolle, istrumenti guerre¬ 
schi, figure d’ animali, una sfinge di bronzo, due grandi 


(1) Nel chiostro sotto descritto esiste la bella e rara iscrizione antica 
in caratteri gotici, una delle piti antiche che esistano in Casentino. Ne ho 
fatto eseguire una riproduzione fotografica. 






























■ 


- 310 - * 

vasi di rame, aneli’essi istoriati, un bacino, un grosso 
coltello, e varii pezzi d’ arme d’ipogèo etrusco. La mag¬ 
gior parte di questi preziosi oggetti fu venduta senza che 
si sappia a chi e dove : il rimanente fu donato al Museo 
di Siena dal dottor Faleri, insieme con una collezione nu¬ 
mismatica da lui fatta. 

Ma 1’ avvenimento che più d’ ogni altro ha contribuito 
a render celebre il nome di Certomondo è la famosa 
battaglia di Campaldino, combattutasi in questa pianura 
nel dì 11 giugno 1289, tra i Guelfi di Firenze e i Ghi¬ 
bellini di Arezzo j battaglia che il Villani chiama la più 
ordinatamente e maestrevolmente combattuta che non fosse 
mai stato fatto sino a que’ tempi in Italia; battaglia fa¬ 
mosa non tanto per le conseguenze che ne derivarono, 
quanto anche per i grandi personaggi che figuravano 
nelle file da ambe le parti dei combattenti, (1) fra i quali 
Dante Alighieri che si trovava nella schiera dei feditori, 
cioè dei cavalieri combattenti corpo a corpo. Questa fu 
P ultima battaglia in cui le milizie cittadine non fossero 
soverchiate dalle mercenarie. (2) 

« Il 2 giugno, sonate le campane a martello, si mosse 
la bene avventurata oste de’ Fiorentini, e le bandiere 
che erano a Ripoli feciono passare Arno e tenere la via 
del Pontassieve ; e accamparonsi per attendere tutta gente 
in sul Monte al Pruno. (3) E, rannata la detta oste, sce- 
sono nel piano del Casentino per male vie, ove se aves- 
seno trovati li inimici, avrebbero ricevuto assai danno; 


(1) Rispetti, loc. cit. 

(2) Pagani, Niccolò Machiavelli e V istituzione delle milizie nazionali, 
nella Rassegna settimanale , 1881, bT. 163. 

(3) Monte al Pruno , presso la chiesa di Santa Maria a Pietrafitta, di 
cui abbiamo su tale argomento parlato nella parte generale di questo li¬ 
bro, e che con tal nome : Mons ad Prunum ò ricordato anche negli Annali 
Camaldolensi (VII, 61, anno 1433). 
















- 311 


ma non volle Dio : e vennero guastando le terre del Conte 
Guido Novello, eh’ era Potestà d’ Arezzo. Sentendo ciò il 
Vescovo d’Arezzo (Guglielmo libertini) cogli altri capitani 
di parte ghibellina, presono partito di venire con tutta la 
loro oste a Bibbiena perchè non ricevesse danno. » (1) 

« Qui si fermarono e feciono una schiera. I capitani 
(fiorentini) della guerra misono i feditoli alla fronte della 
schiera, e i palvesi col campo bianco e giglio vermiglio 
furono attelati dinanzi. Allora il Vescovo che avea corta 
vista, domandò: Quelle che mura sono? fogli risposto : I 
palvesi de’ nìmici. » (2) 

« Ricevuto dai Fiorentini allegramente il gaggio della 
battaglia, di concordia si affrontarono le due osti nel 
piano a piè di Poppi, nella contradadi Certomondo in 
un piano che si chiama Campaldino. » (3) 

« Gli aretini assalirono il campo sì vigorosamente e 
con tanta forza, che la schiera dei Fiorentini rinculò. La 
battaglia fu molto aspra e dura. Le quadrella pioveano : 
P aria era coperta di nugoli, la polvere era grandissima. 
I pedoni degli Aretini si metteano carpone sotto i ven¬ 
tri de’ cavalli con le coltella in mano e sbudellavangli : 
ed i loro feditori trascorsone tanto, che nel mezzo della 
schiera furono morti molti di ciascuna parte. Molti quel 
dì che erano stimati di grande prodezza furono vili, e 
molti di cui non si parlava furono stimati. Furono rotti 
gli aretini non pò? viltà, ma per lo soperchio de’ nemici 
furono messi in caccia, uccidendoli. I soldati fiorentini, 
che erano usi alle sconfitte, gli ammazzavano ; i villani 
non aveano pietà : fu la detta rotta a’ dì 11 di giugno il 
dì di San Barnaba, » (4) 


(1) Gr. Villani, Cronici , lib. V., cap. 131. Firenze, 1532. 

(2) Dino Compagni, Cmnaca Fiorentina. Firenze, 1S60. 

(3) G. Villani, loc. cit, 

(4) Dino Compagni, loc cit. 





































— 312 — 


Il Conte Guido Novello, vedendo piegar male le cose, 
senza colpo ferire fuggì vilmente co’ suoi, ritirandosi nel 
suo castello. (1) Invece il vescovo libertini, die avea 
lasciato in Arezzo il pastorale per impugnare la spada, 
comecché meglio sapea gli ufficii della guerra che quelli 
della Chiesa, veduto fuggire il conte Guido Novello e 
saputi uccisi quasi tutti i capitani degli Aretini, non 
volendo sopravvivere alla disfatta, si gettò a cavallo nel 
fìtto della mischia, ove combattendo valorosamente trovò 
la morte per mano di un soldato che dalla tonsura sa¬ 
cerdotale il riconobbe. (2) E così fu confermata sino al¬ 
l’ultimo la fama ch’egli godeva di migliore e più avvi¬ 
sato capitano di guerra che fosse in Italia a suo tempo. (3) 
Come trofeo di guerra e spoglie opime della vittoria di 
Campaldino, si portarono pubblicamente in Firenze e 


(1) Di lui scrive il Bassermann : « Egli dopo la sconfìtta del suo par¬ 
tito si riparò vilmente nel suo castello di Poppi e nel naufragio del suo 
partito mirò soltanto a salvare sè stesso ed i suoi beni » (op. cit.). 

(2) Cecidit etiam Episcopus qui per coronam cleiicalem cognitus quis 
esset, a milite gladio interfectus fuit {Muratori). 

(3) G. Villani, Cronica , lib. VII, cap. 130. È audizione ancor viva 
negli abitanti di Poppi cbe il corpo dell’ libertini venisse sepolto in una 
cappella gentilizia della famiglia Rastreliini di Pcppi, situata nel piano 
di Campaldino, e precisamente nel punto ove dalle via provinciale caseu- 
tinese si stacca quella comunale die conduce a Stia. E poiché nel ricor¬ 
dato ordine generale di distruzione dei sepolcri lei Conti Guidi, come 
fautori dei Ghibellini, venne compresa anche la ditta cappella, per esservi 
stato sepolto il Vescovo libertini, accanitissimo gabellino, così si dice che 
i frati di Certomondo ne tolsero di notte tempo il cadavere e lo portarono 
segretamente in Convento senza porre alcun segni al luogo della sepoltura. 
Però recentemente, in occasione di alcuni restauri fatti al pian tifo della 
chiesa, fu nel centro di essa trovato un cadavere coperto d’ armatura in 
ferro con avanzi di drappi ; sul quale ritrovaimnto è dato a ognuno fan¬ 
tasticare a sua voglia. 

L’ esistenza di detta cappella è confermata da un testimone oculare 
insospettabile come il Bandini, il quale, nel sto Odeporico (VI) dice di 
avere osservato (traversando il piano di Campaldino) una cappelletta dove 
restò ucciso il Vescovo libertini. 

















313 — 


furono appesi al tempio di San Giovanni lo scudo, 
l’elmo e la spada del vescovo battagliero, e vi rimasero 
per secoli fìncliè l’ombrosa pietà di Cosimo III, ci vide 
scandalo e li fece togliere. Ma vivissime fra tutte si 
mantennero le ricordanze dei Ghibellini sconfitti a Cer¬ 
tomondo, come popolarmente si disse, e come a grandi 
caratteri si scrisse in Palagio. (1) 

« La novella della vittoria, racconta il Villani, giunse 
in Firenze il giorno medesimo e a quella medesima ora 
eh’ ella fu 5 cliè dopo mangiare essendo i signori Priori 
iti a dormire e a riposarsi per la sollecitudine e veg- 
gliiare della notte passata, subitamente fu percosso al¬ 
l’uscio della camera con grida : Levate suso cliè gli Are¬ 
tini sono sconfitti ! ; e levati e aperto, non trovarono 
persona, e i loro famigliari di fuori non sentirono nulla. 
onde fu grande meraviglia e notabile tenuta, clic innanzi 
che persona venisse dell’oste colla novella, fu ad ora di 
vespro. (2) Fu perciò creduto, come scrive il Lidia, che 
San Barnaba in persona avesse miracolosamente dato 
tale annunzio, ( 3 ) essendoché la vittoria fosse avvenuta 
nel giorno sacro a quel santo : laonde a ricordo della 
battaglia di Campaldino fu edificata in Firenze la chiesa 
di San Barnaba, come votiva al santo dal quale ai Fio¬ 
rentini piaceva ripetere la grazia di tanta vittoria. (4) 
La quale fu per molti anni celebrata con palio nel giorno 
di San Barnaba, preso dai Fiorentini per secondo pro¬ 
tettore della città. » (5) 

La battaglia di Campaldino è anco fatta celebre perchè 
fu quella il primo e certamente il maggior fatto di arme 


(1) I. Del Lungo, Dante nei tempi di Dante. 

(2) G. Villani, Cronica, lib. V, cap. 131. 

(3-4) Giuseppe Eicha, Notizie istoriche delle Chiese Fiorentine. Fi 
renze, 1758. 

(5) Eepetti, toc. cit. 





























ove siasi trovato Dante Alighieri, e inoltre un vero av¬ 
venimento della sua vita, poiché, come dice il citato 
Passerini (Curiosità storiche eec .), per l’amicizia che 
Dante strinse fino da quel giorno memorando con Yieri 
de’ Cerchi e per gli odii che in quello stesso giorno si 
accesero tra il Cerchi e rnesser Corso Donati (che furono 
più tardi tanto fatali a Firenze), può dirsi a ragione 
che nel piano di Campaldino fu gettato il mal seme che 
fruttò tante sventure all’infelice Poeta. « In quella me¬ 
morabile e grandissima giornata che fu a Campaldino, 
lui giovane e bene stimato si trovò nell’ armi combat¬ 
tendo vigorosamente a cavallo nella prima schiera, dove 
portò grandissimo pericolo. » (1) Poiché, come dice VAm¬ 
père, era mestieri che quel desso, la cui vita fu sì com¬ 
pleta, prima d’essere teologo, diplomatico e poeta, fosse 
anco stato guerriero. (2) 

Questa battaglia racconta Dante stesso in una sua 
epistola (3) e dice esservi stato a combattere, e disegna 
anche la forma della battaglia. (4) Contava allora 24 anni, 
ed egli medesimo in altra sua epistola (nella (piale parla 
del suo priorato dell’ anno 1300, e della quale non ri¬ 
mangono ornai più che poche linee riportate da Leonardo 
Aretino) dice : dieci anni erano già passati dalla battaglia 
di Campaldino, nella quale la parte ghibellina fu quasi 
al tutto morta e disfatta; dove mi trovai non fanciullo 
nelle armi, e dove ebbi, temenza molta, e nella fine gran¬ 
dissima allegrezza per li varii casi di quella battaglia. (5) 
Un altro poeta in simil frangente, relieta non bene par- 


(1) Leonardo Bruni (Aretino), Vita di Dante Alighieri. Perugia, 1671. 

(2) Ampère, toc. cit. 

(3) Il Volkman, op. cit., fondandosi sulle sue stesse dichiarazioni, 
dice che Dante fu anche pittore e che dipinse la battaglia di Campaldino. 

(4) Leonardo Bruni, loc. cit. 

(5) Leonardo Bruni, Ine. cit. 















mula, (1) se l ;i die a gambe e poi si recò quasi a scherzo 
la sua paura e vergogna. Ma gran differenza, per vero 
dire (e fu già osservata) passa tra Orazio, poeta cortigiano 
e racconciatore di sua vita epicurea, e Dante, poeta cit¬ 
tadino ben tetragono ai colpi di ventura ! (2) 

Di questa battaglia ci lasciò Dante stupendamente 
descritto il commovente episodio della morte di Buon- 
conte da Montefeltro in que’ bei versi del canto V del 
Purgatorio che spirano un sentimento di pietosa e soave 
malinconia, e ne’ quali par di sentire rumoreggiare Cam¬ 
paldino coi fragori della battaglia a cui si mescolano 
quelli della tempesta (3) suscitata dal Demonio ghermitore 


(1) Orazio, Ode VII, liti. II. 

(2) Balbo, Vita di Dante. Anche intorno alla partecipazione del Poeta 
a questo fatto d’ arme, sono stati in questi tempi sollevati alcuni dubbiì, 
ma le ragioni addotte per combattere tale partecipazione risolutamente 
affermata nella sua biografìa di Dante'dallo storico umanista e Segretario 
di Stato in Firenze, Leonardo Bruni (Aretino) sono così poco solide, che 
le fatiche durate dallo Scartazzini {Dante-II andò., pag. 62 e seg.) contro 
di essa possono avere'quasi l’aspetto di un vano dispendio di forze {Bas- 

sermann, op. cit.). , , 

Anche Gregorio Laiolo {Bull. Soc. dant., I, 5) nelle sue Indagini sto¬ 
rico-politiche sulla vita e sulle opere di Dante , Torino, Boux, 1893, pone 
in dubbio la partecipazione di Dante alla battaglia di Campaldmo, e cosi 
anche il Bartoli, ma di fronte a questi pochi dubbiosi troviamo una schiera 
d’illustri dantisti fra i quali primo il Del Lungo , i quali affermano e pro¬ 
vano che Dante fu e combattè a Campaldino. E citeremo fra gli altri 
Gaetano Salvemini {La dignità cavalleresca nel Comune di Firenze. Fi¬ 
renze, tip. di M. (Ricci, 1896), Rinaldo Brambilla {Dante e i fatti d’ arme 
di Campaldmo, Milano, Briola, 1897), F. X. Kraus [Dante sein Leben 
■und sein Werlc sein Verhdultniss zur Kunst und Politilo. Berlin, Grò e, 
1897), Emilio Gorra {Il soggettivismo dà Dante. Bologna, Zanichelli, 1899), 
Giuseppe Del Giudice ( Carlo Troya, Vita pubblica e privata, studii ed, opere. 
(Napoli, Giannini, 1899), e A dictionary of proper names and notable mai¬ 
ler in tlie Works of Dante, by Paget Toymbee. Oxford, 1898), per tacere 
di altri molti. 

(3) Griffolino d’ Arezzo così scriveva: « La notte seguente alla scon¬ 
fitta venne sì grandissima piova, che tucta la contrada appela^o, et 



































delle anime dei combattenti. (1) I quali versi immortali, 
dice Isidoro Del Lungo, sono abbondante compenso al 


fiume si empiò : così raccontano alchuni sca (m) pati fugiti da decta scoli 
ficta. {Bull. Soc. dant., X, 248). 

(1) Io fui di Montefeltro, i’ son Buoncónte : 

Giovanna, o altri non ha di me cura ; 

Perch’io vo tra costor con bassa fronte. 

Ed io a lui : Qual forza o qual ventura 
Ti traviò sì fuor di Campaldino, 

Che non si seppe mai tua sepoltura ì 
Oh ! rispos’ egli, appiè del Casentino 
Traversa un’acqua c’ha nome 1’Archiano, 

Che sopra P Ermo nasce in Appennino. 

Là ’ve ’l vocabol suo diventa vano 
Arriva’ io forato nella gola, 

Fuggendo a piede e sanguinando il piano. 

Quivi perdei la vista, e la parola 
Nel nome di Maria finì, e quivi 
Caddi, e rimase la mia carne sola¬ 
lo dirò ’l vero e tu ’l ridi’ tra’ vivi : 

L’ angel di Dio mi prese, e quel d’inferno 
Gridava : 0 tu dal Ciel, perchè mi privi ? 

Tu te ne porti di costui P eterno 
Per una lacrimetta che ’l mi toglie; 

Ma io farò dell’ altro altro governo. 

Ben sai come nell’ aer si raccoglie 
Quell’ umido vapor che in acqua riede, 

Tosto che sale dove ’l freddo il coglie. 

Giunse quel mal voler, che pur mal chiede, 

Con 1 ’ intelletto e mosse il fumo e il vento 
Per la virtù, che sua natura diede. 

Indi la valle, come il dì fu spento, 

Da Pratomagno al gran giogo coperse 
Di nebbia, e il ciel di sopra fece intento 
feì, che 1 pregno aere in acqua si converse ; 

La pioggia cadde, ed a fossati venne 
Di lei ciò che la terra non sofferse : 

E come a’ rivi grandi si convenne, 

Ver lo fiume reai tanto veloce 
Si minò, che nulla la ritenne. 

Lo corpo mio gelato in su la foce 

















317 — 




Montefeltrano se un sasso non distinse le sue ossa (1) 
come quelle del cavaliere straniero Amerigo di Narbona, 
capitano dell’oste fiorentina a Campaldino ed ivi fra gii 
altri caduto. (2) 

« Questo, dice il Bassermann, è, nella Divina Com¬ 
media uno dei passi più pieni di vita : e specialmente 
l’efficace descrizione del temporale e dell’Arcuato (3) 
ha tali finézze d’espressione che soltanto vedendole, si 
possono apprezzare, e che il poeta non poteva, se non 
sul luogo, immaginare. (4) E domanda perchè nessuno 
abbia ancor messo a profitto il canto V del Purgatorio 
che è così ricco di motivi viventi. Dante descrive colla 
gioia marziale del veterano di Campaldino il superbo 
spettacolo che si mostra quando 

.... esce alcuna volta di galoppo 


Trovò T Archian rubesto ; e quel sospinse 
Nell’Arno, e sciolse al mio petto la croce 
Ch’ io tei di me quando il dolor mi vinse : 

Voltommi per le ripe e per lo fondo ; 

Poi di sua preda mi coperse e cinse. 

(1) Ciri è tra noi clae non abbia sentito narrare dal superstizioso villano 
la leggenda di un’ Ombra che nelle notti burrascose, ravvolta in bianco 
lenzuolo, s’ aggira d’intorno a que’ luoghi ? Ebbene, è questa la tradizione 
che dura sempre nel popolo sulla miseranda fine del gentil guerriero di 
Montefeltro ; è questa la continuazione d’ una credenza religiosa del pa¬ 
ganesimo per cui 1’ anima errava vagante fintantoché il corpo, ov’ ebbe 
sede, non fosse stato sepolto. 

(2) I. Del Lungo, loc. cit. 

(B) L’indicazione dantesca della derivazione dell’ Arcliiano non corri¬ 
sponde esattamente allo stato presente. Il corso d’ acqua, che sopra V Er¬ 
mo nasce in Appennino, si chiama fosso di Gamaldoli, (anticamente Tellito) 
e quello che dai Mandrioli passa per Prataglia si dice comunemente 
fosso di Storca, il quale, alla sua confluenza col fosso di Camaldoli, prende 
e mantiene il nome di Archiano. 

(4) Ci piace di far notare al lettore come questo ragionamento (del re¬ 
sto giustissimo) del dantista tedesco, sia in aperta contradizione con quanto 
il medesimo ha scritto nello stesso libro a riguardo della presenza di Dante 
sulla Ealterona e a Bomena. 



































— 318 — 


Lo cavalier di schiera, che cavalchi , 

E va per farsi onore al primo intoppo. » (1) 

A questa breve campagna noi andiamo fors’ anco de¬ 
bitori di un altro dei più celebri passi della Divina Com¬ 
media, poiché in tal congiuntura strinse Dante, al dire 
del Tommaseo, (2) amicizia con Bernardino da Polenta, 
fratello di quella Francesca di Ravenna, la quale dal 
luogo ove morì è stata a torto chiamata Francesca da 
Eimini. L’amicizia che il Poeta nutriva pel fratello ci 
fa supporre che P animo di lui si commovesse anche di 
più al racconto delle sventure della infelice sorella, e che 
questo gettasse nell’animo del giovane fiorentino il germe 
di quella poesia che, come fiore imperituro, orna la tomba 
dell’infelice donna e in pari tempo anche la Musa ita¬ 
liana. 

Per amore di brevità tralasciamo il racconto della leg¬ 
genda del morto resuscitato che si presenta a Dante, il 
quale dopo la battaglia di Campaldino andava in cerca 
del corpo di un suo amico che avea veduto cadere tra¬ 
fitto al suolo ; e rinviamo il curioso lettore al libro di Gio¬ 
vanni Papanti, (3) che di tal fatto' lungamente ragiona. 

Piuttosto ci piace riportare, sempre in relazione alla 
battaglia di Campaldino, il seguente aneddoto, narrato 
dal Sacchetti : « Furono in casa dei Conti Guidi maritate 
due donne ; una fu figliola del Conte Ugolino della Glie- 
rardesca, il quale i Pisani feciono morire di fame ; l’altra 
tu figliola di Bonconte da Montefeltro, uomo quasi capo 
di parte ghibellina, ch’era stato sconfìtto e morto cogli 
Aretini a Certomondo. Avvenne dunque per caso che nel 
mese di marzo queste due donne, andando a sollazzo 
verso il castello di Poppi, e giugnendo in quel luogo a 


(1) Dante, Purg., c. XXIV, v. 94. 

(2) Tommaseo, Commento alla Divina Commedia. 

(3) Op. cit. 

























Certomondo dove i Fiorentini aveano data la sconfitta, 
la figliola del Conte Ugolino si volse alla compagna e 
disse : 0 Madonna, guardate quanto è bello questo grano 
e questo biado dove furono sconfitti i Ghibellini dai Fio¬ 
rentini: son certa che il terreno sente ancora di quella gras¬ 
sezza. (1) La moglie del Buonconte subito rispose: Ben 
è bello ; ma noi potremmo morire di fame prima che fosse 
da mangiare! » (2). 

L’illustre archeologo e letterato coute Luigi Passe¬ 
rini, da noi più volte citato, propose un tempo al Mu¬ 
nicipio di Poppi d’ erigere in Campaldino un piccolo mo¬ 
numento che stesse a indicare e ricordare il luogo ove 
accadde la celebre battaglia ; e a tale oggetto dicesi otte¬ 
nesse in dono dal Comune di Firenze una bella colonna 
di pietra. Forse la morte immatura del Passerini impedì 
1’ esecuzione di siffatto divisamente : del quale, a dir vero, 
non sapremmo oggi conoscere P opportunità e la conve¬ 
nienza; a meno che non si volesse con tal monumento 
ricordare semplicemente il fatto della presenza di Dante 
in Campaldino. Non ci pare infatti gloriosa, nè degna 
di ricordare ai presenti o tramandare ai posteri la me¬ 
moria di un tempo di guerre fratricide, di divisioni, di 
vergogne, di tradimenti, ili un tempo insomma contro 
del quale ben a ragione potea dall’ Alighieri lanciarsi il 
magnanimo sfogo del canto VI del Purgatorio. (3) 


(1) Invece è rimasto quasi fino ai dì nostri nei contadini il pregiudizio 
di credere 4 che il terreno del piano di Campaldino appunto per il gran 
sangue sparsovi in quella battaglia, fosse addivenuto sterile e improdut¬ 
tivo ; tantoché alcuni s’astennero persino dal coltivarlo! In varii punti 
e in tempi anco recenti sono stati ivi ritrovati alcuni scheletri d’ uomini 
giovani, portanti segni non dubbi di ferite d’ arme bianca, armi di varie 
specie, e resti d’ armature in ferro, cose tutte riferibili alla battaglia di 
Campaldino. 

(2) Sacchetti, Novelle , Novella 179. 

(3) Ahi ! serva Italia, di dolore ostello 
Nave senza nocchiero in gran tempesta, 



























— 320 


Dopo la vittoria di Campaldino i fiorentini andarono 
sopra Bibbiena cbe presero senza colpo ferire, saccheg¬ 
giandola e disfacendone le mura ; (1) e, come dice il 
Villani avrebbero potuto prendere anche la città di 
Arezzo (che si trovava in quel momento indifesa) se non 
si fossero trattenuti per via; il che diè tempo agli are¬ 
tini di porsi in grado di sostenerne validamente l’as¬ 
sedio. (2) Abbandonato il quale si diedero i fiorentini 
a devastare il territorio di Arezzo, impadronendosi di 
molte Terre e Castelli. Ed è molto probabile (anche a 
giudizio del succitato Pignotti ) che V Alighieri vedesse 
egli stesso queste scorrerie alle quali si riferirebbe la stu¬ 
penda descrizione contenuta nei primi versi del Canto 
XXII dell’ Inferno. (3) 


Non donna di provinole, ma bordello ! 


Ed ora in te non stanno senza guerra 
Li vivi tuoi, e 1’ un 1’ altro si rode 
Di quei che un muro ed una fossa serra, 

Cerca, misera, intorno dalle prode 
Le tue marine, e poi ti guarda in seno, 

S’ alcuna parte di te pace gode. 

(1) Negli Annali Camaldolensi (V, 46) troviamo sotto 1’ anno 1301, que¬ 
ste importanti notizie : « Cum vero proximis bis annis tota Casentini pro¬ 
vincia bellis arderei, depopulationibus insuper pateret et ruinis, ut vidi- 
mus ad annum 1297 et etiam ad annum 1289 a Comite Guidone Novello 
in Campaldino agro Ghibellini arrotini una cum coriphaeo Guillelmino 
Episcopo vieti fuerint, et pluraque nobilium multitudo interfecta, Bible- 
nae etiam oppidum destructum, ecc. » 

(2) Racconta il Pignotti che in tale occasione, per atto di scherno verso 
il Vescovo Gugliehnino, i Eiorentini gettarono col mangano nella città 
assediata un asino colla mitra in testa. 

(3) Io vidi già cavalier muover campo, 

E cominciare stormo, e far lor mostra, 

E talvolta partir per loro scampo : 

Corridor vidi per la terra vostra 
O Aretini, e vidi gir gualdane, 

Ferir torneamenti e correr giostra. 
































Camaldoli in tempo di neve. 
























— 321 — 


Da Poppi a Camaldoli. 

Per andare da Poppi a Camaldoli ci sono due strade : 
la prima che chiamasi la corta malagevolmente carroz¬ 
zabile, ad eccezione del brevissimo tratto fra il Mulino 
di Lierna e il villaggio omonimo (chil. 9 circa), passa 
per Avena e Lierna, di dove congiungesi presso la Casa 
Bianca alla seconda strada (chil. 12) recentemente co¬ 
struita per opera del Comune di Poppi cogli aiuti del 
Ministero d’Agricoltura. 

Seguendo il primo itinerario si trova, ed è meritevole 
di osservazione, il caratteristico villaggio di Lierna, le 
cui casupole, fabbricate in gran parte sopra le mura del¬ 
l’antico castello, girano intorno al ripiano di un enorme 
scoglio tagliato a picco fra due alti borri. Questo ca¬ 
stello, del quale rimane tuttora l’antica e bella porta, è 
celebre pei' l’assedio valorosamente sostenuto contro le 
milizie condotte dall’Alviario che vi rimase ferito. 

Il secondo itinerario, che suol tenersi da chi ama re¬ 
carsi a Camaldoli comodamente in vettura, segue per un 
breve tratto la via di Soci, quindi volge a sinistra presso 
al casolare di Farneta, e di lì con varie pendenze pro¬ 
segue tino al Pian delle Antenne , ove incomincia il pos¬ 
sesso demaniale di Camaldoli. 

Prima di arrivare al culmine del Pian delle Antenne, 
trovasi un breve ripiano fatto a guisa d’ anfiteatro, e 
chiamato Pian del Prete, a cui sovrasta un altipiano, 
detto Montecorniolo o MontecornioU, al quale si riferisce 
una meravigliosa leggenda narrata dal citato Mannucci 
sull’ altrui fede, ma coll’ imperturbabile serietà di persona 
che ci crede! « La sommità di eletto colle, egli dice, apre 
P adito a una profonda caverna, la quale racchiude un ric¬ 
chissimo tesoro d’ argento, d’ oro e di gemme, custodito 
da’ demonii, con esservi lo scettro reale di Salomone 


21 


































— 322 — 


e la corona della regina Saba! Fu portato questo ricco 
tesoro, come alcuni dicono, dagli Ebrei, fuggendo dalla 
persecuzione di Vespasiano e di Tito, in parti romite 
del mondo; e giunti in Toscana e poi in Clusentino, 
assaliti dal freddo e dalla fame, quasi tutti perirono, 
lasciando in Montecorgnolo quel ricco tesoro. E chi ha 
curiosità di trovarlo, conclude il sullodato narratore, 
veda se ciò gli riesce senza offesa di Dio e del serenis¬ 
simo Padrone....! » 

Da questo stesso punto si vede a sinistra e in una 
valle profonda P alpestre villaggio di Moggiona , del quale 
s’incontrano reminiscenze storiche più vetuste che di 
qualsiasi altro luogo del Casentino; dappoiché la Corte 
di Moggiona trovasi nominata in un diploma di Ugo e 
Lotario, Ke d’Italia, del 1-t marzo 933. I monti che so¬ 
vrastano a questo villaggio erano, a memoria d’uomini, 
rivestiti di boscaglie d’abeti, (1) mentre oggi il loro 
dorso è ridotto ad uno sterile e squallido galestraio tra¬ 
versato da filoni di nude rocce alternate da poche terre 
coltivate. (2) 

Proseguendo , la via dall’indicato punto di confine si 
discende fino a Camaìdoli, ove si giunge in pochi minuti, 
nei quali lo sguardo ha già potuto pregustare le superbe 
bellezze del paesaggio. 


(1) G. C. Siemoni, La legge forestale e i suoi oppositori. Torino, 1872. 

(2) Moggiona col suo castello appartenne in antico ai Conti Guidi dai 
quali (Guido Guerra ed Imilia sua moglie) venne nel 1107 (secondo il 
Pasqui) restituita al Preposto della Canonica di San Donato di Arezzo per 
passare poi nel dominio dell’ Eremo di Camaìdoli (1130), e finalmente alla 
Repubblica fiorentina, la quale nel 1382 ne approvò gli statuti (Ann. 
Camald., VI, 55). 
























— 323 — 


Camaldoli. 

(m. 823.50). 

Indicazioni utili. 

Grande Albergo condotto dal signor Fortunato Chiari 
di Firenze — Ufficio postale e telegrafico — Stazioni fer¬ 
roviarie prossime : Poppi e Bibbiena — Servizio Sani¬ 
tario prestato da un medico addetto all’Albergo — Far¬ 
macia — Cura idroterapica nell’Albergo — Osteria,con¬ 
dotta dagli eredi del cosiddetto Pisello — All’Eremo di 
Camaldoli : canova di vino e commestibili (ma sempre di 
magro) — Per automobili, vetture ordinarie, tregge con 
bovi, cavalcature, guide, eco., rivolgersi all’albergatore 
ed all’oste. 


Qui è Romualdo, 

Qui sou li frati miei che dentro il chiostro 
Fermar li piedi e tennero il cuor saldo. 

Dante, Parad., c. XXII. 

Il celebre Monastero di Camaldoli , chiamato antica¬ 
mente 1’ Ospizio di Fonte-Buòna per 1’ eccellenza delle 
sue acque, (1) è posto alle falde della cateua appenni¬ 
nica die divide la Romagna dal Casentino, tra i monti 
della Falterona e del Bastione, dei quali Camaldoli può 
dirsi 1’ anello di congiunzione. Alti gioghi coperti di 
folte boscaglie d’ abeti e di faggi gli sovrastano e da 
ogni parte lo circondano, meno che da quella di mez- 


(1) Presso il Monastero si vede tuttora sotto un grand arco (li pietra 
l’antica Fonte che diede nome al Cenobio, ed ove sta scritto: 1 olitevi 
perennem qui loco notn&n dedit. 











































zogiorno, per la quale scorre il fosso di Carnai doli, che 
lambe alla sua destra le mura del Monastero, e che an¬ 
ticamente s’appellava Tellito. 

Correva l’anno 1012 quando San Romualdo, tìglio di 
Sergio, nobile ravennate, non pago dei tanti monasteri 
da lui fondati sino a quel tempo, e desideroso di tro¬ 
vare un luogo meglio degli altri acconcio alla vita so¬ 
litaria e contemplativa, venne a questo monte, e il luogo 
chiamato Campo Amabile o Campo beilo (donatogli prò 
remedio animae dal Conte Mal dolo nobile aretino) scelse 
per la fondazione del meditato Eremo, che fu cuna di 
tutto l’ordine Camaldolense. (1) Lo stesso Maldolo 
espresse a Romualdo il desiderio che il luogo così do¬ 
nato s’intitolasse dal nome del donatore ; (2) e così fu 
fatto. 

La gran fama, in cui subito venne questo Asilo ere¬ 
mitico per le singolari virtù de’ suoi abitatori, fe’ sì che 
d’ogni parte v’accorressero numerosi pellegrini e vian¬ 
danti. La qual cosa, essendo occasione di disturbo e di 
distrazione a quelli Eremiti, indusse San Romualdo a 
cercare altro luogo vicino, nel quale i forestieri e i vian¬ 
danti potessero comodamente e liberamente ricevere vitto 
ed alloggio. A tale uso pertanto di Ospizio e di Foresteria 
destinò San Romualdo la Villa già pure offertagli in dono 
dallo stesso conte Maldolo, casa magnifica con torre che 
le dava sembianza di feudale castello, e posta a circa -1 ehi- 


(1) Si narra che 1’abito nero dei monaci fu da San Romualdo cangiato 
in abito bianco per causa di una visione da esso avuta di una scala che 
dalla'terra andava fino al cielo, e per la quale salivano i suoi monaci ve¬ 
stiti in candido ammanto. 

(2) « Cum pervenisset Romualdus ad partes Arrotini territorii, locum 
idoneum buie proposito cupiens invenire, occerrit ei quidam vir nomine 
Maldulus, dicens se babere amenum in Alpibus positum (consuete voca- 
tum) Campum bellum. Hunc beato Romualdo oft'erebat, petens instantius 
ut nomine ipsitis Camaldulum vocaretur {Ann. Camald. I, 8), 























lometri dall’ Eremo : dalla quale casa-di-Maldolo derivò 
poi, per sincope, il nome di Camaldoli. 

Ma, aumentando sempre più il numero dei monaci che 
accorrevano a quel Ritiro, fu grandemente ampliato 1’ 0- 
spizio di Fontebuona, e il medesimo in parte ridotto a 
monastero, capace un tempo di contenere più di 300 mo¬ 
naci, (1) rimanendo questo come un luogo di prova per 
poi passare alla rigorosa vita del vicino Eremo. 

Le Costituzioni dell’ Eremo di Camaldoli (Beguine 
vitae eremiticae), stampate nella tipografìa di quel Mo¬ 
nastero (typis Fontis boni ) sono un Codice importantis¬ 
simo nel quale si tratta della cultura della mente e del 
cuore, delle soavi mestizie della solitudine, ecc. ecc. Ma 
oltreché della cura e della jmrfezione dello spirito, le 
Costituzioni Camaldolensi si occupano pur anco della 
pratica delle virtù sociali, inculcando il sentimento del¬ 
l’abnegazione di sé stesso, l’amore del prossimo e l’eser¬ 
cizio della carità (2) fatta a larga mano, ma con prudente 


(1) Il Mannucci (op. cit.), ci descrive il consumo alimentare o, come 
oggi si direbbe, il ventre di Camaldoli, nell’ anno 1686 colle seguenti ci¬ 
fre : grano, staia 6000 ; vino e acquarello barili 3000, e scudi 720 (cioè Lire 
it. 4233) di uova ! 

(2) Le elemosine di vario genere da quei monaci distribuite e giudizio¬ 
samente, affinché la virtù non degenerasse in vizio col favorire 1’ ozio e 
il vagabondaggio, non si limitavano al solo Casentino, ma s’ estendevano 
pur anco alle città di Firenze e di Arezzo. Le decime dovevano darsi agli 
Spedali pei poveri,fondati dall’Ordine Camaldolense: Hospitalibus vestris 
in usum pauperuum secundum antiquam consuetudinem vestram ( Ann ., 
IV, 39). E in tempi di carestie, restando insufficenti per soccorrere i bi¬ 
sognosi le rendite del Monastero, furono messi in pegno fino i vasi sacri 
per acquistare col ricavato tanto grano pei poveri ( Memoria della Provincia 
del Casentino diretta al Parlamento Italiano a favore dell’ Premo di Ca¬ 
maldoli, Firenze, 1886). Questa è la vera carità che oltrepassa anche il 
qtiod superest evangelico, e che fa riguardare con sentimento di compas¬ 
sione la carità fastosa di certi cosiddetti filantropi d’ oggigiorno, i quali 
credono aver fatto tutto lasciando cadere ostensibilmente nella borsa ele¬ 
gante di qualche bella elemosiniera il pezzo d’oro che viene ad essi pa¬ 
gato ad usura con una riverenza e con un sorriso ! 



































— 326 — 


discernimento, ed eccitando al nobilissimo ufficio dell’ o- 
spitalità (1) verso tutti, ma specialmente verso ipoveri, 
essendoché ai ricchi per la loro stessa grandezza sia faci! 
cosa trovare dappertutto buona accoglienza. (2) 

Altro oggetto delle Costituzioni Camaldolensi, nell’ in¬ 
teresse dell’economia sociale, era quello della piantagione, 
cultura e conservazione delle foreste • onde è derivato 
che il circostante Appennino conserva ancora la sua 
maestosa criniera di faggi e di abeti, tanto da potere la 
Foresta di Camaldoli essere chiamata « la regina delle 
foreste appenniniche, la sede più costante e meglio reggi- 
mentata delle grandi abetaie, e lo spettacolo della ve¬ 
getazione la più rigogliosa e imponente che offrir pos¬ 
sano i monti toscani. » (3) 

Le quali Costituzioni, mentre ordinavano di creare 
foreste ov’esse non erano, e quelle già esistenti accre¬ 
scere ogni anno con nuove piantagioni, in pari tempo 
proibivano, sotto gravi pene ecclesiastiche, ogni incon¬ 
sulto diboscamento, specialmente nei luoghi ove il dira¬ 
dare le piante avesse potuto esporre la selva al perico¬ 
loso urto de’ venti, o toglierle alcunché di sua bellezza 
e magnificenza. (4) 


(1) Vi erano due foresterìe, 1’ una per gli uomini e 1’ altra per le donne, 
alle quali era a tal uopo destinata una casa staccata dal Monastero. Quanta 
poi fosse in antico 1’ affluenza dei visitatori riferisce il citato Mannucci, 
che così scriveva nel 1686: « Arrivono forestieri V anno a Camaldoli in- 

> torno a 12,000 ; le donne non possono venire; ed intorno a 3000 cavalli. » 
Questo luogo fu in ogni tempo frequentatissimo da ogni cèto di persone, 
compresi Principi e Papi, dagl’imperatori Ottone IV ed Enrico VI, che 
lo visitarono nel 1210, tino agli ultimi Gfranduchi Leopoldo I, Ferdinando 
III e Leopoldo II, che piti volte vi si recarono, come pure Papa Gregorio 
IX, Pio V, Eugenio IV, Leone X, Clemente VII, Paolo III, Gregorio 
XIII, ecc. eco. 

(2) Nani divitmn terror sibi exigit honorem.. Const. Camald., cap. LIII. 

(8) Lupetti, loc. cit. 

(4) Patros Sancii Eremi maximum adliibeant curam et diligentiam ut 



























Il Monastero-Eremo di Camaldoli contribuì inoltre al 
progresso delle scienze e delle lettere coll’assiduita dei 
suoi monaci nel trascrivere libri prima della scoperta 
della stampa, e, dopo questa, coll’aver tosto introdotta 
nel Monastero una Tipografìa per la diffusione dei libri 
di buoni autori. In quell’antica stamperia, posta nel bel 
cortile della villa di Maldolo, si andava facendo una 
preziosa raccolta di antichi codici e di prime edizioni, 
c.d un archivio di pergamene, da annoverarsi fra i più 
ricchi d’Italia insieme con pitture stupende del Carnee), 
del Tintoretto, di Raffaello e del Vasari. (1) 

Da essa furono pubblicati gli Annali Carnai dote n si. 
opera nel suo genere classica e necessaria a chiunque desi¬ 
deri conoscere con fondamento lo stato e le condizioni del 
l’Italia nel medio-evo, (2) poiché dal 907 al 1764 costi¬ 
tuisce essa una cronaca continua e svariatissima di fatti 
riguardanti non solo i monasteri, ma anco le repubbliche, 
le dinastie, i costumi de’ popoli, la lingua, le scienze, 
le lettere e le arti belle del tempo. Le antiche perga¬ 
mene, dalle quali tanta ricchezza di notizie si attinse, si 
trovano oggi depositate in numero di molte centinaia 
nell’ Archivio Diplomatico di Firenze. (3) 

Promossero inoltre l’incremento delle scienze e delle 
lettere col dare alla provincia la prima idea delle aeca- 


nemora nullo modo imminuantur, sed dilatentur potius et angeantur. 
Finis propterea ad allietimi custodiam deputetur, qui eas fideliter custodiate, 
et ne parvulas al) liominibus vel a bestiis lsedantur sol licite sit intentila; 
et quoties in ci derni se snnt adesse procnret, ut in illis locis et illse inci- 
dantnr, qnibus minus sylva imulinili aut debonestarì possit. (Const. Cam., 
cap. IV). 

(1) Bandini, Odep. di. 

(2) Lami, Novelle lett. fior., anno 175t>. 

(3) Annales Camaldulenses ordinis San Benedirti, qnibus plura in ter- 
semntur tmn caeteras italico-monasticas res, tum bi stori ani ecelesiasticam, 
remqne diplomati cani illustrali ti a. I). Jolianne Benedicto M il lavelli et. D. 
Anseimo Costadoni. Venetiis, MDCCLV. 






























— 328 — 


demie che sono il frutto, anzi il fiore, della cultura pae¬ 
sana, e ciò allorquando nelle accademie soltanto agita vasi 
la vita italiana. A queste accademie, tenute nella stagione 
estiva a Camaldoli, solea.no intervenire i principali scien¬ 
ziati e letterati toscani, come Cristofano Landino, Mar¬ 
silio Ficino, Leone e Giovali Battista Alberti, Lorenzo 
(il Magnifico) e Giuliano de ’ Medici, Alamanno Rinuccini, 
Pietro e Donato Aceiajoli, Marco Parenti, Antonio Ca- 
nigiani, ed altri di quel tempo. (1) I quali, uniti a’ più 
dotti monaci, fra i quali primeggiava il Generale Ma- 
riotti (che fece appositamente edificare l’ampio salone 
tuttora chiamato delle Accademie), andavano esercitando 
l’ingegno intorno a questioni filosofiche, scientifiche e 
letterarie ; ond’ebbero origine le celebri Dispute Gamal- 
dolensi, che il Landino dedicò a Federigo, principe di 
Urbino : opera nella quale trovalisi largamente profusi 
l’acume dialettico, le dottrine de’ più insigni filosofi, l’e¬ 
leganza della lingua e i più bei fiori dell’arte oratoria. (2) 
Il Monastero di Camaldoli è celebre pei privilegi e 
per le donazioni onde nei varii tempi venne arricchito 
da Imperatori, Principi e Papi. A dire dello storico For- 
Iunio, (3) verso la metà del secolo XVI possedeva 84 
terre e castella -, tantoché, scrive il Mannucci, se Por¬ 


ti) Il citato Bandini nel suo Saggio di letteratura del secolo XY, dopo 
aver narrato l’arrivo a Camaldoli di que’ letterati, riferisce particolar¬ 
mente la venuta del Landino , cui fecesi incontro il Magnifico Lorenzo 
con queste parole: « Mun 1 altra cosa, o Landino, poteva esserci più lieta 
« e desiderata del vederti con noi in mezzo a questa solitudine. Poiché 
« mentre altrove per P intensità del calore estivo tutto abbrucia, noi, fug- 
« gendo i rumori della città, quassù convenimmo coll’ intendimento di go- 
« dere dell’ amenità di questi monti e della mite temperatura di questo 
« cielo. Onde se anche tu, come spero, vorrai di questi filosofi farti com- 
« fifigup, nient’altro ci sarà dato desiderare di più soave e giocondo. » — 
( QuoestCamald ., Proem.). 

(2) Marsilio Ficino, Leti, a Bartolommeo della Scada. 

(3) Ilist. Camald., P. I, in fine. 

















— 329 — 

dine Camaldolense avesse accettate e ritenute tutte le 
donazioni fattegli, sarebbe stato signore d’una buona 
parte d’Italia ! 

Nel cosiddetto Privilegio di Gregorio IX si trovano 
enumerati tutti i monasteri soggetti a quel tempo (1227) 
a Camaldoli, (1) e die San Romualdo aveva fondati non 
solo in Italia, (2) ma anche nella Pannonia, Polonia, 
Ungheria, Boemia ed in altri Stati. (3) 

Così Camaldoli potea ben dirsi il Monastero Principe, 
come del suo fondatore, vissuto 119 anni, può giusta¬ 
mente ripetersi il grande elogio evangelico : transivit 
henefadendo. 

Onde ben a ragione fu detto che San Romualdo, per 
le azioni da lui compiute a prò dell’ Italia e della chiesa, 
dev’essere riconosciuto il più grand’uomo della medesima 
nel secolo X ; (4) l’arbitro del cuore dei Principi 5 (5) 
il terrore dei grandi ; ( 6 ) il restauratore della disciplina 
ecclesiastica; ( 7 ) il flagello dell’eresia, ( 8 ) e il beneme¬ 
rito riformatore dei costumi italiani. (9) 

La Repubblica fiorentina nel 1382 (10) con delibera¬ 
zione solenne prese sotto la sua protezione 1’ Eremo di 


(1-2-3) Ann. Camald., IV, 30. 

(4) Storia ecclesiastica. 

(5) Baronio, Annali. 

(6-7) San Pier Damiano. 

(8) Prol. in const. anon. 

(9) Muratori, Annali d’Italia. 

(10) A dì 20-21-24 novembre 1382. Fra i capitoli dell’ accomandigia è 
scritto : « Glie prò amore Dei ed affinché la citta di Firenze sia veramente 
conservatrice di quel luogo e di chi vi abita e dei diritti del Santo Eremo, 
voglia il Comune (di Firenze) tenere sotto la sua ombra e difendere il 
Priore Generale e la sua famiglia e gli Eremiti e quei di Moggiona, e 
specialmente impedire le molestie e le invasioni dei laici. E gli Eremiti, 
oltre a quello cui sono obbligati in generale, pregheranno assiduamente 
l’Altissimo e la Corte celeste per il buono, pacifico e tranquillo stato del 
Comune (Z Capitoli, ecc.). 
































— 330 — 




Camaldoli e altri luoghi del suo territorio, concedendo 
immunità, privilegi ed esenzioni da gravezze e da ga¬ 
belle ; franchigie tutte che furono poi conservate anche 
sotto il governo Mediceo, e che erano protettorati molto 
diversi da quelli, come oggi s’intendono nel gergo di¬ 
plomatico, che poi in fatto si risolvono in vere e pro¬ 
prie conquiste. 

Il territorio all’ intorno di Camaldoli, accresciuto spe¬ 
cialmente per le donazioni fatte dai Conti Guidi, costi¬ 
tuiva un feudo, sul quale il Padre Abate dell’ Eremo, 
col titolo di Abate Maggiore e di Conte, ebbe libero ed 
assoluto dominio Ano'al 1776, anno dell’abolizione dei 
feudi nella Toscana. Fino dal 1513 Camaldoli fu resi¬ 
denza dei Priori generali, alcuni dei quali ebbero la di¬ 
gnità vescovile e la porpora cardinalizia. 

Molte vicende e disastri ebbe a subire Camaldoli nel 
vario corso de’ tempi, per incendi!, assedii e saccheggi, 
ma sempre risorse per la virtù e costanza de’ suoi 
abitatori. Celebre è a questo proposito l’assedio valoro¬ 
samente e vittoriosamente sostenuto nel 1498, per man¬ 
tener fedeltà alla Repubblica fiorentina contro le solda¬ 
tesche veneziane condotte da Guidobaldo duca d’ Urbino 
che vi rimase ferito -, ond’ebbe egli a giurare che mai 
più si sarebbe messo a combattere con frati e ad assediar 
monasteri. (1) Per dare, poi a questo fatto il carattere 
del meraviglioso, i cronisti raccontano che durante l’as¬ 
sedio fu veduto sul più alto della torre del tempio un 
monaco camaldolense dalla faccia risplendente e dalla bar¬ 
ba veneranda, scagliar pietre contro gli assalitori i quali 
ravvisarono in lui non un semplice mortale, ma sibbene 
l’Angelo del Signore, o San Romualdo in persona! 

Nello stesso anno Bartolommeo d’Alviano, cui il Sc- 


(1) Nardi, Storie . 















331 — 


nato veneto avea affidata l’impresa di riprendere ai Fio¬ 
rentini alcune castella, unitosi al Duca d’ Urbino si partì 
tacitamente da Forlì con circa 2000 uomini tra fanti e 
cavalieri, e giunto a Camaldoli, preceduto da alcuni di 
questi die sul vestito portavano le insegne della Repub¬ 
blica fiorentina, si fece credere condottiero de’ soldati 
di quel Comune e così prese possesso del Monastero che 
colla torre e le forti mura avea l’aspetto di ròcca. Quindi 
colla stessa celerità e collo stesso strattagemma, e facendo 
gridare dai suoi araldi: Marzocco, Marzocco, all’uso dei 
fiorentini, occupò proditoriamente la Verna, Bibbiena e 
Poppi. 

Tuttociò essendosi risaputo in Firenze, Basilio Fardi, 
monaco Camaldolense e parroco della chiesa di San fe¬ 
lice in Piazza, uomo di molta pietà e al tempo stesso di 
grande animo e di risoluto ardimento (e che forse una 
sbagliata vocazione avea chiamato al chiostro), si recò dal 
Magistrato Supremo della Repubblica facendo voti per¬ 
che gli si concedessero uomini ed armi per liberare Ca- 
maldoli, e scacciare gl’ invasori da tutto il resto del 
Casentino. Fu appagato il suo desiderio, nè vane riusci¬ 
rono le speranze in lui riposte, che in pochi giorni non 
solo liberò Camaldoli, ma tutto il Casentino ritolse ai 
Veneziani, cagionando loro gravissime perdite e impa¬ 
dronendosi di tutto il bagaglio. Giunta tale notizia a 
Firenze, il Supremo Magistrato della Repubblica gli sci isso 
congratulandosi e dicendogli che se avessero dieci suoi 
pari non avrebbero temuto di nessuno. (1) Anco in altre 
circostanze la Repubblica fiorentina pose questo Monaco 
a capo delle sue milizie, affidando al valore di lui la di¬ 
fesa della patria. Egli militò per essa 39 anni, e .riporto 
molte e segnalate vittorie ; dopo una delle quali al suo 


(1) Annali, overo notizie istoriche dell’ antica , nobile e valorosa atta di 
Arezzo, dal suo principio fino all' anno 1711. Foligno, 1717. 


__ 






























— 332 — 


ritorno in Firenze fu accolto come in trionfo, facendogli:-u 
incontro ii popolo alla Porta alla Croce, ,e acclamandolo 
liberatore della patria. La Repubblica stessa ascrisse lui 
e la sua famiglia alla nobiltà fiorentina, e ne fece dipin¬ 
gere dal Vas.ari il ritratto nel salone di Palazzo Vecchio, 
ove apparisce vestito con armatura in ferro, dalla quale 
vedesi uscire un lembo della bianca cocolla monastica. 
Bella invero e simpatica è la figura di questo monaco 
che di tanto in tanto depone il rosario per impugnare 
la spada, che spoglia il saio del frate per vestire la co¬ 
razza del guerriero, lasciando la solitudine del chiostro 
per correre sui campi di battaglia a difesa della patria ! 

Oltre il Nardi si contano nell’Ordine Camaldolense 
molti uomini illustri nelle arti, nelle lettere e nelle scien¬ 
ze , fra i quali ricorderemo i principali che sono : Am¬ 
brogio Traversavi, diplomatico politico e ristoratore della 
letteratura greca in Toscana. (1) 

Sono pure a ricordarsi Pier Damiano , letterato, ora¬ 
tore insigne ed elegante scrittore, al quale Dante fa 
dire : 

Di quel luogo fui io Pier Damiano , (2) 

e che il Landino annovera fra coloro che a que’tempi 
ebbero miglior gusto e intelligenza nelle opere di Dante 
Guido Monaco, celebre inventore delle note musicali 
— Fra Mauro, cosmografo il più insigne del suo tempo (3) 


(1) Il Vespasiano, nella vita del Traversavi, racconta : « Quanti uo¬ 
mini degni aveva la città di Firenze, in questo tempo rari dì era che 
non andassino a visitare frate Ambrogio che stava nel Convento degli 
Angioli. Venne in tanta fama e reputazione, che non veniva persona di 
condizione in Firenze, la quale non andasse a visitarlo. » (Ann. Camald., 
VII, Gl, anno 1431). 

(2) Dante, Par ad., c. XXI. 

(3) Giambattista Ramitsio nel suo libro Navigationum dice di aver 
veduto il Mappamondo di Fra Mauro, miniato su cartapecora, fatto su an- 














333 


— Guido Grandi, valentissimo matematico e idraulico, 
noto inoltre per l’acre pugna letteraria sostenuta per 
tanti anni con Bernardo Tanucci intorno al famoso ri¬ 
trovamento delle Pandette -— Ambrogio Soldani, celebre 
naturalista, del quale parlammo come nativo di Prato- 
veccliio, Pietro Delfino, patrizio veneto, e nelle lingue 
dottissimo, Mar lotto Allegri, capo delle Accademie Ca- 
ìnaldolensi, Lorenzo Monaco celebre pittore (1) ed altri 
molti, dei quali tutti potrebbe dirsi con Dante: 

Questi altri, fuochi tutti contemplanti 
Uomini furo, accesi di quel caldo 
Glie fa iiascere i fiori e i frutti santi. (2) 

Per tutte queste ragioni storielle, economiche e so¬ 
ciali, nonché per le molte opere di beneficenza che alleg¬ 
gerivano i bilanci delle vicine Amministrazioni comunali, 
ne derivò che lo stesso granduca Pietro Leopoldo I, non 
solo derogasse in favore di Camaldoli alla legge di ma¬ 
nomorta, ma per contrario eccitasse quel monastero a 
fare acquisto di fondi sull’Appennino e nelle vicine Ma¬ 
remme. E Napoleone I, riconoscendo a Camaldoli i me¬ 
desimi titoli di benemerenza, onde son celebri e rispet¬ 
tati i monasteri del gran San Bernardo e di Montecassino, 
decretò pur egli a prò di questo casentinese favorevoli 
eccezioni. Ma la legge italiana del 7 luglio 1866 incluse 
anche il monastero di Caihaldoli nella generale soppres¬ 
sione delle Corporazioni Religiose. Fu vera gloria?! (3) 


tica carta marina portata dal Oataio da Messer Marco Polo et suo padre 
(Ann. Camald., VII, 155, anno 1457). 

(1) Fu imitatore felice del (Paddi, e fece anclie il ritratto di Dante e 
del Petrarca nella chiesa di Santa Trinità in Firenze, nella cappella dei 
Bartoliui e degli Ardinghelli. (i»m. Camald ., VI, 59, anno 1419). 

(2) Dante, Farad., c. XXII. 

(3) Io, senza lasciare ai posteri 1’ ardua sentenza, rispondo subito e 
dico che il Parlamento italiano doveva all’ uopo distinguere, sopprimendo 









































— 334 — 


Al presente Carnai doli è sede di un Sott’Ispettore fore¬ 
stale elle insieme con varie Guardie è incaricato della 
conservazione e della cultura delle foreste in quel Di¬ 
stretto demaniale. Una porzione del monastero è tuttora 
abitata da un certo numero di monaci addetti al servizio 
del culto e alla manutenzione dei fabbricati. Questi, sotto 
il riguardo artistico, ben poco offrono di straordinario, 
ad eccezione del chiostro, antico cortile (1) del palazzo 
del conte Maldolo, d’architettura anteriore al periodo 
gotico. Nel qual cortile, come nelle logge che lo circon¬ 
dano, domina la semplicità anco negli ornati, ma le pro¬ 
porzioni sono così belle che forse qualunque miglior se¬ 
colo dell’ arte non avrebbe potuto fare di meglio. 

La chiesa tutta rifatta verso Ialine del secolo XVIII, 
di stile barocco, ricca di stucchi e dorature, non ha in 
sè stessa nulla di artistico. 


\ i sono pero nella chiesa (2) alcune bellissime tavole 
di Giorgio Vasari. (3) Una nell’ ultimo altare a sinistra 


le. cocolle fatte ripiene di farina ria , e conservando, per il pubblico bene, 
'I "elle che s’ erano mantenute istituzioni di civile sapienza e di carità. 

(1) È tradizione leggendaria riferita dal solito Mannucci ( Giunta alle 
Glorie del Glusentino) che presso a questo cortile sia un grandissimo te¬ 
soro guardato e mostrato colla vista socchiusa da un piccolo mostaccio 
di pietra, posto in capo di una colonna. 

(2) In una stampa del secolo XVIII, resa quasi comune, si vede an¬ 
nesso alla chiesa un alto campanile a torre a due ordini di finestre bifore 
e senza cono terminale. Oggi di quel campanile non rimane più traccia, 
come egualmente non è rimasto vestigio alcuno di un muro merlato che 
esisteva fra l’attuale porta del Monastero e la prossima Fonte, e col 
quale veniva ad essere sbarrata la via che conduce all’ Eremo. 

(3) Il \ asaki stesso rammenta queste tre opere nella sua Vita ed ag¬ 
giunge: « Fui chiamato a Camaldoli, dove giunto mi piacque somma¬ 
mente 1 alpestre solitudine e quiete di quel luogo santo, e in quella oc¬ 
casione provai quanto molto più giovi agli studii una dolce quiete e onesta 
solitudine, che i rumori delle piazze e delle Corti ; conobbi, dico, 1’ error 
mio d aver posto per l’addietro le speranze mie negli uomini e nelle baie 
e girandole di questo mondo. » [G. Vasari, Vite, eco.). 















— 335 — 

di olii entra rappresenta la Natività (1) fatta nel 1539; 
altra nell’ ultimo altare a destra, rappresenta la Vergine 
col Bambino e San Giovanni Battista e San Jeroniino; (2) 
altra nell’ altare maggiore (3) rappresentante la Deposi¬ 
zione dalla Croce. (4) 

Negli spazii tra i quattro pilastri del presbiterio sono 
due quadretti pure a olio dello stesso Vasari, rappre¬ 
sentanti 1’ uno San Benedetto e San Leone Papa, e l’altro 
San Romualdo e San Pier Damiano. E dello stesso au¬ 
tore sono due tavolette poste sopra le porte del coretto 
basso, e rappresentanti alcuni miracoli di San Donato. 

Tutti gli affreschi della chiesa e del coro sono di 
Santi Bacini, pittore fiorentino molto stimato, del secolo 
XVIII. Sono pure di lui la tavola del primo altare a 
sinistra, rappresentante San Romualdo che riceve dal 
Conte Maldolo la pianta del territorio donatogli, e quella 
dell’altare di San Benedetto ov’ è dipinto San Romualdo 
in atto d’ accogliere nell’ Ordine i nobili giovani romani, 
Placido e Mauro. 

Nella sagrestia è una copia assai ragionevole della 
Visione di San Romualdo di Andrea del Sarto ; e nel 
coretto basso una tavola rappresentante la Vergine col 
Bambino, della maniera del Ghirlandaio. 

Nel coro decorato da un grande affresco della Visione 
di San Romualdo , del ricordato Pacini, esiste sopra l’al- 


(1) Il Vasari stesso dice di aver condotta questa opera con tutte le 
.forze e saper suo. 

(2) 11 medesimo dice clie vi lavorò due mesi e piacque molto a quei 
padri. 

(3) La parte architettonica del grande altare vasariano si trova oggi 
all’aitar maggiore della chiesa della Badia a Frataglia, mentre la tavola 
centrale e i pannelli dipinti dal Vasari sono rimasti a Camaldoli, ma gof¬ 
famente incorniciati da stucchi. 

(4) L’Autore dichiara di aver dipinto quella tavola con tutto quello 
studio e fatica, che maggiore gli fu possibile. 






























tare altra tavola del Vasari rappresentante V Annunzia- 
zione; come pure sono di lui i quadretti incassati nel 
muro, raffiguranti soggetti biblici ; i quali quadretti for¬ 
mano l’ornamento della tavola della Deposizione, die 
abbiamo sopra descritta. 

Nel Refettorio è una gran tavola del Pomarancio, 
rappresentante la refezione di Cristo nel deserto, e nella 
corsìa principale del monastero un busto di San Romualdo 
del Poccetti. 

Altri lavori di minor pregio vi sono, ma per amore 
e bisogno di verità si tralasciano. (1) 

Esiste tuttora l’antico ed ampio salone ove, auspice 
il celebre padre Mari olii, tenevansi le accademie delle 
quali abbiamo parlato ; il che resulta anche da un’ ap¬ 
posita iscrizione in marmo ivi collocata. (2) Vi sono pure 
tuttora conservati di quel tempo alcuni seggioloni e un 
grande e bel sedile con postergale in noce del secolo 
XV-XVI, con sopra dipintovi lo stemma di Camaldoli e 
due vasi di fiori di garofano (. Diantkus earyophyllus) a 
disegno quasi blasonico e ad imitazione dei lavori d’in¬ 
tarsio. Vi si conserva pure una bella finestrina gotica, 


(1) Troviamo negli A nnali Gamaldolensi (Vili, anno 1523), che l’abside' 
e le parti laterali dell’ antica chiesa furono dipinte da Maestro Stefano del 
Monte, consobrinus del Vasari. E questi nella vita di Baccio d’ Agnolo, 
scrive avere esso fatto un bell’ ornamento ad un suo quadro fatto per 
l’altare maggiore della chiesa di Camaldoli. E lo stesso Vasari nella vita 
di Spinello Aretino, così dice : « Essendosi egli condotto alla famosa Ba¬ 
dia di Camaldoli in Casentino, l’anno 1361, fece ai romiti di quel luogo 
la tavola dell’ aitar maggiore, che fu levata nel 1537 quando, essendo finita 
di rifare quella chiesa tutta di nuovo, il Vasari fece una nuova tavola e 
dipinse a fresco tutta la cappella maggiore ed altre (Vasari, Vite, ecc.). 

(2) Heic — Oristophorus Landinus — Laurentius Medices qui et Ma- 
(jnificus — Marsiliue Ficinus — aliique literarum cultores — auspieiis — 
Mariotti V. B. stimmi correctoris Camald. — diebus canicularibus — aca- 
demicas exercitationes hahuere — Hinc — varile per Clusentinum — exci¬ 
tata — Academiae. 






Camaldoh — Una Avelluta della foresta. 



































, 






. -'*m i 

i 


— 337 — 

e fa tuttora di sè bella mostra il soffitto di legname a 
grandi formelle squadrate, il tutto ben conservato, (f) 
La loggia, die ancora esiste nella parte die guarda 
mezzogiorno, apparteneva all’antica Stamperia edificata 
nel 1588, mentre 1’ originaria occupava alcune stanze ter¬ 
rene del cortile. 

A nord del monastero esiste pure la Farmacia fon¬ 
data nel 1543, ornata di scaffali in noce vagamente inta¬ 
gliati e di ceramiche antiche, e provveduta di eccellenti 
medicinali, con laboratorio per le preparazioni chimiche. 
Come specialità sono da notarsi il balsamo vulnerario, 
la teriaca e la lacrima (V abete. (2) 

Dallo stesso lato vedesi un basso edifìzio costruito a 
guisa di capannone, nel quale lavora la gran Sega idrau¬ 
lica impiantata nel 1458 dai monaci Camaldolensi, allor¬ 
quando ancora non esistevano tali meccanismi in To¬ 
scana. Oggi è proprietà del Demanio dello Stato, che ne 
aumentò recentemente la forza motrice con grande utilità 
del commercio del legname da costruzione. 

Il fabbricato che, prima della soppressione, era adi¬ 
bito per uso di foresteria , è oggi occupato, insieme con 


(1) Stona assai in questo salone, come pure nella sala da pranzo, il 
contrasto fra il bello antico che tuttora vi rimane colle volgari decora¬ 
zioni moderne delle pareti e dei mobili ; come pure tante altre cose a Ca- 
maldoli hanno perduto quel non so che tanto piaceva (non de solo pane 
vivit homo), ma, pur troppo, le così dette esigenze moderne che tutto 
trasformano, portando le comodità della vita dai laghi equatoriali alle vette 
delle alpi, hanno trasformato anche Camaldoli. Onde, quella egregia donna 
ed elegante scrittrice che è Cesila Pozzolini Siciliani, notando aneli’ essa 
con altri, tali stonature, così diceva: « Camaldoli ha perduto completa¬ 
mente il suo carattere di raccoglimento e di meditazione ; non è più un 
luogo sacro, e per essere mondano, non è abitato abbastanza. » {Una 
settimana in Casentino. Firenze, 1902). 

(2) Questa farmacia fu istituita in antico a servizio dello Spedale pei 
poveri ( Hospitium Dei) che esisteva a Camaldoli, nonché di quelli di Soci, 
Pezza ed Arcema nel solo Casentino (Ann. Camald., Ili, p. 243). 


22 










































altri annessi, dal grande Albergo del Ciliari , nel quale 
primeggia l’elemento aristocratico della nobiltà e della fi¬ 
nanza, e specialmente della diplomazia estera. Ai suc¬ 
cessori del defunto Pisello (buon’ anima sua) sono state 
assegnate, per 1’ esercizio di un’ osteria (senza alloggio) 
alcune stanzucce terrene intorno al cortile, frequentate 
da persone del basso cèto, colle quali è, suo malgrado, 
obbligata di mescolarsi anche la classe delle persone di 
condizione cui possono non piacere 1’ orario, gli usi e la 
spesa di un grande albergo, nel quale difficilmente può 
dagli avventizi trovarsi alloggio. (1) 


(1) Come ognun vede, qui ci troviamo di fronte a due estremi elle inu¬ 
tilmente si toccano e fra i quali occorre trovare un termine medio coll’ i- 
stitnzioue di un albergo comodo e di modica spesa, come tanti ne esistono 
(e buoni) in Svizzera ed anche in Italia. E specialmente una dimora estiva 
come quella di Camaldoli, che, per essere proprietà demaniale, ha in certo 
modo scopo e carattere di pubblica utilità, deve cercare che questo sia 
patrimonio di tutti e non soltanto privilegio di pochi, e sia possibile per 
tutti i gusti e per tutte le borse. Questa riflessione che si risolve in de¬ 
siderio di miglioramento e in un bisogno veramente sentito, viene fatta 
dai molti cui scomoda la forte spesa di una pensione di primo ordine, o 
non piace 1’ esser guardato dall’ alto al basso, o preferisce, specialmente 
in montagna, la semplicità del vivere alla noiosa schiavitù dell’ etichetta 
moderna. Uè questa desiderata distinzione di trattamento è un’ idea,nuova 
e tanto meno di difficile attuazione, giacché i frati, da gente pratica e 
seguace del precetto evangelico: unicuique svum, 1’hanno sempre fatta e 
mantenuta (quantunque gratuita) anche a Camaldoli, come oggi alla Verna, 
secondo il grado e la condizione delle persone ospitate. Del resto anche 
il mio amico Nenie.no Fatichi è dello stesso parere, e lo ha ultimamente 
manifestato in un suo articolo pubblicato nella Nazione del 6 luglio di 
quest’ anno ov’ è scritto : 

« I prezzi degli alberghi se non sono elevati in alcuni, in altri sono 
superiori al trattamento ed ai vantaggi che può trovare il frequentatore 
in proporzione a molte residenze estive dell’ estero, colle quali invece ci 
dovremmo mettere in tutto a livello se vogliamo che il movimento vada 
Crescendo e costituisca realmente per tutta la nostra regione montana 
quella nuova fonte di ricchezza che la vita estiva ha recato a molte re¬ 
gioni delle Alpi, e specialmente delle Alpi svizzere, ove si ha una grada¬ 
zione di alberghi e di prezzi che permettono a pili categorie di persone 













L’orizzonte elle si gode da Camaldoli (m. 823. 50) è, 
a dir vero, per ragione topografica alquanto limitato e 
ristretto, ma in compenso 1’ Albergo è nell’ Appennino 
toscano fra i primi per 1’ agiatezza del vivere, mentre 
nessuno l’uguaglia per temperanza di clima, per varietà 
d’ escursioni, per grandiosità di foreste, per incanto di 
vedute (1) e per l’aspetto pittoresco de’ luoghi adia¬ 
centi. (2) 

La direzione dello stabilimento balneario-idroterapico 
(dove la temperatura dell’acqua limpida e abbondantis¬ 
sima varia dai 7 ai 9 centigradi) è affidata al medico di 
turno dell’Albergo. 

Abbiamo detto che i dintorni di Camaldoli sono bel¬ 
lissimi, e piacevoli e svariate le escursioni che vi si pos¬ 
sono fare. Fra queste indichiamo più specialmente i 
luoghi chiamati Prato al Soglio, il Trogone , il Fosso del 
Diavolo, Prato al Fiume , 1 * 1 2 3 Al)etiólo, Prato agli Altari, 
Poggio allo Spillo, Belvedere, Pian del Lago, Prato 
alla Duchessa, eco. ecc ., e più vicino a levante il Co¬ 
tozzo (ni. 1121), vasto casamento posto in mezzo a 
belle praterie che sovrastano a Camaldoli, e di dove si 
gode una stupenda veduta del Casentino. (3) 


ed a famiglie numerose di accedervi ; e ciò senza pregiudizio di quella 
proprietà di locali e di quell’ ordine nel servizio, die non troviamo ancora 
dovunque nelle residenze dei nostri monti. 

Le bellezze della Montagna Pistoiese e delle altre regioni del nostro 
Appennino attendono appunto dalla sodisfazio'ne di questi desiderii, dalla 
realizzazione di speranze giustamente nutrite, i miglioramenti ed i van¬ 
taggi che sempre più potranno conferire a quel commercio ed a quell’in¬ 
dustria d’onde traggono alimento, ed ai quali la natura ed il pubblico 
favore hanno dato in breve tanto mirabile impulso. » 

(1) Bertini, Le dimore estive, ecc. 

(2) Ampère, Viaggio dantesco. 

(3) Percorrendo il botanico la maestosa foresta ne’ suoi pili ameni e 
solitarii recessi, può ammirarvi la Yicia pisiformis coi semi maturi, la 
velenosa Atropa belladonna dalle bacche nere, lucentissime e molli, l 'Are- 
















\ 

E pure passeggiata bellissima e comoda quella dei 
Prati di Metaleto, luog’o ridente ed ameno, posto a mezzo 
chilometro dall’ albergo e avente la figura di un vasto 
anfiteatro. Quivi è la sede della sott’Ispezione forestale 
e la residenza del personale dell’Amministrazione. Quivi 
è il gran Giardino dendrologico o piantonaio forestale 
(intitolato a S. M. la Regina Margherita che nel 1904 
1’ onorò di sua visita), cinto di bellissime praterìe con 
vasca centrale, e coronato in alto di folte boscaglie. 
Questo piantonaio, insieme con altri posti in varii luoghi 
della foresta, serve non solo per gli annuali rimbosca¬ 
menti che si eseguiscono in quel Distretto, ma anco per 
le numerose richieste che si fanno continuamente dai 
privati, dalle società e dai corpi morali. 

E a questo punto giova osservare che, se per omaggio 
alla verità abbiamo lodata l’opera dei monaci camaldo- 
lensi a vantaggio delle foreste, lo stesso obbligo della 
verità e AelVunicnique smim, c’ impone di lodare anche 


mone liepatica dalle caratteristiche foglie trilobate, VActea sputata .dallo 
stelo elegante, ornato di bacche nere, la Solidago virgaurea dalle bellis¬ 
sime pannocchie gialle, V Erytrhaea centaurium amarissima e reputata 
farmaco febbrifugo e tonico, la Lunaria rediviva adorna di belle silique 
argentee, VAspenda odorata ( Waldmeister dei tedeschi) adoperata talvolta 
per dare al vino l’aroma proprio di certi vini del Reno, VImpatiens noli 
tangere il cui frutto si apre e scatta al minimo urto spingendo fuori il 
seme a molta distanza, quasi obbedendo a misterioso ordine della natura, 
VArimi proboscidaeum dai frutti rossi, frammisto alla Chlora per/oliata e 
alle due specie di Dafne e al Sorbus aucupiaria che, come dice Linneo, 
rallegra lo sguardo colla vivace bellezza de’ suoi colori ; e in mezzo a nu¬ 
merosi gruppi di ciclamini ( Cyclamen hederefolium) la bellissima Staphi- 
lea pinnata colle sue ciocche pendenti, la Paris quadrifolia dalle foglie 
crociate e simmetriche colla sua unica bacca nero-azzurrognola, il Vacci- 
nium myrlillus, il Viscurn laxum (Boiss), scoperto dal mio compianto amico 
Emilio Mareucci assai prima che il Boissier lo inalzasse al grado di spe¬ 
cie : e tutto ciò in mezzo a tanta varietà* di spettacoli, tanta sublimità 
di delizie e tanta ricchezza di poesia, che la natura ha in questo luogo 
profuse con prodiga mano ! 











li Ministero d’ Agricoltura per avere assiduamente ed 
efficacemente provveduto a conservare alla foresta di 
Carnai doli la sua rinomanza . (1) 

Parimente va data lode grandissima allo stesso 
Ministeio per aver fatta approvare dal Parlamento la 
legge speciale del 29 dicembre 1901, N. 535, sulle sta¬ 
zioni climatiche nei boschi nazionali inalienabili, colla 
quale viene riconosciuto e dichiarato essere i medesimi 
destinati principalmente a quel fine , limitandone il taglio 
alle piante fisicamente mature od a quello richiesto dalla 
conservazione della foresta. Con questa legge vien data 
al Ministero d’Agricoltura la facoltà, 

1° di far concessioni temporanee (non eccedenti i 
90 anni) di determinate aree nelle proprietà demaniali 
di Vallombrosa, Camaldoli, Boscolungo, Consiglio e Fi- 
cuzza, allo scopo e a condizione die servano per edifi¬ 
carvi alberghi, stabilimenti idroterapici o climatici e 
villini ; 

2° di fare concessioni temporanee di acqua; 

3° di permettere che sulle strade, le quali attraver¬ 
sano i detti boschi, siano collocati hi nari i per trazione 
meccanica o animale. 


(1) Io non divido 1’ esagerazione di certi fanatici che al culto dell’este¬ 
tica c orrebbero vedere sacrificati tutti i vantaggi economici che una sag¬ 
gia e ben intesa amministrazione può e deve saper trarre dalla cultura 
delle foreste, nè mi faccio eco delle proteste di quelli che schiamazzano 
e gridano alla distruzione vedendo la scure del boscaiolo abbattersi sopra 
una pianta! ma al tempo stesso ritengo che possa bene e facilmente con¬ 
ciliarsi l’utile al dilettevole e l’interesse all’ estetica coll’evitare o mo¬ 
derare i tagli laddove, ad esempio, esiste un viale o un passeggio frequen¬ 
tato dal pubblico, che in certo modo costituisce una attrattiva locale, e 
dove, appunto, tagliando le belle piante che fanno vago contorno, si to¬ 
glierebbe quel carattere particolare, onde più rara e gradita suol conser¬ 
tarsi la memoria dei luoghi. E sono lieto di dire che l’Amministrazione 
forestale, per quei moderni principii che ne informano l’opera, è an¬ 
eli’essa entrata lodevolmente in quest’ordine d’idee. Amen! 










- 342 - 

Nelle piante topografiche annesse al Regolamento 
di detta legge sono indicati i punti, nei quali le con¬ 
cessioni possono farsi, e che pel solo Camaldoli sono 29 
e in luoghi tutti bellissimi. Ma fino ad ora, ch’io sappia, 
nessuno è che per Camaldoli ne abbia fatta domanda. 
Pare impossibile che a tanti speculatori ed uomini di 
affari non sia ancora venuto in mente di profittare di 
simili concessioni se non altro come un buon impiego 
di capitale. Forse i 90 anni di libero godimento sem¬ 
brano pochi, mentre invece in Inghilterra questo sistema 
temporaneo di possesso è d’uso comune ed è già entrato 
nelle abitudini di quel popolo che non può dirsi dav¬ 
vero mancante di riflessione e di calcolo ! Ma così è, ed 
è questione di carattere e di atavismo giuridico del con¬ 
cetto romano della proprietà assoluta , e indefettibile, de 

coelo usqiie ad inferos, ecc. ecc. Ma speriamo nella 

generazione che sorge. (1) 


L’Eremo <li Camaldoli. 

(m. 1122) 

Hinc Romualdus abest, corpus si qnaeris et ossa, 

Si mentori et sensus hic Romualdus adest. 

16 settembre 1853. 

M. Ricci il. S. R. 

Due strade esistono da Camaldoli all’ Eremo: l’antica 
mulattiera, e la nuova carreggiabile che, staccandosi al 
Montanino dalla via comunale di Poppi, passa sopra 
Metaleto , traversa i fossi del Diavolo e di Prato al Fiume 
e quasi pianeggiante e bellissima procede tino all’Eremo, 


(1) Pompilio Schiarirli faceva press’ a poco le stesse riflessioni riguardo 
all’ A smura ed al suo avvenire, e ne spiegava la ragione dicendo: ma... 
V A sm ara appartiene agli italiani e non agli svizzeri! (Bollett. della Soc. 
georjr. it .., 1908, pag. 702). 





dando a questi luoghi (ciò che forse non è altrove) il 
vantaggio di percorrere comodamente in carrozza gli 
ameni e maestosi recessi di una foresta che offre punti 
di vista incantevoli e quadri della natura, grandiosi e 
stupendi, in mezzo a un’ atmosfera tutta impregnata del 
soave profumo dei fiori, e imbalsamata dai salutiferi aro¬ 
mi delle piante resinose. 

Noi pero, nell’ intrapreso pellegrinaggio attraverso il 
Casentino, preferiamo seguire l’antica strada come quella 
che pei ricordi storici e per lo svariato paesaggio ci 
sembra migliore. 

Dal monastero di Camaldoli per l’erto giogo del 
monte s’ apre a settentrione una buona via per VEremo 
distante da Camaldoli 4 chilometri circa. L’ erto sentiero 
che risale ora a destra, ora a sinistra il corso spumeg¬ 
giante del fosso di Camaldoli, procede per tortuosi giri 
nel mezzo della foresta, ove, anche in pieno meriggio, 
sembra essere sul tramonto del sole. 

Il silenzio e le amiche ombre dolenti 
Di questa selva, e i placidi sospiri 
Tra fronda e fronda dei nascosi venti (1) 

accompagnano sempre il viaggiatore nel breve cammino. 
Gli abeti, che Dante chiamò vive travi (2) appariscono 
come grandi colonne formanti lunghe e cupe gallerie, e 
offrono vedute così pittoresche, che inutilmente la penna 
tenterebbe descrivere e il pennello ritrarre. Sembra che 
la natura vi abbia spiegato con singolare contrasto le 
sue bellezze, dalla fragola del prato al lichene della roc¬ 
cia, dagli abeti di cent’ anni ai fiori d’ un giorno. In 


(1) Montt, Entusiasmi malinconici. 

(2) Purg., c. XXX. Gli alberi giganteschi, che alteramente s’inalzano 
Ano al cielo, furono dal filosofo Emerson chiamati, nel suo entusiasmo, 
piantagione iti Dio piantatimi of Ood). 












































344 


queste solitarie metropoli del regno vegetale la natura 
parla un linguaggio che penetra fino al cuore, e che vi¬ 
vifica ed entusiasma deliziando 1’ olfatto, abbagliando la 
vista ed elevando lo spirito alle eccelse ragioni del sen¬ 
timento. Quelle piante sempre verdi, statue non lavorate 
dalla mano dell’ uomo ; quegli alberi giganteschi che a 
guisa di colonne sostengono la cupa vòlta della foresta ; 
quei grossi rami che si stendono, s’intrecciano e paiono 
altrettanti alberi nati da un medesimo tronco ; quelle 
ombre sopra ombre, quel misto d’infiniti reverberi in 
mezzo alla solitudine e al silenzio, riempiono l’animo 
d’ ammirazione e di-un non so che di simile alla reve¬ 
renza. Tutti gli uomini di cuore hanno provato una sim¬ 
patia naturale per le foreste, e nessuno che sia di spirito 
cólto e d’ animo gentile può passeggiare in una foresta 
senza che la foresta gli parli. Ma per intendere quel 
misterioso linguaggio della natura bisogna ammirarla 
in uno di questi suoi maestosi recessi, nei quali vien 
fatto di sorridere di compassione pensando a coloro che 
cercano le bellezze del regno vegetale in quei meschini 
accozzi di piante che 1’ uomo improvvisa nei parchi e 
nei giardini delle grandi città; povere e rachitiche imi¬ 
tazioni delle sublimi opere della natura ! 

Il Bassermann , ricordando a proposito di questi luo¬ 
ghi, la descrizione dantesca dei 

.... ruscelletti che da’ verdi colli 
Del Casentin dùcendoli gkiso in Arno, 

Facendo i lor canali freddi e molli, (1) 

osserva: « La frescura delle sorgenti, che spira d;j questi 
versi mi parve in aperto contrasto collo stato presente 
dei pietrosi letti dei ruscelli, franosi, nudi e riarsi, e fatti 
gonfi soltanto per irruenza di piogge devastatrici dopo 


(1) Dante, In/., c. XXX. 















— 345 


le quali nuovamente si asciugano. Presso Camaldoli in¬ 
vece osservai quanto possa operare natura quando non 
sia maltrattata, e quanto essa sappia contraccambiare 
l’amore dell’uomo! Protetto dalle antiche regole del 
chiostro, si è qui conservato un vasto circuito di magni¬ 
fica foresta, così maestosa e superba quale non potrebbe 
vedersi più bella sui monti tedeschi. Il suolo è cosparso 
di fiori da ogni parte, le acque mormorano e stillano giù 
per i massi muscosi, sicché la sete la piu infernale po¬ 
trebbe qui estinguersi. Tale doveva essere tutto il Ca¬ 
sentino ai tempi di Maestro Adamo da Brescia. » (1) 

A metà della via s’incontra una piccola cappella 
eretta in onore di San Romualdo, e dopo questa a mezzo 
il declivio, si trovano tre grandi croci di legno poste 
anticamente in quel luogo come limite della clausura, 
oltre il quale agli eremiti da un lato ed alle donne dal- 
l’altro era proibito avanzarsi. (2) 

Quindi dopo un breve tratto di via per un ombroso 
ripiano (3) ove a destra è un laghetto, (4) e dove la foresta 
apparisce sempre più maestosa, si giunge all’ Eremo. 


(]) Bassermann, op. cit. 

. (2) Papa Urbano VI, vietò alle donne anche il semplice ingresso nella 
foresta che circonda l’Eremo {Ann. Camald., VI, App.). 

(3) Est mons in Apennino qui Hetruriam a Elaminia disterminat, in 
cnjus cacumine laeta quaedam est non artis, sed naturae beneficio inventa 
fere perfecta planities in qua sacratissima sita est Eremi solitudo (Chri- 
stof. Marcelli ep. Ann. Camald ., I, App.). 

(4) A proposito di questo laghetto o vivaio, nel quale soleasi un tempo 
tenere in conserva tinche ed anguille, si racconta il seguente aneddoto, 
o, per dir meglio, novella. 

Un giorno essendo stata pescata un’ anguilla di dimensioni veramente 
straordinarie, pensarono quei monaci d’inviarla in dono al Granduca ; il 
che fu fatto. Il giorno stesso, trovandosi taluno presso il detto lago, udì 
un sibilare acuto e continuo e, avvicinatosi, vide un grosso serpente (per 
pregiudizio ritenuto velenoso) il quale parea come lamentarsi della perduta 
amorosa compagna. Allora dubitandosi che per tal creduto connubio avesse 


























346 — 


Giace quest’ Ermo a sii di pace e quiete 
Di mille abeti mille volte cinto (1) 

sul pendìo meridionale della montagna in mezzo alle 
ombre dense degli abeti centenarii, ove regna alta soli¬ 
tudine e profondo silenzio, interrotto a quando a quando 
dal rumore delle acque correnti, dal gracchiare degli uc¬ 
celli di rapina, dal soffio dei venti che agitano e affa¬ 
ticano la foresta, e dai lenti tocchi della campana che 
annunzia il trascorrere delle ore o chiama alla preghiera 
i solitari abitatori delle celle romite. Le nevi vi cadono 
copiosissime, e vi hanno lunga stazione, facendo rigido 
il verno, ma in compenso quasi di niun calore 1’ estate. 

Il vasto edilizio dell’Eremo fondato da San Romualdo 
nel 1512, e cinto di mura a guisa di castello, ha dalla 
parte di mezzogiorno innanzi a sè un bellissimo prato 
ov’ è la porta d’ingresso. 

Qui non staremo a ripetere la storia e i meriti del- 
P Ordine camaldolense, nè i suoi rapporti colla famiglia 
dei Guidi. Di questo solo ci piace, per dovere di cro¬ 
naca, ricordare la scomunica data da Papa Innocenzo III 
al vecchio Conte Guido di Poppi, per aver esso vessato 
quelli eremiti, portando seco lassù non soltanto soldati, 
ma anche istrioni e meretrici : (2) scomunica che poi venne, 


potuto il veleno del serpe comunicarsi all’anguilla, fu tosto inviato un 
espresso a cavallo a Firenze per avvertirne di ciò il Granduca, e vi giunse 
appunto (piando la famosa anguilla stava per esser portata alla mensa del 
I rìncipe. Aggiunge inoltre la cronaca die, fattosi 1’ esperimento di quella 
<aine nel corpo vile di un gatto, questo poco dopo averla mangiata sene 
moiì... ! Olii legge capirà facilmente come io qui assuma 1’ ufficio di sem¬ 
plice narratore, e non intenda gabellare per fatti veri questi racconti ab¬ 
belliti dalla fantasia popolare, come pure per il fatto narrato dal Bandini 
i°dep.) di una vescia (fungo di prato) del peso di 18 libbre, e mandata in 
dono al Granduca Leopoldo. 

(!) Varchi, Sonetto sull’ Eremo di Carnaiuoli. 

(2) Annali Camalli., VI, 37. 














— 347 — 


sub conditione congruae poenitentiae, tolta a lui ed a 're- 
grimo da Papa Innocenzo IV nell’ anno 1256. (1) Tro¬ 
viamo anche che nel 1183 nn altro Conte dui do di Poppi? 
credendo che sua sorella Adaleta avesse depositato il suo 
tesoro presso gli stessi Eremiti e che questi P avessero 
ricevuto? montò in tal collera che fece predare tutte le 
vacche che i medesimi teneano a pascere in quelle mon¬ 
tagne ; ma avendone i monaci presentato reclamo al Ve¬ 
scovo Eliotto d’Arezzo? questi le fece ad essi dal Conte 
restituire. (2) 

Appena entrati nel recinto dell’Eremo si vede a destra 
la Chiesa Maggiore, biturrita? fatta costruire dal Priore 
Generale Pietro Dagnino nel 1027. 

A sinistra dell’ ingresso nella Cappella di Sant’ An¬ 
tonio esiste un altare robbiano con smalti bianchi su 
fondo azzurro? rappresentante la Vergine eoi Bambino 
benedicente? ed ai lati Sant’ Antonio Abate? San ilo 
mualdo? Santa Maria Maddalena e Santa Maria Egiziaca. 
Quei monaci lo dicono opera di Luca della Lobbia? che 
la eseguì sul cadere del 400 per commissione del Priore 
Generale Delfino, ma in ogni modo è lavoro d’arte pre¬ 
gevolissimo. 

L’antica chiesa fu grandemente danneggiata da un 
formidabile incendio avvenuto nel 1673? e per il quale 
furono disgraziatamente distrutti oggetti d’arte rarissimi? 
quali? ad esempio? sei candelabri d’argento? la bella 
tavola dell’altare maggiore? ultima opera di Giorgio 
Vasari (1572)? e paramenti sacri di sommo valore. 

La Chiesa presente? per quanto ricca di stucchi e di 
dorature di stile barocco? non ha in sè stessa nè per 
architettura? nè per dipinti pregi veramente notevoli? 
dappoiché quanto ad opere d’ arte? tutto ciò che v’ era 


(1) Ann. Camald., Y, 40. 

(2) Ibid., IV, 33. 




































— 348 — 

di buono fu portato via al tempo della famosa, o me¬ 
glio, famigerata, rivoluzione francese. 

Sopra la porta d’ingresso è un bassorilievo in marmo 
' ingiallito, rappresentante la Vergine col Bambino, opera 
attribuita a Mino di Poppi, detto da Fiesole, quantunque 
non se ne abbia la prova : ma il lavoro è condotto con 
tanta finezza di magistero artistico, che il battesimo da¬ 
togli è per sè stesso gran lode. 

Nell’altare dell’oratorio di San Giuseppe è una tavola 
della scuola di Guido Reni, rappresentante San Giuseppe 
che sorregge il Bambino Gesù con ai lati San Francesco 
d’Assisi e San Filippo Neri. 

Nelle pareti sopra le quattro porte laterali delle cap¬ 
pelle presso il vestibolo si vedono dipinti su tela i quattro 
dottori della Chiesa, per mano del Fassignano, maestro 
di Annibaie Caracci. 

Nel coretto dei conversi è una bella tavola del Nal- 
dini fiorentino, della scuola d’Andrea Del Sarto, del 1575 
rappresentante la Vergine col Bambino, in mezzo a San 
Romualdo, San Benedetto e Santa Lucia. 

Nella cappella della Madonna del Rosario è un quadro 
che pare di scuola fiamminga, rappresentante la Natività. 

La tavola dell’altare maggiore, rappresentante l’ In¬ 
coronazione di M. V. è opera mediocre del Gabbiani, 
fiorentino. 


Bellissima è la cattedra o Sedia Pontificale, tutta di 
noce e molto ornata d’intagli, come pure i due eleganti 
sgabelli : opera fatta nel 1669, da Antonio Montini e 
Luca Boncinelli, fiorentini. 


Sono pure degni d’ammirazione i due tabernacoli, 
incassati nelle pareti laterali all’altar maggiore. Sono di 
marmo lavorato con molta finezza da Gino da Settignano 
ilo31), ma guastati dai barbari del seicento che li co¬ 
pi il odo di uno strato di vernice lumeggiata d’oro ! 
^ell.i sagrestia Jacopo Ligozzi fiorentino dipinse le 













— 349 — 


due tele dei genuflessorii posti ai lati dall’ingresso. Il 
(quadretto della visione di San Romualdo si attribuisce 
al Balestra, veronese. 

Oltrepassata la chiesa si presentano dinanzi molte 
Celle disposte in cinque ordini separate da quattro stra¬ 
doni selciati e paralleli. Fra dette celle si trovano varie 
Cappelle, situate aneli’ esse dentro il recinto presente 
dell’Eremo, die le donne non possono oltrepassare. 

Nella Cappella della Visione si vede la piccola ma¬ 
cina della quale San Romualdo si serviva per triturare 
cereali e legumi. (1) 

Nella Cappella del Papa è sull’altare una tavola pre¬ 
gevole del 1500, rappresentante il Crocifìsso e i SS. Pietro 
e Paolo apostoli ed i SS. Romualdo e Francesco d’Assisi. 

La cella di San Bomualdo, che può dirsi il modello 
di tutte le altre, e a cui si accede dal piazzale, della 
chiesa, è rinomata per il ricordo di San Francesco di 
Assisi, al quale, in occasione del suo passaggio per l’E¬ 
remo fu destinata, ma che il sant’ uomo per umiltà 
ricusò. 

Nella cella di San Francesco (d’Assisi), restaurata in 
suo onore dal Cardinale Montalto, è una bellissima tela 
che riproduce le sembianze del cavaliere di Cristo. Al¬ 
cuni la vogliono opera dello Spagnoletto, altri 1’ attri¬ 
buiscono al Tintoretto, ma certamente è un dipinto 
molto pregevole. (2) 


(1) Una di queste mole in pietra esiste anche a Santa Maria del Sasso 
presso Bibbiena, lo che potrebbe indurre a credere che anticamente esse 
fossero comuni a tutti i monasteri e a tutti i conventi, come lo sono, per 
esempio, in ogni casa della Sardegna. 

(2) Il Vasabi (edizione Milanesi) dice di aver veduto all’Eremo di 
Cam al doli, in una cella un crocifisso piccolo in campo d’oro e col nome di 
Giotto, di sua mano, molto bello, e clic si teneva allora nel Monastero 
degli Angioli, di Firenze. 


























— 350 — 


Nella cella della . Presentazione, ove l’eremita Palau 
di Barcellona tenne vita di recluso per quarantanni !, 
si vede un quadro ragionevole in tela di Luca Martini 
da Stia, rappresentante la Presentazione al tempio. 

Nella cella del Medici detta anche delle Palle , dallo 
stemma Mediceo che vi e scolpito, nulla è di notevole 
tranne il ricordo del fatto che fu causa della sua co¬ 
struzione, imposta da Papa Leone X ad una Principessa 
de’ Medici, la quale, per soddisfare al desiderio di cu¬ 
riosità, e piii che altro per l’assoluto divieto, volle vio¬ 
lare sotto abiti maschili la clausura, dell’Eremo. (1) 

Nella cella di San Pietro esisteva una bellissima ta¬ 
vola del Ghirlandaio o per lo meno della buona scuola 
di Guido Reni, fatta nel 1521, ma nel 1744 venne, non 
si sa come, tolta di lì e postavene in cambio altra di 
niun valore. 

Quest’ Eremo inoltre possedeva anticamente anche 
una preziosissima biblioteca di 4300 volumi, ricca di ra¬ 
rissimi codici greci e latini, specialmente dei secoli XI, 
XII e XV, di pergamene ed opere poliglotte, insieme 
con scritti autografi di sommo valore, fra i quali un 
libro di salmi, illustrato e commentato di propria mano 
da San Romualdo. Ma, venuta la Rivoluzione francese, 
fu portato via tutto quello che v’era di più pregevole e 
raro; e la soppressione del 1866 tolse il resto invian¬ 
dolo alla Biblioteca comunale di Poppi. Sicché oggi non 
vi rimangono che gli scaffali e il bel soffitto, vagamente 


(1) Narra il 1 asari: « Fra Filippo Lippi lavorò ancora per la moglie 
ilei Duca Cosimo de’ Medici una tavola colla Natività di Cristo e San 
<>io\anni Battista, per mettere all’Eremo ili Camaldoli in una delle celle 
dei Romiti eli’ ella avea fatto fare per divozione, intitolata a San Giovanni 
Battista. » E il Milanesi aggiunge in nota: « Questa tavola esiste tuttora, 
e Ben conservata, nella stanza dei piccoli quadri della Galleria delle Belle. 
Aiti in Firenze, sotto il N. 60 del catalogo, quantunque altri la giudichi 
di autore diverso. » 






— 351 — 


formellato, a ricordare l’antico asilo di tanti studii so¬ 
litari i e profondi ! 

Le celle degli eremiti carnai cLolensi, composte di un 
portico, di un vestibolo, di una camera, di uno studio, 
di un oratorio, di un legnaio (il tutto di microscopiche 
dimensioni), lia dinanzi a se un orticello, con fonte di 
acqua perenne, ove si coltivano vaghi fiori (1) e legumi. 

Gli eremiti menano vita austera di digiuno (2) di pri¬ 
vazione, di penitenza. Vestono ruvide lane e con quelle 
dormono ; non si radono la barba ' 3) ; mangiano sepa¬ 
ratamente nella propria cella, ove per un piccolo fine¬ 
strino vien loro distribuito il quotidiano alimento, spesso 
di pane e acqua, mai carne. S’alzano ogni notte per an¬ 
dare a coro, qualunque sia la stagione e 1’ imperversare 
della bufera. « Le liete fantasie e le immaginazioni poe¬ 
tiche, scrive il Bresciani , considerano l’Eremita Camal- 
dolense nella tepida stagione del maggio e del settembre, 


(1) È piacevol cosa il vedere come l’austerità della vita di quelli eremiti 
uou li distolga da certe geniali occupazioni, ohe manifestano un senti¬ 
mento delicato e gentile. Tale è a mio credere l’amore pe’ fiori eh’essi 
coltivano nel proprio orticello con quelle cure affettuose e pazienti che 
userebbe un appassionato botanico per qualche bella rarità della specie. 
E a tali cure si deve se possono a quell’ altezza ammirarsi, per esempio, 
esemplari bellissimi di Campanula pyramidalis dai fiori eleganti e pro¬ 
fumati, la Monarcla didima coi verticelli purpurei, la Ximenesia enceloides 
co’suoi grandi dischi gialli brillanti, 1 ’Alcea rosea stupenda non tócca 
dalla crittogama che la deturpa nei luoghi bassi, la Reseda odorata coi 
suoi preziosi e profumati cespugli, per tacere di altri, l’Issopo ( Hissopus 
officinali) dalle spighe azzurre, portato forse lassù dai primi eremiti per 
servire ad alcune cerimonie religiose, come la benedizione delle chiese 
e delle persone ( Asperges me hissopo et mundabor.-Ps.). 

(2) Quando ricorre il digiuno a pane e acqua, non a tavola, ma se¬ 
dendo in terra coi piedi nudi nenza nessun apparecchio, mangi il pane, 
quasi cenere, con molta umiltà, e con vera contrizione beva l’acqua quasi 
bevanda di lacrime ( Costituzioni eremitiche. Regole pei Reclusi, reg. 38). » 

(3) « Pecuiiaris barbae inculta prolixitas est eremitis, ne moliores, quam 
deceant, sint, ant aliis videautur. » (Ann. Camald., I, App.). 























al tremolar delle stelle, allo spirare del fresco venticello 
e al dolce sussurro dei ruscelletti che scorrono fra le 
aiuole dei giardini, ma non pensano alle rigide ed aspre 
notti del verno sulle alture del monte di Camaldoli, al¬ 
lorquando le nevi fioccano altissime e i venti boreali vi 
battagliano e tempestano le annose foreste, gelando tutto 
all’intorno borri e torrenti. Che dev’essere egli allora 
il trovarsi in quel solitario Eremo, e non vedere altro 
che neve e neve, e silenzio e tristezza, e la natura assi¬ 
derata, e ogni cosa all’intorno come morta ! » 

Eppure vi furono monaci che vissero lassù e in quel 
modo fino a 113 anni! (1) ed altri che stettero volonta¬ 
riamente rinchiusi e come sepolti vivi entro la loro cella 
nel più assoluto e completo isolamento senza potere co¬ 
municar con alcuno, per 40 anni, e anche per tutta 
la vita, trovando nella solitudine, nello studio (2) e nella 
contemplazione, quella pace e quella tranquillità che 
forse aveano inutilmente cercato sul gran teatro del mon¬ 
do e nel tumulto della vita sociale! (3) 


(1) Vedasi P iscrizione posta sulla prima cella a sinistra della porta 
< ingresso, ch’ era la cella del portinaio, nella quale iscrizione il fortu¬ 
nato monaco vissuto 113 anni, è pomposamente chiamato (e n’ avea ben 
d onde) il decoro dei portinai (. janitorum decus). 

(2) « Giacché il recluso non può maneggiare la vanga, maneggi la pen¬ 
na : invece di coltivare gli alberi, coltivi le lettere. Così, sebbene sembri 
morto alla società, vivrà per essa, e tanto durerà il vantaggio delle opere 
sue, quanto durerà la vita de’ suoi libri » (Reg. sup. cit.). 

(3) Il deputato Ricciardi, discutendosi la legge di soppressione delle 
orporaziom religiose, così diceva: « Io credo, o Signori, che si debba 

lasciare in Italia almeno un Asilo alle anime sconsolate. Si tratta deb 
1 Eremo di Camaldoli, a prò del quale la commissione deve avere sotto 
occhio una serie di deliberazioni di tutte le Giunte Conumali del Casen¬ 
tino (i viva ilarità). Ricorderò ai miei onorevoli colleghi che ridono, che 
il più grande ingegno italiano, Dante Alighieri, si presentava un giorno 
alle porte di un convento, chiedendo un’ora di pace! E chi vi dice che 
nn giorno anche qualcuno di noi, qualcuno di quelli stessi che in questo 
momento ridono, non possa provare il bisogno di allontanarsi dal mondo 












































Pag. 370 


Fot. Perazzo 


Bibbiena — Sant’ Ippolito - sec. XY (Propositura). 





























— 353 — 

In questi vasti Cenobii, che signoreggiano ed ornano 
la foresta, si rivede la chiesa nella grandezza del suo 
sviluppo nei primi secoli del Medio Evo. Laggiù nel 
basso, nelle terre mal sicure e saccheggiate, odii profondi, 
lotte violente, crassa ignoranza, divisioni e discordie ; 
quassù ricche librerie, importanti stamperie, rifugio di 
cultura, monaci, dotti disputanti fra loro di scienze, let¬ 
tere ed arti, e sempre pace soave e dolce tranquillità ; e, 
mentre suona la campana per invitare alla preghiera 
mattutina, nella foresta urla il lupo e la bufera imper¬ 
versa. » (1) 

« L’impresa di San Romualdo corrispondeva allo stato 
d’animo del suo secolo. La solitudine pareva allora il 
solo rifugio, ed il silenzio 1’ unico rimedio morale. Nella 
muta contemplazione la creatura spaventata dagli umani, 
delitti, impaurita e sconvolta al pensiero dei terribili ef¬ 
fetti dell’ ira divina, si ripiegava tremante sopra sè stessa, 
e rifugiavasi nel conforto della preghiera, della carità e 
dello studio, che anco lontano dal mondo, mantiene saldo 
e continuo il vincolo dell’umano consorzio. » (2) 

Anco l’Eremo di Carnai doli è centro di passeggiate 
e di escursioni bellissime fra le quali precipuamente 
quella già descritta di Prato al Soglio, che non dee tra¬ 
lasciarsi di visitare, e l’altra della Lama situata presso 
la foce di uno dei borri alpini che formano il torrente 
Bonco, e nel fondo ove s’adima un angusto piano tra¬ 
versato dal fosso dei Gamberi , così detto dal trovarvisi 
quella specie di crostaceo (Astacus fluviatilis). 


in traccia di nn asilo tranquillo ? Non lio domandato eccezioni nè per la 
Certosa di Pavia, nè pel convento della Cava, nè per P Abbazia di Mon- 
tecassino : io non vi chiedo eccezioni che in nome dell’umanità ! » (Atti 
della Camera dei Deputati, Sessione 1866, pag. 2886). 

(1) Giornale La Nazione , 30 giugno 1889, N. 181. 

(2) De Navenne, op. cit. 


23 









— 354 — 

Sopra questo fondo, 

di’ è cupo sì clic non ci basta 
L’occhio a veder senza montare al dosso 
Dell’arco ove lo scoglio più sovrasta , (1) 

s’inalza maestosamente il monte della Penna , poco ele¬ 
vato e quasi inaccessibile per enormi scogliere che guar¬ 
dano sopra un abisso, ove l’aquila reale ( aquila crysaetus) 
pone annualmente il suo nido, e di dove s’ apre una bel¬ 
lissima veduta della Lama e del circostante Appennino. 
Ma diamo la parola al Benci che questo luogo visitò ed 
in tal modo maestrevolmente descrisse: «Lento lento e 
senza sponda un fiume traversa un prato abbondevole di 
fiori e d’ erba. Nè da questa pianura è alcun sentiero fa¬ 
cile che meni fuor della valle; poiché neppure il fiume 
concede un varco, cadendo esso verso la Romagna tra 
balze anguste ed altissime. Alle quali continuandosi la 
montagna con giro vario ma continuo, rimane il prato sì 
chiuso e profondo che ogni nube l’oscura. E più lunghe 
sono qui le notti, più formidabile il verno : ma, sia che 
nella tempesta vi fiocchi la neve, sia che vi splenda il 
sole, sempre vi è un tenebroso orrore intorno alle rupi ; 
le quali, inalzate quasi a picco, mostrano la vetta ignuda 
con rotti scogli e portano sul dorso una selva conserta 
di faggi e di abeti : onde nella stagione estiva non si 
può vedere in questi luoghi un’ altra valle che dia tanta 
letizia e tanta malinconia a un tempo ! » (2) 


(1) Dante, Inf., c. XVIII. 

(2) A. Benci, Lettere mi Casentino, lett. Vili, Antologia. Firenze, 1821. 











355 — 


Badia a Frataglia 

(m. 843) 

Indicazioni utili. 

— Albergo e pensione Bella-vista di Orlando Muli- 
nacci (raccomandata) — Pensione di Bosco-Verde, della 
signorina Stuart Wilson — Pensione della Bosta dei fra¬ 
telli Rossi — Pensione Sanesi di Celeste Sanesi — Pen¬ 
sione del Grigio di Adamo Belli — Pensione Marri ed 
altre di minor conto — Stazioni ferroviarie prossime : 
Bibbiena e Poppi — Ufficio postale e telegrafico — Per 
vetture, cavalcature e guide, e relative tariffe, rivolgersi 
agli Albergatori. 


Distanze: da Poppi.Kil. 13 

» » Bibbiena.» 15 

» » Soci.» 9 

» » Camaldoli.» 8 


» • » Verna (via Rimbocchi ) ... » 17 
» » Bagno di Romagna .... » 16 


Olii vuole recarsi alla Badia a Prataglia seguendo 
P itinerario di montagna, può prendere la via dell’ Eremo 
di Camaldoli per la Cava de’ Frati e i Fanghicci, la quale 
è vaga ed amena specialmente nella buona stagione quan_ 
do tutta P ombreggiano le alte faggete poste lungo il cairn 
mino. Passato V Eremo, e traversato un piccolo fosso, 
s’incontrano due sentieri, dei quali si prende quello a 
sinistra. Di qui procedendo in direzione di mezzogiorno 
dopo pochi passi incomincia la discesa a traverso boschi 
di faggio, finché a un certo punto, la via biforcandosi, 
occorre prendere la destra, e quindi, discendendo per un 





















— 356 


selvoso sentiero, si scopre dopo breve tratto una Chiesa 
e un vasto casamento fatto a guisa di villa, e più qua, 
più là vari gruppi di case ombreggiate da piante di ca¬ 
stagno. 

.Questo è il villaggio di Badia a Frataglia, che ri¬ 
siede presso la riva destra del torrente Arcliiano e alle 
radici del Monte Acuto che divide il Casentino dalla Ro¬ 
magna, e di dove nasce il Bidente. (1) 

Questo luogo è noto per la celebre Abbazia che pare 
avesse principio verso l’anno 989 (2) quando i monaci 
cominciarono a popolare le solitudini d’Italia. Questa 
Abbazia fu fondata prima dell’ Eremo di Camaldoli, co¬ 
me resulta da un Diploma di Ottone III del 3 gennaio 
1002, (3) e la chiesa del nuovo Monastero fu consacrata 
nel 1008. (4) Ma in seguito la fortuna arrise alla nuova 
Congregazione Camaldolense, mentre invece la vecchia 
Badia a Prataglia andò sempre decadendo, (5) fintanto¬ 
ché nel secolo XII fu assoggettata, come altri monasteri 
dell’Agro aretino, al suddetto Eremo salito allora in gran 
fama. E ciò specialmente fu fatto per togliere di mezzo 
le gare e le contese insorte fra i due vicini ed emuli 
monasteri. Finalmente la Badia a Prataglia, fatta scarsa 
di monaci e depredata dalle masnade degli libertini, fu 
nel 1391 soppressa da Papa Bonifazio IX e incorporata 
definitivamente al patrimonio Camaldolense. (6) Fu abate 
di Prataglia nel 1308 Francesco de’ Conti Guidi, figlio del 
Conte Agliinolfo di Romena. Nella Cripta del secolo X 


(1) Pratalia juxta rivum nomine Bidentem ad radicem montis Acuti, 
qui dividit inter Tusciam et Romaniam (Ann. CamalcL., II, App.). 

(2) Muratori, Annali, 988. 

(3) Ann. Camald., I. App. 167. 

(4) Ibid., loc. cit. 

(5) Quia in temporalus et spiritualibus erat valde collapsum (Ann. 
(Jamald., VI, 56, anno 1391). 

(6) Ann. Camald., VI, 167, 




















- 35 1 - 


posta sotto la chiesa abbaziale, oggi semplicemente par¬ 
rocchiale, esistono tuttora colonne con capitelli romani, 
i quali ricordano quelli di San Vitale di Ravenna. Il 
signor Santi Pesarmi di San Piero in Bagno, diligente os¬ 
servatore di cose architettoniche, ha saputo riconoscere 
lateralmente all’antico abside l’impianto di due torri che 
un tempo dovettero costituire la fronte orientale della 
chiesa che anticamente aveva tre navate. (1) Oggi quelle 
due torri sono rasate al piano della chiesa superiore, e 
la cripta vedesi ridotta a legnaio! 

Gli abitanti dell’ alpestre villaggio di Badia a Frata¬ 
glia godono al presente il gran benefizio di poter comu¬ 
nicare comodamente e presto cogli altri luoghi del Casen¬ 
tino e colla Romagna, mercè la strada provinciale tosco¬ 
romagnola, la cui apertura ha dato grande incremento 
al paese, e ne ha quasi raddoppiata la popolazione: la 
quale per tre quarti trae il proprio sostentamento dalla 
lavorazione del carbone e dalle piccole industrie di mon¬ 
tagna. (2) 

L’industria degli oggetti di legno di faggio a Fra¬ 
taglia è antichissima, trovandosi ricordata nella storia 
camaldolense fino dal 1268, quando 1’ Abate Benvenuto 
promise al Vescovo Guglielmino libertini, a titolo di 
censo, di mandargli annualmente 450 scodelle di legno, 
300 taglieri {incisoria ) e 50 bicchieri parimente di le¬ 
gno. (3) 

Il commercio degli utensili domestici di legname è 
in questo alpestre villaggio molto importante non solo 


(1) Bandini, Odep. cit., voi. Vili. 

(2) Helle ricordate Memorie manoscritte sul Casentino del P. Pietro 
Crassi di Serra, è detto che dietro 1’ antico monastero, verso levante, sul 
fiume eravi una Segheria idraulica per comodo di segare i legnami del- 
1’ abetìa che circondava dappertutto il paese. 

(3) Ciampelli, Guida Storica Illustrata di Camaldoli. Udine, 1906. 


















— 358 — 


per la produzione ma anche per il valore della merce 
prodotta. Il sistema è semplice e perciò buono. L’Am¬ 
ministrazione forestale dà all’ operaio la materia prima, 
legname (generalmente di faggio), che viene lavorato da 
ognuno nella propria casa j il die dà a quest’ industria 
un carattere, dirò così, casalingo, che tiene saldi i prin¬ 
cipi i della famiglia ed anco quelli della morale che tanto 
scaduta nelle agglomerazioni promiscue degli opificii mo¬ 
derni ! Lavorato 1’ oggetto, con istrumenti tuttora assai 
primitivi, viene portato al magazzino di Prataglia, ove 
uno speciale incaricato lo riceve segnando nel conto 
corrente del lavoratore il prezzo della materia prima con¬ 
segnatagli ed il valore della merce manufatta. Così un 
buon numero di famiglie vive lassù onestamente di un 
lavoro dirò anche geniale ed abbastanza remuneratoli. 
Del che va data lode alla Direzione della Società Anonima 
per industrie forestali, proprietaria di quelle grandi bo¬ 
scaglie, per aver curato e curare con ogni mezzo il mi¬ 
glioramento economico di queste piccole industrie, e 
dimostrato il vantaggio che ovunque resulta dall’ ami¬ 
chevole accordo fra capitale e lavoro. E ci auguriamo 
che l’istituzione della Scuola-Laboratorio a Stia, per le 
piccole industrie del legno, della quale abbiamo già par¬ 
lato, valga a portare notevoli perfezionamenti teorici e 
pratici anche all’ industria di Prataglia, e migliorare in 
tal modo la condizione di quei bravi e tranquilli lavo¬ 
ratori. 

Ma oggi la Badia a Prataglia va inoltre considerata 
sotto 1’ aspetto di dimora estiva, e di stazioùe climatica, 
per il quale ha in breve tempo acquistata straordinaria 
importanza. * 

« Questo alpestre paesello, scrive il JBertini, consi¬ 
derato come dimora estiva è divenuto caro e desiderato 
agli amatori delle montagne. L’ aria e il clima eccellenti, 
1’ altitudine e 1’ estese boscaglie che lo circondano ne 













fanno un luogo ricercato per la freschezza costante anco 
nei forti calori estivi. » (1) 

Dalla Stazione ferroviaria di Bibbiena, ove all’arrivo 
dei primi treni si trova sempre la vettura postale, si 
giunge in due ore circa alla Badia a Prataglia (tariffa 
L. 2.00) percorrendo la strada tosco-romagnola, che sem¬ 
pre costeggia la riva destra del torrente Arcliiano. La 
via quasi tutta tagliata nel macigno,.e provveduta d’opere 
d’arte, forse anche troppo di lusso per una strada di mon¬ 
tagna, è molto bella e pittoresca, e fa capo alla Villa 
della Casa di Lorena e alla chiesa ove incominciano i 
caseggiati di Badia a Prataglia. Passato il ponte si trova 
il ricordato albergo-pensione di Orlando Mulinacci che 
nuovamente e sotto ogni riguardo raccomandiamo. 

Il villaggio di Badia a Prataglia è centro di bellis¬ 
sime passeggiate ed escursioni alpestri, fra le quali pri¬ 
meggiano quelle di Serravalle, di Camaldoli , della Lama, 
della Verna, della Giogana di Scali, e finalmente della 
Bertesca per il Macchione, seguendo la via mulattiera 
costruita a traverso gran parte delle belle faggete di 
Prataglia. (2) Comoda, oltreché bella, è la passeggiata 
che può farsi proseguendo la sdrada tosco-romagnola fino 
a Mandrioli (valico dell’Appennino), e anco nel versante 
romagnolo. Il tratto dalla Badia a Prataglia al culmine 
del monte, è ancor più bello e pittoresco del primo, 
apparendo la via quasi del tutto costruita su rocce gi¬ 
gantesche, disposte a filoni variamente e capricciosamente 
inclinati all’ orizzonte, e coronati da folte boscaglie di 
faggio. Bello e svariato è il panorama del Casentino che 
si presenta a sinistra per tutta la strada ; e splendido 


(1) Le Dimore estive dell’Appennino toscano. 

(2) È interessante a vedersi la ferrovia privata, (sistema Decauville), 
fatta costruire dall’Amministrazione forestale, e die, partendosi dal Can¬ 
cellino prosegue fin verso la Lama. 

















—, 360 — 

poi è quello che s’ ammira dalla sommità dell’Appennino, 
ove al goduto spettacolo altro se ne aggiunge stupendo 
nella veduta della Romagna, nella natura alpestre che 
domina il paesaggio e nei lontani orizzonti che maesto¬ 
samente coronano il bellissimo quadro. 


Bibbiena 


M. 418.50 — Abitanti 7445. 


FRAZIONI COMUNALI 

Distanza 

dal 

Capoluogo 

(metri) 

STRADE 

Banzena. 

6.000 

Carrozzabile 

Campi. 

5.000 

» 

Giona. 

9.000 

» 

Gressa. 

6.000 

» 

Marciano .... 

7.000 

» 

Soci. 

5. 000 

» 

Partina. 

6.000 

» 

Serravalle .... 

13. 000 

Parte cari*, e parte mul. 

Terrossola . . . 

3.000 

» 

Gello .... 

13. 000 

Mulattiera 


Indicazioni utili. 

Varii alberghi e locande : raccomandate quelle del- 
VAmorosi e l’Albergo Vittoria del Lelli — Varii caffè 
Stazione ferroviaria a circa un chilometro dal paese 
Uffizio postale e telegrafico — Due medici con- 


























— 361 — 


dotti — Due levatrici — Un veterinario — Una far¬ 
macia — Mercato settimanale il giovedì — Pretura Man¬ 
damentale — Stagione dei RR. Carabinieri — Delegato di 
Pubblica sicurezza — Per guide rivolgersi agli albergatori 
— Eccellente servizio di vetture e di cavalcature, fatto 
da varii vetturini, e specialmente da Pilade Cariaggi, 
reperibile alla stazione ferroviaria e a Bibbiena — Ta¬ 
riffe relative : Per Camaldoli, con un cavallo L. 10 e 
con due L. 20 — Per Prataglia, con uno L. 8 e con due 
L. 15 — Per la Verna, con uno L. 8 e con due L. 15 — 
Servizio postale per Prataglia L. 2 per persona, e per 
Bagno di Pomagna L. 5 — Cavalcature L. 5 al giorno 
più il vitto per il conducente — Per altre informazioni 
rivolgersi al Segretario Comunale. 


Bibbiena 

E una terra sopr’ Arno molto amena. 

Berni, Orlando innam., lib. III. 

Per chi si reca a Bibbiena da Poppi la distanza è di 
5 chilometri (minuti 15) per ferrovia, e di 6 chilometri 
(minuti 40) per la via provinciale, che stendesi alla si¬ 
nistra dell’Arno traversando i torrenti Sova e Archiano, 
fra i quali è posta l’amena valle detta delle Tombe ove 
anticamente era una villa nella quale recavasi a passar 
l’estate il celebre Francesco Ferrucci. (1) 


(1) A una di queste villeggiature si riferisce un curioso aneddoto sto¬ 
rico così narrato dal Sassetti (Vita di Francesco Ferrucci , Milano, 1876) e 
dal Guerrazzi (Vite degli uomini illustri , Milano, 1863): « Dopo l’avven¬ 
tura con Boccale de’ Medici reputò il Ferrucci prudente scansarsi recan¬ 
dosi alla sua villa in Casentino, la quale, posta tra Poppi e Bibbiena, 
acquistarono prima i Mccolini ed oggi possiedono i Ducei ; dove molto 
si dilettava colla caccia delle fiere terrestri, ma pili con gli uccelli, ado¬ 
perandovi uno astore, chè più comprarne e nutrirne non gli consentiva la 























362 — 


Bibbiena, risiede sulla cima di un’ amena e ridente 
collina posta in mezzo alla fertile pianura bagnata dalle 
acque dell’Arno, del Corsalone, dell’ArcMano e del pic¬ 
colo borro Vessa, mentre si disegnano in lontananza, come 
fondo del quadro, i gioghi del Pratomagno, della Falte- 
rona, di Camaldoli e i monti della Verna e di Catenaja. 

È ormai fuor di dubbio, per le scoperte archeologiche 
latte presso Bibbiena, che questo luogo fu nei remotis¬ 
simi tempi un centro etrusco d’importanza non lieve. 
Forse il nome stesso di Bibbiena si riferisce alla fami¬ 
glia etnisca Vibia, che poscia, moltiplicatasi, si sparse in 
varii luoghi d’Italia e si diffuse nel contado aretino. 
Un bellissimo scarabeo (corniola) colla figura di un guer¬ 
riero che cade, (1) fu ritrovato presso le Tombe , mentre 


.modesta sostanza. Notabile nella vita di tanto uomo è questo, die i modi 
e i consigli suoi così in breve lo resero per quei luoghi autorevole, che la 
gente divisa per piati o per offese traeva a lui, ed egli 1’ acconciava, con¬ 
dotto da molta pratica della ragione militare non meno che della civile, 


acquistata dal conversare con uomini intendentissimi. Bisogna però av¬ 
vertire che, se non a crescergli, certo a confermargli questa sua reputa¬ 
zione gli giovasse grandemente certo suo atto col quale fece palese come, 
dove il precetto delle parole non bastasse, egli sapea metterci tale chiosa 
colle mani da inchiodarlo nei cervelli più duri. Avendo pertanto ordinato 
che, a seconda della legge, egli non intendeva cacciassero, nel suo, certa 
brigata di giovani presuntuosi mossa da Bibbiena si dette ad inseguire 
lepri per le selve di lui, e presene alcune, ne menavano baldoria; quando 
sopraggiunto il Ferruccio di solo una corsesca armato (quasi non si volesse 
avvilire ad usare con essi loro 1’ arme), capovolgendosela in mano, ne 
dette a quello che sembrava il capo tante, da restarne concio pel dì delle 
feste. Sapendo poi come gli uomini di Bibbiena si arrecassero delle offese 
fatte a taluno di loro, sicché tutti sorgevano a vendicarle, egli attese a 
lagunare amici, armarli e metterli alle posto ; nè il presagio andò punto 
fallito, onde presentatisi quei di Bibbiena con animo e proponimenti sel¬ 
vatici, \ ista la mala parata, ebbero di catti a tornarsene a casa colla 
coda fra le gambe. » 

(1) Questo scarabeo è oggi posseduto dal ricordato Comm. Gai mi nini 

clic ne fece fare a sue spese una bella incisione in rame, non ancor pub¬ 
blicata. 













— 363 — 


presso Tariina si rinvennero alcune monete di ces grave 
coll’ impronta della ruota da un lato e dell’ àncora dal¬ 
l’altro; ed è poi molto probabile cbe le lettere V, P, N, 
clie si leggono fra i raggi della ruota del famoso quini- 
ponclio trovato in Falterona, e di cui già facemmo men¬ 
zione; (1) stiano a indicare; coll’ aggiunta delle vocali 
die furono tralasciate, il nome intero V (i) P (e) N (a) 
(cioè Bibbiena), cbè tale è 1’ etrusco suo nome. Il qui- 
nipondio, essendo la moneta la più grave e pesante, dif¬ 
ficilmente poteva quello esservi stato trasportato da lon¬ 
tano; e poicliè il punto più importante e vicino alla 
Falterona era allora senza dubbio Bibbiena, così non è 
improbabile cbe il detto quinipondio fosse ivi fuso in¬ 
sieme alle altre monete meno gravi e portanti la sola 
iniziale Y. « Non so, dicevaci con sua lettera del 18 
marzo 1889 il dotto comm. G amurrini, quando potrò 
scrivere intorno alle antichità del Casentino, ma certo 
in quelle proverò quale importanza abbia avuto Bibbiena. 
La quale pur mantenevasi nel secolo XII in qualche re¬ 
putazione, se dall’Arabo JEdrisi viene nella sua geografia 
notata fra le città d’Italia più importanti politicamente 
e commercialmente, con queste parole : « Città di b. b. n. 
u (Bibbiena); è città piccola (ma) popolata. » Ed è a 
notarsi come il detto Edrisi, trattando della Provincia 
di Arezzo, faccia soltanto menzione di quella città e di 
Bibbiena-. 

E poiché siamo a parlare di antichità, crediamo op¬ 
portuno ricordare un altro importantissimo ritrovamento. 
Passato appunto il Corsalone si vede il querceto che 
serve di palco alla villa di Fontefarneta, che fino agli 
ultimi del secolo passato o ai primi del presente era 
Ospizio dei monaci Camaldolensi, ed oggi proprietà e 


(1) Vedi parte generale, capitolo Stia-Falterona. 


























— 364 


luogo di villeggiatura della famiglia Corsi Guicciardini 
di Firenze. Nel disfare una parte di questo querceto per 
farvi una vigna fu verificato che ogni querce copriva 
una cassa fatta con lastre verticali e coperte con lastroni 
orizzontali e contenenti uno scheletro. Il querceto è in 
una parola un’antica necropoli. Nessuna moneta, nes¬ 
sun utensile fu, per quanto si sappia, trovato che valga 
a dirci l’epoca di quel sepolcro. Ma una lastra di marmo 
lunense trovata fra quelle che coprivano una delle casse, 
ci dice che probabilmente fu quello un sepolcreto romano, 
inquantochè non sembra che i marmi apuani fossero noti 
agli Etruschi. Tale opinione, che il compianto dott. Emilio 
Marciteti espose in modo dubitativo, viene ad acquistare 
grado di certezza per altre maggiori e più dettagliate 
notizie (forse sfuggite all’osservazione del nostro amico) e 
che abbiamo trovate nell’ Odeporico del Bandini, più volte 
citato. (1) Fino a pochi anni indietro, ci diceva lo stesso 
Marcucci, esistevano in luogo detto il Pontaccio sull’Arno 
quattro arcate e una pigna di un ponte romano, ma re¬ 
centemente fu adeguato al suolo ogni vestigio di quelle 
venerande rovine. (2) 

Riguardo poi alla storia certa di Bibbiena, le prime 


(1) Ivi : « Dall’ Agente della grancia di Fonte Farneta a cui è addetto 
1 eie di 1>onte chiara , fu trovato un sepolcro con alcuni vasi di terra 
a, urne cinerarie, una patera di bronzo, e fra le cenere deb vaso grande 
mi quadrante avente nel diritto la testa d’Èrcole colla pelle di leone e 
tre globuli, e nel rovescio un toro corrente e un serpente sotto con altri 
ie g o uli, del peso di un’ oncia circa ; quale moneta il Passeri nel suo 
Cronico nummario pare creda battuta circa l’anno 400 di Roma, e tanto 
la moneta che la patera piuttosto latine che etrusche. Successivamente 
furono ritrovati altri simili oggetti e inoltre un cerchietto d’ oro ed un 
asse romano posteriore assai alla moneta descritta (S. Fremo di Carnai- 

, J marZ °' 1798 ‘ Lettera del p - Adelelmo Camaldolense al Can. An¬ 
ge o-Mana Bandini , Bibliotecario della Marucelliana in Firenze). » 

Odep A vp * ) ° n * e an ^ C0 romano ©sisteva in luogo detto Arcena (Bandini, 






















— 365 — 

notizie clie se ne lianno incominciano dal X secolo (1) 
nel quale sappiamo che questo antico e forte castello 
apparteneva ai Vescovi di Arezzo. (2) Dopo la battaglia 
di Campaldino (3) i Guelfi vincitori, posto assedio a 
Bibbiena, che durò 8 giorni, devastarono e quasi di¬ 
strussero il castello di Bibbiena, che poi fu rivendicato 
alla mitra aretina del famoso vescovo Tarlati conte di 
Pietramala. Questi morendo lasciò Bibbiena alla sua fa¬ 
miglia, e Pier Saccone (4) che, a dire di Matteo Villani, 
diede molto da fare a Firenze e la tenne in paura, vi 
ebbe dominio che poi passò a Marco suo figlio, cui fi¬ 
nalmente il ritolse il Comune di Firenze nel 7 gennaio 
1359, per congiura di certo maestro Acciajo, bibbienese 
e di altri 48 popolani di quella terra dopo più di quat¬ 
tro mesi d’assedio. (5) Circa lo stesso tempo (1359) tro¬ 
viamo una locazione fatta al Comune di Firenze dal 


(1) In un istrumento di vendita fatta da Everardo Vescovo di Arezzo 
si trova ricordata Bibbiena, come luogo dove fu stipulato ( actum in Bi- 
bleìia). Ubaldo Pasqui, Doc. per la storia di Arezzo , voi. I. Arezzo, Belotti. 

(2) Il presente Palazzo dei Vecchietti, che lo ebbero in permuta dal 
Comune, era P antica sede dei Vescovi di Arezzo, dove Gfuglielmino Uber- 
tini dimorava sovente come luogo da lui stimato acconcissimo al maneggio 
delle sue pratiche coi Ghibellini toscani, ed atto ad opprimere la contraria 
fazione (De Sezanne, op. cit.). 

(3) Racconta Marchionne di Coppo-Stefani che dopo quella battaglia 
1’ oste prese Bibbiena, e i Senesi fecero nel giorno di San Giovanni cor¬ 
rere il palio sulle porte di Arezzo, e per spregio della memoria del Ve¬ 
scovo Ubertini, manganarono dentro la città 30 asini colle mitre da ve¬ 
scovo in capo ( Croniche . Firenze, 1732). 

(4) Pier Saccone morì in Bibbiena nel febbraio del 1355. Da certi Bi¬ 
cordi di Angiolo Nuli di Bibbiena si rileva che nel 1712, essendosi nella 
Propositura di questo paese atterrata la cappella della Madonna delle 
Grazie, nel luogo, ove ora è 1’ altare di San Ippolito, fu trovato fra la 
vòlta e la soffitta di detta cappella un cadavere vestito e armato militar¬ 
mente, che fu creduto quello di Pier Saccone e che fu nuovamente sot¬ 
terrato in una sepoltura di quella Chiesa ( Statistica , ecc.). 

(5) Nei Capitoli del Comune di Firenze (XVI, 312-27 gennaio 1360) tro¬ 
viamo riportata una lettera di Re Luigi di Napoli al Comune di Firenze, 
















366 


Vescovo di Arezzo dei beni e diritti del vescovato nel 
castello e corte di Bibbiena per 7 anni e pel canone di 
150 fiorini d’ oro di retto conio e di peso fiorentino. (1) 


colla quale si rallegra col medesimo di avere recuperata là Terra di Bib¬ 
biena. Dice di avere ricevuto con esultanza le lettere di quel Comune, 
nelle quali gli danno la felice novella della presa terrete Bibiene col cas¬ 
sero, cui un lungo assedio il desiderato trionfo, e diede loro vittoria sui 
ribelli di Bibbiena (castri Bibbiena). « E poiché, conclude, niente può far 
palese il vincolo della loro vera amicizia quanto il mostrare di far sue 
proprie le cose prospere dell’ amico, non meno che le avverse, così bo 
fatto e farò pubblicamente festa di Santa vittoria. » 

(1) Nei Capitoli di sottomissione, dopo avere riconosciuta da Dio la 
vittoria ottenuta sopra i Bibbienesi, il Comune di Firenze, ispirandosi a 
sentimenti di pietà e di clemenza ( concessam a Divinitene victoriam de ca¬ 
stro et fortilitia de Bibbiena, partium Cosentini, pietate et clementia prose- 
guentes, etc .), si concede : 

Che i priori possano eleggere per sei mesi due cittadini fiorentini, veri 
guelfi e popolani, uno in Potestà e P altro in Castellano del Cassero e 
ròcca di Bibbiena, con loro comitive, salario, ecc. 

Che il Castello sia in perpetuo aggregato al contado fiorentino sotto 
il quartiere di San Giovanni Battista. 

Che godano tutti i privilegii dei veri originarii ed antichi popolari del 
contado e distretto, e siano assoluti dalle condanne e bandi, e cancellati 

dai notari del Comune di Firenze, eccettuati i nobili de Petramala . e 

quelli che, avendo fatta ingiuria ad alcun cittadino, contadino o distret¬ 
tuale del Comune di Firenze, non abbia riportata la pace dell’ offeso, con 
proibizione di alienare beni mobili, immobili, ecc. 

Che tutti i Bibbienesi, entro un mese dalla venuta del primo Potestà, 
siano ammessi a giurare corporaliter, per sé e suoi discendenti maschi in 
linea mascolina, di voler esser in perpetuo veri Guelfi, devoti ed amatori 
della Cattolica Parte Guelfa, cosicché quelli che avranno giurato possono 
essere trattati come guelfi. 

Che gl’ infrascritti (seguono 24 nomi) possano portare in Firenze le 
armi di difesa ( difendebilia ) che vorranno, e nel contado o distretto fio¬ 
rentino quelle da offesa ( offendebilia ) e difesa, salvo che non è loro con¬ 
cesso P andar di notte, contro il prescritto degli statuti. 

Che il Potestà di Bibbiena debba avere soltanto due buoni e idonei 
notari, quattro famigli ( armigeros ), un cavallo e lire 500 per salario di sé, 
dei notari, ecc. da pagarsi dal Comune di Bibbiena e dai tre Comuni di 
Soci, Gello e Moggiona (J Capitoli del Comune di Firenze, I, 87, 88 
91, 104). 


























— 367 — 

La qual locazione finita, e riunito così a Firenze Bib¬ 
biena, passò poi questa terra attraverso varie e dolorose 
vicende. Nel 1440 fu per qualche tempo occupata dalle 
armi dei Visconti di Milano, comandate dal Piccinino 
sconfitto poi ad Anghiari. Nel 1498 fu presa dalle mili¬ 
zie venete condotte dall’Alviano e collegate col duca 
d’ Urbino. 

Ma i fiorentini, eletto, come abbiamo detto, a duce 
del loro esercito l’Abate Camadolense Basilio Nardi, che 
per prudenza e coraggio erasi fatto un gran nome, (1) 
ripresero Bibbiena (2) e gli altri luoghi del Casentino, 
cacciandone le collegate soldatesche veneziane e urbinati. 

Finalmente nel 1509 il Comune di Firenze ordinò che 
Bibbiena fosse smantellata e ne venissero demolite le 
mura per aver dato ricetto a Piero e Giuliano de’ Me¬ 
dici, (8) allora esuli e banditi da Firenze, e per averli 
aiutati nei loro disegni. Per la quale demolizione ven- 


(1) Imperterrita sua animi magnitudine , consilio et solertia in rebus 
gerendis (Ann. Camald., VII, 66). 

(2) Nel 1367 la Signoria di Firenze comandò al Potestà di Bibbiena di 
assegnare nn termine a tutti quelli che avessero case coperte di paglia, 
per coprirle a lastre di pietra o tegoli di terra cotta (Bepetti, op. cit.). 

(3) « Nel tempo di questo esilio, scrive il Nardi (Storie Fiorentine, lib. 6) 
fu trovato un astuto mezzo per tener viva e segreta la corrispondenza 
fra Giulio de’ Medici (die fu poi Papa Clemente VII) e i suoi amici e 
parenti di Firenze. Giulio mandava a Firenze un certo contadino il quale 
nascondeva nelle parti più segrete della sua persona un cannellino di ot¬ 
tone dentro il quale era una letterina senza indirizzo e senza firma ; e 
giunto a Firenze la poneva di notte tempo in una delle buche del muro 
del cimitero di Santa Maria Novella dalla parte della piazza Vecchia. I 
consapevoli del tutto la toglievano, e tornavano poi a mettervi la rispo¬ 
sta : il latore prendevala e tornava a darla a chi P avea spedito. Così fu 
continuata l’intelligenza fino alla destituzione di Pier Soderini dal grado 
di Gonfaloniere e al ritorno de’ Medici in Firenze. Onde può dirsi che i 
principii di questo avvenimento partirono da Bibbiena ove eransi nascosti 
i Medici in compagnia di certo bibbienese che si crede fosse Bernardo 
Dovizi. » 





nero dalla Repubblica nominati commissari Michele Nic- 
colini di Firenze e Niccolò Billi di Poppi. (1) Nondimeno 
finché durò la Repubblica, ed anche per alcun tempo 
sotto il governo mediceo, sembra che questa terra si reg- 


(1) Le particolarità di quel delenda Bibbiena e dei dolorosi fatti che in 
quella circostanza si verificarono, trovansi notate in un Diario mano¬ 
scritto esistente nella Biblioteca di Arezzo, e precisamente al capitolo in¬ 
titolato: « Relazione della rovina delle mura di Bibbiena eseguita dagli 
uomini di Poppi nel tempo che la Magnifica Casa dei Medici era stata 
cacciata da Firenze e si trovava colle sue genti di San Marco in Bibbiena. 
Relazione descritta da Ser Angiolo da Bibbiena della famiglia degli Sca¬ 
landri. » Ivi « Dopo la rovina delle mura, restando 1’ afflitta terra sfa¬ 
sciata e aperta, questi scellerati Poppesi, mandonno le loro donne a Bib¬ 
biena, e giunte in piazza, cantavano per dispregio dei Bibbienesi la can¬ 
zona che comincia : 

Questi b. da Bibbiena, 

Che son fatti Veneziani, 

Se ci tornano alle mani 
Si dirà : qui fu Bibbiena ; 

Voi gridaste Palle, Palle 
Raccomandatevi a Pier della Farina ! 

E alquanti giorni dopo, circa 200 de’ loro figli con una bandiera in ordi¬ 
nanza, a uso di battaglione, passando per la detta Terra, cantavano la 
suddetta canzona, e, chiamando le nostre donne vacche, dicevano : quando 
getterete giù il seme degli Ungheri , con diverse altre simili disonestà che 
per modestia tralascio. » 

Segue poi la « nota delle robe pubblicamente tolte o rubate agli uomini 

di Bibbiena »—ivi— .« Una catena grossa di ferro che era alla 

porta San Agnolo, la, quale i Poppesi hanno impiantato sopra la porta di 
Fronzola ; e quando vi va alcuno di Bibbiena gli fanno con detta catena 
dietro la sonata dicendo per dispregio de’ Medici e nostro : Palle, Palle. 
Item, una bozza di ferro che tolse Niccolò Ritti in memoria della rovina 
delle mura di Bibbiena. Ebbero i Poppesi il nostro orologio, e quando 
A r engono a Bibbiena domandano per strapazzo quale ore sono. Presero 18 
bocche d’ artiglieria che erano in casa del potestà, poste sopra cavalletti, 
quali tengono nella stanza della loro munizione. Portarono via ancora 
tutte le porte della Terra, intere come stavano ; et insomma se questa 
ferra fosse stata in preda della più crudele e barbara nazione del mondo 
non ci avrebbe potuto trattar peggio. Dio gli renda il guiderdone secondo 
il merito ! ( Diario di Curiosità copiate da me Ruberto Ancarti, V anno 
1708). » 













Fot. 


Perazzo 


Bibbiena 


Palazzo Dovizi 


Pag. 377 


















































gesse, co’ suoi propri statuti, avendo ottenuto molti 
privilegi dal Cardinal Giovanni de’ Medici assunto al 
pontificato col nome di Leone X. (1) 

Oggi Bibbiena è Capoluogo di mandamento e resi¬ 
denza di un Pretore. Fra gii antichi Potestà di Bibbiena 
(de’ cui stemmi era piena la loggia che esisteva in fac¬ 
cia alla torre del Comune, e che venne atterrata circa 
il 1342) fu ancora il noto bizzarro novelliere Franco Sac¬ 
chetti. Vi sono de’ bei palazzi signorili, fra quali pri¬ 
meggia per pregio d’architettura P antico Palazzo Dovisi 
del secolo XVI. Nella parte superiore trovasi una vasta 
piazza ove corrispondono il palazzo Pretorio, la torre 
campanaria dell’orologio, l’antica ròcca del XII secolo, 
con 4 torri (quella che resta è dei Tarlati), un loggiato, 
e nel centro una fontana di recente costruzione. Da que¬ 
sta piazza si gode una bella veduta dei luoghi circostanti 
e specialmente di Poppi e della Verna. 

La vecchia Pieve di Bibbiena è anteriore al 1000 e 
da essa dipendevano 28 cappelle tributarie. (2) L’antica 
Pieve di San Ippolito al Castellare esisteva dove è oggi 
la casa colonica del podere chiamato tuttora il Castellare ; 
località alla quale si accedeva per una bella e comoda 
via detta pur oggi via della Pieve, ed ora rimasta come 
perduta in mezzo alle vigne che circondano il paese dalla 
parte di nord-ovest. La Propositura attuale era antica¬ 
mente conosciuta sotto l’invocazione dei Santi Giacomo 
e Biagio, e furono in essa trasferiti il titolo di San Ip¬ 
polito e i diritti parrocchiali quando fu abbandonata la 
Pieve del Castellare : il che non sappiamo in qual tempo 


(1) Forse si riferisce a queste concessioni uno stanziamento del 19 no¬ 
vembre 1515 dal quale apparisce come il Magistrato di Bibbiena facesse, 
a quel Pontefice in Arezzo un regalo di raviggiòli, carne secca e fiasche, 
che in tutto importò 35 lire ! (Memorie del P. Grassi, ecc., pag. 294). 

(2) De Sezanne, op. cit. 























— 370 — 

avvenisse. La cliiesa dunque dei Santi Giacomo e Biagio, 
oggi Pieve-Propositura dei SS. Ippolito e Donato per 
quanto nulla abbia di attraente, se si eccettuino due àn- 
cone del secolo XY a fondo d’oro, una bella tela di 
Jacopo Ligozzi e il suo bellissimo organo di Onofrio , qui 
trasportato dall’Abbazia di Yallombrosa ai primi dello 
scorso secolo, pure è importante per certe particolarità 
architettoniche tutte sue speciali. Nell’architrave della 
porta così detta delle Campane, si legge tuttora chiaramen¬ 
te scolpito il nome di Guido Vescovo di Arezzo, il che prova 
come detta chiesa fu al tempo di lui, più che costruita, 
consacrata. Per i caratteri offerti dalle antiche finestre 
tuttora visibili all’esterno, e dalla porta delle Campane 
chiaro apparisce che l’attuale Propositura di Bibbiena è 
costruzione dei primissimi anni del secolo XII. E l’ar¬ 
chitettura consuona perfettamente colla data tuttora leg¬ 
gibile nell’architrave della porta già ricordata, inquan- 
tochè sappiamo che un Guido vescovo d’Arezzo governò 
la diocesi aretina dal 1116 al 1128. Per ingrandire l’antica 
chiesa le fu aggiunta dal lato di mezzogiorno l’insigni¬ 
ficantissima nave attuale, ma fortunatamente rimase quasi 
intatta la vecchia costruzione tuttora riconoscibile nella 
nave trasversale del coro, e dove sono il pulpito e la 
porta delle campane. Essa fu a croce greca distinta in 
tre piccole navate perfettamente orientate. Ebbe l’an¬ 
nesso di una chiesa sotterranea, oggi malamente ricono¬ 
scibile sotto l’attuale cimitero dalla parte di via Berni ; 
ed ebbe non poche pitture in affresco del secolo XIY 
nelle sue pareti, pitture tuttora visibili dietro l’altare 
della Madonna delle Grazie e di Santa Caterina. 

Delle due àncone sopra accennate, quella bellissima, 
che un tempo era sull’altare maggiore, si trova oggi, 
(non si sa come!) dietro al medesimo, tantoché, per am¬ 
mirare quel capolavoro, bisogna saperlo oppure andare 
a cercarlo. È un trittico con gradino, cuspidi e decora- 








zione di legname intagliato e dorato. Nel centro è la 
Tergine col Bambino, e ai lati le figure in piedi di San 
Ippolito, San Giovanni-Batista, San Jacopo e San Cri- 
stofano. Al di sopra dagli archi polilobati e delle cuspidi, 
come pure nel gradino, si vedono piccole figure di N. S. 
della B. V. di varii Santi e di storie allusive a quelli, 
dipinti nella tavola. 

La quale è a tempera su fondo d’ oro •, opera di scuola 
fiorentina del 1435, di maniera Giottesca. 

L’ altra tavola centinata su fondo d’ oro rappresenta 
la Tergine in trono col Bambino Gesù, e con ai lati sei 
graziosi angioletti. È anch’essa del secolo XV, della ma¬ 
niera del Caddi. È anche questa molto pregevole. 

Nella bella tela del Ligozzi è dipinta la Tergine col 
Bambino che porge l’anello a Santa Caterina Martire. 
Dall’ opposto lato e San Giuseppe, ed in alto varii an¬ 
gioletti. 

Dell’antichissima chiesa di Santo Spirito non resta 
oggi che il portico esterno del secolo XII, coi bei pi¬ 
lastri ottagoni e con i capitelli ornati di fogliami vaga¬ 
mente scolpiti. 

Il Convento dei Minori Osservanti, detto di San Lorenzo 
tu edificato nel 1474 : e nella chiesa annessa a quello si 
vedono due bellissimi lavori in terra Bella Lobbia, rap¬ 
presentanti 1’ uno la Nascita del Salvatore, V altro la De¬ 
posizione dalla Croce, i quali, dal portare lo stemma del 
Cardinal Bernardo Dovizi, si ritiene essere stati un dono 
di lui che alla sua volta li ebbe da Leone X. Ambedue 
queste Robbie sono pregevolissime, ma specialmente la 
Deposizione è mirabile per la forza della composizione, 
per la finezza del disegno, per 1’ atteggiamento delle fi¬ 
gure e per 1’ espressione pietosa che spira da tutti i volti. 
Sono ambedue opera di Andrea. 

Nulla di veramente artistico trovasi nelle altre chiese, 
e neppure nel Monastero di Sant’ Andrea a Lontrina, 













— 372 


ridotto oggi a Conservatorio-convitto femminile. Da que¬ 
sto ebbe origine il Convento di Sant’Agata in Firenze, 
chiamato appunto Sant’Agata da Bibbiena..( 1) 

Ha Bibbiena un Teatro architettato da Niccolò Matas, 
uno Spedale e varii Istituti di beneficenza. 

La storia di Bibbiena ci parla di molti personaggi 
illustri, fra i quali tutti primeggia la figura originale e 
grandiosa di Bernardo Dovisi, comunemente chiamato il 
Cardinal Bibbiena, od anche semplicemente (quasi per 
antonomasia) il Bibbiena, del quale, per l’importanza 
storica, politica e letteraria di tanto uomo, parleremo 
un po’ meno brevemente che per gli altri. 

Nacque egli in Bibbiena il 4 agosto 1470 da Ser Fran¬ 
cesco Dovizi, il cui fratello trovandosi, come Segretario, 
alla Corte di Lorenzo il Magnifico, lo fece entrare in 
quella Casa, ponendolo al servizio del Cardinale Giovanni 
de’ Medici. 

Andato questi in esilio, ve lo seguì il Dovizi; e por¬ 
tatisi a Roma, ed avvenuta la morte di Papa Giulio II, 
tanto egli seppe lavorare d’ abilità, di astuzia e d’intrigo 
con i Cardinali riuniti in Conclave che a lui si deve 1’ esal¬ 
tazione del Cardinale de’ Medici al Pontificato, sotto in 
nome di Leone X. 

In ricompensa di tali servigi (e non, come altri crede, 
per i suoi meriti letterarii) ebbe il Dovizi il cappello 
cardinalizio sotto il titolo di Santa Maria in Bortico. (2) 

Addivenuto così, diremo naturalmente, il Segretario 
intimo, il tesoriere, il consigliere ascoltato e fido del Papa 


(1) Esisteva in casa Vecchietti un bel quadro di Lorenzo Monaco, de¬ 
scritto da Pietro Toesca nell’Arte, (1903), come fu allora ignorato, ma 
al presente non si trova più nel luogo sopra indicato. 

(2) Appena assunto alla dignità della porpora, il Dovizi ne diè parte 
alla 'dilettissima sua patria, Bibbiena, ed al Comune di Pratovecchio ed 
alla città di Arezzo. (A. M. Bandini, II Bibbiena ossia il Ministro di Stato 
delineato nella vita del Cardinole Dovizi. Livorno, 1758). 













Leone X, il Dovizi fu tosto l’arbitro degli affari i più 
importanti, che si trattarono alla Corte di quel Pontefice 
e in altre Corti di Europa. S’ addimostrò per tal modo 
ed in tali occasioni abilissimo diplomatico. 

Dotato d’ ingegno grande e versatile e di finissimo 
gusto, appassionato cultore delle cose antiche (di cui 
avea fatto un’ invidiabile raccolta), delle arti belle e dei 
classici in quel secolo d’ oro d’ ogni manifestazione del 
genio, addivenne, per naturale influenza d’ ambiente, il 
mecenate e il consigliere stimato de’ più celebri artisti 
e letterati contemporanei, artista e letterato egli stesso; 
onde il suo nome si trova sommamente lodato da tutti 
quelli che ornarono il secolo di Leone X, alla testa dei 
quali è da porsi il Cardinal Bembo. (1) 

Essendo poi andato con Giuliano de’ Medici alla Corte 
d’ Urbino, ebbe occasione di conoscervi Raffaello Sanzio 
col quale strinse amicizia e del quale fu sempre, e spe¬ 
cialmente a Roma, generoso e benevolo protettore. L’ami¬ 
cizia del Dovizi con Raffaello non fu superata, dice il 
Cavalcasene, (5) che dall’ ammirazione eh’ egli ebbe per 
l’ingegno del grande artista; la quale amicizia giunse 
a tanto da indurre il Bibbiena ad offrirgli la mano di 
sua sorella Maria. Ma la promessa che Raffaello diè al 
Cardinale non fu portata ad effetto per la morte della 
fidanzata. 

Il Dovizi che non era di quelli umanisti che invec¬ 
chiavano sui codici e si facevano prigionieri volontari 
delle biblioteche, ma che invece si mostrava uomo di 
mondo ed arbitro delle eleganze della corte pontifìcia, 
e così molto curante della persona, è naturale eh’ ei s’oc¬ 
cupasse anche della sua stanza da bagno (conosciuta sotto 
il nome di stufetta ) col medesimo studio che avrebbe 


(1) Bandini, Odep X. 

(2) Raffaello e la sua vita e le sue opere, voi. II, p. 276. Firenze, 1800. 






















posto una donna francese del settecento per la creazione 
del suo boudoir. (1) 

Perciò egli ne diè incarico al suo amico Raffaello il 
quale, come rilevasi da una lettera scritta dal Cardinale 
Bembo al Dovizi, gli domandava alcuni soggetti per la 
stanza da bagno che stava dipingendo. Lè cui decora¬ 
zioni farebbero credere che Venere e Cupido fossero le 
divinità predilette del Cardinale Dovizi : e quanto decen¬ 
temente s’ esercitasse un tal culto nel Palazzo Pontificio ! 
non spetta a noi il dire. (2) 

È pur naturale che il Cardinal Bibbiena volesse avere 
da Raffaello anche il proprio ritratto, (3) che infatti venne 
eseguito dal grande artista, e quale si ammira nella gal¬ 
leria Pitti in Firenze (4) colla bocca fine atteggiata al- 
V ironia di un sorriso che lampeggia negli occhi astuti. (5) 

Per tali rapporti (6) d’amicizia e di stima, esistenti 
fra Raffaello e il Dovizi, taluni credono per cosa certa 
avere quest’ ultimo ospitato alcun tempo il grande ar- 


(1) Piego Misciatelli, nel Marzocco, 15 marzo 1908, X. 11. 

(2) Cavalcaseli^, op. cit., pag. 15. 

(8) Raffaello ritrasse il Dovizi anclie nella battaglia d’Ostia, insieme 
col Cardinale Giulio de’ Medici (Cavalcaselle). 

(4) Misciatelli, loc. cit. 

. (5) Secondo 11 Bandini {Specimen, etc.) questo ritratto fu collocato in 
, " ne I>a ^ azzo Novizi in Bibbiena, poi in casa Poltri e quindi presso 
ecc netti, e finalmente nella libreria del Convento di San Lorenzo, di 
«love, non si sa come, passò alla suddetta galleria. 

Nei Ragionamenti del Vasari, ristampati nel voi. XIII delle sue Vite, 
edite dal Sansoni, troviamo a pag. 156 e 157 la descrizione eh’ egli fa 
e n ra o <3 el Cardinal Bibbiena, da lui dipinto ne’ suoi affreschi di Pa- 
azzo Vecchio in Firenze: «L’altro vestito di rosso, che si appoggia col 
braccio ritto e il Cardinale Bibbiena, il quale lo somiglia assai bene, per- 

il Iti a Un ° ° he Raffaell ° d ’ Orbino fece a quel tempo a Roma; 

quale è oggi m casa Dovizi a Bibbiena, e lo tenni qui molti mesi per 
ri trarlo in queste storie. » {Rag. in). 

al al Bibbiena una tavola che questi, morendo, lasciò 

al Castiglione (Gamurrini, Sched.). 














375 — 


tista nel suo palazzo in Bibbiena, e forse allorquando 
fu convenuto il narrato fidanzamento. Il cbe pare potersi 
desumere anebe dal testamento di Raffaello, ov’ è detto 
cbe nella cappella da lui fondata si ponesse una memoria 
a Maria Bibbiena stata a lui fidanzata. (1) 

Il Castiglione nel suo bel libico sul Cortigiano (2) fa 
assegnare al Dovizi l’ impresa di parlare di facezie e 
delle regole geìierali che deve osservare il Cortigiano nel 
movere il riso ; ed il Vettori in una sua lettera al Machia¬ 
velli dipìnge il Dovizi per homo faceto (3). Ora siffatta 
disposizione di spirito, unita al grande amore per le let¬ 
tere e per l’antichità, lo indusse a scrivere la tanto famosa 
e applaudita Calandra , commedia ricca, secondo VOldoino, 
di tanta vis comica , da potersi paragonare alle migliori 
di Plauto. E il Quadrio afferma essere la Calandra la 
prima vera commedia scritta in prosa, cb’ebbe in quel 
tempo la gloria d’ essere preferita ad ogni altro lavoro 
letterario del genere ; onde al Dovizi si deve il merito 
grandissimo d’essere stato il primo a scrivere comme¬ 
die in volgare italiano. 

Venne la detta Commedia rappresentata per la prima 
volta alla Corte d’ Urbino, (4) emula della Casa Medici 


(1) Qiorn. Are. 1833, I 58, p. 90 e segg. 

(2) Baldassarre Castiglione, Il libro del Cortegiano. 

(3) Marzocco, num. cit. 

(4) Bernardo Accolti, aretino, clie, pel ano merito singolare, fu detto 
V Unico , e di cui parla anche il Castiglione nel Cortegiano , s’ era perdu¬ 
tamente invaghito della Duchessa d’ Urbino, che, alla dichiarazione amo¬ 
rosa, scrittale in forma poetica dall’ intraprendente cortigiano, così rispose 
spiritosamente pur col linguaggio delle muse, che sembra fossele familiare : 

« Sapete che alle donne, poverelle, 

« Comanda ogni marito o buono o rio, 

« E che del suo voler fa legge a quelle. 

« Ditene una parola al Duca mio, 

« E s’ egli n’ è contento, come spero, 

« Adempiuto sarà vostro desìo. (Pignotti, op. cit.) 





























— 376 — 


ed aneli’ essa soggiorno d’eleganza e di dottrina. Fu poi 
nel 1518, con grande pompa e straordinaria magnifi¬ 
cenza (1) recitata in Vaticano al cospetto di Leone X e d’i¬ 
sabella d’Este, duchessa di Mantova; il che, datala lubricità 
ed indecenza di tal produzione rappresentata dinanzi ad 
un Papa, a Cardinali, Prelati e Principesse ! è prova non 
dubbia dei facili costumi di quel tempo. 

Tanta potenza e tanta aureola di gloria riunita in un 
uomo natilialmente ambizioso come il Dovizi, fecero na- 
sceie in lui (cosa umana) il desiderio di completare la 
sua fortunata carriera, giungendo al nec plus ultra della 
dignità ecclesiastica sacerdotale, ossia cambiando, troppo 
pi esto , il cappello col triregno. Onde la sua morte, av¬ 
venuta improvvisamente il 4 novembre 1520, fu attribuita 
a veleno fattogli propinare da Leone X in un piatto di 
uova insospettito dai maneggi fatti dal Dovizi alla Corte 
di Francia per succedergli nel Papato. (3) Altri attribuisco¬ 
no la morte del Cardinale al gran dolore da lui provato per 
la peiduta amicizia e protezione di Leone; ma del resto il 
tatto dell’avvelenamento era cosa conforme ai tempi 
d’ allora ed agli atroci costumi dei Medici, i quali non 
la guardavano tanto per la sottile quando trattavasi di 
vendicare un’ otfesa o togliersi di mezzo una persona che 
fosse d’ostacolo alla loro ambizione. In ogni modo, an- 


(1) Il Vasari, nella vita di Baldassarre Peruzzi dice clie quando si 
recitò a Roma la Calandra fece egli 1’ apparato e la prospettiva delle sce¬ 
ne che furono meravigliose. 

(2) Un aneddoto narrato dal Castiglione nel suo Cortegiano, rappresenta 
„ (Ho come 8evero cri tico dei vizi dei Cardinali. Ora accadde che due 

colleglli di quello lo avevano accusato di aver dipinto San Pietro e San 
aolo colle guance rosse. Raffaello rispose dicendo avere egli ciò fatto 
espressamente, convinto, coni’ era, che que’ due apostoli in cielo dovevano 

T™ C ° Pert ° di r0S80re al vedere Ia Chiesa governata da uomini 
siffatti. Il quale aneddoto è attribuito al Cardinale Bibbiena 
• (3) PlGNOTTI, op. cit. 












- 377 - 

che morto, egli ebbe onori pari al suo grado, e fu se¬ 
polto in San Pietro. 

Del Cardinale Dovizi molto fu scritto, ma molto 
ancora resta a sapersi della sua vita pubblica o privata. 

Passò i primi anni tra gli amori e gli studii, goden¬ 
do di tutto il favore che le donne amabili concedono a 
quelli che hanno P arte di sapersi insinuare nel loro 
cuore. Tale era Bernardo Dovizi, di genio allegro ed uni¬ 
forme, pieno di vivezza piacevole, ardito pieghevole e 
che sapeva ben vivere amando quella magnificenza salda 
e ingegnosa che tanto ammiravasi alla Corte di Leone X, 
ove, per acuta e piacevole prontezza d’ingegno, fu gradi¬ 
tissimo a ognuno che lo conobbe. Ebbe poi un fare 
chiaro, evidente e reciso, quale si conviene ad un nomo 
di Stato. Diè poi mostra di gran cuore anche in mezzo 
allo strepito delle armi, e fu tal uomo che singolare 
sarebbe riuscito in qualunque condizione sociale ei fosse 
nato o fosse vissuto nel gran teatro del mondo. In- 
somma unì le più belle doti della mente e del cuore, 
applicandole alla politica, alle armi, alle arti belle e ad 
ogni studio geniale. 

È stato paragonato ai Cardinali Bentivoglio, Mazza¬ 
rino e Richelieu, molte virtù dei quali egli ebbe in sè 
riunite, ma quella gli mancò dell ''attendere, per la quale 
forse poteva giungere ai sommi fastigii della gloria. 

L’ Ariosto esalta iperbolicamente la fama e la cele¬ 
brità del Dovizi dicendo essere 

nota per costui Bibbiena, 

Quanto Firenze sua vicina e Siena. (1) 

Egli dunque è gloria incontestata dei Bibbienesi, i 
quali dovrebbero in modo degno onorare la memoria. E 
il miglior modo, a mio avviso, sarebbe quello di rido- 


(1) Orlando Furioso , c. 26, st. 48. 




























— 378 — 

mare almeno in parte l’antica bellezza al Palazzo che fu 
sua sede gradita, e a cui, pur sotto forma di gentil tra¬ 
dizione, va collegato il ricordo d’una delle più fulgide 
glorie del genio italiano. 

Francesco Ber ni (detto anche il Berna), celebre poeta, 
da cui prese nome la giocosa poesia, secondo alcuni è 
nato a Bibbiena, secondo altri a Lamporecchio, ma sempre 
però di famiglia bibbienese e precisamente da una Do¬ 
vizi. Difficil cosa è risolvere tale questione perchè lo 
stesso Berni, di sè scrivendo, dice esser nato a Lampo¬ 
recchio, (1) mentre poi in una epigrafe latina (auctoris 
tumulus) che trovasi fra le sue opere, afferma che sua 
patria è Bibbiena, (2) e nelle lettere scritte a Giulio 
Sandoleto, fratello del Cardinale omonimo, si firma : 
Francesco da Bibbiena. Parrebbe dunque, che da uomo 
allegio e in carattere abbia voluto scherzare anche su 
questo argomento, facendo mostra di avere due patrie. 
Certo e però in ogni modo essere egli oriundo di Bib¬ 
biena, ed ivi avere dimorato gran tempo. 

Francesco Berni e un di quei nomi che suonano come 
un liso simpatico e comunicativo. A diciannove anni 
andò a Roma al servizio del Cardinal Bibbiena, suo pa¬ 
rente ; e morto questi, s’acconciò col nipote Angiolo Do¬ 
vizi, Piotonotaro Apostolico. Ebbe vita avventurosa ed 
alquanto agitata dalle cure materiali. Ritiratosi poscia 
a Firenze per godervi la quiete, vi trovò invece quella 
eterna della morte. Della quale fu accagionato dagli uni il 
Duca Alessandro, dagli altri il Cardinale Ippolito dei 
Medici, indotti a spengere in lui un pericoloso segreto 
d istigazione ad uccidere, secondo Jacopo Nardi, per- 


(1) Orlando Innamorato, c. VII, lib. III. 

Postquam semel Biblena in lucem extulit 
Qnem nominanti aetas acta Bernium etc. 


















— 379 - 


ch’ei non volle prestarsi ad alcune macchinazioni contro 
il suddetto Cardinale. (1) 

Come abbiam detto, fu primo il Berni a correre l’ar¬ 
ringo della poesia burlesca, e lo stesso Annibai Caro lo 
chiamò di questo genere di poesia felice inventore ; e cer¬ 
tamente lo spirito, il brio e i sali attici non V abbando¬ 
narono quando tentò questo pelago di poesia romanzesca. 
Il Vasari, che ritrasse il Berni ne’ suoi dipinti in Pa¬ 
lazzo Vecchio di Firenze, così ne’ suoi Ragionamenti parla, 
per bocca del Principe, del poeta facetissimo in zazzera, 
colla barba nera e nasuto : Mi è carissimo il vederlo per¬ 
chè non lessi mai 0 sentii cosa di suo , che, sotto quello 
stile facile e basso, non veda cose alte e ingegnose ripiene 
d’ogni leggiadrìa. 

Giuseppe Borghi, nato il 4 maggio 1790 in Bibbiena, 
fu autore di bei canti lirici e di inni sacri paragonabili 
a quelli del poeta lombardo. Anzi un orecchio fino e 
ben esercitato dee sentir tosto il divario fra i due poeti, 
l’uno de’ quali usò la lingua appresa dai libri, e l’altro 
dalla bocca della balia. (2) Il Borghi è inoltre notissimo 
per la traduzione in italiana poesia delle odi di Pindaro, 
per la quale ebbe il premio dell’Accademia della Crusca, 
e « che meglio di tutte le altre versioni rappresenta la 
sublimità e la grandezza di quell’eccelso poeta. » (3) È 
poi celebre la splendida e nobilmente sdegnosa Risposta 
a Lamartine per il suo libello poetico contro l’Italia 
chiamata terra dei morti. Si commosse fortemente l’animo 
del Borghi all’insulto straniero, e il generoso sdegno e 
l’alto disprezzo tradusse in un canto ispiratogli dall’amor 
di patria, e che comincia così: 


(1) Eugenio Camerini, Vita di Francesco Berni. Milano, 1874. 

(2) A. Bartolini, Scritterelli sparsi. Firenze, 1882. 

(3) Giuseppe Kigutini, Prefazione alle Odi di Pindaro tradotte dal 
Borghi. Firenze, 1865. 





























Dorme Italia, sì dorme, e amor non ponno 
Solo un vanto menar gV invidi Degni 
Che valga pur della gran Donna il sonno ! 

Di lui scrivendo il Bartolini dice : « Fra i pochi a 
cui natura concesse fervido ingegno, accesa immagina¬ 
zione, lingua temperata a risonar cose grandi, e pieghe¬ 
vole del pari a esprimere delicatissimi affetti, deve ri¬ 
porsi Giuseppe Borghi il cui nome ancor non suona in 
Italia sì alto come pur dovrebbe, forse perchè in lui 
l’uomo nocque al poeta. » (1) Ond’ è che un poeta con¬ 
temporaneo chiamò « nera ingratitudine quella di coin¬ 
volgere nell’oblìo questo dolcissimo lirico e sommo di¬ 
vinatore di Pindaro, il quale, quasi ignaro del greco 
idioma, per intuito meraviglioso arricchì di elleniche 
forme la patria letteratura. » (2) 

Bartolommei Foresi fu grande artista, molto amico 
dell’Imperatore Carlo V, e deputato ai maneggi e ne- 
gozii dello Stato di Milano. 

Domenico dalla Tramoggia (Tramoggiano) celebre mi¬ 
niatore dei libri corali che si ammirano nella metropo¬ 
litana di Fiesole, e che furono pagati mille fiorini di 
oro. (3) 

Angelo Fediteci, Cosimo Camajani e Lorenzo Boltri sa¬ 
lirono in fama d’esperti politici per le varie ambasce¬ 
rie, disimpegnate con somma abilità e successo per com¬ 
missione dei Papi Urbano IV, Gregorio IX e Sisto V 
presso le varie Corti d’ Europa. 


(1) Scritterelli sparsi, ecc. 

(2) Ulisse Tanganelli, JE stiva. Firenze, 1886. 

Il Comune di Bibbiena ad onorare la memoria del Borghi fece porre 
nella casa di lui questa iscrizione: « Qui nacque — Giuseppe Borghi 
splendore di lirici canti — e severa eleganza di prose storiche — nella 
pi ima metà del secolo XIX — onore delle lettere italiane. » 

(3) Bandini, Odep., I. (Ex Tiratosela — Humiliat. mon. Med. Galeaz. 
1767. T. II, p. 405). 



















— 381 — 


Finalmente, per tacere di altri, ricorderemo Pasquale 
Poccianti illustre architetto di cui si ammirano in Fi¬ 
renze le superbe scale di Palazzo Pitti, un lato della 
Palazzina della Meridiana, uno dei Rondò di Piazza 
Pitti, il Cisternone di Livorno e tante altre opere bel¬ 
lissime; (1) il Galli, pittore e architetto, autore dei bellis¬ 
simi teatri di Verona e di Mantova, (2) e, venendo ai 
dì nostri, Emilio Marcucci, architetto, archeologo e bo¬ 
tanico di gran valore unito a pari modestia, e a cui 
Bibbiena, con doverosa ricordanza, eresse un busto mar¬ 
moreo, come noi su queste pagine scriviamo colla penna 
del cuore il nome dell’ uomo illustre e dell’ amico caris¬ 
simo, innanzi tempo perduto. 

Il territorio comunale di Bibbiena è fertilissimo di 
ogni genere di prodotti, secondo la cultura propria delle 
varie zone. Le strade che lo traversano sono : la provin¬ 
ciale Casentinese ; la provinciale tiberina che da Bib¬ 
biena per la Verna conduce alla Pieve di Santo Stefano; 
quella di Romagna che per Banzena e Giona va a Bagno 
traversando PAppennino di Biforco, ed altre di minore 
importanza. La parte più montuosa del Comune sono le 
frazioni di Giona, Gello e Serravalle. 

Salvatore Vitale, (3) parlando di Bibbiena, la dice 
terra principale del Casentino, degna d’essere annove¬ 
rata fra le altre più pregiate di questo felicissimo Stato 


(1) Nella casa ov’ egli abitò in Firenze fu posta di recente questa iscri¬ 
zione, dettata dal chiarissimo Luigi Venturi: — Pasquale Poccianti qui 
morto il 18 ottobre 1858 — il quale d’ opere d’ architettura — mirabili 
per purezza di classico stile — e solidità di edificazione decorò Firenze 
— e con stupendi tesori d’ arte e di scienza — arricchì di salubri e co¬ 
piose acque Livorno — il Collegio dei Professori della P. Accademia Fio¬ 
rentina - e quello degli Architetti e Ingegneri — concorsi in onorarne la 
memoria — posero nel 1888. 

(2) Atti dell’Accademia Casentinese Michelangiolo Buonarroti , anno 1842. 

(3) Op. cit. 










































— 382 — 

di Toscana; e può dirsi che sia il mercato di tutto il 
Casentino. 

Il che ci porterebbe naturalmente a parlare delle in¬ 
dustrie e commerci di Bibbiena, che hanno lor base pre¬ 
cipua nell’agricoltura, nella pastorizia e nell’azienda fo¬ 
restale. E poiché quest’ ultima è per la sua importanza 
come astro maggiore che assorbe tutte le altre (1) per il 
carbone e legname da costruzione, così ci limiteremo a 
parlare della grande Segheria impiantata presso la sta¬ 
zione ferroviaria di Bibbiena dalla già ricordata Società 
Anonima per industrie forestali , proprietaria della fore¬ 
sta casentmese. Questo grandioso ed imponente Opifìcio 
corredato di potentissima forza motrice e di macchine 
a ogni specie, che rappresentano tutto ciò che di più in¬ 
gegnoso e moderno esiste in tale materia, eseguisce qua¬ 
lunque lavoro colla massima velocità e perfezione, uti¬ 
lizzando ogni più piccolo detrito che fino ad oggi andava 
inutilmente perduto, e perfino la segatura che automa¬ 
ticamente alimenta, qual combustibile, le caldaie del 
vapoie. Sappiamo che altre importanti lavorazioni sa- 
P V7r° “^Piantate per trasformare in varie guise 
edm mobili d’uso domestico il faggio e l’abete del Ca¬ 
sentino, preferiti ai legnami d’altre foreste. 

Come curiosità d’uso popolare antico e moderno, ci 
piace ricordare una festa che si fa a Bibbiena l’ultimo 
nnnnf i 1 Carnevale, e a cui suol prender parte una gran 
, Vi:, 1 ? ersoue > cantando, ballando, bevendo e fa¬ 
con "n a i ° na 6 allGgrÌa Ìnt0rn ° a ™ g^epro posto nel 

il 7^77 p apiaZZa ' Questa specie'di cuccagna chiamasi 

-bello-ballo. La tradizione fa risalire l’origine di que- 


grande fornace 1 oTrarV 7^° ^ Stazione ferroviaria, anche una 
derni. 1 1 6 latenzi > secondo i sistemi perfezionati mo- 















sta costumanza al tempo di Pier Saccone Tarlati come 
fatta in onore di lui e di sua famiglia, ma sembra in¬ 
vece doversi attribuire a Marco suo tìglio, il quale ap¬ 
punto nel 1359, avendo rifiutato di sottoscrivere la pace 
fatta a Sarzana tra la città di Milano e le Repubbliche 
toscane, tiranneggiava Bibbiena. Allora il fiero e accorto 
Marco per mostrare ai nemici cbe lo assediavano come 
di nulla temesse, neppur della fame, comandò si get¬ 
tasse fuor delle mura un vitello e molto grano, e, per¬ 
meglio anche ingannare gli assedianti, ordinò balli, e 
canti, e che si facesse baldoria bruciando un grosso gi¬ 
nepro, (1) e cantando un’originalissima e graziosa ballata 
o cantilena chiamata la Canzone della Mea, (2) sulla quale 


(1) G-. B. Giuliani, Lettere sul vivente linguàggio della Toscana. Fi¬ 
renze, 1865. 

(2) Nell’ultimo giorno di Carnevale due comitive dette 1’una dei Fon- 
daccini, l’altra dei Piazzolini, con nastri celesti e merli (vivi o morti) le¬ 
gati per le zampe al cappello, van percorrendo nelle ore pomeridiane le 
vie del paese in direzioni opposte, suonando con violini e cembali il tre¬ 
scone. Di tanto in tanto ognuna delle comitive si ferma davanti alla porta 
di varie case signorili acclamandone con evviva il proprietario allo scopo 
di ottenere mance e vino. A una cert’ ora i Piazzolini si fermano in 
Piazza grande ove, disposti in giro uomini e donne intorno alla fonte, si 
mettono a cantare alcune strofe a intercalare, finite le quali, al suono 
della campana grossa della torre del comune, la folla si riversa in Piaz- 
zolina, dove al primo tocco della campana i Pvndaccini han dato fuoco 
al bello pomo ossia ad alcune fascine disposte in cono alla base di un 
grosso ginepro comune : e mentre le fiamme crepitano e un denso fumo 
bianco avvolge la cliioma del bello pomo, i Fondaccini cantano alla lor 
volta le solite strofe intercalandole col suono del trescone. 

Ecco un saggio di questa canzone appartenente, pare, al secolo XIV, 
e della quale è oggi ben difficile conoscere il significato : 

Eran le Piazzoline che ban fatto un ballo, 

Bello ballo per amor, 

Eran le Piazzoline che han fatto un ballo. 

In mezzo di quel ballo è nato un pomo, 

Bello pomo per amor, 

In mezzo di quel ballo è nato un pomo. 



























il signor Giovanni Jetta di Bibbiena ha scritto un inte¬ 
ressante opuscoletto: L’ultimo giorno eli Carnevale a 
Bibbiena. 


Di là ne vien bell’ ùmo padron del pomo, 

Bello pomo per amor, 

Di là ne vien bell’òmo padron del pomo. 

Cavossi le scarpette, salse nel pomo, 

Bello pomo per amor, 

Cavossi le scarpette salse nel pomo. 

Salì di rama in rama sino alla cima, 

Bella cima per amor, 

Salì di rama in rama sino alla cima. 

Colse le tre ramelle delle più belle, 

Belle belle per amor, 

Colse le tre ramelle delle più belle. 

A ognuna ne diè una, salvo la bruna 
Bella bruna per amor, 

A ognuna ne diè una salvo la bruna. 

La bruna fe’ un inchino per avern’ una, 

Bella bruna per amor, 

La bruna fe’ un inchino per avern’ una. 

Sebbene io son brunella, son la più bella, 

Bella, bella per amor, 

Sebbene io son brunella son la più bella. 

A questo punto la cantilena si fa diversa, e variano le strofe così 

La Brunettina mia 
Coll’ acqua della fonte, 

La si bagna la fronte 
Il viso e il petto. 

Un bianco guarnelletto 
Non ha con che si veste, 

E pel dì delle feste 
Quello adopra. 

Non ha con che si copra 
Nè scuffie, nè scudiere. 

Qual voi madonne altere 
Alte e superbe. 

















— 385 


Nelle varie Parrocchie del Comune di Bibbiena non esi¬ 
stono opere d’arti meritevoli di particolare menzione, quan¬ 
tunque in tutte più o meno possano esservi oggetti non 
dispregevoli. Ma in questa, diremo così, generica indica¬ 
zione (impostaci anche dal molto cammino che ancor ci 
resta a percorrere e da certi limiti che un libro come questo 
non può varcare) non possiamo includere anche la chiesa 
di San Matteo a Terrossola (Terrarubiola ricordata fino 
dal 967 (1)), situata presso la riva destra dell’Arno e 
dove esiste una bella tavola rappresentante la Vergine 
in. trono col Bambino Gesù e con ai lati Sant’Antonio 
Abate, San Giovanni-Batista, San Francesco e San Se¬ 
bastiano con alcuni cherubini ed una figura inginocchiata 
nella quale fu probabilmente raffigurato, secondo 1’ uso, 
l’autore del quadro. 

E giudicata della maniera di Benozzo Gozzoli, e nel 
gradino sta scritto : Fece fare Verede di Vannnccio di 
Vannuccio di Terrossola Vanno 1495. 


Una ghirlanda d’erbe 
La porta in sulla testa ; 

La se ne va modesta 
E costumata. 

La se ne va scalzata 
Per insino al ginocchio, 

E con t'estevol occhio 
Sempre ride. 

La sua bellezza uccide 
E ci fa sempre guerra, 

E manda sotto terra 
Il suo bel viso. 

S’io fossi in campo acciso 
Era suoni e canti 

10 mi vedrei davanti 

11 suo bel viso ! 

(1) Ann. Camald., I, App. 78. 

25 


















386 — 


Esiste in detta chiesa anche un bel calice antico, del 
secolo XII, di rame dorato con piede esagono, con nodo 
nel manico ornato di sei tondi nei quali sono cesellate 
varie figure di santi. Nel campanile è un’antica cam¬ 
pana (rotta) del 1287. 


PASSEGGIATE, ESCURSIONI E DINTORNI. 

Sfili ta Maria del Sasso. (1) 

A circa un chilometro da Bibbiena presso la riva de¬ 
stra del torrentello Vessa e lungo la via che conduce 
alla Verna, trovasi un Convento di Domenicani detto 
Santa Maria del Sasso, e volgarmente Santa Maria. In 
origine fu un semplice Ospizio pei’pellegrini, e soltanto 
nel 1495, fu elevato al grado di Convento ove il Padre 
Girolamo Savonarola, allora Vicario generale di San 
Marco, si recò per stabilirvi 20 religiosi. 

Alla costruzione della chiesa contribuì in gran parte 
la generosità di Lorenzo il Magnifico per mediazione del 
suddetto celebre frate repubblicano. L’architettura della 
chiesa è semplice e di buon gusto e mostra la gentilezza 
del 400. Fra le varie cose meritevoli di particolare at¬ 
tenzione sono da ricordarsi le logge, opera attribuita al- 
l’architetto Bozzolini di Fiesole, il bellissimo pozzo, o 
cisterna, ideato dal capo-maestro Pietro Andrea Bella 
Torre ed eseguito dal muratore maestro Luigi di Agostino 
fiorentino. (2) 


(1) La troviamo ricordata col nome di S. M. de Saxo fino dal 1204 (Ann. 
(Jamdld. , IX, 36) e come convento nel 1347 (Ibid. IX, Add. et emend. 
ad tom. V). La parola sasso si riferisce alla leggenda dell’apparizione di 
mia candida colomba sopra un masso, sul quale poi apparve la Vergine 
come a indicare il luogo ove dovevasi fabbricare una chiesa a Lei dedicata. 

(2) P. E. Paoli, Concetti scritturali intorno alla desiderata historia detti 
stupendi miracoli della Madonna del Sasso. Firenze, 1627. 

Su questo nome di Della Torre, taluni, per ragione di quasi omonimìa 














Elegantissimo e bello è pur l’altare a forma di tem¬ 
pio, o tabernacolo del secolo XV tutto di pietra tocca 
d’oro e posante sul masso prodigioso. Questo taberna¬ 
colo e la chiesa furono fatti dal ricordato Bartolommeo 
Bossolini di Fiesole, che certamente appartenne alla 
scuola del Brunellesco- Il tabernacolo forma come una 
tribuna su cui riposa l’altare della Vergine; è posto 
poco più che alla metà della chiesa, isolato e circondato 
da una balaustrata di pietra serena. Posa su quattro 
colonne d’ordine corintio, con bei capitelli che sostengono 
un cornicione sul quale ricorre la trabeazione di un fregio 
in terra della Robbia, ornato di festoni, di cherubini, di 
colombe ; il tutto così bene adattato e appropriato, che 
nè più bello, nò più vago si potrebbe ideare. Indi ne 
segue un ben intagliato architrave sopra cui s’ alza una 
cupoletta con la lanterna al di fuori ; e per dare a que¬ 
sto una maggior bellezza fu vagamente ornato di fiorami 
e dorature. Nella facciata di mezzo, che sta nel vuoto fra 
l’architrave e il cornicione, vedesi una bellissima testa 
del Salvatore, maestrevolmente dipinta da Francesco Bel 
Brina. 

L’interno del tempietto è a volta, ed ai peducci dei 
quattro archi è posto un tondo con entro la figura di un 
evangelista modellato in terra cotta invetriata. Sopra una 
vela di muro dinanzi al quale è 1’ altare che costituisce 
la parte centrale del tabernacolo, è un affresco rappre¬ 
sentante, la Vergine col Bambino , con in basso due an¬ 
gioli dalle lunghe tuniche, inginocchiati : opera di ma¬ 
niera giottesca della fine del 1300, attribuita da altri a 
Ricci di Lorenzo che, a dire del Sirien, subì l’influenza 
di Lorenzo Monaco. Nella parete posteriore a detta vela 


equivocando, liau ritenuto essere autore di quell’ opera il ricordato Tur- 
riani di Poppi. 




















— 388 — 


di muro, è dipinta a fresco 1’ Annunziazione, opera an¬ 
eli’essa del Brina, fatta nel 1567, la quale è stata 
attribuita a Kaffaellino dal Colle. 

A destra entrando, è una bellissima tavola d’altare 
in terra cotta invetriata della Robbia a smalti policromi, 
rappresentante il Redentore e San Giovanni Battista. Il 
Vasari attribuisce quest’ opera di fattura squisita ad An¬ 
drea Della Robbia. 

Davanti a questo quadro robbiano è una tavola pre¬ 
gevolissima di forma ottangolare rappresentante la Ver¬ 
gine col Bambino, con ai lati San Vincenzo, San Domenico, 
San Tommaso d’Aquino, e sul davanti Santa Caterina da 
Siena e Santa Lucia. È opera di Fra Paolino da Pistoia, 
detto del Signoraccio, (1) e nel basamento si legge : F. 
P. Or. P. MBXXV. 

Nella cappella a destra è un quadro d’ altare, rap¬ 
presentante la Natività di Alaria Vergine, con San Se¬ 
bastiano e San Raimondo, ed in alto una gloria d’angioli. 
È d’Iacopo Ligozzi, che lavorò quasi sempre a Firenze. 
Questa è pregevole per la brillante vaghezza del colorito 
e si ritiene eseguita tra la fine del XVI ed i primi del 
XVII secolo. 

Nell’ occhio della facciata è una bella vetrata circo¬ 
lare dipinta a colori smaltati, rappresentante VAssunzione 
con angioli e cherubini : opera pregevole del secolo XV. 

Il coro bellissimo ha i postergali e gli stalli divisi 
tra loro per mezzo di bracciali ed inginocchiatoi con ricco 
elemento architettonico e con intagli di squisitissimo 
gusto, alternati da piccole tarsìe di legno a varii colori, 
incastrate nei sodi di noce. È opera di Salvatore e Mi¬ 
chele dell’ Impriuieta, maestri di legname, del 1525, come 
sta scritto ad intarsio sopra uno stallo del coro. 


(1) Pietro Toesca dice che le pitture esistenti in questa chiesa sono 
fra le migliori di Fra Paoliuo da Pistoia. 






















389 — 


Sulla parete di prospetto del medesimo è un gran 
quadro rappresentante l’ Assunzione , rinchiuso in una 
ricca cornice di legno intagliato con dorature campeg¬ 
giaci su fondo azzurro. Questo lavoro in tela su tavola 
e opera di fra lì arto lommeo della Porta domenicano, che 
disegno la composizione e forse colorì il gruppo degli 
apostoli nel basso della tela, che fu poi condotta a ter¬ 
mine dal suo discepolo fra Paolino Pel Signoraccio di 
Pistoia, quantunque taluno creda che la figura della 
Vergine sia di mano del maestro, e altri addirittura ri¬ 
tenga essere del primo il disegno, e del secondo il co¬ 
lore. (1) 

Il quadro stupendo è ricordato dal Vasari e da’suoi 
annotatori, e n’ esiste uno schizzo originale nella colle¬ 
zione dei disegni della Galleria degli Uffizi in Firenze. 

La grande rinomanza che un ingegno di prim’ordine 
dava a Ira Bartolommeo della Porta, gli aveva mossi 
contro tutti quei pennellisi gregarii che stimano esaltare 
sè stessi col deprimere il merito altrui: i quali, non tro¬ 
vando nelle sue opere appiglio al proprio morso, s’avvi¬ 
sarono di denunziare il maestro come inabile alle figure 
di grandi proporzioni, ed ignorante dell’umana struttura. 
Ma con pubblica vergogna di quei malevoli e con sua 
propria glorificazione, ad ambedue le accuse rispondeva 
il frate artista colla figura colossale del San Marco e 
col San Sebastiano. (2) 

Nella Cripta , comunemente chiamata la chiesa di sotto 
si venera la cosiddetta Madonna del Puio, scultura in 


(1) È cosa utile avvertire clie Fra Paolino da Pistoia, avendo i cartoni 
di Fra Bartolommeo della Porta, vi lavorò in modo da imitare a meravi¬ 
glia la maniera del maestro, e però talvolta si confondono i lavori dell’uno 
attribuendoli all’ altro che fu perfettissimo ed eccellente pittore. 

(2) Roberto D’azeglio, Notizie estetiche e biogràfiche sopra alcune pre¬ 
cipue opere ultramontane del Museo Torinese . Firenze, Le Monnier, 1862. 

















— 390 — 


legno dorato e policromo del secolo XY. La Vergine, 
quasi di grandezza naturale, tiene in collo il Bambino 
Gesù, in mezzo ad una grande quantità di vóti. (1) L 
un lavoro d’ignoto artista, ma tanto ricco di sentimento 
die alcuni vollero vedervi la mano di qualche buon di¬ 
scepolo di Donatello. 

Nella cappella, detta de’ Gamaiani (2) è una bella 
tavola d’ altare del 400, di Griannantonio Lappolì, pittore 
aretino, rappresentante la Vergine col Bambino, con ai 
lati San Cosma e San Damiano, Mattia apostolo e San 
Michele Arcangelo. 

Per ultimo nel Campanile trovasi un’antica campana 


del 1362, che un tempo era nella chiesa di Sant’Angiolo 
a Camenza, e che porta la solita iscrizione : mentem san- 
ctarn et patrice liberationem ecc. ecc. 

Le belle opere artistiche dei due frati, che sopra ab¬ 
biamo descritte, richiamano il pensier nostro a quei 
tempi e a quel popolo di cenobiti pittori, scultori, ar¬ 
chitetti, che nel silenzio del chiostro si veniva educando 
alla fatica e alla prece, che adoperavasi con ogni cal¬ 


dezza per alimentare il fuoco sacro delle Arti ; che, dopo 
aver lasciate alla terra le opere del suo ingegno e della 
sua mano, s’ andava a perdere nell’ oscurità del sepolcro. 
Sovente dallo scrivere un’ opera di filosofìa passavano a 
delineare un tempio, o dirigerne la costruzione; dopo 
avere arringato il popolo nella, tempesta delle guerre ci- 


(1) Fra i molti voti che un tempo ornavano la Chiesa vi si vedevano 
molte figure di nomini illustri, fra le quali una cartapesta grande al vero 
del ricordato Cardinal Bibbiena (Bernardo Dovizi) fatta dal Connine omo¬ 
nimo colla spesa di 20 ducati, ed ivi collocata per volontà del predetto 
Cardinale (Bandini, Odeporico ; Bartolini, La Battaglia di Campaldino). 

(2) Il Vasaki, (Ediz. Milanesi, VI, pag. 12) ricorda e descrive que¬ 
sta tavola, e dice che Luppoli nel farla si portò molto bene contraffacendo 
la maniera del Rosso. Dipinse anche un gonfalone che fu una delle mi¬ 
gliori cose da Ini fatte. 






















— 391 — 


vili, si ponevano a miniare un codice o un libro da coro; 
e dal letto di un morente si conducevano a colorire sulla 
tavola, sulla tela o sul muro le più sublimi pagine della 
Bibbia. Quelli erano i veri frati secondo lo spirito del 
vangelo e della civiltà, utili a sè stessi e agli altri : e il 
tempo die tante cose ha distrutte, e gli uomini che tante 
ne hanno dimenticate, non poterono ancora cancellare 
le impronte del loro genio benefico e multiforme. 

Così 1’ opera dell’ Angelico, del Porta e del Signoracci, 
non è quella soltanto d’ aver gareggiato co’ più valenti 
artefici del loro secolo, ma d’aver anco lasciato degni 
imitatori e seguaci della loro vita ad un’ età agitata da 
discordanti dottrine, e più che di nuove teorie, biso¬ 
gnosa di esempi generosi. « A chi non basta l’ingegno 
nella palestra scientifica e letteraria, conclude il citato 
P. Marchese, aperto è il campo delle arti; chi non sa 
parlare dalla cattedra o dal pergamo parli collo scalpello 
e col pennello, ma tutti parliamo un linguaggio nobile 
e grande. (1) 

Soci. 

(m. 407.50) 

Come centro importante d’industria non soltanto nel 
Comune di Bibbiena, ma in Casentino e in Toscana, 
merita speciale menzione la Terra di Soci, distante 5 
chilometri a greco (nord-est) dal Capoluogo. Passato 
VArchian rubesto presso al punto 

Ove il vocabol fino diventa, vano (2) 


(1) p. y. Marchese (op. cit.). San Gregorio Magno scriveva : Idcirco 
pintura àdhibetur ut hi qui litteràs nesciunt, miteni in parietibus legant 

quae legere in codicibus nequeunt (Lib. IX, Ep. 105). 

(2) Dante, Furg., c. Y. Anticamente pare si chiamasse Ardano (Ab 

ingressi! Arclnni in Arnnm). Ann. Canna,ld., II, 20. 


























— 392 — 


si prende a destra per la via provinciale tosco-romagnola 
e m una mezz’ ora circa si arriva a Soci. 

? Q ues ta vaga terra risiede presso la riva destra del- 
l’Arcliiano in mezzo a una vasta e fertile pianura cir¬ 
condata da amene e ubertose colline, a cui sovrastano a 
tramontana 1 gioghi di Camaldoli, e a greco il monte 
del Faggione e i poggi che si diramano dell’alpe di Serra. 
A breve distanza si vedono gli antichi castelli di Mar¬ 
nano (1) e di Gressa, (2) del quale restano tuttora gli 
avanzi delle mura e della torre posta sulla cresta di un 
erto poggio e di una dirupata scogliera. 

La piu antica notizia di Soci si trova in un decreto 
del 3 gennaio 1002, col quale Ottone III imperatore dona 
e conferma al Monastero di Prataglia, unum mansum de 
Soci. (3) Si rileva poi dagli Annali Camaldolensi che 
nel 1079 Ugo de’ Conti Guidi donò all’Eremo di Ca¬ 
lila] doli il Castello di Soci con le sue pertinenze, (4) 
ma le continue scorrerie, depredazioni, incendii e rovine, 
a cui il piano di Soci andava soggetto per le feroci con¬ 
tese insorte fra i Guidi, i Tarlati e gli libertini, deter¬ 
minarono i monaci di Camaldoli a cederlo in permuta 
ai Aliti di Modigliana, dei quali un certo Marco nel 30 
ottobre 1359 vendè ai Fiorentini il castello di Soci con 
quello di Farne tu per 5200 fiorini d’ oro. (5) 


<ìi S"" 1084 C08tailtiuo Vescovo di Ar « zz <> d <>nò Marciano agli Abati 
1 i t glla ’ pro rimedio animai suoi. (Ann. Gamald., Ili, 47 ). 

Vefórf ml r r e »r„ C T 110 'A' * * * 4 5 6 * °°” <I '“ CÌ1 ’ te d ‘ mura : 'appartenne ai 
. 6 fu preso rtai fiorentini nel 1259. ( Villani , lib. VI 

- (3) Ann. Gamald., I, 168. 

(4) Poi fu dai Camaldolensi permutato col piviere di Bagno (Gum plebe 

Balnei), Ann. Gamald ., V, 45. S ' plebe 

(5) In tale occasione Bette di Modigliana vendè al Comune di Firenze 

il 'ca Julv Tir “ tm CUÌ im palazzo 1 ™S° 14 braccia e largo 11. 

(/ Capitoli del Comune di Firenze , ecc., VI, 80). 


























Fra le glorie del passato, Soci ha quella d’ aver dato 
i natali (1) al celebre monaco Basilio Nardi , valoroso 
guerriero e vittorioso capitano delle milizie della Re¬ 
pubblica fiorentina, e già da noi ricordato fra gli uomini 
illustri dell’ Ordine camaldolense. 

Si vedono tutt’ ora sparsi qua e là nel paese di Soci 
gli avanzi delle antiche mura ond’ era cinto il castello, 
la vecchia porta del cassero ed un troncone della bella 
•torre del Comune (titolo col quale veniva chiamato Soci 
a quel tempo) ch’era alta più di 30 metri, ma, disgra¬ 
ziatamente, subì in seguito, non si sa come, la magna 
capitis diminutio. Il caseggiato del paese è composto e 
distinto in varii gruppi divisi da quattro strade che s’in¬ 
crociano fra loro ad angolo retto. 

Chi vide Soci prima che Giuseppe Bocci ponesse in 
quel terreno fecondo la buona pianta dell’ industria la¬ 
niera, che co’ suoi rami frondosi e robusti riempie di be¬ 
nessere la vaga terra ; chi vide allora questa frazione 
comunale di nessuna importanza, e la rivede oggi, dopo 
neppure molti anni, totalmente cambiata e divenuta un 
paese popoloso e fiorente col suo teatro, con la sua filar¬ 
monica, con le sue scuole, con la posta e telegrafo ed altri 
pubblici nifi ci e istituzioni civili di previdenza e decoro, 
e soprattutto, col suo Lanifìcio eh’ è vera gloria e ric¬ 
chezza del fortunato paese, dovrebbe dire che una fata 
potente e benefica operò tanto miracolo trasformatore. 
E il grande taumaturgo fu prima Giuseppe Bocci che, 
da modesti principii, elevatosi colle sole sue forze del 
l’ingegno e del lavoro alla potenza dei più rinomati in¬ 
dustriali, seppe dar vita e incremento a un Lanifìcio che 
è sommo onore per il benemerito iniziatore compianto 
da tutti. 


(1) Annali, ovvero notizie istoriche dell’ antica, nobile e valorosa città di 
Arezzo dal suo principio fino al 1717, Foligno, 1717. 






















Ed il suo figlio Sisto fin da giovane combattè da va¬ 
lente soldato insieme col padre le pacifiche battaglie del 
lavoro (del quale, per giusto titolo, meritò dopo la mas¬ 
sima onorificenza), ha saputo condurre il suo Lanifìcio a 
tal grado di perfezione da poter gareggiare talvolta con 
quello di Stia, e sostenere con esso la concorrenza dei 
più potenti Lanifìci d’Italia. 

Nel Lanificio di Soci lavorano giornalmente 420 operai 
e la forza motrice è di 350 cavalli. Riguardo alla quale 
non è senza interesse ricordare il recente trasporto di 
forza idraulica, eseguito mediante due chilometri di ca¬ 
nale addossato ad una erta collina, come si vede percor¬ 
rendo la via Tosco-Romagnola per Pr atagli a, ammirando 
l’idea felice del Bocci, il quale con tale trasporto d’ac¬ 
qua a rilevante altezza ottiene da una turbina, del mas¬ 
simo rendimento, una forza di 110 cavalli, 80 dei quali 
vengono trasportati al Lanifìcio di Soci, distante altri due 
chilometri e mezzo dal generatore centrale. 

Ben più potrebbe dirsi a lode del Bocci, del suo in¬ 
gegno versatile, dei suoi buoni studii, della sua vasta 
cultura e de’ suoi meriti pari alla grande modestia ; ma 
appunto per non offendere questa sua virtù, tanto rara, 
facciamo punto ; e la lode, che 1’ amicizia potrebbe forse 
far credere esagerata, aftìdiamo sinceri al giusto ed im¬ 
parziale giudizio del popolo che sa distinguere i veri bene¬ 
fattori. Aggiungeremo soltanto che, tra il rumore delle 
macchine e le molteplici cure dell’ azienda, industriale, 
egli ha saputo dedicare utilmente 1’ opera sua (qual di¬ 
simpegno d’ alto dovere sociale) anche alla povera agricol¬ 
tura dove la scienza sembra chiamata a risolvere i più 
importanti problemi della pubblica economia, per ricon¬ 
durre l’Italia alle sue antiche gloriose tradizioni di magna 
parens frugum. 

('osi l’officina ed il campo, saranno il fòro grandioso 
dell’ avvenire, che in pari tempo dev’ essere scuola e 
















— 395 — 


palestra d’educazione civile ed alleanza durevole fra ca¬ 
pitale e lavoro. Questa già esiste fra il Bocci ed i suoi 
420 operai la cui gratitudine, eh’ è la più santa bene¬ 
dizione del cuore, è il maggior premio eli’ ei possa desi¬ 
derare all’opera sua. 

Serravalle. 

(m. 777) 

Sulle tue rui^i austere, o Serravalle, 

È una pace soave, una serena 
Primavera. Dall’ alta torre tua, 

Che par gigante sul sassoso picco, 

Guardian severo alla vallata, 1’ occhio 
Erra sui minor colli, e va lontano 
Al castello di Lapo, a Campaldino, ecc. 

Mario Foresi, Un mese in Casentino. 

Firenze, 1877. 

Da Soci proseguendo per la via provinciale tosco¬ 
romagnola elle va per circa un chilometro diritta fino 
alla Mausoleo, o Muso tea, si giunge tosto al villaggio di 
Portino, ove si vedono tuttora gli avanzi dell’antico 
Castello del quale il primo ricordo risale al 1009. (1) 
Questo appartenne in origine all’Abbazia di Prataglia, 
poi all’ Eremo di Camaldoli, dal quale passò poi nei 
Conti Guidi di Romena, finche nel 1389 gli abitanti di 
Partina si diedero in accomandigia al Comune di Firenze, 
il quale deliberò che il Potestà di Bibbiena dovesse am¬ 
ministrare la giustizia anche agli uomini di Partina e 
benignamente trattarli, dando facoltà a lui e a’ suoi uf¬ 
ficiali di percipere luerum pennae. (2) 


(1) Ann. Camald., I, 10. 

(2) Fra i patti della sottomissione era anche quello « ivi » di ricevere 
per cinque anni dal Comune di Firenze 20 staia di sale a lire 3 soldi 15 

























— 396 — 


Da Partina continuando a seguire la stessa via si 
arriva dopo pochi minuti al Ponte Biforco, ove il fosso 
di Camaldoli confonde le sue acque con quelle del tor¬ 
rente Arcliiano. 

Presso la confluenza dei quali e sopra uno sprone che 
si prolunga dall’Alpe di Serra, e che termina in nn picco 
elevato, risiede Serrar alle, villaggio distante circa 3 chi¬ 
lometri da Camaldoli, 8 da Soci e 13 da Bibbiena. L’an¬ 
tico Castello di Serravalle, edificato nel 1188 da Amedeo 
Vescovo aretino, appartenne in principio alla Curia ve¬ 
scovile di Arezzo, quindi al Monastero di Prataglia, poi 
ai Conti di Montauto e Caprese, da questi ai Tarlati, e 
finalmente dopo varie vicende passò (1404) nel dominio 
della Repubblica fiorentina. (1) L’antica torre, gli avanzi 
della porta o del cassero, la caratteristica situazione de¬ 
gli aggruppati casolari e le sottostanti selve bellissime 
di castagni (2) e di querci, fanno di Serravalle un luogo 
singolarmente pittoresco ed ameno ed una stazione estiva 
modesta sì, ma meritevole di essere raccomandata. (3) 

Inoltre la nuova strada carrozzabile che, staccandosi 
dalla Tosca-Romagnola, conduce al villaggio di Serra- 
\ alle, e la sua vicinanza a Camaldoli ed a Prataglia, ne 
fanno un ricercato soggiorno di villeggianti, alcuni dei 
quali han fabbricato comode ed eleganti abitazioni. (4) 


lo staio, più soldi 2 per lira d’ aumento, con divieto di comprare et tenere 
altro sale ( 1 Capitoli , ecc. VI, 121 e 122). E nel capitolo 119 è scritto che 
si danno al comune di Firenze perchè da quello di Arezzo non avevano 
buon governo, laonde irrefrenate vivunt, mala agunt et multa non commit- 
tenda committunt ! 

(1) Ann. Camald., VI, 57. 

(2) Sulla via che conduce alla Badia a Prataglia vi era, e credo siavi 
tuttora, un castagno il cui tronco cavo di metri 9 di circonferenza dà co¬ 
modo ricetto a 12 pecore. 

(3) Bertini, loc. cit. 

(4) È specialmente a ricordarsi quella bellissima dell’ Avv. CoseUchi , 
che quasi antico maniero domina il sottostante dirupo. 









— 397 — 


Vi è una modesta locanda tenuta da Agostino Gargianì, 
con assai buona pensione. 

Ma Serra valle acquisterà anche maggiore importanza 
quando la via carrozzabile potrà congiungerlo colla vi¬ 
cina Camaldoli, di cui allora potrà chiamarsi comoda e 
piacevole succursale. 


Ortignano^Raggiolo (1) 


Abitanti 2227. 


FRAZIONI COMUNALI 

Distanza 

dal 

Capoluogo 

(metri) 

STRADE 

Raggiolo. 

3. 500 

Carrozzabile 

San Piero in Frassino . 

2. 000 

» 

Badia a Tega. 

3. 000 

Mulattiera 

Uzzano. 

2. 000 

» 


Indicazioni utili. 

A Ortignano : osteria — A Raggiolo : albergo e lo¬ 
canda Zagoni, con pensione a mitissimi prezzi in ambe¬ 
due i luoghi — Posta rurale giornaliera —- Ufficii tele¬ 
grafici prossimi e stazioni ferroviarie più vicine : Bibbiena 
e Poppi — Un medico condotto e una levatrice, residenti 


(1) Una volta Ortignano e Raggiolo erano due Comunità separate e 
distinte : oggi invece formano un solo Comune di cui è capoluogo Orti¬ 
gnano ove risiedono gli uffici pubblici e l’amministrazione comunale. 




















398 — 


a Ortignano — Per guide, vetture, cavalcature e relative 
tariffe rivolgersi ai respettivi osti e locandieri. 

Per recarsi comodamente a Ortignano e a Raggiolo 
si prende la via carrozzabile (cliil. 6,500 a Ortignano e 
cidi. 9.000 a Raggiolo), che, traversato l’Arno sul Ponte 
di Toppoli, passa per San Piero in Frassino. Colui al 
contrario che vi si dirige da Poppi può seguire la via 
carrozzabile (chil. 8.000 a Raggiolo e chilom. 11.500 a 
Ortignano), per Fronzola, San Martino in Tremoleto e 
Quota (anticamente Cuoyte). 

Tenendo il primo itinerario e partendo da Bibbiena 
si segue per un breve tratto la strada provinciale casen- 
tinese fino all’ incontro di essa colla via tosco-romagnola. 
Di fronte a questa, e precisamente nel punto detto la 
Sega , s’apre un’altra strada di minore importanza, ma 
tuttavia carrozzabile, in direzione dell’Arno che si passa 
sopra un bel ponte di recente costruzione, detto il Ponte 
di Toppoli. Di qui a traverso bei querceti ond’ è ombreg¬ 
giata la via, s’arriva dopo breve cammino al torrente 
leggina, (1) di là dal quale, in un piccol ripiano, è si¬ 
tuato il villaggio di San Piero in Frassino , presso la riva 
destra del torrente medesimo, al quale sovrasta il castel¬ 
lare di lizzano, fabbricato sul vertice di un monticello 
posto sopra la riva destra del suddetto torrente. 

Proseguendo per oltre un chilometro si lascia la via 
rotabile e si prende a sinistra quella mulattiera, per cui 
si sale a Ortignano, posto sul dolce pendìo di un con¬ 
traffòrte del dorso orientale di Pratomagno. 


(1) Presso la foce di questo torrente alcuni scrittori, amanti del me¬ 
raviglioso più che della verità, narrarono essere avvenuta la gran batta¬ 
glia dell esercito goto condotto da Totila contro quello dei Romani guidati 
da Narsete. L’assurdità di tale racconto non merita l’onore di una con¬ 
futazione. (Vedasi in proposito: Bernardino Baldi, Difesa di Procopio, 
p. 2; Le Beau, Storia del Passo Impero, voi. 25, p. 140). 











— 399 — 


Orti gii mio. 

In antico appartenne Ortignano ai Vescovi di Arezzo, 
poi agli Eremiti Camaldolensi, quindi ai Conti Guidi di 
Poppi, e poi nuovamente agli Aretini finche in ultimo 
gli abitanti di Ortignano si sottomessero spontaneamente 
alla Repubblica fiorentina: il che avvenne nel 1349. (1) 

Nello stesso tempo furono smantellate le due ròcche 
di Givitella Secca e di Giogatoio , poste a breve distanza 
da Ortignano, e delle quali si vedono tuttora gli avanzi, 
e nella prima un’antica cisterna. 

Nella chiesa di San Matteo a Ortignano si conserva 
tuttora una bella e pregevole tavola centinata, ov’ è di¬ 
pinta la Vergine col Bambino , e ai lati San Girolamo, 
San Bernardino da Siena, Santa Caterina martire e San 
Francesco d’Assisi. È decorata da una bella e grandiosa 
cornice ornata di varie figure, ed intagliata in legno e 
dorata, ma oggi si trova in stato di notevole deperi¬ 
mento. Esiste in detta chiesa anche un bell’ incensiere 


(1) Nei Capitoli di sottomissione al Comune di Firenze si trova clic Or¬ 
tignano , Eaggiolo, lizzano , Giogatoio , Civitella Secca e Giogalto , iiiiouo 
riuniti in una stessa accomandigia, col nome di Valle Fiorentina ( Vallis 
Florentinae de partibus Casentini ), con varii patti e condizioni, fra cui: 

Clie debbano stare sotto la giurisdizione del Potestà della Montagna 
fiorentina. 

Che vi debba risiedere un buono ed esperto Notare per scrivere gli 
atti, e un buon famiglio armato, ambedue veri Guelfi, ricevendo L. 100 
per semestre per sè, Notaro e famiglio. 

Cbe tutte le persone di que’ luoghi siano considerate come popolani in 
tutto e per tutto, ma specialmente se qualche magnate della città o del 
contado le offendesse nelle persone e neila roba. 

Che la torre e fortezza di Giogatoio si tenga in perpetuo dal Comune 
di Firenze con un castellano e due famigli veri Guelfi, con 9 lire al mese 
per il primo e lire 6 ai secondi, e stiano nella torre la quale sia chiusa 
al di fuori con una chiave che terrà il G. di giustizia di Firenze. 

{I Capitoli del Comune di Firenze , VI, 25, 29). 



400 — 


di bronzo dorato, di torma esagona e con ornamenti alla 
gotica, ed nn turribulo con sua navicella d’argento, la¬ 
vorata a cesello, del secolo XVII. 

Nella chiesa della Badia a Tega (Sant’Antonio) vi sono 
alcuni dipinti assai ragguardevoli, rappresentanti il Tran¬ 
sito di San Giuseppe, la Vergine col Bambino e nn Santo 
Vescovo, VAnima dannata, gli Angioli del giudizio Uni¬ 
versale, colla scritta: surgite mortili. 

Non parliamo di altre cose di minor conto esistenti 
nelle varie chiese del Comune. 

Ortignano è un villaggio situato in amena posizione 
e composto di varii gruppi di case sparsi qua e là in 
mezzo a selvose pendici. 

I punti più elevati sono i monti di Gasale e di ilio a- 
teborgnoli, situati presso il confine di Castelfocognano. 
Nella parte superiore del territorio comunale coltivasi 
per la maggior parte il castagno, mentre nella inferiore 
abbondano le viti, gli olivi e specialmente i gelsi. 


Raggiolo. 

La via carrozzabile del Ponte alle Lame è stata oggi 
proseguita fin presso Raggiolo che dista da Ortignano 
circa quattro chilometri, i quali possono comodamente 
percorrersi in un’ora seguendo sempre il corso del tor¬ 
rente Teggina. 

Raggiolo trovasi situato pittorescamente in fondo a 
nn cupo vallone fonqato da due monti che si diramano 
dal Pratomagno, e presso la confluenza di due borri onde 
ha origine il torrente Teggina. 

La prima memoria di Raggiolo risale al 967, (1) ma, 


(1) Repetti, op . cit . 





















401 — 


dopo corre un ben lungo periodo d’ oscurità e d’incer¬ 
tezza. 

Si sa poi dalla storia die nel 1325 gii libertini ebbero 
dominio in Raggiolo, che poi passò nei Tarlati, del cui 
mal governo stanchi finalmente gli abitanti si sotto- 
messero nel 1353 al Comune di Firenze. (1) Narra VAm¬ 
mirato, che molti anni dopo la detta sottomissione, es¬ 
sendosi i montanari di Raggio!o ribellati alla Signoria 
di Firenze, questa, speditevi alcune sue milizie, a forza 

10 riacquistò, ne fece ardere le abitazioni, ed impiccar 
per la gola 14 dei più turbolenti. 

Oggi quasi tutta la popolazione di Raggiolo si rac¬ 
coglie in varie case ammucchiate costituenti il castello 
ove si vedono i ruderi dell’ antica Bastia. La strada prin¬ 
cipale, selciata e ripidissima, che conduce alla sommità 
del paese, ha più 1’ aspetto d’ una scala che d’ una via. 

Nella parte inferiore del territorio di Raggiolo ed in 
alcune posizioni privilegiate si coltiva proficuamente la 
vite che vi prospera rigogliosa producendo un vino che 
fa meraviglia trovare alle radici dei monti di Pratoma¬ 
gno. Al di sopra del paese sono tutte selve di castagni 

11 cui prodotto costituisce quasi V unica risorsa degli abi- 


(1) Nel 20 maggio 1353 i Priori dell’Arte e il giudice di Giustizia di 
Firenze accettarono la sottomissione di Paggi olo colla intera giurisdizione 
e la potestà della spada. Fra i capitoli di sottomissione è detto che debba 
essere restituita alla Chiesa di S. M. di Raggiolo una certa campanella 
esistente nel cassero, e agli uomini di Raggiolo certe supellettili che vi 
trovarono di loro pertinenza; che p Potestà della Montagna fiorentina 
debba essere e intitolarsi anche Potestà di Raggiolo ( Potestas Ragginoli) 
e tenga un notaro e due famigli, o berrovieri, armati, tutti Guelfi. 

Che qualunque persona reputata Ghibellina possa giurare dinanzi ai 
Priori dell’Arte e Governatori di giustizia o dinanzi al Potestà di Rag¬ 
giolo di voler essere in perpetuo co’ propri discendenti veri Guelfi ed ama¬ 
tori della parte Guelfa e devoti della S. M. Chiesa ; e chi avrà così giu¬ 
rato si tratti come un vero Guelfo (I Capitoli , ecc. V, 46). 


26 









tanti. Questi non Inumo altra industria cdie quella dei cap¬ 
pelli di paglia, senza la quale, quando specialmente viene 
a mancare la raccolta delle castagne, si preparerebbe dav¬ 
vero un brutto inverno per la povera gente. Invece tanto 
la topografia, quanto la forza motrice idraulica onde po¬ 
trebbe disporsi, darebbero modo di utilmente impian¬ 
tarvi qualche opificio industriale : ma per ora nulla si è 
fatto. Speriamo che la nostra raccomandazione trovi 
uomini di buona volontà e intraprendenti, disposti a te¬ 
nerne conto e trarne profitto a vantaggio proprio e di 
quelle popolazioni. 

Sopra la zona del castagno a 6 chilometri da Rag- 
giolo cominciano le vaste praterie e le belle faggete del 
Pratomagno la cui catena da ponente a mezzogiorno cir¬ 
conda tutto il territorio comunale, che dall’ opposto lato 
ha per confine il monte della Casella. 

Gli abitanti di Raggiolo, che un’ antica e costante 
tradizione fa derivare dalla Corsica, e che col sopran¬ 
nome di Córsi sono effettivamente chiamati, conservano 
tuttora il carattere fiero e bellicoso dei loro antenati. 

Fra gli uomini illustri si gloriano di nominare spe¬ 
cialmente un Monaco Girolamo Valloinbrosano detto, 
perchè di Raggiolo, il Eadiolense, che per la molta sua 
dottrina e virtù fu carissimo a Lorenzo il Magnifico il 
quale lo ebbe fra i suoi più intimi amici e lo trattò 
come tale. (1) 

Ma più che le memorie del passato, fa molto onore 
a Raggiolo lo stato presente della istruzione de’ suoi abi¬ 
tanti. Quasi tutti, meno pochissimi adulti, sanno leg¬ 
gere e scrivere; mentre pur troppo non si può dire al¬ 
trettanto degli altri luoghi di quel Comune e in generale 
delle popolazioni tutte delle nostre montagne. (2) 


(1) Repetti, op. cit. 

(2) I Baggiolatti sono altresì molto loquaci, pronti di parola, pieni di 












Olii usi 


M. 1000 — Abitanti 3382. 


FRAZIONI COMUNALI 

Distanza 

dal 

Capoluogo 

(metri) 

STRADE 

Verna. 

l. 500 


Biforco. 

6. 500 


Compito. 

4. 956 


Corezzo . 

9. 912 


Dama. 

4. 956 

Mulattiera finché per- 

Frassineto. 

13. 000 | 

corre il territorio di 

Giampereta. . . . . 

6. 608 

Chiusi ; carrozzabile in 

Montefatuochio .... 

5. 500 

quello di Bibbiena. 

Montesilvestro .... 

9. 912 | 


Pezza. 

10. 000 


Sama. 

5. 000 


Montecchio. 

11. 000 


Fontanelle. 

3. 304 


Gargiano ...... 

9. 912 

Mulattiera sino a 
Chitignano e quindi car¬ 
rozzabile. 


Indicazioni utili. 

Osteria e Rivendita di sale e tabacco — Locanda alla 
Beccia presso la Verna, a Biforco e a Rimbocchi — Uf- 


acume e di spirito. Raccontasi a tal proposito il seguente curioso aneddoto. 
TJna povera vecchia di Raggiolo, chiamata la Cwnpicona, non potendo 
ottenere dal Vicario di Poppi una sentenza definitiva in una certa sua lite 
pendente da lungo tempo, e vedendo che ogni premura e sollecitudine fatte 
da essa all’ uopo riuscivano inutili, pensò di andare in persona a Firenze 
per richiamarsi direttamente alla giustizia del Granduca, ch’era allora 
Ferdinando III. Così pertanto fece ; ed esposte essa con singolare chia¬ 
rezza e vivacità le sue buone ragioni al Granduca, questi rimasto persuaso 
del buon diritto di lei, la rassicurò e le disse di tornarsene a casa pro¬ 
mettendole che innanzi vi fosse giunta il Vicario di l’oppi le avrebbe 









































— 404 — 


fido postale — Ulficiò telegrafico prossimo : Bibbiena — 
Un medico chirurgo residente a Biforco — Una levatrice 
a Chiusi — Per richiesta di guide, di cavalcature e re¬ 
lative tariffe, rivolgersi all’ oste della Beccia, e ai KR. 
PP. della Terna. 


. . . Chiusi per arte e per natura 
Castello insigne. 

Montini, loc. cit. 

Per andare a Chiusi si segue la via che da Bibbiena 
conduce alla Terna (ehil. 12). Oltrepassata Santa Maria 
del Sasso e quindi la frazione comunale di Campi, si tra¬ 
versa sopra un ponte il torrente Corsalone, di dove in¬ 
comincia una forte salita che dura fin quasi all’Osteria 
della 1leccia, posta sotto il Convento della Terna e a 
pochi passi da quello. Prima di giungervi s’incontra a 
destra una diramazione della via per la quale, dopo un 
chilometro e mezzo, si arriva all’estremità del contraf¬ 
forte ove risiede il diroccato castello di Chiusi. Ti si 
accede però anche per altra via, meno pittoresca, ma 
più comoda, che costeggia la parte occidentale della sco¬ 
gliera che è una continuazione dei grossi macigni che 
circoscrivono la clausura di quel Convento, e che si svol¬ 
ge in mezzo a un terreno arido e sassoso e quasi spoglio 
d’ogni vegetazione. (1) 


resa giustizia. Ma l’arguta donna ebe avrebbe voluto le fosse fatta ra¬ 
gione in sul momento, non parve rassicurata gran fatto dell’ottenuta 
promessa, tantoché nell’accomiatarsi dal Granduca, gli disse: Badi Al¬ 
tezza di non mi fare berlicche e berlocche ! E che cosa intendete di dire 
con questo ?, chiese ridendo il Granduca. Rispose la donna : Intendo dire 
che la giustizia dei poveri è come le corna dei ricchi, che non si trovano 
mai ! 

(1) Narra il Machiavelli (Storie, lib. V, pag. 81) che Niccolò Piccinino 
andando pel Casentino nell’Umbria coll’ esercito milanese, occupò Chiusi, 











Il castello di Chiusi dal quale, secondo l’opinione di 
alcuni (ma da noi combattuta) prese nome il Casentino, 
risiede alla destra del torrente Bassina, laddove il Monte 
della Verna, avvallandosi intorno a Monteforestó, offre 
un varco fra la valle dell’Arno e quella del Tevere. Sor¬ 
geva anticamente questo Castello, con robuste mura di 
pietre squadrate, nel largo ripiano d’alto scoglio solle¬ 
vato quasi a piombo da tre lati sopra praterie verdeg¬ 
gianti, e dal lato di tramontana attaccato con dolce pen¬ 
dìo al poggio die si dirama dalla Verna. 

Narra Agostino Miglio di questo castello, essere stato 
un tempo bene disposto mentre al presente è rovinato 
e le interiori officine distrutte. (1) 

Già dicemmo come dal nome di Chiusi (Clusium ) si 
volle trarre erroneamente l’origine etimologica di quello 
del Casentino. Del pari alcuni, confondendo per legge¬ 
rezza di stordii comparativi, questo modestissimo Chiusi 
coll’ omonima e. celebre lucumonia etnisca, attribuirono 
al castello casentinese origine e fatti che la sana critica 
storica ha oggi ornai confinato nel regno delle favole. 

Lasciate le quali diremo che il castello di Chiusi, 
del quale ignorasi 1’ originaria costruzione (2) esisteva 
certamente assai prima del 967, come resulta da un pri¬ 
vilegio di Ottone I Imperatore. (3) Appartenne in ori¬ 
gine ai Conti Caiani , o Cationi, (4) dai quali derivò quel 


ma poco vi si trattenne per la ragione già detta al Conte di Poppi, clic 
cioè i suoi cavalli non mangiavano sassi. 

(1) Op. cit. 

(2) La leggenda, più che la tradizione, lo dice costruito dai Romani 
e poi distrutto dai soldati di Annibaie ; ma è facile comprendere come 
tali asserzioni manchino d’ ogni storico fondamento. 

(3) Secondo tale privilegio Chiusi aveva all’ intorno quattro corti, Yez- 
zano, Sarna, Compito e Cldtignano , che componevano e portavano il no¬ 
me di contado cliiusmo. 

(4) Secondo il Villani (II, c. 11) i Conti Cattaui erano d’ origine lon¬ 
gobarda. 
















406 — 


Conte Orlando clie., come vedremo, donò a San Francesco 
il monte della Verna. Vi ebbero in seguito signoria gli 
libertini, i Tarlati, il Comune di Arezzo, quindi la Re¬ 
pubblica fiorentina nel 1385, (1) e dopo questa i Conti 
Guidi di Bagno per concessione avuta dalla medesima, 
la quale nel 1404 loro il ritolse, facendolo Capoluogo di 
civile giurisdizione o Potesteria, che durò fino al 1776, 
nel qual tempo Leopoldo I la eresse in Comunità. 

Di questo già sì potente castello, ricco di tante me¬ 
morie, non restano oggi che pochi avanzi (2) della ròcca 
e del cassero, caduti aneli’ essi e (doloroso è il dirlo) più 
per la mano degli uomini (3) che per l’ingiuria del tempo; 
onde sarebbe qui il caso di ripetere il famoso quod non 
fecerunt barbari, fecerunt.... ! (4) Di fronte all’antica 
porta meridionale del cassero, sempre in piedi, ma quasi 
sepolta fra le macerie, sta la chiesa del villaggio, fatta 
costruire nel 1338 della Contessa Giovanna moglie di 


(1) Capitoli di sottomissione, XV, 152. 

(2) Le calcine che tuttora cementano le pietre di alcuni di que’ ruderi 
contengono in abbondanza semi di lino ( Unum usitatissimum). 

(3) È cosa deplorevole che siasi permessa la distruzione di questi avanzi 
delle antiche mura per impiegarne il materiale in nuove costruzioni; qua¬ 
siché fosse penuria di pietre lassù dove tutto è scoglio ? 

(4) Velia già citata Guida ai 3 santuarii casentinesi trovasi ricordata 
con queste parole una caverna che esisteva presso il castello : « Volendo 
penetrarvi non conviene fare uso di torce a vento perchè il fumo delle 
medesime rende la respirazione difficile, e, molto inoltrandosi, obbliga a 
retrocedere : perciò bisogna fare uso di lanterna o di torce di cera alla 
veneziana. È tradizione che un frate giungesse tant’ oltre da pervenire 
sotto il Convento, ma ora a un certo puntoni passaggio è tanto angusto 
che difficilmente potrebbe continuarsi » (Firenze 1832). E Salvatore Vitale 
op. cit.) così conferma il fatto : « Ho già detto che sopra il nominato Ca¬ 
stello c’è una buca per la quale s’entra dentro il Monte della Verna, e 
si trova un gran lago d’ acqua. Ed io ho parlato con uno che c’ è stato 
e die voleva introdurvi me ancora, ma io non ci volli andare per degni 
rispetti, non sapendo quello che dentro mi poteva accadere. » 














— 407 — 


Tarlato di Pietramala, come si legge in un marmo scol¬ 
pito a caratteri gotici. (1) . 

Presso la chiesa si vedono alcune casuccie fabbricate 

probabilmente sulle rovine dell’antico Pretorio, dove 
nel 1474 sedeva Potestà, della Repubblica fiorentina Lo- 
do vico Buonarroti quando gli nacque il hg io c ie u 
MieMangialo. Come le città della Grecia per Omero e 
per Fidia, così Chiusi e Caprese per Michelangiolo, . 
contrastano la gloria d’avergli dato i natali. 

L’indole di questo lavoro non ci permette di entrale 
su tal proposito in una lunga dissertazione ma d a tra 
parte neppnr ci piace il silenzio, allorquando poti eb c 
questo interpretarsi per mancanza di buone ragion, o 
per poco valore attribuito al soggetto della controversia, 
mentre al contrario ne viene gloria grandissima al Ca- 

SC1 Uno dei principali argomenti a favore di Chiusi sta nel 
breve, ma chiaro racconto che della nasci a 
langiolo fece Giorgio Vasari, suo contemporaneo disce¬ 
polo amico familiarissimo e scrittore cosi fe 
dl^i non aver data alla luce la Vita del gamPuemo, 
se non dopo averla fatta leggere (e quindiimpl e 
mente approvare) a lui stesso. Ma ecco senz a t o il rac 
conto : « Nacque dunque un figliuolo sotto fatale et te 
lice stella nel Casentino di onesta et nobile <J°“ a 
1474 a Lodovico di Leonardo Buonarroti-Simoni disceso, 

^ i ' «i (ììpp dalla nobilissima et antichissima fa- 
secondoclie si dice, ciana , • (accendo 

mi olia dei Conti di Canossa. Al qual Ludovico cssei 
Potestà in quell’anno di Chiusi et Caprese 
Sasso della Verna, dove San Francesco riceve 1^ Stimate 
Diogesi aretina, nacque, dico, un figliuolo ,1 sesto d, 


(1) A. D. MCCCXXXVII1, Domina Comittism Johanrm vxor Do 
mini Tarlati de Petrattala feeit fieri hoc opus. 


























— 4-08 — 


marzo, la domenica intorno alle otto di notte, al quale 
pose nome Michelangìòlo. » (1) 

Ora, mentre la narrazione del Vasari apparisce chiara 
ed esatta riferendola a Chiusi, altrettanto resulterebbe 
errata ed oscura se si volesse riferirla a Caprese. Infatti 
tutti gli scrittori antichi e moderni dissero Chiusi com¬ 
preso nel Casentino , mentre nessuno pensò mai d’inclu- 
dervi Caprese che fa e ha sempre fatto parte della Valle 

ibernici. Ed il Vasari, aretino e per di più pratico del 
Casentino per essere stato molte volte a Camaldoli ed 
ivi lungamente dimorato, doveva ben sapere se Caprese 
taceva parte del Casentino. Inoltre se Chiusi può dirsi 
vanno al Sasso della Verna dalla quale dista appena un 
chilometro, non altrettanto può dirsi di Caprese che ne è 
/ontano quasi 10 chilometri. Per ultimo Chiusi fece sem¬ 
pre parte della Diogesi di Arezzo, mentre Caprese,, an¬ 
che (piando scriveva il Vasari, trovatasi già da circa 35 
anni nella giurisdizione ecdesiastica di Borgo di Sepolcro. 

E ciò rilevasi da una Bolla di papa Leone X del 22 set¬ 
tembre 1515 colla quale il Borgo San Sepolcro fu deco¬ 
rato di sede episcopale, onde Caprese venne tino d’al- 
f°ra 1 . llcluso 111 quella nuova Diogesi. Tutto ciò non po- 
teva ignorare il Vasari nel 1550, allorché (2) scrisse la 
' 1 a i 1 Mwhelangiolo (mentre sapeva perfino V ora della 

sua nascita), e nondimeno lo dice addirittura nato nella 
Diogesi aretina. 

Anche lo stesso Aseanio Condivi che non soltanto 
ma amico di Michelangelo, ma conviveva persino nella 


reie, m RI ’ yUC ' etó °* VUa del ,JVaU Michelan 3 Ìolo Buonarroti. Fi- 

Michele \rcwnaelo ^ '' tltoliU ' e della Glliesa di Chillsi appunto San 
.1-imponeTZo ’ l TT **' 6 8pecialme “ te a <* uei tempi fosse, costume 
m Tato aUt ° Pr ° tett0re della Parrocchia ove un fanciullo 

(h F. Grimm, Vita di Michelangiolo. Milano, 1875. 

















— 409 


stessa casa,, (1) nella vita di lui scritta nel 1553 lo dice 
assolutamente nato nel Casentino. (2) 

Il padre Salvatore 1 itale nella sua Cronaca del Monte 
della Verna, ove chiunque può esaminarla, parlando di 
Chiusi chiaramente scrive così : « Illustris quidem locus 
Clusium tum oh Seraphici Patriarcae Francisci hospitii 
frequentiam ; tum oh Michaelis Angeli Buonarota fioren¬ 
tini scultoris celeberrimi, pictoris heroici, architecti egre- 
gii natalitium. Facta namque mater Florentia venièns ibi 
enixa est tantum virum. » (3) 

Anche il Montini più volte citato, il quale scriveva 
nei primi del 700, dice : 

Pria da mostrare il nascimento avrei, 

IH Michel angiolo Bonarota a Chiusi. 

E nell’antico Compendio storico-religioso del Sacro 
Monte della Verna, compilato dai frati di quel convento 
e ristampato a Firenze nel 1856 coi tipi della Stamperia 
Granducale, si trova scritto: « Il detto Castello (di Chiusi) 
benché a’ dì nostri quasi totalmente distrutto, è celebre 
per esser quivi nato il celebre architetto e scultore Mi¬ 
chelangelo Buonarroti, essendo suo padre in detto tem¬ 
po Potestà di questo luogo. » E aggiungono i Compila¬ 
tori che tutte queste notizie furono prese fedelmente da 
scrittori dell’ Ordine, contemporanei, da testimoni degni 
di fede, da documenti autentici che si conservano nel¬ 
l’Archivio e da costante tradizione. (4) 

Anche il Moreri nel suo Dizionario stampato a Parigi 
nel 1732, alla voce « Buonarroti » dice semplicemente 
così : « Ndquit en 1474 dans un chàteau appellò Chiusi 


(1) E. Grimm, loc. cit. 

(2) A. Condivi, Vita di Miclielangiolo. Roma, 1.553. 

(3) P. Salvatore Vitale, Cronicon S. Montis Alvernce, lib. I, § 7. 

(4) Ivi. 





























410 — 


dans ì« pm/s cVArezzo. » (1) E Raffaello Borgliini nel suo 
Riposo ne conferma « la nascita in Casentino/ essendo 
suo padre quell’ anno Potestà di Chiusi e Caprese, vi¬ 
cino al Sasso della Verna. » 

Le quali attestazioni vengono confermate dal più det¬ 
tagliato racconto scritto dal tedesco Ermanno Grimm 
sulla scorta di documenti autentici : « Il padre di Miche- 
langiolo, il quale avea nome Ludovico, partì da Firenze 
per recarsi al suo posto (di Potestà di Chiusi e Caprese) 
colla sua consorte Francesca che trovavasi in stato di 
gravidanza inoltrata, la qual cosa punto non le impedì 
di accompagnare a cavallo suo marito. Quel viaggio 
avrebbe potuto avere tristi conseguenze sia per la gio¬ 
vane madre, sia per il frutto che portava in seno, essen¬ 
dole caduto il cavallo in guisa che si temeva un aborto. » (2) 
Ora, considerando la brevità e la comodità della via, è 
fuor di dubbio che la strada tenuta dal padre di Miche- 
langiolo per recarsi al suo posto, fu quella della Con¬ 
suma, tanto più che allora esisteva, come notammo, (3) 
un ponte sull’Arno in luogo detto le Mulina, per dove 
passava 1’ antica via principale mulattiera che da Fi¬ 
renze per la Consuma conduceva in Casentino facendo 
capo a Stia; (4) come pure esisteva quella del Corsalone 
che passava per Campi , Tramoggiano e Chiusi. E se la 
caduta del cavallo avea cagionate alla madre di Miche- 
langiolo tali dannose conseguenze da far temere un aborto, 
è cosa naturale e logica il pensare come in quelle straordi¬ 
narie circostanze di fatto il Buonarroti giunto a Chiusi, (5) 


(1) Louis Moreri, Le grand Dictionnaire historique. Paris, 1732, pa* 
gina 13, Firenze, 1630. 

(2) E. GrRIMM, loc. Clt. 

(3) Vedi Parte generale alla rubrica Fiumi e torrenti. 

(4) Morozzi, loc. cit. 

(f>) In tutti i libri e in tutti i documenti Chimi trovasi sempre nomi¬ 
nato per il primo. 




— 411 


prossima e principale sua destinazione e residenza, e 
dove gli era *V uopo recarsi sia per ragioni d’ufficio, sia 
in ogni modo pel fatto di passare di lì la strada per 
Caprese, volesse senza ragione esporre la moglie sua 
nelle speciali condizioni in cui si trovava, al pericolo di 
proseguire il viaggio fino a Caprese per altri 10 chilo¬ 
metri e per sentieri veramente da capre ! 

A maggior conferma poi di tutto quanto abbiamo 
provato, sta a favore di Chiusi la costante tradizione che 
Michelangelo è nato a Chiusi ; anzi è pur tradizione tut¬ 
tora viva in quei luoghi che i genitori di Miclielangiolo 
mandarono a prendere una donna al vicino castello di 
CMtignano per allattare provvisoriamente il bambino. 

Ma, oltre la tradizione, esiste un altro argomento 
di molto valore per questa tesi, quello cioè di non 
trovare dal Vasari fino a noi scrittore alcuno che non 
dichiari nato Miclielangiolo in Casentino ; mentre se fosse 
nato a Caprese avrebbero essi dato il vanto di tanta na¬ 
scita alla Valle Tiberina, a cui Caprese è sempre appar¬ 
tenuto e appartiene. E se pur di Caprese taluno fece 
menzione, ciò fu soltanto perchè la nòmina di Lodovico 
Buonarroti a Potestà portava insieme, e senza potersi 
distinguere, il doppio titolo di Chiusi e di Caprese, come 
accade anc’ oggi di fronte a chi si trova investito di au 
torità sopra luoghi diversi, ma sottoposti alla medesima 
giurisdizione. Accenneremo per ultimo all’esistenza (1838J 
di un’Accademia Oasentinese, intitolata non sine guai e a 
Miclielangiolo Buonarroti. 

Finalmente, per tacere di altri argomenti, e da notare 
che i ricordati autori, vivendo in tempi nei quali nessuno 
pensava a mover dubbi e provocare gare e contestazioni 
intorno alla nascita di Miclielangiolo, doveano scrivere 
senza quelle preoccupazioni, prevenzioni e preferenze 
che spesse volte fan velo alla verità. La qual conside¬ 
razione ha anco maggior valore quando si pensi che nes- 





















suno di quelli scrittori era casentinese, nè quindi poteva 
avere interesse a far propendere la bilancia dall’uria piut¬ 
tosto die dall 7 altra parte, e che a que’ tempi tali que¬ 
stioni non appassionavano alcuno. 

Soltanto allora quando ferveva la disputa nella occa¬ 
sione del 4° centenario (1) della nascita di Michelangiolo, 
tu (e parve strano) prodotto quel Deus ex machina , un 
documento esistente in copia nell’Archivio della famiglia 
Buonarroti, e precisamente l’atto di nascita mandato a 
Michelangiolo a Roma dal suo nipote Leonardo, e tratto 
a quanto si dice, dal libro dei Ricordi del padre; dal 

qual documento resulta essere il grande artista nato a 
Caprese. 

Molti dubitarono e dubitano, non già della materiale 
esistenza di quella copici, ma sibbene della esistenza e 
verità dell’ originale, considerando che col dar fede al 
medesimo resulterebbe incomprensibile il fatto del come 
e perchè il Vasari, il Condivi ed altri scrittori contem¬ 
poranei e amici di Michelangiolo, e che da lui medesimo 
poteano averne notizia, abbiali potuto narrare precisa¬ 
mente il contrario ; e come, ciò essendo, non ne venisse 
poi da altri e anche da loro stessi riconosciuto e corretto 
1 errore! I quali dubbi intorno al ritenere apocrifo quel 
documento, parrebbero trovare conferma anche in alcuni 
passi della citata opera del biografo tedesco. (2) 


(1) Ecco l’iscrizione apposta in quella circostanza nell’antica Poteste- 
na ì unsi . « Ove Potestà della Repubblica fiorentina — Lodovico Buo- 
narroti -fra i miracoli del cuore di Frances co d'Assisi - custodì ai miracoli 
t e ingegno — il suo pargoletto Michelangelo — i deputati di Firenze a 
es eggiare il natale - colla prima solennità centenaria - auspice della 

impresa - il commendatore Ubaldino Peruzzi - nella comune esultanza 
i e i unici pio di Chiusi — presieduto da Andrea Montini — il XIV 
giorno di giugno - posero questa memoria - al sommo artefice e citta- 

ZrJ'T* Car ° aU ’ Italia - *>1‘° filtro «ecoli di vergogne e di glorie. 

(2) E. Grimm, loc. cit. 







— 413 — 

Ma è tempo ormai di chiudere i rivi della controversia, 
nella quale ci piace, come ultima parola, riferire quanto 
leggevasi a tal riguardo nel giornale La Nazione del 
26 settembre 1873: « Chiusi il quale primo nella storia 
certa del Casentino, non è ultimo per la felice sua po¬ 
sizione, lia pur 1’ ambizione negatagli da qualche moderno 
rifrustatore di Arcliivii, di aver dato alla Toscana, al- 
p Italia, al mondo Miclielangiolo Buonarroti! » 

Col riportare, come abbiamo fatto, i vari argomenti 
prò e contra intorno al luogo di nascita di Miclielan- 
giolo, abbiamo inteso e intendiamo non già d’ erigerci 
a giudici della nobile gara, ma unicamente di rischiarare 
V ambiente nel quale in origine ed oggi la controversia si 
svolse, lasciandone poi al critico imparziale la deci¬ 
sione. 

Intanto, come altra volta ebbi in proposito ragione 
di poetare (mihì parcite Musae!), così concludo. 

Non più gare e contese 
Sian fra Chiusi e Caprese ; 

Eguale è il vanto e indarno 
Si contendon la palma il Tehro e VA) no ; 

Chè, tolto Vuman velo, 

Michel patria non ebbe altra che il Cielo ! 

Fra gli uomini illustri del Comune di Chiusi e più 
precisamente di Sarna troviano un Innocenzo Montini, au¬ 
tore lodato di una Storia d’Italia e del bel poemetto in 
elogio del Casentino, Contrasto di preminenza, ecc. del quale 
in varie parti di questo libro abbiamo tenuto parola. 
Scrisse anche un Elogio f unebre del granduca Cosimo 111, 
un Libro di Prose toscane ; e fu inoltre un insigne av¬ 
vocato e giureconsulto, tanto da essere richiesto del suo 
patrocinio da Eleonora Gonzaga, vedova di Francesco 
Maria de’ Medici, per ottenere da Carlo VI il ricono¬ 
scimento di alcuni suoi diritti sul ducato di Guastalla. 








— 414 — 


La famiglia Montini, die anclie oggi esiste, è beneme¬ 
rita del Comune di Chiusi. 

Il territorio Comunale di Chiusi consiste nella zona 
superiore in nudi pascoli, prati naturali, e boschi di faggi 
e di abeti. Nella media abbondano cerri, castagni e quer- 
ci ; e nella inferiore si trovano poche viti, qualche olivo 
ed alcuni alberi fruttiferi. 

1 re sono le strade principali che percorrono il terri¬ 
torio di Chiusi: la via provinciale Tiberina che parte da 
Bibbiena, sale alla Verna e di lì per Compito scende alla 
Pieve Santo Stefano -, la seconda comunitativa staccasi 
da detta via provinciale presso la Madonna del Sasso, 
varca P Appennino fra Coresso e Biforco (1) di dove poi 
pei Vergherete da un lato, e per Bagno dall’ altro mette 
nella valle del Savio. La terza finalmente si stacca presso 
il ponte di Kassina dalla provinciale Casentinese, passa 
pei Chitignano, Chiusi, Verna, e poco di poi imbocca 
nella mulattiera Tiberina. 


Il Comune di Chiusi non ha capoluogo nel suo ter¬ 
ritorio : la sede municipale con tutti gli ufficii annessi 
è a Bibbiena, quantunque alcuni comunisti menino di 
questa anomalìa amministrativa doglianze e lamenti. 

Le varie frazioni comunali possono offrire occasione 
di belle passeggiate. Fra i luoghi di maggiore importanza 
è Coresso villaggio situato sopra un contrafforte dell’Alpe 
di Seira fra selve di castagni, cerri e praterie. Era an¬ 
tico territorio aretino, che poi passò ai Conti Catani di 
Chiusi, quindi ai Guidi di Romena, e finalmente nel 31 
agosto 1385 nel dominio della Repubblica fiorentina. (2) 
L’antichissimo castello di Serra, posto presso la cima 


( ) Dice il &AMURRINI (, Sched .) che così cliiamansi i termini indicatori 
di due possessi, e i luoghi dove una strada si biforcava. 

(2) I Capitoli del Comune di Firenze , Vili, 78. 







dell’Appennino di Corezzo, è oggi distrutto e ridotto a 
piccolo Casale con alpestri abituri. A Orezzo non esi¬ 
stono osterie vere e proprie, ma piuttosto bettole, ove 
però al viaggiatore è dato alla meglio ristorarsi. Il 20 
luglio 1773 passò per Orezzo diretto alla Verna il Gran- 
dima Pietro Leopoldo, e in tale occasione esonerò gli 
abitanti di quel villaggio da una certa gabella cbe pa¬ 
gavano per portare i loro bestiami alle fiere di Arezzo. 
Il recarsi di questo Principe popolare e filosofo nelle 
parti anco le più recondite e alpestri del Granducato 
per conoscere co’ proprii ocelli i bisogni delle popola¬ 
zioni e soddisfarli, noi distoglievano dalle cure maggiori 
e dal meditare e compiere le più grandi e sapienti ri¬ 
forme del suo tempo: onde, chiamato egli a sedei e sul 
trono austriaco, vi fu accompagnato dalle benedizioni 
di tutti i Toscani e dal plauso di tutti i buoni. 


Verna. 

(ni. 1128) 

Distanze: da Bibbiena cliil. 12 5 da Chiusi cliil. 1.500 
— Locande : Ospizio e osteria alla Beccia ove è alloggio 
per le donne alle quali non è permesso dormire alla 
Verna — Ospitalità per gli uomini nel Convento — 
Ufficio postale — Per altre informazioni e notizie in¬ 
volgersi alla Beccia o al Convento. 


Nel crudo sasso infra Tevere ed Arno. 

, Dante, Par., c. XI. 

Dal punto in cui dalla descritta strada cariozzabile 
che da Bibbiena conduce alla Verna, e di qui poi discende 
nella valle Tiberina, si stacca il tronco per Chiusi, co- 





mincia una breve, ma ripidissima salita a metà della 
«piale s incontra una piccola Cappella, da dove in pochi 
passi si giunge al Convento della Verna. (1) 

Il Monte della Verna, che è una continuazione del¬ 
l’Alpe di Serra, trovasi situato in quella parte dell’Ap- 
pennino che divide la valle Casentiuese da quella Tibe- 
1 ina. Da tutto il Casentino e specialmente sul cammino 
da Bibbiena alla Verna si lia quasi sempre dinanzi la ve¬ 
duta del profilo di questo caratteristico monte « il cui 
fiero lineamento (seri ve vanii Gabriele D’Annunzio da Ro¬ 
mena il 2 agosto 1902) mi dà, lavorando , semplicità e 
vigore. » 

Ma al veder poi, avvicinandosi, quell’ammasso di rocce 


(1) Questo e il vero nome del celebre monte, così, e non altrimenti, 
chiamato lino da remotissimi tempi. Infatti in un diploma del 967, dello 
Imperatore Ottone a favore di Gautfredo d’Ildebrando, descrivendosi i 
confini di (Jorezzo si trovano queste parole : « A quarto Intere eius fiues 
percurrunt usque in petra Verna » (Annali Camald ., I, App.). Così 
pure chiamavasi nel 1155 come, fra molti altri documenti, rilevasi da una 
.bolla di Papa Adriano IV, da altra di Papa Innocenzo III del 13 ottobre 
1207 ov’ è scritto : « Hospitale et Ecclesia Sancti Salvatoris de Verna » e 
finalmente da un decreto 5 gennaio 1240 di Marcellino Vescovo di Arezzo, 
che si conserva nell’ Archivio aretino al V. 499 e 599, nel quale si ram¬ 
menta la suddetta « Ecclesia Sancti Salvatoris de Verna cum Hospitale. » 
Anche qui per trovare 1’ origine del nome Verna si è lasciato il facile 
per il difficile, e si sono poste innanzi ipotesi stranissime e congetture 
addirittura favolose. Secondo noi il nome di Verna deriva dall’antico 
verbo (usato anche da Dante) vernare che significa far freddo, gelare; la 
qual cosa certamente può dirsi caratteristica del Monte della Verna, che 
o storico Miglio (anno 1567) chiama luogo selvatico e inabitabile di sua 
natura per il copiosissimo nevicare et per V intensissima frigidità. Ond’ è 
che Dante lo chiamò il crudo sasso, e probabilmente volle farvi allusione 

con queste parole poste in bocca a frate Alberigo, nel XXXIII canto 
dell’ Inferno 


« E forse pare ancor lo corpo suso 
« Dell ombra che di qua dietro mi verna. » 

Il Gamumni poi crede che il nome di Verna derivi dall’ antica lingua 
italica in cui la voce herna significa sasso (Sched.) 












































— 417 


colossali, che ad ogni passo sembrano ingigantire, ta¬ 
gliate a picco e sospese come se una forza soprannatu¬ 
rale le sostenesse, si prova un sentimento indefinibile 
di stupore e di ammirazione. « Nulla v’ è ebe possa dare 
un’ idea dei Campi di Fiegra, come questo ammasso di¬ 
sordinato di enormi macigni die veramente sembrano 
piovuti dal cielo ! » (1) E si potrebbe ripetere con 
Virgilio : 

Eie atque itine vastae rupes, geminique minantur 
In coelum scopuli; tum sylvis scena coruscis 
Desuper , horrentique atrum nemus imminet umbra: 
Fronte sub abversa scopulis pendentibus antrum ; 
Intus aquae dulces, vivoque sedilia saxo. (2) 

Scrive a questo proposito il Bassermann: 

« Difficilmente si può immaginare qualche cosa di più 
fantastico di queste rupi enormi e coperte di lussureg¬ 
giante vegetazione, frastagliate, squarciate e rovinate 
l’una sull’ altra, le quali formano il monte ebe pare 
sorga ad un tratto da un suolo quasi piano. E si com¬ 
prende come lo sforzo di spiegare un semplice cataclisma 
tellurico, abbia potuto far nascere la leggenda ebe la 
rupe siasi così squarciata dalle sue viscere alla morte 
del Redentore (et omnis terra tremuit, et petrae scissae 
sunt). La quale leggenda riposa sopra un concetto simile 
a quello di Dante quando, a spiegare la rovina del cer¬ 
chio dei violenti , fa dire a Virgilio : 

Biù volte il mondo in caos fu converso, 

E in quel punto questa vecchia roccia 
Qui ed altrove tal fece riverso. » (3) 


(1) Sezione Fiorentina del C. A. I, Scritti varii d’ alpinismo locale. Fi¬ 
renze, 1878. 

(2) Virgilio, Mncid., lib. I. 

(3) Dante, Inf. c. XII. 

27 




















— 418 


Tale spettacolo faceva dire al Foresi : « Molti Toscaui 
non si curano di visitare la Verna, ma hanno torto, 
perché non può alcuna cima di monte offrire maggiori 
meraviglie naturali e più vive impressioni di orrido e 
di sublime ad un tempo. (1) 

Sopra a questo monte s’erge come un altro monte, 
tutto di macigno coperto di faggi e di abeti, orridamente 
sublime, selvaggio, solitario e inaccessibile da tutti i 
lati fuorché da quello di mezzogiorno, dal quale esce 
come una lingua di macigno, larga 300 metri, che a 
guisa di bastione discende per circa un miglio verso il 
castello di Chiusi. Si direbbe che una potenza plutonica 
abbia bruscamente e capricciosamente separato questo 
monte da quelli vicini. Tale è il monte della Verna che 
andiamo a descrivere, e che l’Alighieri chiamò 

Il crudo sasso infra Tevere ed Arno, 

al quale, come dice Isidoro Del Lungo, dalla pianura 
adriatica e dalla tirrena, s’affisano ancora dietro al verso 
di Dante, come in visione, gli sguardi del genere umano. (2) 
La parte esterna del monte presenta qua e là nume¬ 
rose sporgenze che gli dànno l’aspetto di una immensa 
fortezza colle sue torri e co’ suoi baluardi formati da 
enormi macigni tagliati a picco, alti fino a 300 metri, 
che tutta la circondano come le mura di una città : la 
(piale sembra al di fuori un grande ammasso di rovine 
prodotte da qualche orribile cataclisma terrestre. 

Volgeva l’anno 1213 allorché il Conte Orlando Catani 
signore di Chiusi, mosso dalla gran fama di virtù che 
accompagnava il poverello d’ Assisi, donò ciò che posse¬ 
deva nel monte della Verna a San Francesco, il quale vi 
mandò due de’ suoi frati che il Conte medesimo volle 


(1) Mario Foresi, Un mese in Casentino. Firenze, 1877. 

(2) Discorso commemorativo. Rocca San Casciano, 1902. 











419 — 


accompagnare insieme con 50 soldati per timore dei la¬ 
dri e delle fiere che infestavano il bosco. (1) Fu questo 
Punico possesso immobiliare che San Francesco accettò (2) 
fra i moltissimi che gli vennero offerti in dono. Due 
anni dopo (3) egli stesso si recò in persona a visitare 
questo monte, e, per l’amore da lui portato alla solitu¬ 
dine, tanto gli piacque, eli’ ei stabilì di fondarvi al¬ 
cune celle per sè e pei pochi religiosi che lo avevano 
accompagnato. 

Incominciò 

Umilmente Francesco il suo convento ; (4) 

infatti non fu in principio che un ineschino tugurio co¬ 
struito di legname intersecato di fronde e coperto di 
terra : (5) ma 

Poiché la gente poverella crebbe 
Dietro a costui, la cui mirabil vita 
Meglio in gloria del del si canterebbe, (6) 

allora pensò egli di edificare alcune celle di materiale ; 


(1) Così si legge nelle cronache del tempo e in una iscrizione posta 
all’ estremità del loggiato o corridoio per andare alla Chiesa delle Stimate. 

(2) Disse il Conte Orlando a San Francesco quando s’incontrarono al 
castello di Montefeltro : Io ho in Toscana un monte devoto et solitario 
et atto alla contemplazione : se vi piacesse io volentieri ve ne farei un 
presente, per la salute dell’ anima mia. » (Miglio, op. cit.). Questa dona¬ 
zione verbale fu poi confermata con regolare istrumento dai figli di detto 
conte il 9 luglio 1274, ai rogiti del Notaro Amuccio Amucci di Campi 
(Saturnino Mencherini, Guida della Verna. Quaracchi, 1908). 

(3) Narra Agostino Miglio ( loc. cit.) che in tal circostanza, avendo San 
Francesco accettata 1’ ospitalità offertagli dal Conte Orlando, ed essendosi 
seduto alla mensa di lui, i servitori portarono la minestra entro scodelle 
di legno, siccome usavano li signori et gentiluomini di quel tempo. (Ago¬ 
stino Miglio, Della divozione del Monte della Verna. Firenze, 1568), 

(4) Dante, Farad., c. XXII. 

(5) A. Miglio, loc. cit. 

(6) Dante, Farad., c. XI. 














— 420 


e quella fu la modesta origine di questo celebre Con¬ 
vento, e la poca favilla della gran fiamma onde, per 
opera di un umile e povero fraticello, quest’ Ordine mo¬ 
nastico addivenne sì numeroso (1) e potente da popolare 
l’Europa de’ suoi conventi, e da inviare i suoi scalzi 
in ogni parte del mondo alla conquista del vero. 

Dalla verde Umbria a questo crudo sasso, predesti¬ 
nato alla gloria di secondo calvario, la via percorsa da 
San Francesco d’Assisi, paragonato da Dante al sole del 
Gange, è veramente una via trionfale, dove ogni pietra 
miliare segna una grande vittoria dell’amore contro 1’ o- 
dio, della giustizia contro la prepotenza, del diritto con¬ 
tro l’abuso, della carità contro l’egoismo e l’invidia. 
Francesco, sposata la Povertà, crede che l’offerta di tutto 
sè stesso sia poca cosa di fronte alla gran fiamma di 
carità die lo abbrucia ; e, come se l’uman genere fosse 
ornai campo ristretto alla sua grande anima straboccante 
d’amore, con un ingenuo e sublime slancio di poesia 


(1) Narrano gli storici dell’ Ordine che nel 1230 nel Capitolo generale 
tenuto in Assisi, intervennero circa 2000 frati ! Aggiunge poi il citato 
Agostino Miglio che nel 1484 fu tenuto Capitolo generale anche alla Verna 
col concorso nella spesa di tutte le Provincie d’Italia; ma i Religiosi, da 
ogni parte intervenuti, vi stettero con gran disagio per rispetto al pane 
che per quel rigido clima, nè allora, nè innanzi avea lievitato in quel 
monte. La Signoria di Firenze, che di quel Capitolo pare facesse le mag¬ 
giori spese, mandò lassù a tale oggetto i più esperti fornai della città, 
ma questi, abbenchè usassero di ogni loro ingegno e arte, non potendo 
nè con stufe nè con altri rimedi ottenere l’intento, fecero fabbricare i 
torni nel castello di Chiusi. Così durò fino al 1550, nel qual tempo il 
Guardiano Fra Ruffino da Bagno, volendo porre un termine agli incomodi, 
alle spese e alle frodi che si verificavano col tenere i forni a Chiusi, co¬ 
mandò che quelli si riaprissero nel Convento, e tenne sì fermo contro i 
clamori di tutti i frati (che la credevano cosa impossibile e quasi come 
tentare la Provvidenza) e tanto adoperò coi panattieri che finalmente 
vinse la prova ; e d' allora in poi il pane ha sempre lievitato e lievita alla 
Verna, giudicandosi allora tal fatto come opera miracolosa. (A. Miglio, 
loc. cit.). 











— 421 — 


scioglie un cantico al sole e alla luna, agli uccelli ed ai 
pesci e perfino alla morte ! e tutti chiama suoi fratelli e 
sorelle, convitandoli insieme a celebrare le lodi del Crea¬ 
tore. 

« A questa fraterna intelligenza di cuori umani e di 
creature sensitive la natura inanimata conferiva, intorno 
al Santo dell’ amore universale, i tesori delle sue mute 
ma viventi bellezze, .e gli dettava quella sublime e dol¬ 
cissima lauda delle creature, dove il trovatore non più del 
mondo ma di Cristo, attinge dall’animo purificato note 
di greca possente semplicità: (1) inno che riassume tutto 
il più sublime panteismo dell’ amore in tempi d’ odio, di 
insidie, di ruine e di stragi. » (2) 

« Ad un secolo prosternato davanti la forza ed all’ oro, 
Francesco d’Assisi che, qual novello Messia, passò su 
questa terra come visione radiosa, predicò l’amore del 
prossimo. Ed invece di cercare nel ritiro un riposo egoi¬ 
stico, volle vivere in mezzo agli uomini e per essi, per 
sollevare le loro miserie e per mandare un raggio di 
speranza nel loro cuore angustiato, nel loro animo op¬ 
presso. (3) E nessuno ha compreso San Francesco come 
Dante. Pare che 1’ anima del frate siasi interamente tra¬ 
sfusa in quella del poeta, quando compose il canto XI 
del Paradiso, inno pieno di tenerezza infinita per colui che 
aveva tanto amato le creature di Dio ! La voce del po¬ 
verello risuona all’ orecchio dell’ umanità come un canto 


(1) Isidoro Del Lungo, Discorso su San Francesco , pronunziato alla ; 
Verna il 3 settembre 1902. Rocca San Lasciano, 1902. 

(2) La Nazione, Firenze 18 aprile 1903, N. 109. 

(3, Dice Guittone d’ Arezzo : 

« Cieco era il mondo , tu fallo visure ; 

« Lebbroso , bailo mondato, 

« Morto , V hai suscitato , 

« Sceso all’ inferno, fallo al del montare. 


i> 




















— 422 — 


di liberazione. Ricchi e poveri, grandi e piccoli al con¬ 
tatto di questa grande umiltà, (1) di questa sublime ca¬ 
rità e inestinguibile amore si commovono come davanti 
a un prodigio. » (2) 

« Dappoiché San Francesco, che si fece amare prima 
dal suo paese e poi dal mondo intero, non è solo il santo 
descrittoci da fra Buonaventura e da Celano, ma è l’ita¬ 
liano originalissimo, di cui tutta la vita fu poesia e do¬ 
lore, canto d’ amore e di compassione infinita. In lui e 
per lui l’Italia del secolo XIII cercò di dare al mondo 
il rinnuovamento religioso, come 300 anni dopo doveva 
darle il rinnuovamento civile delle scienze, delle lettere 
e delle arti. » Onde il Sabatier conclude « poter soltanto 
l’Italia avere un uomo come Francesco d’Assisi ! » (3) 

« Fu San Francesco, come dice il Tommaseo , uomo 
grande e straordinario anche agli occhi del filosofo : ed 
è posto da Dante fra i sapienti perchè il semplice fra¬ 
ticello di Assisi non era ignorante, nè raccomandava 
1 ’ ignoranza come corollario di povertà, e come piviale 
di santità. » (4) « A lui, al contrario la religione di Cristo 
fu santo e fecondo incitamento a promovere la demo¬ 
crazia e 1’ eguaglianza, e a combattere la prepotenza e 
il privilegio. » (5) 

« Fu certamente uno de’ più nobili caratteri che s’in¬ 
contrino nella storia d’Italia, perchè riuscì ad accen¬ 
derla d’entusiasmo da un capo all’ altro -, un uomo che 
fu ammirato da Dante, che ispirò Giotto, e che infuse 


(1) San Francesco, come San Benedetto, rifiutò per umiltà, la dignità 
sacerdotale. 

(2) De Navenne, op. cit. 

(3) Paolo Sabatier, Vita di San Francesco d'Assisi. 

(4) Niccolò Tommasèo, Commento alla Divina Commedia. 

(5) L baldino Peruzzi, Discorso letto in occasione delle feste del Cente¬ 
nario di Michelangiolo, anno 1875. 










— 423 


nell’ Umbria un così puro sentimento religioso da dare 
origine ad una nuova scuola di pittura cristiana, die 
creò quasi il divino nelle nostre tele, popolando l’Italia 
ed il mondo di nuovi ed immortali tipi di bellezza 
ideale. » (1) « Dante e Giotto! esclama il Volkman , 
qual rara coppia d’ amici per San Francesco ! il fonda¬ 
tore di una nuova letteratura e il creatore di una nuova 
arte. » (2) 

« Quando la civiltà, che da Cristo trae l’era e il nome, 
avrà, nella pienezza de’ tempi, dato al magnanimo prin¬ 
cipio di fraternità francescana la sua maggiore espan¬ 
sione; fraternità di nazioni, ciascuna secondo i sacri 
diritti dell’idioma nel proprio corpo integrata, una e 
libera ; fraternità di classi, amicate saldamente l’una 
all’ altra (nella necessaria graduale diseguaglianza) dalla 
feconda congiungitrice legge del lavoro e dell’amore; 
allora i venuti dopo di noi inneggeranno, oltreché al 
santo, al profeta. » (3) 

Ora, il vedere oggi, dopo ornai sette secoli, rivendi¬ 
cata al j Poverello d’Assisi la santità anco civile delle più 
alte benemerenze sociali, e ciò in un secolo chiamato del 
tornaconto e del listino della borsa , e cosa, inveì o, che 
dà conforto e fiducia a non disperare, ed anzi a credere 
che la fiamma della carità e i generosi sentimenti (onde 
rifulsero le virtù popolane) non potè ancora incameiaili 
il Demanio, nè spengerli il soffio di certa stampa cor- 
rompitrice e corrotta. 

Il doppio carattere di questa grande figura del secolo 
decimoterzo, grande per carità cristiana e per amoie di 
patria, grande come santo e come cittadino, umile coi 


(1) Pasqtjase Villari, Girolamo Savonarola e l’ora presente. Roma, 1898. 

(2) Iconografia Dantesca , loc. cit. 

(3) I. Dei. Lungo, loc. cit. 

























— 424 — 


deboli e ardimentoso coi potenti, mentre è argomento 
sicuro di doppia venerazione, è in pari tempo condanna 
di chi persiste a negare l’intento anche patriottico e 
nazionale dell 7 opera francescana. 

Basterebbe a provarlo 1 7 apologetica testimonianza del 
divino Alighieri che, quando i Papi si posero dalla parte 
del popolo contro le prepotenze feudali e straniere, ebbe 
a giudicare San Francesco degno collega d 7 Innocenzo III 
e di Gregorio IX nel ben guidare la barca di Pietro 
in mezzo al mare agitato delle civili discordie e delle 
lotte religiose e politiche d 7 Italia e di fuori. 

E nella grande contesa fra il popolo ed il dominio 
imperiale, Francesco ed i suoi frati prendono subito il 
loro posto di combattimento, schierandosi senza paura a 
difesa dell 7 umile e dell 7 oppressoj onde furono chiamati: 
frati del popolo. 

E mentre Papa Gregorio IX, chiamandoli difensori 
deliri religione e della libertà , ne benediceva l 7 imprese, 
dall 7 altra parte il servile Pier delle Vigne addita vali a 
Federigo II come nemici pericolosi e potenti del dominio 
imperiale. 

Così parlando e riportando i giudizii dei ricordati 
scrittori, non si dirà che siamo andati a cercarli in sa¬ 
grestìa, nò che abbiamo preteso di far la storia di Fran¬ 
cesco d 7 Assisi 

.... la cui mirabil vita 
Meglio in gloria del Ciel si canterebbe. (1) 

Quello che abbiamo semplicemente accennato non è che 
piccol frammento della gran mole dell 7 epopea france¬ 
scana, studiata anche al di fuori della cella del frate, 

( he fu anche un grande italiano ; e ciò per quelli che, 
indifferenti alle immagini poste sull 7 altare di un tempio, 


(1) Dante, Parad., c. XI. 




425 — 


volenterosi v’ accorrono quando le vedono alzate anco 
sull’ altare della patria. 

Tutta la poesia dell’ amore e del dolore, die soave¬ 
mente riluce nella grand’ opera di redenzione, iniziata 


da San Francesco, e continuata dai frati suoi, sì come 
giuste erede (1) è rivelata dai Fioretti di San Francesco, (2) 
dei quali Paolo Sabatier il gran commento feo, (3) e die, 
oltre al valore religioso, lianno una vera bellezza arti¬ 
stica ed una grande importanza storica. « È un libro, 
dice il Sabatier, die fa pensare! Giammai il pellegrinag¬ 
gio umano verso l’ideale e stato narrato con maggiore 
realtà tragica ! Pare talvolta d’intendere il grido d’ an¬ 
goscia dell’ infelice die, tolto dal dolore, si rialza per 
continuare il suo cammino verso la misteriosa citta della 
speranza! L’autore è certo frate Ugolino da Monte Giorgio, 
anima di fanciullo, una di quelle nature le quali non 
vedono che il bello. Ma il vero autore è il popolo ita¬ 
liano, è il genio della razza. (4) E così la sua opera è m 
questo senso anonima, appunto perchè è nazionale. I 
Fioretti sono infatti il ritratto dell’ anima italiana tal e 
quale il Medio Evo la fece e tal’e e quale e pur oggi 
co’ suoi ammirabili slanci. È un libro che in Italia e 
letto più che la Bibbia e la Divina Commedia, e che 
si vede in mano dei fanciulli delle scuole elementari 
come sul tavolino da lavoro di Luigi Luzzatti. » (5) 
Perciò la Verna, culla e fortezza dell’ Ordine France¬ 
scano, fu presa in grandissima protezione da Imperatori, 
Principi e Papi, i quali tutti gli concessero grazie, im¬ 
munità e privilegi d’ ogni sorta, e che troppo lungo sa- 


(1) Dante, Parad., c. XI. _ _ 

(2) P. Sabatier, Ploretum S. Francisci Assiaiensis. 

italico dicitur: I Fioretti di San Francesco. Paris, 1- - 

(3) Dante, Inf., c. IV. 

(4-5) P. Sabatier, op. cit. 


Liber anreus, qui 
























— 426 — 


rebbe l’enumerare. « Et lo visitarono, scrive Agostino 
Miglio, Papi, (1) Imperatori, (2) Re, (3) Principi, Ducili, 
Conti, Baroni, et Signori nobili et preclari, et eccellenti, 
donne illustri et Signore alte nel mondo, et graduate 
persone, e popolani, ecclesiastici et secolari, et tucto ciò 
per onorare un fraticellino piccolino per statura corporea 
ma grande per merito e grazia al cospetto di Dio. » (4) 

L’Imperatore Arrigo VII con sua lettera datata dal 
campo presso Montevarchi il 15 settembre 1312, coman¬ 
dava a tutti i Vicarii della città e Distretto di Arezzo, 
Conti del Casentino, degli libertini di Valenzano, di Talla 
di Bagnena e Chiusi e a tutti gli altri fedeli del Sacro 
Romano Impero, di proteggere i frati della Verna. 

Nel corso di sette secoli questo Convento appar¬ 
tenne alternativamente ed a traverso di molte e dolo¬ 
rose vicende a quattro famiglie francescane, cioè ai 
frati minori, agli Osservanti, ai Conventuali e ai infor¬ 
mati che anco al presente lo abitano. « Papa Eugenio IV 
vedendo che i frati Conventuali s’erano alquanto dilun¬ 
gati e rilassati dalla professione et perfetione della loro 
ìegola, giudicandoli indegni di abitare un tanto sacro 
monte, gli rimosse da esso e dettelo ai frati Osservanti, 
e, non volendo i Conventuali lasciare il convento fu bi¬ 
sogno cacciameli armata mano, della qual cosa s’incaricò 
la Signoria di Firenze colle sue genti. » (5) Successiva- 


(1-2-3) I quali sono : Arrigo VII Imperatore de’ Eomani (1311) — Ko¬ 
berto Ke di Gerusalemme e di Sicilia colla Regina Sancia e col figlio 
Callo Giovanna Regina di Francia — Giovanna di Savoia Imperatrice 
dei Greci — I Papi Gregorio IX, Niccolò V, Paolo III e Leone X — 
Alessandro I, Duca di Firenze — Cosimo I colla moglie Eleonora di 
loledo Ferdinando I de’ Medici — Cosimo III Granduca di Toscana 

Leopoldo I, Ferdinando III, Leopoldo II, ecc. ecc., e recentemente 
S. M. la Regina Margherita di Savoia. 

(4) A. Miglio, loc . cit . 

(5) A. Miglio, loc . cit . 









— 427 — 


mente fu dai Conventuali medesimi per sorpresa e a 
viva forza inoccupato ; ma dopo qualche tempo il suddetto 
Papa, per mediazione della Signoria di Firenze, fece re¬ 
stituire il convento agli Osservanti, finché poi nel 1625 
papa Urbano IY concesse questo luogo ai Minori Riformati. 

A queste interne contese s’ aggiunsero nel 1478 i danni, 
le violenze e i saccheggi, commessi dalle masnade del- 
P Alviano, (1) da cui però fu prontamente liberata la 
Verna per opera del celebrato frate guerriero Basilio 

Nardi. (2) 

Al seguito di tali avvenimenti lo stesso papa Euge¬ 
nio IV nel 1431 raccomandò la custodia di questo luogo 
alla Repubblica fiorentina, la quale nel 1432 creò a tal 
uopo patroni, protettori, governatori e difensori in pei- 
petuo del convento, dei beni e delle persone della Verna 
i nobili Signori Consoli dell’ Arte della Lana e della 
città di Firenze : i quali ogni anno donavano a quel 
Convento un bellissimo cero bianco, e mandavano anche 
a piantare abeti. (3) 

Fecero anche fabbricare alcune stanze pei gentiluo¬ 
mini fiorentini, la quale aneli’ oggi si chiama l 'Arte della 

Lana. (4) 


(1) Il citato Miglio racconta come nel 1498 i soldati veneziani condotti 
dall’ Alviano, recatisi, per nimicizia verso la Repubblica fiorentina, alla 
Verna, e preso per fraudo il monte, fecero della chiesa stalle pei cavalli 
e parte delle medesime furono ripiene di fuochi, di giuochi, di mangiane, 
di lussurie, di meretrici, ecc. ecc. Anchora li chiostri et tutte le altre offi¬ 
cine del Convento erano piene di cavalli et di continui rumori d’ urla di 
bestiami, et di molte altre opere nephande ; et ancora questa bellissima 
selva guastarono togliendo quelli grossissimi faggi (Miglio, loc. cit .). 

(2) Il Vasari ne’ suoi citati Ragionamenti descrivendo il dipinto della 

rotta che ebbero i Veneziani alla Verna, dice: « Ho ritratto il sito del 
Sasso della Verna al naturale, e similmente 1’ abate Basilio con quel nu¬ 
mero di Villani, che rompe i Veneziani. » _ 

(3-4) A. Miglio, op. cit. Narra la cronaca che nel 1432 un grandissimo 
numero di lanaioli tenne consiglio, creando un nuovo ufficio il quale si 





























— 428 — 


Cessati i Consoli dell’arte della Lana passò quel pro¬ 
tettorato alla Camera di Commercio, cui finalmente, per 
decreto del granduca Pietro Leopoldo, successe il nobi¬ 
lissimo Municipio di Firenze, al quale oggi la proprietà 
della Verna appartiene. Fino a pochi anni indietro per 
la gran festa del Ì7 settembre il Gonfaloniere di Firenze, 
o un suo delegato, seguendo l’antica usanza, (1) recavasi 
alla Verna per rappresentare 1’ antico patronato dell’Arte 
della Lana, assistendo in forma pubblica e col Gonfalone 
del Comune alle funzioni religiose. Ma, riconosciuto il 
Comune di Firenze non più come patrono, ma qual pa¬ 
drone effettivo della Verna, nessun rappresentante di 

quello si reca, ch’io sappia, ad assistere alla festa delle 
Stimmate. 

A questo diritto del Comune di Firenze si deve se i 
frati della Verna poterono sottrarsi alle conseguenze 
della generale soppressione del 1866, conservando anche 
al presente le antiche regole e costituzioni, e praticando 
sempre quella generosa ospitalità e quella larga carità, 
che li rende sì benemeriti presso i forestieri e presso le 
popolazioni vicine. Poiché il Convento della Verna è 
opportunamente situato a guisa di gran Ricovero alpino 
tra le due valli la Tiberina e la Casentinese, sul punto 
piu elevato della via che unisce queste due province. I 
irati convertendo questo luogo, già covo di ladri, in asilo 
< i canta, furono per ben due secoli larghi d’ospitalità a 


^ della Verm> che furon0i , n u , Berto 
™ n ’ y te ° di Sim0ne Str0zzi 6 mccolb di *9° *9* 

m i '■ U « N1 vr° 1 ULINARI > 'Cronaca delle provinole delle S.S. Stimmate). 
-p. M y l ' T ’ I AI ; E {fip - Clt •) : « La Confraternita dei Benefattori di 

onesto’ f l 1 C ° USOlÌ dell ’ Arte delle Lana, visita ogni anno 

questo Santuario portando donativi di parati ed ornamenti di gran pregio 

ma v 0JTe non allargassero tanto la mano ; e già bastano quelli ciuf ci 

chè non PP ° ‘ S0n0, Che dÌrÒ? N ° U è bene “ an dare tanta roba, 

chè non mancano poverelli e poverelle a Fiorenza, a cui sovvenire. » 



— 429 — 


migliaia e migliaia di persone ad ogni volger di anno. 
Tutti i visitatori e passeggeri, qualunque sia la condi¬ 
zione (1) loro, ricevono aneli’ oggi gratuitamente vitto 
ed alloggiò (eccettuate, pel solo alloggio, le donne) (2) 
da questi frati i quali nuli ’ altro hanno che il sacco col 
quale van chiedendo la carità : onde potrebbe dirsi di 
loro come degli Apostoli : nihil liabentes, omnia jpossidentes. 
Tre frati, 1’ uno detto il Foresteraio e gli altri Santua¬ 
ri ti, sono respettivamente incaricati di ricevere e acco¬ 
gliere i forestieri e di far loro visitare le cose notevoli 
della Verna j e basta leggere VAlbum dei visitatori (3) per 
avere una prova del come essi vengono quassù cortese- 


(1) Le persone di civil condizione vengono ospitate nella foresterìa del 
Convento : i poveri e le persone di bassa condizione sono alloggiate in 
alcune stanze terrene chiamate, con vocabolo del quale non saprei dire il 
significato, barberìa o birberìa. 

Possono calcolarsi in una media di 50.000 (diciamo : cinquantamila) le 
persone che annualmente ricevono ospitalità gratuita, nel Convento, ove 
si può rimanere tre giorni, e nella quale sono comprese anche le medicine 
tolte dalla farmacia del Convento. 

(2) Scrive il solito Miglio che Guglielmo libertini, Vescovo di Arezzo, 
in certe sue lettere scritte da Bibbiena ai frati della Verna, proibì loro, 
sotto pena della scomunica, che donna nessuna di nessun tempo possa al¬ 
bergare in detto monte: provvedimento giudicato dallo stesso Miglio, lau¬ 
dabile per molti buoni rispetti. Le donne adunque che vogliono pernottare 
alla Verna, possono recarsi al sottostante e vicino Ospizio della Seccia , già 
da noi ricordato, e fatto costruire dai Consoli dell’ Arte della Lana ap¬ 
positamente per comodo del gentil sesso. 

(3) Fra i visitatori della Verna fu a suo tempo anche il celebre Pio¬ 
vano Arlotto, da noi rammentato, del quale si racoonta la seguente pia¬ 
cevole storia, svoltasi in Casentino e terminatasi appunto in questo 
Convento : 

« Alla fine del mese di febbraio il Piovano Arlotto ed un sensale chia¬ 
mato Piero deliberarono d’ andare per loro divozione al Perdono in Ca¬ 
sentino, e stare all’ Eremo tutta la Settimana Santa. La prima sera anda¬ 
rono ad alloggiare alle Falle con un nobile e gentil uomo chiamato Gio¬ 
vanni Boscoli, il quale gli vide volentieri perchè era amicissimo del Piovano, 
e anche perchè la sera avanti il detto Piovano aveva dato al sensale in 


















mente accolti e, alla buona sì, ma cordialmente ospitati 
con gentilezza di modi e colla mite e gioviale affabilità 
del francescano. (1) 


Faenze delle pastinache (pesci simili alla Tazza , e così detti per somigliare 
la loro coda alla radice della pastinaca saliva), le quali gli erano venute 
tanto a noia, che quasi avea fatto proposito di non mangiare più in quel- 
l’anno. Disse il Piovano a messer Giovanni che procurasse per quella 
sera, se era possibile facesse cuocere pastinache e non altro. Venuta l’ora 
della cena, e postisi a tavola, dice messer Giovanni : Piovano , voi sapete 
che questa sera è digiuno e però farete penitenza ; voi non avrete altro che 
pastinache : e fattene venire cucinate in più modi, ne dette loro in ab¬ 
bondanza, dicendo : Voi sapete che a Firenze è carestìa di pesce, e perciò 
non troverete per questa strada altro che pastinache. Come la rodesse il 
povero sensale ognuno s’immagini. Partitisi la mattina, andarono a desi¬ 
nare a Borselli, e giunti all’ oste il Piovano ordinò che quivi non fosse 
che pastinache. La sera stettero albergo a Stia, e non ebbero che simile 
vivanda. Andarono all’ Eremo, e per ordine del Piovano non ebbero altro 
che pastinache : e di poi andarono alla Verna a starsi una sera con quei 
Irati di osservanza, i quali a cena arrecarono simile vivanda. Allora il 
sensale tutto irato, comincio a gridare a quell’uomo, e rizzossi tutto in¬ 
furiato e pieno di rabbia verso que’ poveri frati facendo atti stranissimi. 
... e dicendo loro : Non voglio più pastinache ! non voglio più pastinache , 
per . . . ! che non mi possoìio più entrare in corpo ! 

I frati che non sapeano la piacevolezza, stimarono che il detto sensale 
fosse impazzato, e così détte loro a intendere il Piovano Arlotto, ed eb¬ 
bero piacere assai. » (Giuseppe Baccini, Le facezie del Piovano Arlotto. 
Firenze, 1884). 

(1) « Lo spirito di sacrificio che s’impone a tutta 1’ opera del gran fon¬ 
datore dell’ ordine francescano, che si trasmise a’ suoi frati, che continua 
nella semplice bontà colla quale essi accolgono i numerosi pellegrini che 
visitano questo sacro monte, dà alla missione di questi frati un signifi¬ 
cato più dolce e piti efficace, e specialmente apprezzabile in tempi nei 
quali, per le varie forme della povertà e per 1’ aumento dei poveri, la ca¬ 
rità deve farsi più immaginosa, piìi vigile e piti sapiente. Il Santuario 
della Verna è un alto simbolo dei doveri cristiani che continueranno ad 
adempiermi. Il mantenerlo in onore e il venerarne i pii custodi è obbligo 
insieme di popolo e di governo. » (. Angelo De Gubernatis , 28 agosto 1897). 

« I Frati hanno in questo luogo, santificato dal ricordo dello stesso 
fondatore, conservata più che altrove la purezza della loro tradizione. La 
scrupolosità colla quale essi adempiono al voto di povertà, la ruvidezza 










431 — 


Questo onorifico ufficio di cicerone ci studieremo ora 
di disimpegnare verso il lettore, descrivendogli lo stato 


delle vesti e del cibo e l’infaticabile attività che li conduce ad assumersi, 
senza riguardo, anche i più umili lavori ; la loro illimitata, anzi fanatica 
ospitalità , colla quale accolgono, senza preoccupazione di sorta, anche il 
viandante sconosciuto, come se fosse un amico lungamente e cordial¬ 
mente atteso ; la loro calma ed inalterabile allegrezza ed affabilità verso 
tutto ciò che esiste d’animato e d’inanimato; anzi anche la semplicità 
della loro fede in tutti i miracoli del Fondatore, la quale così singolarmente 
contrasta coll’ esperienza del mondo, e la loro sveltezza e genialità, tutto 
ciò manifesta i caratteri, dirò così, di una razza sì primitiva, da costrin¬ 
gere all’ ammirazione anche un eretico indurito come sòn io. E siffatte 
qualità dell’ Ordine possono essere state quelle che a lui tanto affezionarono 
anche Dante, che al Divino Poeta ispirarono 1’ entusiastico omaggio al 
suo Fondatore, e che lo determinarono, come afferma il liuti (Inf. c. XVI, 
106, e Purg. c. XXX, 42) a cingere per qualche tempo da giovane il cor¬ 
done francescano e farsi terziario. » (A. Bassermann, 1902). 

Dopo tante benemerenze e dopo tante testimonianze di personaggi non 
davvero sospetti di troppo amore pe’ frati, ci domandiamo se sarebbe giu¬ 
sto, dicevole ed opportuno il cacciarli dal loro antico rifugio sol perchè 
il frate non è più oggi di moda ! Xoi rispondiamo subito e francamente 
di no, senz’ altra preoccupazione che il doveroso riguardo per chi lo me¬ 
rita, la ragione della pubblica utilità ed il decoro della nostra Provincia. 
Ed anzi, come Casentine si, protestiamo fin d’ ora ed energicamente contro 
qualsiasi proposito tendente a ledere tanti interessi, tante secolari tradi¬ 
zioni e tante opere di carità ! E ricordiamo a chi 1’ avesse dimenticato 
che anche la soppressione francese del 1810 s’avvicinò minacciosa alla 
Verna, ma sen ritrasse ben presto rispettosa e convinta, riconoscendola 
meritevole per le suddette ragioni d’ esser sottratta alla sorte comune, ed 
anche perchè — ivi — « i viandanti non siano privi dell’ ospitalità e dei 
soccorsi che vi ricevono come in ospizio sulla cima di quel monte, cogli 
stessi vantaggi di quelli del Moncenisio e del San Bernardo ; vantaggi che 
la soppressione distruggerebbe, oltre a pregiudicare essenzialmente i 
rapporti commerciali, esponendo i viaggiatori ad inevitabili e continui 
accidenti. » (Relazione del prefetto di Firenze , Faucheb). 

Ma la Verna è gloria non solo del Casentino ma anco di Firenze dove 
a ogni passo è un ricordo dell’ opera francescana e dove vivono ancora 
i discendenti di quei magnati e di quei battilani, i quali, di padre in fi¬ 
glio, si tramandarono, come legato religioso e civile, la protezione della 
Verna. Ed è bene che tutto ciò sappia il popolo di Firenze, « di quella 







432 — 


presente di questo luogo e di tutto ciò che in esso si 
trova meritevole di particolare menzione. 

A meta della salita per la quale dall’ Ospizio della 
Beccia si accede al Convento, trovasi, com’abbiam detto, 
una Cappella che ricorda la prima venuta di San Fran¬ 
cesco a questo monte j ed è chiamata la Cappella degli 
Uccelli , perchè si racconta che all’ arrivo di quel santo 
un gran numero di uccelli gli vennero incontro cantando 
e sbattendo le ali in segno d’ esultanza, come per ral¬ 
legrarsi della venuta di tanto uomo. 

Per una porta bassa, ad arco ottuso, incavato a forza 
di scalpello fra due macigni, e sulla quale sta scritta 
l’apologià della Verna colle seguenti parole incise sulla 
pietia : Non est in toto sanctiov ovbe mons , (1) si entra in 
un vasto piazzale ove si trovano una bella cisterna fatta 
nel 1517, le chiese, la Foresteria delle donne, altre fab¬ 
briche e P ingresso al bosco e al Convento. 

L’ edifizio del Convento, che ripete la sua origine dal 
1215, è situato in un piccolo altipiano a riparo dai venti 
settentrionali. Semplice in principio e di poca mole, fu 
in seguito, per il cresciuto numero dei frati, ampliato, e 
ciò in particolar modo per liberalità dei Signori Consoli 


biienze che, come dice Isidoro del Lungo, diè a San Francesco il suo 
I oeta e il suo Pittore, Dante e Giotto ; di quella Firenze in cui magi¬ 
strati artigiani ebbero iu patrocinio il Convento della Verna, ed un Pon¬ 
tefice ne costituì conservatrice la Signoria del glorioso Comune che oggi 
nei tempi nuovi fattone padrone, sa d’ avere in quei frati i degni e na¬ 
turali custodi, di quella Firenze infine d’ onde venne il magistero dei Rolj- 
bia a deliziare del sorriso dell’ arte rinascente le austere pareti di (jucl 
Santuario. » ( Discorso citato). 

E dalla Verna, celebrata da Dante nel suo gran Cavaliere della Povertà, 
ci rivolgiamo agli uomini di mente e di cuore, affinchè, posta in disparte 
qualunque idea confessionale e politica, vogliano, cui spetta, curare che 
sia conservato al crudo sasso il carattere secolare di monumento italiano 
di religione, di carità, di sapienza, d’ arte e di storia. 

(1) Fon v’è al mondo monte più santo di questo. 









— 433 — 

dell’Arte della Lana; siccliè al presente è capace di con¬ 
tenere più di 300 religiosi. 

Il Convento lia cento celle (1) pe’ frati, un vasto dor¬ 
mitorio, infermeria, il noviziato, un vasto refettorio, una 
foresteria interna, una biblioteca, una farmacia, un Osser¬ 
vatorio meteorologico, (2) un piccolo Lanificio, e varie altre 
officine necessarie alla manutenzione dei vastissimi fab¬ 
bricati. Nella corsìa detta di Sant’Antonio ed in quella 
principale esistono alcune pitture di buon pennello del 
secolo XV, una specialmente della scuola del Perugino, 
e l’altra d’ignoto Toscano. Sopra la porta del Refettorio 
è un bel quadro robbiano attribuito ad Andrea rappre¬ 
sentante la Madonna del Conforto col Bambino Gesù che 
tiene in mano un uccellino. 

Il primo edifìzio che si presenta dinanzi a chi arriva 
alla Verna, e che è pure il primo anche per ordine cro¬ 
nologico, è la cosidetta chiesina antica o degli angioli, 
fatta costruire nel 1216 dallo stesso San Francesco. Sopra 
1’ architrave della medesima e sulla facciata di essa si 
vedono scolpiti ( noblesse oblige) gli stemmi di Papa Eu¬ 
genio IV, del popolo fiorentino, del Comune di Firenze 
e dell’Arte della Lana, cioè dei grandi protettori della 
Verna. 

I Conti libertini vi ebbero un tempo le loro sepol¬ 
ture. Bellissimo è il quadro robbiano dell’altar maggiore, 
rappresentante la Madonna della Cintola, attribuita ad 
Andrea. (3) La Vergine, circondata da una gloria d’an- 


(1) Nella cronaca del Salimbene è scritto clie al Capitolo generale, te¬ 
nuto il 25 maggio 1270 ad Assisi, intervennero 2000 frati ! (P. Menche- 
rini, op. cit.) 

(2) Fu istituito nel 1873 sotto gli auspicii della Sezione fiorentina del 
Club Alpino Italiano, con questa bella iscrizione di Mauro Ricci, cbe 
dice:.... Qui dove Francesco d’Assisi nel nuovo linguaggio della rinascente 
Italia, salutò fratelli e sorelle il sole, la luna, gli astri, V acqua ed il vento. 

(3) Noyes, op. cit. 

28 


■■■■ 


m—m 

































— 434 — 


gioii e di cherubini dà la sua cintura a San Tommaso 
inginocchiato a’ piedi del quadro con altri tre santi, fra 
i quali San Francesco ; mentre nella soprastante lunetta 
è figurato il Padre Eterno. Dei due quadri, parimente 
in terra della Bobbia, che sono sugli altari della nuova 
aggiunta, quello a destra di chi entra rappresenta la 
Sepoltura di Cristo : la figura del Salvatore a mezza vita 
e sostenuta da alcuni angioli e da San Giovanni e dalla 
Vergine inginocchiati. Al di sojjra della Croce si vedono 
varii augi olmi: nell’ imbasatura è scolpita la Vergine 
eoi Bambino circondata da sei santi: il coronamento è 
ornato di teste di cherubini, e i pilastri di fiori, frutti 
e foglie. Quest’ opera è attribuita ad Andrea. Il quadro 
a sinistra rappresenta la Natività: al centro sono le fi¬ 
gure della Vergine e di San Giuseppe in atto di adorare 
il Bambino Gesù, ai due lati quelle di San Francesco e 
di Sant’Antonio : in alto è il Padre Eterno in mezzo a 
varii angioli e cherubini ; e nell’ imbasatura è figurata 
la Pietà con San Francesco e San Girolamo e con due 
altri Santi Vescovi: i pilastri sono, come nell’altro or¬ 
nati di festoni di frutta, foglie e fiori. Queste tre Bobine 
furono fatte fare a spese della famiglia Bartoli di Firenze, 
di cui si vede lo stemma. 

A lato di questa antica chiesa, riuscita insufficente 
pel sempre maggior numero dei religiosi e dei popolani, 
venne costruita altra chiesa più vasta chiamata appunto 
la chiesa maggiore , munita di campanile a torre, e fatta 
edificare nell’ anno 1348 da Tarlato conte di Pietramala 
e dalla moglie sua Giovanna contessa di Santa Fiora, 
come apparisce da un’ iscrizione a caratteri gotici posta 
all’esterno di detta chiesa. Ma venuti essi a morte prima 
del compimento dell’ opera, fu quella continuata col de¬ 
naro dei Signori Consoli nell’Arte della Lana e colle ele¬ 
mosine dei Frati; e finalmente nel 1459 condotta a ter¬ 
mine per la generosa pietà dei Fiorentini, i quali deco- 








rarono il tempio di pregevolissimi lavori d’ arte, e del 
loggiato clie dalla chiesa conduce all’ Oratorio delle Sti¬ 
mate. E quantunque più non vi esistano le belle pit¬ 
ture (1) di Taddeo Gaddi e di Jacopo da Casentino, pur 
tuttavia vi sono quadri bellissimi in terra cotta della 
Bobbia, condotti con sorprendente magistero ed esattezza 
di disegno. A destra di chi entra e sull’ altare edificato 
a spese della nobile famiglia Niccolini di Firenze, vedesi 
un bel quadro Della Bobbia rappresentante la Madonna 
del rifugio con San Francesco e Santa Maria Egiziaca a 
sinistra e con Sant’Antonio Abate e Sant’ Onofrio a de¬ 
stra, opera attribuita a Giovanni. (2) I pilastri sono or¬ 
nati di festoni di fiori, foglie e frutta, e la cornice su¬ 
periore di teste di cherubini. Dalla stessa parte, nella 
Cappella costruita a spese della famiglia Tris si di Pieve 
San Stefano trovasi altra bellissima Bobbia rappresen¬ 
tante la Natività, opera attribuita ad Andrea. In alto 
vedesi il Padre Eterno circondato da angioli e cherubini, 
delle teste dei quali è pure ornata la cornice retta da 
pilastri. Ai due lati del grand’ arco in pietra dell’ aitar 
maggiore sono due figure a mezzo rilievo, rappresentanti 
1’ una San Francesco, 1’ altra Sant’Antonio Abate, attri¬ 
buite ad Andrea. Dall’ opposta parte, nella Cappella fatta 
edificare a spese dei Bidolfi, gentiluomini Fiorentini, si 
vede la grandiosa e bella Bobbia rappresentante VAscen¬ 
sione contornata da un fregio di teste di cherubini e di 


(1) Scrive il Vasari (Vite eco. ecc.) clie mima pittura neanche pochis¬ 
simi anni si conserverebbe alla Verna; e ciò vuol «lire che Ano «lai tempi «lei 
Vasari le vòlte o le pareti dipinte da quelli artisti erano assai deperite. 
Kecentemente sono stati scoperti alcuni buoni dipinti a fresco nelle cap¬ 
pelle dette di San Pietro e del Beato Giovanni. Aggiunge il Vasari Ja¬ 
copo fu da un frate di Pratovecchio, allora Guardiano al Sasso della Verna, 
acconciato con Taddeo Gaddi, mentre questi lavorava in quel convento, 
perchè imparasse il disegno e il colorito dell’Arte. (Vite ecc.) 

(2) Notes, op. cit. 













436 — 


festoni di frutta, foglie e fiori, e attribuita da alcuni ad An¬ 
drea e da altri (1) a Giovanni. Nella Cappella poi che segue, 
fatta pur essa a spese della famiglia Niccolini, si ammira 
la stupenda Bobbia rappresentante V Annunziazione (bian¬ 
co su fondo azzurro) che, a parer nostro è sopra le altre 
pregevole per esattezza di disegno e per espressione di 
sentimento nelle figure, atteggiamento umile e turbato 
della Vergine ed ansioso dell’ Angiolo che, sembra voglia 
penetrare il pensiero di Lei ! Questa robbia è generalmente 
considerata come uno dei capolavori di Andrea, nel quale 
egli maggiormente si avvicina al suo maestro Luca. (2) 
fi anta finezza d’arte e tanta filosofia di concetto in questa 
semplice composizione di due sole figure, fa esclamare 
al De Navenne: « Come far comprendere al lettore l’in¬ 
canto intimo della scena, se non dicendo che il Maestro 
si è, per un meraviglioso slancio di genio, inalzato al- 
l’altezza del soggetto ? L’impressione che lascia la vista 
di questa robbia è commovente e durevole. » (3) 


(1) Cruttwel, toc. cit. Dice il Morosi nel suo libro sulla Verna (1891), 
che Gristofano Montini di Sarna fece nel 1604 costruire in detta chiesa 
un altare, che oggi si chiama dell 'Addolorata, ove fu posta una bellis¬ 
sima tela rappresentante la Regina dei Martiri, dono di Mons. Alhergotti 
di Arezzo. 

(2) Eoyès, op. cit. 

(3) Tutte le Robbie che abbiamo descritte furono fatte a spese delle 
famiglie che respettivamente provvidero alla costruzione delle Cappelle. 
E qui giova notare come a que’ tempi il sentimento religioso si manife¬ 
stasse non in sterili atti di puro ascetismo, ma sibbene anco in opere di 
civile intendimento, come quelle d’ erigere monumentali edilìzi e di pro¬ 
muovere il culto delle arti belle : onde le spese del ricco aveano sempre 
qualche cosa di popolare. Oggi, invece, si vendono al miliardario ameri¬ 
cano le più belle opere d’arte ed i più preziosi cimelii ! e il sentimento 
aristocratico che (anche secondo il significato della parola) dovrebbe rap¬ 
presentare tuttociò che di più eletto può esistere nella cultura della 
mente e del cuore, si fa consistere nel consumare 1’ avido censo nei giuo¬ 
chi di borsa o nelle bische dorate di Montecarlo. 






437 — 


Non vogliamo lasciare questa cliiesa senza ricordare 
il bellissimo e grandioso organo fatto nel 1586 e suonato 
in modo ammirabile da quell’ artista vero e di non co¬ 
mune valore che era fra Damiano, in lode del quale 
scrisse il gentile poeta Mario Foresi questi bellissimi 
versi : 

Siion giunge qual cV angelici strumenti 
Gli’ a sè m’attira con potere arcano: 

Corro al tempio > lo schiudo.... un improvviso 
Divino effluvio d’armonie potenti 
M’innonda e mi trasporta in paradiso 

Ed altrove : 

Pel nudo tempio, giù dal secolare 
Organo scende un rivo armonioso 
Che cresce, allarga e divien fiume e mare ! 

F m’inonda e travolge e vorticoso 
M’inalza, sì che in quel momento anch’io 
Ho un fremito di fede, e sento Dio ! (1) 

Nella sagrestia della chiesa maggiore, oltre i bellissimi 
paramenti sacerdotali donati dall’Arte della Lana e dal 
Comune di Firenze, si ammira un reliquiario di rame 
dorato, fatto a forma di tempietto gotico ottagonale, con 
eleganti cuspidi, ceselli e smalti di squisito lavoro e 
vagamente ornati, e nel cui piede è scritto a lettere go¬ 
tiche, parimente smaltate : Hoc opus fedi fieri Frater Ijo- 
dovicus de Bibbiena. Contiene la scodella di legno ed 
il bicchiere di vetro usati da San Francesco quando fu 
ospite del Conte Orlando di Chiusi, ed anche un pezzo 
di cordiglio del Santo. (2) 


(1) M. Foresi, loc. cit. 

(2) Ci sembra a questo punto non privo ti’ interesse, come curiosità sto¬ 
rica 1’ accennare alle vicende del famoso abito di San Francesco cbe fu 
dal Santo donato ai Conti di Montauto. Caduto nel 1502 il castello in 




















438 — 


Presso la cliiesa Maggiore, passata la porta per la 
quale s’ entra nel bosco, trovasi la cappella detta del 
Conte di Montedoglio, perché a spese di lui e della sua 
famiglia fu dessa costruita unitamente alla bella robbia 
che rappresenta la Deposizione dalla Croce. È un gran 
bassorilievo composto di otto figure, fra le quali vedesi 
San Francesco e San Girolamo : ai due lati della croce son 
posti il sole e la luna : nella base sono rappresentati lo 
stemma dei Montedoglio, la Natività di Cristo e VAdo¬ 
razione dei Magi con inquadramento dei soliti festoni. 

Da questa Cappella comincia un loggiato o corridoio 
della lunghezza di 78 metri circa (di dove a destra ve¬ 
desi un bel dettaglio del bosco), decorato nel 1670 da 
Frate Emanuele da Como con buone pitture a fresco, 
raffiguranti varii fatti della vita di San Francesco, le 
quali furono poi nel 1840 restaurate da Luigi Ademollo. 
Forse era meglio lasciarle stare coni’ erano. 

Per questa loggia, costruita a riparo dai rigori in¬ 
vernali (1) si accede alla chiesa detta delle Stimmate, 


potere della Repubblica fiorentina, venne in suo possesso anche F abito 
che con gran festa fu portato a Firenze da due frati scortati da buona 
guardia onde per via non si tentasse di ritogliere la preziosa reliqua. E 
narra il Pulinari che tanta era la moltitudine di popolo accorsa da tutte 
le parti, che fu miracolo che alcuno non vi perisse. E i Consoli dell’arte 
della Lana e l’Università de’Mercatanti di Calimala (ai quali dalla Si¬ 
gnoria era stata commessa la custodia di tanta reliquia) deliberarono che 
ogni anno dovesse verificarsene Fesistenza e l’integrità (Storia’m. s. 
della Toscana). 

(1) Per questo loggiato passa la processione notturna dei frati che si 
conducono a pregare nella cappella delle Stimmate. Una notte, dice la 
leggenda, per la gran copia di neve caduta non fu fatta la processione. 
La mattina seguente, dalle tracce impresse sulla neve si riconobbe che 
in luogo dei frati, gli animali della foresta erano andati processionalmente, 
fino alla chiesa delle Stimmate : e la lezione, naturalmente, non mancò 
di portare il suo frutto. Questa poetica leggenda si collega, secondo noi, 
gentilmente all’altra degli uccelli che accolgono con grande festa can¬ 
tando San Francesco al suo primo giungere alla Verna. 




— 439 — 


fatta edificare nel 1263 dal celebre Conte Simon e da Ba t¬ 
tifolle nel punto stesso ove San Francesco 

I)a Cristo prese Vultimo sigillo 
Che le sue membra due anni portarno. (1) 

Il detto Conte Simone non avendo potuto condurre a ter¬ 
mine l’opera incominciata, fu questa proseguita dal Conte 
Carlo, e poi dal Conte Roberto, come resulta dal testa¬ 
mento di quest’ ultimo, ove dice di voler essere sepolto 
accanto al padre in quella chiesa. E infatti nell’anno 
1887, in occasione di alcuni restauri fatti al piantito, fu 
trovata una sepoltura contenente le ossa di due cadaveri, 
che è a credersi siano quelli appunto di Simone e di 
Roberto da Battifolle. (2) Il luogo, o per dir meglio, lo 
scoglio ove sorge la detta chiesa, era per natura total¬ 
mente staccato dal resto del monte, a cui oggi trovasi uni¬ 
to per mezzo di un ponte in materiale, sul quale posa 
parte del loggiato descritto. Dice il Vasari che Taddeo 
Caddi dipinse la Cappella delle Stimmate coll’ aiuto di 
Jacopo da Casentino, il quale, per cagione di questo fatto, 
divenne poi suo discepolo. Oggi tali pitture più non esi¬ 
stono. (3) 


(1) Dante, Paraci., c. XI. Dice il Gamurrini, (Sclied.) die nella pina¬ 
coteca estense di Modena esiste una bella tavola rappresentante San Fran¬ 
cesco cbe riceve le Stimmate : ed è opera pregevole della prima meta del 
secolo XV, ove è dipinta anche la veduta del Convento della Verna. 
Un’altra veduta simile è anche in un affresco dei primi del secolo XVI, 
sopra le scale del Municipio di Arezzo, e nella chiesa di Lucignano. 

(2) Xarra il Passerini (op. cit.) che Roberto figlio di Simone vestì l’abito 
dei frati minori del Convento della Verna ove, consunto dalle penitenze 
morì giovane nel 1325, in odore di santità. Xarra poi il Vitale che dal 
testamento di quel Conte Roberto resulta la volontà che anche le salme 
degli altri Guidi, sepolti nella chiesa di San Fedele a Poppi, dovessero tu¬ 


mularsi alla Verna. 

(3) L’ artista frate David da Bibbiena nel suo 
questa antica cappella, esprimendo il desiderio di 


disegno di restauro di 
vederla ricondotta al 


















— HO — 


Nella Cappella delle Stimmate è una grandiosa e im¬ 
pressionante composizione robbiana rappresentante la 
Croci fissione, opera ritenuta di Andrea Della Robbia, 
con figure al naturale, fatta eseguire dalla nobile fami¬ 
glia Degli Alessandri di Firenze, come anco ne attesta 
lo stemma di loro famiglia, posto fra le decorazioni del 
quadro. A pie della Croce, a destra, sono la Vergine e 
presso di lei San Francesco, e dall’ altra parte San Gio¬ 
vanni Evangelista e San Girolamo: ai lati della croce 
stanno quattro angioli posti alla metà del quadro, alla 
cui estremità superiore vedesi il sole e la luna. Ricorre 
tutto all’ intorno della composizione un fregio bellissimo 
formato, al solito, di teste di cherubini e di festoni di 
frutta, foglie e fiori, che alcuni attribuiscono a Giovan¬ 
ni. (1) La vicina Cappella detta della Croce era in ori¬ 
gine la cella di San Francesco, convertita poi in cappella 
dal Conte Simone da Battifolle nel 1263. Aveva essa a 
quel tempo, come racconta Fra David sopracitato, le sue 
svelte proporzioni, un fìnestrone gotico ed altre cose di 
stile, con alcuni affreschi del Gaddi che furono barba¬ 


primitivo splendore, così esclamava : « Povera cappella ; troppo diversa da 
quella del secolo XIV e XV! Distrutte le sue vòlte a sesto acuto, il 
suo cielo stellato, le sue finestre ogivali, da cui veniva modesta luce co¬ 
tanto atta al raccoglimento; cancellate dalle pareti e dalle vòlte le belle 
storie del Gaddi e di Jacopo da Pratovecchio, pagine sempre aperte alla 
ammirazione dei portenti serafici ; murata buoua parte dello stupendo qua¬ 
dro robbiano, raschiate le aureole e i fregi tanto sapientemente messi in 
oro; lasciate in abbandono le superbe tarsie del coro (lavoro del cinque¬ 
cento) ecc. ecc. » (S. Moncherini, op. cit.). Oggi però varii e buoni re¬ 
stami sono stati eseguiti, molte brutture tolte, ed anche gli stalli del 
(mio sono stati rifatti con belle tarsie da fra Leonardo da Legnaia, che 
si è in elato in tal genere di lavoro un vero artista. 

(1) Alcuni per una piccola differenza nel colore degli smalti dubita¬ 
vano sull’identità della figura principale originale del Redentore con 
quella presente, ma la Gruttwell ne prova con validi argomenti di critica 
artistica, la genuinità. 




— 441 — 


rainente sepolti sotto varii strati d’intonaco ! Ed il me¬ 
desimo aggiunge che sull’altare della cappella vedevasi 
una pittura di Giotto, rappresentante San Francesco in 
atto di appigliarsi al masso da dove il Diavolo voleva 
precipitarlo : e termina deplorando che quel prezioso di¬ 
pinto venisse tolto o distrutto nel 1538, per sostituirlo 
con una statua qualunque! (S. Moncherini, op. cit.) 

Quanto agli autori delle stupende ceramiche onde la 
popolana e celebre famiglia dei Bobbia, creatrice di una 
arte singolarissima, che insieme unisce i pregii della 
scultura e della pittura, ornò con particolare ispirazione 
la Verna, noi non abbiamo creduto di dare giudizii asso¬ 
luti, parendoci che, di fronte a tanta discrepanza d’opi¬ 
nioni, sia opportuno il procedere con una certa prudenza 
per non cadere, come fanno tanti, in fantastiche afferma¬ 
zioni. I nostri giudizii, pertanto, liberi dal pregiudizio 
curioso e assai radicato di voler ogni bell’ opera robbiana 
giudicare opera di Luca, sono corroborati dall’opinione 
di artisti e di critici di arte competentissimi, da tradi¬ 
zioni e da ricordi storici onde più facile è dato giungere 
al vero: quantunque spesso oggi avvenga diveder bat¬ 
tezzate con nuovi nomi opere artistiche fin qui credute 
di altro autore. 

Parimente si pretende da alcuni che la prima maniera 
di Luca della Bobbia non porti che due soli colori, cioè 
il bianco e il turchino (bleu). Altri (1) invece sostengono 
che in principio Luca fece anche varie terre cotte poli¬ 
crome, limitando però la policromìa ai soli dettagli della 
cornice, dei pilastri e del fregio. Da questo, e da altre 
opinioni troppo assolute e diverse, derivarono i più sva¬ 
riati giudizii, talché una medesima opera ebbe spesso 
l’onore di molte paternità. Così è accaduto alle Bobbie della 


(1) Die Kunstlerfamilie Della-Robbia, pag. 12. 



























— 442 


Verna. C 1 2 * * * * 7 è chi le dice quasi tutte di Luca, (1) il Vasari 
le attribuisce senza eccezione ad Andrea , altri finalmente 
le battezzano con nomi di autori giammai esistiti nella 
famiglia dei Robbia! Anco in siffatto argomento può 
dirsi che chi bene distingue, bene insegna. E appunto col 
distinguere e col tenere il debito conto delle differenze esi¬ 
stenti fra la maniera dell 7 uno o dell’altro autore, si giunge 
a dare un giudizio quale abbiamo dato, cioè che le più 
belle composizioni robbiane siano opera di Andrea, al¬ 
cune meno importanti di Giovanni e il rimanente della 
scuola. Di Andrea scrive il Vasari che molte tavole fece 
nella chiesa della Verna che saranno imperiture in quel 
solitario loco. (2) Il Le Ravenne seguendo il nostro giu¬ 
dizio, aggiunge che « delle tre epoche dei lavori d 7 An¬ 
drea le robbie della Verna appartengono alla migliore : 
onde egli merita sotto ogni riguardo d’essere posto ac¬ 
canto a Luca fra gli artisti che più degli altri hanno 
subito la grande influenza francescana. 

Se Andrea non avesse lavorato che per il solo Con¬ 
vento della Verna sarebbe pur tuttavia uno dei più 
grandi artisti ispirati dalla fede cristiana. Soltanto, con¬ 
clude, è a deplorarsi che tali bellezze siano poco cono¬ 
sciute, pochi essendo gli italiani e gli stranieri che salgono 
alla Verna per ammirare quelle ricchezze artistiche sulle 
quali i frati vegliano attentamente, e che insieme con 
quelle naturali fanno di questa montagna un luogo de¬ 
lezione. » (3) 

Quello che è incontestabile e certo si è il pregio 


(1) Fontani, Viaggio pittorico della Toscana. 

(2) Per la più facile esecuzione di tutti questi grandiosi lavori dicesi die 

Andrea Della Robbia facesse costruire apposite fornaci presso la Verna, 

e ci resulta eli e tale è veramente la tradizione confortata dal fatto di cui 

ci siamo assicurati, dell’esistenza di un luogo al di sotto della Penna , 

chiamato Maiolica. 

(3j De Navenne, op. cit. 





— 443 — 


grandissimo di tali opere clie Gino Capponi giudicava 
bellissime e grandiose fra tutte quelle della Toscana, (1) 
e per le quali il Fontani scriveva le arti trionfare alla 
Verna in tutto il loro bello. (2) E aneli’ oggi le opere dei 
Fella Eobbia e de’ loro successori, senza bisogno d’esser 
celebrate pialla nostra penna, parlano gloriosamente per 
essi : 

Terra vivi per me cara e gradita 
Che all’acqua e a’ ghiacci come marmo induri ; 
Perché quanto men cedi o ti maturi, 

Tanto più la mia fama in terra ha vita. (3) 

Ed ora passiamo a descrivere brevemente le bellezze 
naturali, di cui parla il De Navenne, e che si ammirano 
entro il recinto del Convento e della cosiddetta Clau¬ 
sura. 

Si racconta che San Francesco, uscito un giorno dalla 
sua cella in cerca di luoghi solitarii, discese di sasso in 
sasso giù per certe concavità e caverne finché trovò una 
profonda spelonca circondata tuffali’ intorno da macigni 
formanti da ambe le parti un’ alta parete. Ivi e un enoi- 
me masso detto comunemente il Sasso spicco, lungo me¬ 
tri 13, alto 11, largo 4, che, apparendo quasi del tutto 
staccato dal monte e come sospeso in aria, sporge in 
linea orizzontale e copre l’antro, lasciando un breve 
pertugio, dal quale prende luce quel singolare recesso, 
cui si accede oggi, per comodo dèi visitatori, mediante 
una scala scolpita nella roccia. 

Più sotto trovasi una specie di grotta umida e oscura 
internata nel monte e formata da una serie di macigni 
irregolarmente addossati e rotti in strane guise, di dove 


(1) Capponi, Storia della Repubblica fiorentina. 

(2) Loc. cit. 

(3) Cavallucci & Molinier, op. cit. 




















vedesi sotto una buia caverna, (1) nella quale è un sasso 
a forma di sedile, chiamato il Letto di San Francesco, 
perchè è tradizione che in quel celebre Solitario talvolta 
ei si fermasse per prendere riposo e fare orazione. 

Rasentando 1’ orlo della rupe dal lato occidentale del 
monte s’incontra un’enorme roccia che s’inalza verti¬ 
calmente ad un’altezza di quasi cento metri dalle pra¬ 
terie sottostanti. Questo punto della rupe chiamasi il 
Precipizio, che tale è veramente in tutta l’estensione del 
significato. Narra il citato Agostino Miglio (ed io pure 
semplicemente narro e non affermo) che un giorno men¬ 
tre San Francesco erasi recato a pregare nella grotta ad¬ 
dossata a questa rupe, ecco a un tratto apparirgli il De¬ 
monio con impeto grande e aspetto terribile, cercando 
d’afferrare il Santo e gettarlo in quel precipizio. Egli 
non avendo altro scampo, nè potendo fuggire, si voltò 
col corpo alla rupe abbracciandone il masso colle mani 
come per attenervisi ; e fattasi la pietra miracolosamente 
tenera come la cera, s’adatto al corpo del santo in ma¬ 
niera ch’ei potè mettervi le dita, e ritornata subito alla 
sua naturale durezza, lo ritenne sì forte da render vani 
gii sforzi dell’infernale nemico. « Et etimi quello gran 
Pittore Giotto , aggiunge il citato Miglio, così haveva di¬ 
pinto nella cella di Sa?i Francesco sopra lo altare ove si 


(1) Questa caverna, di cui soltanto 1’ accidente fece conoscere 1’ esi¬ 
stenza, ha le pareti formate di roccia calcarea. Alcuni frati tentarono 
alloia di esplorare questo recesso, ma arrivati a un certo punto stimarono 
< osa prudente retrocedere. Quattro anni sono lo scrivente insieme con due 
amici volle esplorare questa caverna, e, munito all’ uopo di lumi e di scale 
potè giungere all estremità praticabile di essa, laddove un grosso macigno 
ottura quasi totalmente il passaggio. Il quale ostacolo ritengo che con 
poco lavoro di piccone potrebbe removersi, e così avere un’ esatta cono¬ 
scenza della direzione e profondità di quella caverna, che dicesi abbia 
comunicazione coi prati, e nella quale forse potrebbe anco trovarsi qualche 
avanzo paleo-zoologico e qualche oggetto etnografico. 



— 445 — 


vedeva quel santo raccolto orare in questa buca et cavo. » 
Presentemente si può discendervi comodamente per una 
scala di pietra con parapetto, mentre sul davanti di 
quella cavità è stato costruito un arco di pietra per for¬ 
mare un piano, di fronte al quale fu posta, per maggior 
sicurezza, una ringhiera di ferro. 

Del resto, tutto P insieme di questa parte inferiore 
del grande scoglio rivolto a ponente presenta vedute 
meravigliose: qui un monte spaccato e quasi in rovina 
per enormi pietre cadute in varie direzioni o per maci¬ 
gni smisurati vuoti al di sotto, quasi staccati all’intorno 
e rimasti come sospesi : qua selvosi dirupi, grotte tene¬ 
brose, caverne inaccessibili, voragini profondissime, nè 

Più oltre andar per questo 
Scoglio non si potrìa, perocché giace 
Tutto spezzato al fondo. (1) 

Esiste intorno al Convento, a difesa dai venti, un bo¬ 
sco foltissimo d’abeti, i quali sono alla lor volta protetti 
dai faggi che circondano la cima del monte. I frati stessi 
hanno per questo bosco e per la conservazione di esso 
un quasi religioso rispetto, nè mai avviene che pianta 
alcuna si tagli senza assoluto bisogno. Ciò forse si deve 
attribuire anche a una Bolla di papa Alessandro IY, nella 
quale si proibisce, sotto pena della scomunica, qualun¬ 
que danneggiamento fatto con temerario ardire (sic) al 
sacro monte della Verna, in special modo col taglio de¬ 
gli abeti. (2) Questa bella foresta di abeti giganteschi 
si traversa nel suo maggiore diametro andando dal con¬ 
vento verso la cima del monte, mentre nei punti sco¬ 
perti ove il sole può inviare luce e calore, germogliano 
bei fiori alpini e numerosi gruppi di ciclamini (cyclamen 



(1) Dante, Inf., c. XXI. 

(2) Datum Neapoli, VI id. aprii. P. N. ann. I. 











— 446 — 

neapoUtanuni), (1) che sono quasi una specialità della 
Verna. 

Prendendo la direzione di nord-ovest dopo un chilo¬ 
metro di via si presenta allo sguardo un singolare spet¬ 
tacolo. Un abisso spaventoso s’apre ai nostri piedi : rupi 
e rocce tagliate a picco nel macigno a guisa di baluardi 
insuperabili alti 150 metri, e tra le fessure dei macigni 
una robusta vegetazione silvestre che copre il fianco dei 
precipizi, presentando il curioso e singolare spettacolo 
di un bosco su di una superfìcie verticale. È impossibile 
descrivere colla penna l’orrida e selvaggia bellezza di 
questo quadro ammirabile della natura. 

Seguendo la via sull’orlo del precipizio per un sen¬ 
tiero ripido fra i macigni, si giunge a uno scoglio enor¬ 
me fatto a somiglianza di torre, basato sulla costa set¬ 
tentrionale del monte, e avente la figura d’una piramide 
capovolta. Questo e il cosiddetto Masso di fra Lupo , per¬ 
chè si racconta che un famoso bandito crudelissimo et 
(jran ladrone et principe et capo di molti altri ladroni , (2) 
chiamato per la sua ferocia Lupo , quivi relegasse le vit¬ 
time de’ suoi plagii e delle sue violenze, facendovi pas¬ 
sare i catturati mediante tronchi d’albero a guisa di 
ponte, levato il quale, non essendo modo d’ uscirne, im- 


(1) Ecco 1’ apologia di questo tiore, fatta dal Mantajazza colla sua ma¬ 
gica penna : « Il ciclamino, quel flore odoroso, modesto, simpatico olie è 
la delizia di tanti luoghi amenissimi delle nostre Prealpi, fra bulbo, foglie 
e fiori occupa un piccolissimo posto, e si contenta anche del crepaccio di 
una rupe o delle fessure d’ una radice di castagno, ma sa trovarsi nella 
sua modestia luoghi sempre poetici, e sa farsi il proprio nido fra le bor¬ 
iarcene vellutate e i licheni variopinti. Dov’è lui è all’intorno un piccolo 
paradiso d’ ombra umida, di verdi svariati, e tra i profumi inebrianti della 
terra alpina, del timo e della maggiorana, alza la sua testolina rosea così 
elegante, così bella, così odorosa, da farsi chiamare un baciò alato ! (Man- 
tegazza, Testa. Milano, 1888). 

(2) A. Miglio, toc. cit. 




poneva loro il prezzo del riscatto. Aggiunge poi la leg¬ 
genda elle il detto Lupo, convertitosi per opera di San 
Francesco, e fatta sincera penitenza delle sue colpe, ve¬ 
stì l’abito francescano, e per la mitezza dell’animo suo 
dopo la conversione fu per contrapposto chiamato col 
nome di frate Agnello. 

Presso questo luogo dal lato di ponente esiste una 
caverna detta la Buca del Diavolo, die ha nel fondo una 
specie di naturale cisterna sotterranea, ma da qualche 
anno vi rovinarono tanti macigni dal soprastante ciglio 
della rupe, che ne fu chiuso l’ingresso. 

Proseguendo sempre a salire, si arriva dopo circa 
mezzo chilometro alle Penna (m. 1283), che è il punto 
più elevato del monte e posto ad un’ altezza perpendi¬ 
colare di quasi 300 metri dal piano sottostante. Ivi è una 
piccola cappella fatta edificare nel 1570 da Antonio An- 
gelieri di Angliiari per comodo dei visitatori, ma stando 
chiusa come sempre l’abbiamo trovata, non fa più co¬ 
modo ad alcuno, nè più risponde allo scopo della fon¬ 
dazione : ma forse buone ragioni consigliai ono quella 
chiusura. Sull’ orlo della roccia è stata posta solidamente 
una ringhiera di ferro, affinchè meglio e senza peiicolo 
possa vedersi il sottoposto precipizio, che veramente è 
capace di dare le vertigini e far paura. Sporgendo il 
capo 

Dall’arco ove lo scoglio più sovrasta, (1) 

si osservano le pittoresche cavità della rupe, e da quelle 
uscir fuori piante di faggio che sembrano protendersi 
come per meglio vedere il fondo dell’abisso. Il pano¬ 
rama che di lassù si gode è uno de’ più splendidi: le 
valli dell’Arno e del Tevere j 1’ Umbria, la Marca d’An- 


(1) Dante, Inf., c. XVIII. 







— 448 — 

cona e i monti di Perugia; il caratteristico Sasso di Si- 
mone, il Monte Titano, ecc., appariscono delineati come 
in un quadro cui fa stupenda cornice l’azzurra catena 
dei monti lontani. In qualunque punto si volga lo sguardo, 
tutto s’impiccolisce e s’ umilia ; spariscono le prominenze 
dei colli, si fanno indistinti i villaggi e i castelli, e la 
quiete, che è compagna di simili spettacoli, aggiunge 
tanto al subietto che, anco avendo in dir tanta dovizia 
(pianta in immaginar , (1) sarebbe impossibile tradurre il 
sentimento di commovente entusiasmo che invade l’animo 
dinanzi a uno spettacolo sì maestoso! 

Su quest’altura, meglio che la minuscola statua del 
Santo, posta sul piazzale del Convento, avrebbe avuta 
acconcia sede una croce colossale, che dalle valli del¬ 
l’Arno e del Tevere si potesse vedere: e la grandiosa 
semplicità di quel simbolo del sacrifizio avrebbe più 
corrisposto alla natura del luogo ed al carattere dell’ uomo 
che tanta orma v’ impresse. 

Isidoro Del Lungo nel ricordare la pietà generosa onde 
S. M. la Regina Margherita e S. M. la Regina Elena, 
d’Italia, aveano risposto all’ invito di concorrere alla 
spesa occorrente all’ erezione di un monumento alla Verna 
in onore di San Francesco d’Assisi, per opera dello 
scultore Vincenzo Rosignoli, « salutava reverente, (nel 
suo lodato discorso del 1902) primo ad ogni cosa buona 
e bella della patria diletta, il nome italico di Savoia, 
segnato dalla mano di due gentili coronate; V una, di 
eoi ona di dolore ; Valtra, di quella delle care speranze 
materne. » 

La prima nel 1904 si degnò d’ onorare di sua augusta 
presenza la Verna j ed a ricordo perpetuo del graditissimo 
avvenimento fui pregato di dettare, come dettai, la se- 


(1) Dante, Parad., c. XXXI. 





guente iscrizione, ciré vedesi murata sotto il loggiato 
meridionale della Chiesa maggiore : 


A PERPETUA RICORDANZA 
CHE IL XXII GIUGNO MCMIV 
la Maestà della Regina 
MARGHERITA DI SAVOIA 

DI ANTICHE GLORIOSE MEMORIE 
RICERCATRICE SAPIENTE 

saliva il CRUDO SASSO 

PER AMMIRARVI LE SUBLIMI BELLEZZE 
DELLA NATURA E DELL’ARTE 
ED ISPIRARSI 
ALLE PURISSIME FONTI 
DELL’ EPOPEA FRANCESCANA 

Giuseppe Montini 

RAPPRESENTANDO IL COMUNE DI CHIUSI 

E 

Fra Michelangelo da Sant’Agata Provinciale 

E 

Fra Saturnino da Caprese Guardiano 
il Convento della Verna 
auspice il Comune di Firenze 

Q. M. P. 












diitignano 


Metri 600 — Abitanti 1723. 


TRAZIONI COMUNALI 

Distanza 

dal 

Capoluogo 

(metri) 

STRADE 

Ruosina. 

Taena. 

2.000 

1.652 

Parte mulattiera 
, e parte carrozzabile 


Indicazioni utili. 

Grande Albergo Pelagatti — Nella stagione estiva 
pensioni presso alcune famiglie del paese — Ufficio po¬ 
stale —- Ufficio telegrafico e Stazione ferroviaria più 
prossimi: Passina (chil. 4.500 circa) — Un medico-con¬ 
dotto e una levatrice — Per richiesta di guide, di vet¬ 
ture, cavalcature e relative tariffe rivolgersi ai relativi 
albergatori e trattori. 


Della Sassina al par da occulte vene 
Perenne umor medicina! ne viene, 

Era Tacque piti salubri unico vanto. 

Montini, loc. cit. 

Per andare a Chitiynano si può prendere la via mu¬ 
lattiera cbe passa per Chiusi (chil. 12), e quella carroz¬ 
zabile che staccasi a Rassina dalla provinciale casenti- 
nese (chil. 4.500). 

La via che da Chiusi conduce a Chitignano segue la 















destra del torrente Rassina, elle scende dalle balze di 
Chiusi. Il terreno circostante è arido e sassoso, ma, tra¬ 
versato dopo breve tratto il torrente e presa la sua si¬ 
nistra, la strada procede costantemente in mezzo a selve 
alternate di faggi e di castagni, e passando per la Mac¬ 
chia di Leonoro , Fontanelle, ecc., sbocca con varie pen¬ 
denze e contropendenze a Chitignano. 

Il secondo itinerario poi si percorre assai comoda¬ 
mente per una strada carrozzabile che, staccandosi dal 
Ponte di Rassina, e costeggiando sempre ora a sinistra, 
ora a destra quel torrente, conduce in un’ora circa a 
Chitignauo. 

Chitignano (forse in origine Catiniano dalla configu¬ 
razione di catino che presenta il paese) risiede sul fianco 
occidentale dell’Alpe di Catenaia (m. 1400), in uno dei 
contrafforti che si staccano da Monteforesto alla sinistra 
del torrente Rassina, e in mezzo ad un’ angusta, ma amena 
valle. Dalla parte opposta, a destra del torrente e a 
breve distanza, si vedono le due parrocchie o villaggi di 
lino mia e di Taena, situati sul pendìo di un poggio il 
cui dorso sembra come selciato di massi. 

Parlando di Chiusi abbiamo veduto che Chitignano 
nel secolo X era una delle Corti del Contado chiusino. 
Conseguentemente i primi dominatori di Chitignano fu¬ 
rono i Conti del castello di Chiusi, ai quali i vescovi 
di Arezzo, divenuti, come conti imperiali, dominatori dei 
feudi dell’ intera Diocesi, dettero ai signori di Chiusi il 
titolo di Capitani , dal quale, per abbreviazione, derivò 
quello di Cattani, che poi sempre portarono. 

Ma Gruglielmino degli libertini (1) Vescovo di Arezzo 


(1) Dubbia è 1’ origine della famiglia libertini. Secondo il Repetti pro¬ 
veniva da uno di quei conti o baroni lasciati in Italia da Carlo Magno. 
Il Bandini invece ritiene cbe derivasse dalla famiglia Pazzi , signora del 
Valdarno di sopra, uno dei quali chiamato Dberto o Ubertino e vissuto 











con sentenza prò domo sua, pronunziata a Bibbiena, tolse 
ai Conti di Chiusi ogni potere su Chitignano, il cui do¬ 
minio passò ai Conti Guidi di Romena e quindi ai Tar¬ 
lati (1) di Pietramala, e poi nuovamente agli libertini, 
a seconda che nella cattedra episcopale di Arezzo sedeva 
alcuno delle suddette famiglie. 

Finalmente gli libertini, (2) vedendosi mal sicuri nel 
loro possesso di Chitignano e non fidandosi abbastanza 
in sè stessi, si offrirono spontaneamente d’assoggettare 
il proprio feudo al Comune di Firenze, il quale di buon 
animo li ricevè in accomandigia perpetua, e poscia con 
provvisione del 5 novembre 1385 garantì agli Ubertini 
il possesso di Chitignano, Euosina, Taena e Cangiano. 

Successivamente nel 1402 gli Ubertini, adescati o me¬ 
glio illusi dal miraggio di maggiore dominio, fecero lega 
coi Visconti di Milano, allora in guerra colla Repubblica 
Fiorentina ; ma questa appena n’ ebbe notizia spedì tosto 
contro di essi Jacopo Salviati che li batte pienamente. (3) 

Così il dominio di Chitignano passò definitivamente 
alla Repubblica fiorentina ed in essa rimase fino alla 
abolizione dei feudi avvenuta per opera del Granduca 
Pietro Leopoldo nel 1779. 

Allora la spenta Contea fu eretta in Comunità, e al 
tempo stesso fu conservato agli abitanti il privilegio di 
coltivare il tabacco entro i limiti del territorio comunale ; 


ai primi del secolo XIII, diede il nome a questa illustre famiglia, che fu 
alla testa del partito ghibellino e della quale fu capo il celebre Vescovo 
Guglielmino ucciso alla famosa battaglia di Campaldino (Odep VI). 

(1) La famiglia Tarlati originaria di Pietramala , stabilì poi la sua sede 
nel Casentino, e più specialmente a Bibbiena ove dominò Pier Saccone 
acerrimo Ghibellino e valoroso capitano (Repetti, op. cit.). 

(2) Fra i personaggi illustri di quella famiglia va pure ricordato il conte 
Biordo Ubertini, che fu valorosissimo e abile capitano delle armi fiorentine 
contro i Pisani. 

(3) Ann. Camald., VI, 52. 






— 453 — 


privilegio clie fu poi abolito dal granduca Leopoldo II 
■con Motuproprio del 15 marzo 1830, indennizzando i co¬ 
munisti in proporzione delle respettive piantagioni. (1) 

Ckitignano è oggi composto di varii gruppi di case 
sparse qua e là a breve distanza. Più bella e amena è 
la parte inferiore della valle, irrigata da molti corsi di 
limpide acque, in mezzo a ricche e bene intese coltiva¬ 
zioni di viti, di olivi, di gelsi e d’alberi fruttiferi, men¬ 
tre sul fianco dei monti, che sovrastano alle ridenti col¬ 
line, vegetano rigogliosi i castagni e le querci. La po¬ 
sizione meridionale della valle, posta al riparo dai venti 
freddi del nord e del nord-ovest, le procura un clima 
così dolce, che mai si crederebbe trovare in un luogo 
tanto vicino alle montagne; e a ciò in parti colar modo 
si deve la bontà de’ suoi prodotti agrarii. 

Dopo l’abolizione del privilegio della coltivazione del 
tabacco, l’industria principale degli abitanti di Ckitigna¬ 
no consiste nell’ allevamento dei bachi da seta e nella 
fabbricazione della polvere pirica, che si produce in tre 
Polverificii con una quantità media annua di quintali 1050 
circa, e che si smercia in gran parte nel Casentino. 

Ma la vera ricchezza, e possiamo anche dire, la ce¬ 
lebrità di Ckitignano, consiste nelle sorgenti d 1 Acqua 
minerale ferruginosa-gassosa, che sgorgano nel suo terri¬ 
torio. 

Infirmo capiti fiuit utilis, utilis alvo. (2) 

« Queste acque, conosciute fino dal 1666, per opera 
di Pier Francesco degli libertini, Conte di Ckitignano, (3) 
sono rinomatissime per la proprietà che hanno di resti¬ 


ci) Archivio Comunale di Rassina. 

(2) Horat. Fpist. XYI. 

(3) Vedasi il libro edito da Cipriano Boselli, intitolato : Relazione del- 
V acqua minerale ritrovata nel 1638 nella Contèa del sig. Pier Francesco 
libertini di Ckitignano. Firenze, 1666. 










— 454 — 

tuire la perduta energia agli organi digerenti, di gio¬ 
vare ai malati di fegato e di milza, alle clorotiche e a 
quelle cui non sorride amica la luna. Sono poi utilmente 
indicate nelle affezioni idroemiclie successive alle emor¬ 
ragie e nei prolassi uterini anche per via d’irrigazione. 
Inoltre la presenza notevole del carbonato di soda le 
rende opportuno rimedio di cura esterna nelle ulcere, 
nelle piaghe scrofolose e in tutte le eruzioni croniche e 
atoniche della pelle, con questo vantaggio, che l’effica¬ 
cia medicamentosa non viene diminuita dal calore ne¬ 
cessario a portar l’acqua alla temperatura richiesta per 
l’immersione del corpo. » (1) 

Tre sono le sorgenti, ma tutte hanno press’ a poco 
la stessa composizione chimica; e se 1’una differisce in 
qualche cosa dall’altra, tal differenza non è che l’effetto 
della diversa via percorsa, diramandosi dall’ unica) loro 
origine. Quest’acqua, che esce da un terreno schistoso di 
sedimento inferiore in vicinanza della marna carbonosa 
e alla temperatura di 17 C., fu analizzata e celebrata dal 
prof. Giuseppe Bianchi di Pisa, dal dott. Luigi Brucker, 
dal prof. Taddei, dal prof. Buonamici, dal dott. Carlo 
Calamandrei, dal dott. Antonio Fabbroni e da altri molti 
fra i quali ultimo il comm. prof. Emilio Bechi, (2) che 
ne diede l’analisi seguente : 


Principii volatili — Acido carbonico. 1.9360 

» » — Ossigeno. 0.0004 

» » — Azoto.0.0019 

» » — Cloruro di sodio. 0.0220 


» » — Carbonato di calce . . . 0.5270 

» » — » di magnesia. 0.0290 

Segue 2.5163 


(1) Relazione del Prof. Enrico Buonamici. Firenze, 1862. 

(2) Memoria sull' acqua ferruginiosa-gazzosa di Ghitignano. Firenze, 1861. 











— 455 


Riporto 2.5163 

Principii volatili — Bicarbonato di soda. . . 0.0410 
» » — Bicarbonato di ferro con 

tracce di manganese . . 0.1402 

» » — Solfato di soda.0.0140 

Acido salicilico, fosfati, materia organica, cre¬ 
nato e apocrenato di ferro ecc., tracce. 

Acqua pura. 997.2885 

1000.0000 

Lo stesso prof. Bechi, or defunto, alla gentilezza del quale 
dobbiamo la comunicazione della più recente analisi di 
quest’acqua, aggiunge che « Vacqua di Chitignano non solo 
dev’essere considerata come una delle più ferruginose, ma 
al tempo stesso V unica fra quelle di simile natura, la 
quale, a distanza dalla sorgente e per lungo spazio di 
tempo, mantenga il carbonato di ferro nel suo stato d’in¬ 
tegrità. » (1) 

Una gran quantità di quest’ acqua si vende alla sor¬ 
gente e si spedisce ai varii depositi e richiedenti, (2) ma 
nondimeno coloro che più efficacemente vogliono usarne, 
preferiscono recarsi a Chitignano, sì perche ivi 1’ acqua 
è più ricca di acido carbonico di quello che non sia nelle 
bottiglie, sì perchè ivi si risentono anche i vantaggi de¬ 
rivanti dalla purezza dell’atmosfera e dall’ amenità del 
luogo. (3) 

Stabilimenti balneari veri e proprii non esistono, ma 
soltanto alcuni quartieri affittabili e pensioni presso private 
famiglie del luogo. Quello che manca oggi a Chitigna- 


(1-2) E. Bechi, Memoria cit. 

(3) Nell’ Odeporico del Bandini (V) troviamo lina lettera del Maccioni 
di Prato vecchio, scritta da Sala il 25 settembre 1787, colla quale accom¬ 
pagnando T invio di due fiaschi dell’ acqua di Chitignano, dice esservi 
grande concorso per profittare degli effetti salutari di quelle sorgenti. 














— 456 


no, affinchè le sue acque salutifere possano richia¬ 
marvi un maggior numero di consumatori , è la pubbli¬ 
cità o, come dicono i francesi, la réclame, senza la quale 
spesso anche le cose di per sè stesse utili e belle passano 
inosservate. Basta che le acque di Cliitignano siano co¬ 
nosciute, perche, quanto al rimanente la posizione to¬ 
pografica, l’eccellenza dei prodotti, la bontà del clima 
temperato e salubre, la breve distanza da Firenze e da 
Roma, la vicinanza alla ferrovia e il facile accesso, sono 
tutti argomenti in favore di questo paese, non solo come 
luogo di cura per la salute, ma anche come dimora estiva, 
essendo pur centro di bellissime passeggiate ed escur¬ 
sioni di montagna. A breve distanza la Verna, Chiusi, 
la Croce di Monteforesto (m. 1241), 1’ Eremo della Casella 
(Alpe di Catenaia), (1) punto elevato ed ameno posto in 
mezzo a un prato naturale vastissimo, di dove godesi 
una stupenda veduta della Valle Tiberina e del Casen¬ 
tino, Poggio alle Mura, ove si trovano gli avanzi del- 
1’antico castello chiamato il Gerbone, ed altri luoghi di 
varia e pittoresca amenità. Per queste ragioni appunto 
Ghitignano e già in fama, e numerosi ogni anno ne sono i 
frequentatori, (2) ma questi aumenterebbero ancora se vi 
fosse maggior dovizia e comodità di alloggi ed altri 
alberghi, (come quello Pelagatti) veramente degni di tal 
nome, nei quali potesse almeno evitarsi quella forzata 
piomiscuita (che a molti non piace) con persone di modi, 
di abitudini e di condizione, diversi. Pare impossibile che 
certe cose non debbano intendersi specialmente da coloro 
che vi avrebbero interesse, e che non s’abbiano a fare certi 


(1) Catenaia era in antico fendo della Chiesa aretina, che fu nel 1277 
degli Orlandi e che forse allora comprendeva anche la Verna (Gamurrini 
Sched.). Furono Conti di Catenaia anche gii Alberti , antichissima famiglia 
aretina (Bandini, Odep. X). 

(2) Fu all’ acque di Chitignano anche il celebre Giovacchino Rossini. 




— 457 


indispensabili miglioramenti, dai quali con poca spesa po¬ 
trebbero ottenersi rilevanti guadagni. Mentre talvolta si fa 
getto del denaro impiegandolo in arrischiate imprese e in 
pericolose speculazioni, pochi per ora han pensato a diri¬ 
gere i capitali a questa (che pur sarebbe una industria 
nazionale apportatrice di vantaggi materiali e morali e 
decorosa) di chiamare gli italiani e gli stranieri a cono¬ 
scere ed apprezzare i nostri luoghi di cura e le nostre 
dimore estive, facendovi quelle comodità che sono ormai 
divenute condizione ordinaria del viver civile. Auguria¬ 
moci che questi nostri avvertimenti e consigli, e più che 
questi l’utilità che ne deriverebbe dall’ accoglierli e pra¬ 
ticarli, siano seme che dia presto buon frutto. 

Anche dal lato archeologico vi sono a Cliitignano 
cose notevoli. Prima di tutto l’antico Palazzo del Po¬ 
testà, ove si vedono tuttora le carceri, una porta di bel¬ 
l’architettura, e nella parete di una stanza terrena, de¬ 
stinata oggi ad uso di tinaia, un affresco di buon pennello 
e molto ben conservato, rappresentante VAnnunzia- 
zione. 

Ma le cose più notevoli si trovano nell’antico castello 
e residenza dei Conti libertini, situato nella parte infe¬ 
riore della valle, cinto all’ intorno di ruderi e munito 
della postierla. 

Merita d’ esser veduto questo castello o per dir me¬ 
glio, ciò che di quello oggi resta. 

Al tempo della dimora degli ultimi di quella illustre 
casata, oltre la parte esterna assai conservata, erano an¬ 
che nell’ interno varie cose pregevoli, come disegni, mo¬ 
bili, e oggetti che avevano la loro pagina importante di 
storia -, e v’ era pure l’antico archivio che conteneva te¬ 
sori di documenti e notizie di grande importanza per lo 
storico e per l’archeologo. Ma dopo più di sei secoli e 
dopoché quel castello subì cotanti passaggi, divisioni, 
variazioni ed aggiunte moderne, il medesimo ha perduto 











— 458 — 


d’assai, segnatamente all’interno, il suo carattere armo¬ 
nico e la sua primitiva forma e disposizione. 

Oggi una parte di esso e precisamente la proprietà 
Pelagatti — è stata convertita in grande e comodo Al¬ 
bergo, del quale proprio si sentiva il bisogno, per non 
dire 1’ assoluta necessità da cbi desidera trovare ovun¬ 
que i conforti della vita moderna. Così nelle sale ove 
il celebre Vescovo guerriero Gfuglielmino degli libertini 
preparava nella mente il gran piano della battaglia di 
Campaldino e meditava i più arditi ed ambiziosi dise¬ 
gni per la sua nobile stirpe e pel suo forte partito, 
oggi dopo più di sei secoli siede il borghese affarista 
che la cura delle acque utilmente alterna colle combi¬ 
nazioni finanziarie e coi giuochi di borsa. 

Stranezze della sorte e della fatale vicenda d’uomini 
e di cose ! 


Rassina^Castelfooognaiio 

Metri 309 — Abitanti 4223. 


FRAZIONI COMUNALI 

Distanza 

dal 

Capoluogo 

(metri) 

STRADE 

Castelfocognano .... 

4. 851 

Carrozzabile 

Bagno a Nassa .... 

5. 782 

Parte carr. e parte mul. 

Calleta. 

11. 150 

» 

Carda. 

9. 612 

» 

Ornina. 

3. 304 

» 

Pretella. 

6. 500 

» 

Salutìo. 

4. 900 

Carrozzabile 

Socana . 

1. 000 

» 

Zenna. 

5. 430 

» 

Casalecchio. 

2. 127 

» 

Montanina. 

3. 855 

» 



















— 459 — 


Indicazioni utili. 

Alberghi : di Pietrini Vittoria a Rassina ; di Maccari 
Pie a Castelfocognano ; di Tondelli Giuseppe a Salutìo, 
e di Maccari Giuseppe a Carda. — Ufficio postale e te¬ 
legrafico, ma questo soltanto a Rassina — Stazione fer¬ 
roviaria a Rassina — Medici : uno a Rassina e 1’ altro a 
Castelfocognano — Levatrice — farmacista e veterinario 
a Rassina — Stazione dei RR. Carabinieri — Mercato set¬ 
timanale il mercoledì — Per vetture, cavalcature e guide 
pratiche e relative tariffe, rivolgersi agii albergatori. 


La Terra di Passina , posta alla sinistra dell’ Arno 
presso V estremità meridionale del Casentino, a circa 6 
chilometri da Bibbiena, è serrata a tramontana da poggi 
nudi e sassosi, mentre dalle altre parti è cinta da pia¬ 
nure e colline ben coltivate. 

Di Rassina e della sua origine storica non abbiamo 
notizie certe. Sembra che il Castello esistesse nel 1000, 
e che lo possedessero gli Ubertini e quindi i Tarlati. 
Nel secolo XIV, gli abitanti di Rassina passarono sotto 
il dominio dei marchesi Del Monte, e nel 1440 si resero 
all’ esercito milanese condotto da Niccolò Piccinino. (1) In 
seguito ritornarono sotto i Del Monte, finché poi nel 1513 
il castello di Rassina divenne signorìa della Repubblica 
fiorentina. Di questo antico castello situato presso alla liva 
sinistra del torrente Passina , e chiamato dal Vitali illu¬ 
stre oppidum , oggi Monteforcoli, e da cui forse ripete 
P origine il borgo adiacente, rimangono pochi avanzi. 
La strada provinciale casentinese che unisce Firenze con 


(1) Machiavelli, Storie , lib. V. 















— 460 — 


Arezzo, passa per mezzo al paese e traversa parte del 
Comune. Il quale prende nome da Gastelfocognano , per¬ 
ché anticamente era questo il capoluogo della giurisdi¬ 
zione, di cui faceva parte anche Rassina ; ma oggi Ca- 
stelfocognano non ha di Capoluogo che il titolo onorifico, 
mentre Rassina è il capoluogo di fatto. 

Castelfo co guano, distante da Rassina cinque chilome¬ 
tri circa, risiede in mezzo a tre borri sopra un dirupato 
contrafforte orientale di Pratomagno, bagnato a greco 
dal torrente Soliggine e sulla destra dell’Arno. La prima 
memoria di questo luogo risale, secondo il Gamurrini (1) 
al 1028. Poi si trova nel 1244 ricordato negli Annali Ca- 
maldolensi. (2) 

Ebbe i suoi signori particolari detti i Giannellini che 
nel 1322, dòpo un assedio di sei mesi, furono cacciati da 
Guido Tarlati, vescovo d’ Arezzo, conte di Pietramala. 
« I Fiorentini, durante P assedio, essendo stati richiesti 
di aiuto, vi mandarono, dice il Villani , 100 cavalieri j 
ma mentre essi facevano l’apparecchiamento d’ oste e ri¬ 
chiedevano gli amici di Toscana, di Romagna e della 
Marca, il Vescovo, per tradimento ordito dal Pievano a 
servizio dei signori assediati, ebbe a jiatti il castello 
eh’ era fortissimo e ben fornito, e, come questo gli fu 
renduto, senza attenere ai patti, il fece tutto ardere e 
poi diroccare sino alle fondamenta. » (3) 

Nella resa poi del castello della Montanina , avvenuta 
il 31 agosto 1385, con sottomissione e con domanda d’ac- 
comandigia per parte di Jacopo, Guido e Pietro di Pie- 


(1) Sched. 

(2) Ann. Camald., I, 159. 

(3) G-. Villani, Cronica , lib. IX, cap. 150. Questo episodio guerresco 
poco onorevole per chiunque, e tanto meno poi per un vescovo, figura, 
tra le glorie militari scolpite nel bel cenotafio edificato nella cattedrale 
di Arezzo in onore di quel prelato battagliero. 



— 461 — 

tramala, troviamo fra i varii capitoli stabilito : — ivi — 
« elle debbano essi custodire la fortezza a onore e stato 
del Comune di Firenze, e tenere nella torre della mede¬ 
sima un castellano ebe ,sia C., contadino o distrettuale 
di Firenze. » (1) 

Morto il vescovo Guido, venne Castelfocognano in 
potere degli libertini, ai quali rimase fin verso il 1404,. 
nel qual tempo fu incorporato nel distretto fiorentino,, 
e vennegli dato un Potestà die ebbe residenza in quel 
castello fìntantocliè il granduca Pietro Leopoldo ordinò 
che a Rassina si trasferisse. 

Dell’ antico Castelfocognano esistono tuttora alcuni 
avanzi delle mura e della torre : esiste pure ed è meri¬ 
tevole d’ essere visitata una porzione dell’ antica Poteste- 
rìa, con una bella loggetta del trecento, ornata d’ ele¬ 
ganti colonne e decorata di molti stemmi dei Potestà 
che vi ebbero residenza e giurisdizione. 

Nella Parrocchia di Pretella si vedono tuttora i fon¬ 
damenti di un’ antica fortezza : ed anco a Carda , in luogo 
detto Pian del prete, si vedono le fondamenta di antiche 
costruzioni chiamate I Casolari, e in faccia alle mede¬ 
sime, a circa 400 metri di distanza, oltrepassato un pic¬ 
colo torrente, si vedono a mezza costa gli avanzi di una 
antica fortezza, la quale, a quanto si dice, stava a difesa 
dei suddetti Casolari. È tradizione popolare che un tempo 
essendo andati varii popolani di quel villaggio per de¬ 
molire completamente la detta fortezza, furono ricevuti 
a sassate, senza poter sapere da dove quelle venissero; 
laonde si trovarono costretti a retrocedere e renunziare 
all’ impresa che mai più ad alcuno venne in animo di 
tentare, per la credenza che un potere soprannaturale si 
fosse costituito difensore di quell’antico e misterioso 
castello. 


(1) I Capitoli ecc., Vili, 61, 62. 







— 462 — 


Fra i personaggi illustri di Rassina si rammenta un 
Niccolò da Bassina, che fu prode capitano negli eserciti 
della Chiesa, mandato da papa Clemente VII per togliere 
il Casentino alla Repubblica di Firenze. Inoltre è a ri¬ 
cordarsi j Benedetto Bassinesi che fu governatore del gran¬ 
ducato di Toscana e poi capitano al servizio della Re¬ 
pubblica veneta, che lo spedì nell’ isola di Candia, ove 
morì da valoroso nel difendere la fortezza di Suda asse¬ 
diata dalle milizie turche. Ya finalmente rammentato Fra 
Bartolommeo detto da Salutìo, celebre predicatore de’suoi 
tempi: il greco e l’ebraico imparò senza maestri ; si di¬ 
lettò di musica e di poesia la quale scrisse in uno stile 
che si potrebbe chiamare ascetico-erotico. Fra le moltis¬ 
sime sue poesie, ve ne sono alcune piene di tanta ener¬ 
gìa e, quasi diremmo, violenza di sentimento, ricche di 
potenza immaginativa, e di concetti originali espressi in 
forma tanto esaltata, che mai per l’innanzi ci venne fatto 
leggerne di somiglianti. Se Fra Bartolommeo avesse scelto 
altro argomento pe’ suoi versi, questi sarebbero oggi 
letti avidamente quanto quelli d & veristi più in voga ; e 
in lui, se fosse vissuto a’ dì nostri, avrebbe trovato il 
celebre Agostino da Montefeltro un emulo valoroso a con¬ 
tendergli il vanto nelle glorie del pergamo. Fu uomo 
molto stravagante e di mente sì fervida ed esaltata, da 
assumer quasi la forma di una manìa. 

Questa Comunità nella zona superiore abbonda di pa¬ 
scoli, nella media di boschi e nella inferiore d’ogni ge¬ 
nere di cereali, di viti, di qualche olivo, e di moltissimi 
gelsi, de’quali s’alimenta l’industria serica che grande¬ 
mente si esercita nel Comune. 

Dalla via provinciale casentinese si staccano presso 
Rassina tre strade carrozzabili, delle quali una condu¬ 
ce a Castelfocognano, l’altra a Talla, l’ultima a Chiti- 
gnano. 

Tanto da Rassina, quanto da Castelfocognano si pos- 


sono fare bellissime passeggiate ed escursioni in mon¬ 
tagna. 

Una delle passeggiate più brevi è quella della Pieve 
a Socana, Tulliano e Salutìo (cliil. 5 circa). La Pieve a 
Socana è un gruppo di case situato presso la riva destra 
dell’ Arno nel centro di una piccola valle traversata dal 
torrente Soliggine. Questo luogo trovasi ricordato in varii 
documenti del secolo XI. (1) La chiesa plebana, grande¬ 
mente rialzata dall’ antico suo piano per causa d’inter¬ 
ramenti, è oggi ridotta a due terzi e forse meno, della 
sua primiera lunghezza. A nord del suo abside presenta 
la particolarità di un campanile cilindrico che ci riporta 
col pensiero ai campanili di Pisa e di Ravenna, e a 
quelli del Duomo di Città di Castello e della Pieve di 
Corsignano presso Pienza. Secondo P opinione del ricor¬ 
dato Emilio Mareucci, questi campanili, salvo eccezioni, 
vennero fondati sopra antichi tumuli etruschi e forse 
anco più antichi delle tombe etrusche. (2) 

Proseguendo a sinistra trovasi il piccolo villaggio di 
Tulliano ricordato da Federigo Barbarossa nel Privilegio 
del 5 decembre 1154, dato a Roncaglia a favore dei mo¬ 
naci camaldolensi. (3) Nello scavare i fondamenti per 
una nuova casa colonica lungo la via che passa a circa 
300 metri sotto la villa di Tulliano, fu nel 1797 scoperta 
una bella iscrizione sepolcrale romana di cui già par¬ 
lammo nella parte generale di questo libro, in quel punto 
che si riferisce ai tempi primitivi del Casentino. 


(1) Ann. Camald., toni. I, 301. Bandisti, Odep. XI. 

(2) Ann. Camald., tom. Ili, A, 474. 

(3) Il Gamurrini, dice elio questa chiesa ed il suo caratteristico cam¬ 
panile risalgono a tempi remotissimi. Era a tre navate cogli archi rozza¬ 
mente tondi e colle tre absidi a piccolissime finestre. Dalla costruzione 
della medesima a blocchi di pietra viva mirabilmente squadrati può rite¬ 
nersi un’ opera fatta in origine verso la fine della Repubblica romana, od 
anche un avanzo di antichissimo tempio pagano : ond’ egli pensa che 




464 — 


Dalla Pieve a Socana una via semi-carrozzabile con¬ 
duce a Carda, che nel 1385 faceva parte del cosiddetto 
contado fiorentino. 

Nella chiesa di Santa Flora e Lucilla, patrone di quel 
villaggio, trovasi un bellissimo e pregevolissimo trittico, 
opera d’ignoto toscano di verso la fine del secolo XIV, 
rappresentante la Pietà ossia la Vergine Madre che ab¬ 
braccia il capo del Divino Redentore. Negli scomparti¬ 
menti si vedono le mezze figure di San Giovan-Gualberto, 
di San Niccolò da Bari, di San Giacomo apostolico e di San 
Benedetto. Nelle parti superiori di ogni scompartimento 
sono altre piccole e mezze figure del N. S. che risorge, 
dell’Angiolo Gabbriello, della Vergine Annunziata e di 
due profeti. Nel davanti del sepolcro furono posterior¬ 
mente dipinte in ginocchio le SS. Flora e Lucilla. Que¬ 
sta bella tavola proviene dalla antica e soppressa abba¬ 
zia di Santa Trinità in Alpe di fonte benedetta. 

Esiste nella stessa chiesa anche un bel tondo robbiano, 
attribuito ad Andrea e rappresentante la V ergine hi mezza 
figura con Bambino in braccio. 

A breve distanza da Tulliano e per la solita via che 
passa in mezzo a bei querceti, si trova il pittoresco vil¬ 
laggio di Salutìo, posto in alto presso la riva sinistra 
del torrente omonimo, e a cui sovrasta una collinetta 
sulla quale anticamente inalzavasi un castello, di cui 
non restano che pochi avanzi delle mura. 

Nella chiesa plebana si vedono alcuni dipinti prege¬ 
voli del secolo XVII, dei quali uno in tela rappresenta 
la Trinità e l’altro la Madonna del Posario. Dice il Ga- 
murrini che dietro l’altare fu trasportato il bell’anti¬ 
porto (pronao) dell’antica chiesa gotica. (1) 


quella maniera di costruire fosse ripresa dai cristiani nel VI o VII secolo 
(Sched.). 

(1) Sched. 





— 465 — 


A non molta distanza da questo luogo e in mezzo ad 
una folta boscaglia dei poggi che dividono le acque dei 
torrenti Zenna e Salutìo, esisteva un tempo la celebre 
Abbazia di Selvamonda , fondata dai Benedettini intorno 
al mille da un certo nobile Grifo signore di Chiusi, e 
della quale non rimane oggi vestigio alcuno. 

Nel 1066 quell’Abbazia crebbe in fama e in possessi, (1) 
ma nel 1119 i monaci abbracciarono la riforma di San 
Romualdo, (2) salito, per la sua regola e disciplina, in 
fama grandissima, finché nel 1125 Papa Onorio II non 
l’ebbe definitivamente aggregata al Monastero t di Ca- 
maldoli. 

Verso la metà del secolo XV, allorquando le guerre 
intestine tra i feudatarii del Casentino devastarono tutta 
questa regione non rispettando alcuna cosa sacra o pro¬ 
fana, anche l’abbazia di Selvamonda ebbe a subirne ter¬ 
ribili conseguenze, tantoché i monaci se ne fuggirono, i 
fabbricati restarono abbandonati e le campagne deserte: 
fu quindi riunita al patrimonio del Monastero degli 
Angioli di Firenze e finalmente data in commenda, il 
che segnò la sua condanna di morte. In quel luogo esi¬ 
ste oggi una chiesuola detta la Badia a Corvano che, 
sebbene molto antica, è diffìcile, secondochè ne pensa 
il Marcucci, che possa essere identificata coll’Abbazia di 
Selvamonda, atteso il diverso suo nome e la piccolezza del 
fabbricato, più propria di una Badiola, di un Ospizio o di 
una Grancia (come francescamente si dice nel senese) di¬ 
pendente da un più ricco monastero, anziché una vera e 
grande Abbazia, quale quella di Selvamonda, conosciuta 
anche sotto il nome di Badia a Tega. 

Altre belle gite possono farsi recandosi ai luoghi ove 


(1) Ann. Camald., I, 236. 

(2) Ibid. Ili, 180. 


30 












— 466 — 


risiedono le varie frazioni comunali e specialmente a 
Pretella ricordata fino da tempo remoto propter eminen- 
tiam loci et salubritatem, aeris, a Calleta e a Carda, cen¬ 
tro di escursioni bellissime, ai vicini monti di Prato¬ 
magno e dell’Alpe di Santa Trinità. Di Carda, come 
dimora estiva, furono pur celebrate le bellezze dal com¬ 
pianto marchese Bardo Corsi-Salviati colle parole seguen¬ 
ti : « In fondo a una delle più recondite e profonde val¬ 
late che a levante del Pratomagno scendono verso l’Arno, 
fra le rupi bagnate dalle acque fresche e limpide di pit¬ 
toreschi burroni,- si nasconde il villaggio di Carda. Selve 
di castagni (1) e di noci giganteschi lo circondano, e il 
verde fogliame, tramezzato dagli smaglianti colori in fondo 
a grosse piante di melo, cui la mano dell’ uomo può dirsi 
sconosciuta, ne rende la vista ammirabile. Mite è colà 
l’inverno, come temperati sono i calori della canicola; 
per modo che, se una comoda strada di 10 o 12 chilo¬ 
metri vi dasse accesso, staccandosi dalla via provinciale 
casentinese, metto pegno che in breve molti di quelli, 
che a ragione ricercano il fresco dei nostri monti, ne 
farebbero un estivo soggiorno. » (2) 

Rassina, che pochi anni or sono era un paese morto, 
ove il malcontento e la miseria ne turbavano la tran¬ 
quillità, è oggi un paese fiorente per industria e com¬ 
merci, segnatamente per le Filande di bozzoli, delle quali 
la principale è quella dei fratelli Piva, che han costruito, 


(1) Quivi è precisamente in luogo eletto Pian del Prete in mezzo a selve 
bellissime di castagni, molti de’ quali misurano 5 o 6 metri di circonfe¬ 
renza, uno ve n’ ha smisurato, del quale non sappiamo ebe altro esista più 
grande nè eguale in Toscana. Questo gigante il cui tronco alla base mi¬ 
sura esternamente 18 metri e all’ interno metri 14, venne egregiamente 
descritto dal suddetto marchese Bardo Corsi-Salviati in un articolo 
intitolato il Re dei Castagni, pubblicato in Firenze nei 1ST. 11 e 12 del 
Bollettino della R. Società Toscana d’ Orticultura, dell’ anno 1881. 

(2) B. Corsi-Salviati, loc. sup. cit. 







— 467 — 


a breve distanza dalla Stazione ferroviaria, un grandioso 
e completo stabilimento. Vi è anche una filanda del De- 
bolini, ed una moderna fornace per calce e cementi. 
Crediamo inutile parlare di altre minori industrie di ca¬ 
rattere individuale. Certo è che un’ aura di generale 
benessere spira oggi lietamente sul paese di Rassina, 
dove (come ovunque) il pane fa nascere gli uomini e sa 
eccitare utilmente, col vantaggio di tutti, le assopite 
energie. 


Tallo 


Abitanti 2932. 


FRAZIONI COMUNALI 

Distanza 

dal 

Capoluogo 

(metri) 

STRADE 

Bagnena. 

2. 000 

Mulattiera 

Bicciano. 

3. 000 

Mulatt. e Carroz. 

Capraia. 

4. 000 

» 

Faltona. 

5. 000 

Mulattiera 

Pontenano . 

6. 000 

» 

Pieve a Pontenano. . . 

3. 000 

» 

Bagno (Nassa). 

4. 000 

» 


Indicazioni utili. 

Alberghi : a Talla, di Bacci Antonio j Occhiolini Giu¬ 
seppe e Spadini Giuseppe 5 a Faltona di Paolanti Pietro 
— Varie rivendite di commestibili — Uffizio postale — 
Uffizio telegrafico e Stazione ferroviaria più prossimi: 
Bassina — Un medico condotto — Una levatrice Una 
farmacia — Per richiesta di vetture, cavalcature e guide 
e relative tariffe, rivolgersi ai proprietarii degli Alberghi. 





















— 468 — 

Per andare da Rassina a Talla, si traversa l’Arno so¬ 
pra un bel ponte antico romano che sarebbe un van¬ 
dalismo distruggere. 

Geli otto chilometri di distanza fra Bassina e Talla 
si percorrono comodamente seguendo la via carrozzabile 
che abbiamo lasciata al villaggio di Salutìo, di dove dopo 
tre chilometri e mezzo circa di via fiancheggiata da bei 
castagneti, si giunge a Talla, così chiamata dal torrente 
omonimo, che le scorre dappresso. 

La terra di Talla , che è Capoluogo del Comune, ri¬ 
siede in un angusto bacino fra due grandi diramazioni 
dell 'Alpe di Santa Trinità , presso la confluenza del tor- ' 
rente Capraia con quello del Lavandone. Sopra un’alta 
rupe tagliata a picco, detta la Castellaccia, perchè ivi 
forse esisteva anticamente un Castello, trovasi posta 
l’antica chiesa (1) parrocchiale, che nel 1644 fu costruita 
in un piccolo ripiano presso la riva sinistra del vicino 
torrente. 

La più antica memoria di Talla risale al 1057, come 
resulta da un documento stipulato in Castro Talla. (2) 
Pare che fosse retta da Signori suoi proprii, ma è ignoto 
d’onde questi traessero origine •, sicché è difficile deter¬ 
minare se e quale famiglia magnatizia abbia avuto do¬ 
minio in Talla, prima che questa passasse agli libertini 
e ai Tarlati. In forza della pace di Sarzana successe nella 
signoria di Talla la Repubblica Fiorentina la quale nel 
1384 annessela valle alla Potesteria di Castelfocognano. (3) 

In uno de’ poggi che dividono Talla da Salutìo, e che 
ha la forma di un cono posto a cavaliere delle due valli, 


(1) Siamo lieti d’ annunziare che 1’ Ufficio Regionale di Firenze per la 
conservazione dei Monumenti ha decretato il restauro e il consolidamento 
della bella chiesetta. 

(2) Ann. Camald., tom. II, 186. 

(3) 1 Capitoli del Comune di Firenze, XV, 73. 





— 469 — 


sorge Montacuto o Montacutaccio, che fu un tempo for¬ 
tissimo Castello, del quale oggi non restano che pochi 
ruderi. (l.)Nel 1551, quantunque il detto castello fosse rite¬ 
nuto inespugnabile, tuttavia fu preso per assedio da Vitel- 
lozzo Vitelli, e ciò gli valse la resa anche degli altri ca¬ 
stelli che si stimavano men forti di quello di Montacuto. (2) 

Il territorio comunale di Talla giace alla destra del¬ 
l’Arno fra angusti valloni e gioghi selvosi, dalla falda 
orientale fino al]a cima dell’Alpe di Santa Trinità, presso 
ai vertici del Pratomagno ove sorgeva un tempo la ce¬ 
lebre Badia fondata da Ottone I, (3) quindi aggregato al 
Monastero di Vallombrosa, e da cui prese il nome quella 
parte dell’Appennino. 

Il ricordato Marcucci dubita che questa Badia sia in 
realtà la sopra rammentata Abbazia di Selvamonda, o, 
più semplicemente, che 1’ una e l’altra non siano in so¬ 
stanza che una sola e medesima cosa. « Visitai, egli ci 
scriveva, nella primavera del 1873 la Badia di Santa Tri¬ 
nità, e posso dire come era in quel tempo, giacché ho 
timore che d’allora a oggi una parte del tetto sia crollata. 
La chiesa era ridotta un terzo circa della sua lunghezza, 


(1) Nei Capitoli del Comune di Firenze sotto dì 17, 28 e 29 agosto 1391, 
si trova la presente notizia : « Considerando con quanta devozione e libera 
volontà Angelus q. Francisci de nobilibus de Petramala si diede al Co¬ 
rnane di Firenze colla sua fortezza Montis Aguti supra Tallam, senza nulla 
domandare, e soltanto rimettendosi alla discrezione del Comune medesimo 
il Consiglio del Capitano e Priori per fave nere 37, nessuna contraria, de¬ 
libera d’ assolvere il detto Angelo da qualunque condanna e bando, e da 
tutti i malefizi, eccessi e delitti per quanto gravi e gravissimi, anche di 
ribellione, come pure da tutte le ruberie, rapine, cavalcate ecc. eoe., con¬ 
cedendogli pienissima indulgenza e impunità compresa la fuga eh’ egli fece 
dalle carceri delle Stinche (de carceribus Stincarum) di Firenze » ( I Capitoli 
ecc., VII, 60). 

(2) Anche nel villaggio di Bagnena e di Pontenano si rinvengono tut¬ 
tora gli avanzi dell’ antico castello. 

(3) Bandini, Odep. III. 










— 470 — 

e l’area della parte verso ponente, già distrutta, era 
prato. L’attuale muro di facciata, costruito sulla linea in¬ 
terna del tramezzo che separava anticamente la parte 
riservata ai monaci da quella destinata al pubblico, con¬ 
servava sempre incastrate nella sua faccia esterna le co¬ 
lonne che sostenevano la trabeazione del tramezzo, opera 
riferibile al secolo XI e XII. La torre delle campane, 
già rasata al livello del tetto della chiesa, era a sinistra 
del tramezzo guardando voltati verso levante, e la porta 
per la quale vi accedevano i monaci era rimasta murata 
nella facciata attuale. Dietro il campanile erano diversi 
vani che forse furono sagrestie. La chiesa così diminuita 
terminava con un grande abside centrale e due cap¬ 
pelloni a volte semicilindriche normali all’asse princi¬ 
pale, che formavano come una nave trasversale somi¬ 
gliantissima a quella che è nella chiesa di San Giusto a 
Pietra-Marina sul Monte Albano presso Artimino. Tranne 
l’abside e i due cappelloni, tutto era coperto a caval¬ 
letti che in qualche punto, e segnatamente sopra l’altar 
maggiore e sopra il cappellone, a cornu epistolae, mi¬ 
nacciava imminente rovina. Davanti all’ abside e con¬ 
t